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"Nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario"
George Orwell
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lunedì 14 luglio 2008

La «moralità» dell’Occidente


Teheran ha lanciato nove missili, fra cui uno Shahab con raggio presunto di 2 mila chilometri - e tutto l’Occidente grida di sdegno: «L’Iran ci minaccia!». La Rice in Bulgaria s’è stracciata le vesti: «Chi vuole parlare agli iraniani, chieda loro la portata dei missili che hanno sparato. Germania, Francia e Italia si sono uniti nella condanna». Il nostro ministro Frattini, parlando da Israele (è sempre lì, avete notato?) ha ripetuto la lezione: «Sono missili molto pericolosi, ecco perchè non solo Israele ma l’intero Occidente ha interesse a bloccare questa escalation in modo definitivo» (1). Con le bombe, insomma.

Come cittadini, dovremmo vergognarci, anzitutto, della nostra cortissima memoria. Non è passato nemmeno un mese da che Sion ha condotto una spettacolare esercitazione aerea sullo spazio greco-mediterraneo - con oltre cento caccia-bombardieri ripetutamente riforniti in volo per mille chilometri - lasciando capire che si sta preparando ad un attacco preventivo contro l’Iran.

Sono solo due settimane che Symour Hersh, il grande giornalista, ha rivelato come le forze armate USA, su ordine presidenziale, stiano conducendo già da un anno operazioni speciali nel territorio iraniano, sia con loro commandos che penetrano dal sud iracheno, sia armando gruppi etnici e sovversivi in Iran; operazioni che comprendono «assassinii mirati» contro personalità militari persiane, e la cattura di membri delle forze di elite della guardia rivoluzionaria iraniana, che vengono poi portati in Iraq per «interrogatorii» (2).

Questi israeliani e americani sono già atti di guerra, preventivi, illegali e non provocati, contro la Persia. Dovremmo ricordarcelo. E questi sì, dovrebbero sdegnarci e allarmarci. Invece ci sdegnamo e ci allarmiamo: l’Iran ci attacca. E’ l’Iran che provoca. Che cosa dovrebbe fare un Paese debole, senza alleati, quotidianamente minacciato dalla super-potenza e dal suo Agnello super-armato?

Ma i gestori della propaganda fidano della nostra ignoranza non meno che dei nostri pregiudizi e della nostra memoria corta. Sanno che possono farci paura raccontandoci che il Shahab-3 iraniano ha 2 mila chilometri di gittata, quanto basta per colpire Israele.

Non ci dicono il resto: che questo Shahab è la copia di un vecchio missile nordcoreano, il Nodong, la cui precisione è derisa da tutti coloro che se ne intendono. E ovviamente, sugli Shahab non c’è una testata nucleare: l’Iran non ne ha, e soprattutto non è in grado, e non lo sarà per molti decenni, di miniaturizzare un’arma atomica per adattarla a un missile. Dunque gli Shahab-3 hanno, al massimo, testate di esplosivi convenzionali. In caso di guerra, la loro efficacia sarà quella degli Scud errabondi di Saddam, nella prima guerra del Golfo. Militarmente zero.

I propagandisti non ci dicono nemmeno la frase pronunciata, dopo il lancio dimostrativo dei missili, da un’alta personalità militare, il generale di brigata Mohammad-Najjar: «La nostra capacità missilistica ha scopi soltanto difensivi, per la salvaguardia della pace in Iran e nel Golfo Persico... I nostri missili non saranno usati per minaccciare nessun Paese, sono solo per coloro che osassero attaccare l’Iran».

Questo si chiama, in buona strategia, «deterrenza». Dal latino «deterreo», dissuado facendo un po’ di paura. Deterrenza è l’atteggiamento non di chi attacca, ma di chi - sotto minaccia - cerca di dissuadere l’attacco altrui. Ma nella nostra moralità occidentale, l’Iran non ha diritto alla deterrenza; Israele ha diritto all’aggressione preventiva. A noi ignoranti senza memoria nemmeno di breve termine, non è chiara l’estrema disparità di forze tra USA-Israele e l’Iran.

Ci fanno credere che l’Iran possa davvero esercitare una qualche rappresaglia contro il volume di fuoco delle portaerei americane già nel Golfo (la USS Lincoln ci è stata spostata in questi giorni), di una potenza che dedica alle spese di armamenti due-trecento volte di più di Teheran.

Un ottimo giornalista conoscitore dell’area, Pepe Escobar, ci fornisce qualche informazione sulla forza militare di Teheran (3). Il generale Muhammad Ali Jafari, che è da settembre 2007 comandante supremo delle Guardie della Rivoluzione Iraniana (l’esercito), ha intrapreso - come ha spiegato lui stesso una settimana fa al giornale iraniano Jam e-Jam - una radicale riorganizzazione delle forze armate del Paese, con la sostituzione di molti comandanti regionali.

Essa consiste in una fusione fra forze regolari e milizie «rivoluzionarie», specialmente di Pasdaran (il gruppo di elite) e la milizia Bassij, e il radicale decentramento di queste unità. «In pratica, l’Iran ha ora 30 eserciti», scrive Escobar, «uno in ogni provincia, ciascuno con comando unificato per Pasdaran e Bassij, e i due corpi conducono esercitazioni insieme». Esfandiari Safari, che scrive per il giornale Rooz, ha spiegato che la riorganizzazione «è la risposta dell’alto comando delle Guardie della Rivoluzione all’attacco imminente che si attende».

Vi dice niente la natura di questa riorganizzazione? Il senso di un tale decentramento? Esso non ha nulla di offensivo; è l’assetto difensivo di chi si prepara ad una resistenza sulla propria terra, in vista di un’invasione; i comandi sono moltiplicati e resi autonomi in modo che non ci sia un quartier generale da schiacciare, e le unità possano operare senza ordini, vivendo del territorio, fra gli abitanti connazionali; è il tipico assetto della guerriglia partigiana.

Non c’è dubbio che possano combattere ad oltranza. Tanto più che la Guardia della Rivoluzione è stata dichiarata «organizzazione terroristica» dalla Casa Bianca, e dunque i suoi combattenti sanno che, se cadranno in mano al nemico, subiranno il destino degli «enemy combatants», come ad Abu Ghraib e a Guantanamo. «Interrogatori» con tortura, detenzione a vita, soppressioni mirate.

Ma naturalmente non ci sarà alcuna invasione, contro cui quest’armata partigiana possa provare il suo valore. L’attacco verrà dal cielo, dal cielo saranno liquidati; l’assetto guerrigliero ha qui qualcosa di commovente e patetico. E noi ci facciamo spaventare da quel che dice Frattini.

Che vergogna, la nostra. Nemmeno capiamo che questa guerra è contro di noi, sudditi occidentali (4).

Maurizio Blondet
www.effedieffe.com

NOTE
1) «Iran tests missiles, increasing tension with the West», Zaman, 10 luglio 2008.
2) Seymour Hersh, «Preparing the battlefield», New Yorker, 7 luglio 2008.
3) Pepe Escobar, «Iran’s missiles are just for show», Asia Times, 11 luglio 2008.
4) Anche la sanguinosa sparatoria avvenuta in Turchia contro l’ambasciata USA - non un attentato, men che meno suicida, ma un atto di guerriglia - viene più o meno allusivamente presentata come collegata ai missili di Teheran; un portavoce USA (l’ho sentito per radio) ha dichiarato che «non può nè smentire nè confermare» che gli attentatori fossero «di Al Qaeda». Ovviamente gli attentatori sono invece curdi; i quali hanno le loro buone ragioni per sentirsi traditi dagli americani. Questi hanno promesso loro uno Stato curdo ritagliato dall’Iraq, secondo il piano di smembramento del Paese per linee etnico-religiose; ma hanno dovuto acconsentire alla Turchia di violare questo staterello curdo, da cui partivano gli attentati anti-turchi. «Al Qaeda» non c’entra nulla, e men che meno l’Iran. L’Iran sta combattendo i curdi insieme alla Turchia, dalla parte opposta del confine.

martedì 13 maggio 2008

Libano: Hezbollah non c’è cascato

Hezbollah «ha fatto un colpo di Stato», strillano i media. Fuad Siniora, il primo ministro libanese sostenuto dagli occidentali, ripete: «E’ un colpo di Stato». E’ la propaganda israeliana che viene diffusa, e che nasconde la realtà: Hezbollah, dopo aver effettivamente occupato la zona di Beirut dominata dal clan Hariri, ha chiamato poi l’esercito libanese a riprendere il controllo dell’area, su suo invito. Il suo comunicato non lascia dubbi: «L’opposizione libanese mette fine alla presenza armata a Beirut in modo che la capitale torni in mano all’esercito». Capito?

L’abilissimo Nasrallah e il comandante Aoun (perchè con l’Hezbollah sciita, non dimentichiamolo, ci sono i cristiani di Aoun) ha evitato di prendere il potere, e di strappare il governo a Siniora. Evitando così, come spiega Thierry Meyssan (1), di dare il pretesto alla NATO (a ad Israele) per una invasione «di pace».

Il solo che abbia fatto un golpe è proprio Siniora: e dall’11 novembre 2006 quando, abbandonato da cinque ministri, secondo la Costituzione libanese (articolo 95) avrebbe dovuto dimettersi; non lo fece. Da allora si è mantenuto al potere solo perchè la «comunità internazionale» (leggi: USA, Europa e Israele) lo sostengono; altrimenti il governo sarebbe andato alla coalizione cristiano-sciita di Aoun e Nasrallah, che ha la maggioranza nel Paese, e le trame del Mossad in Libano sarebbero diventate più difficili.

Infatti Hezbollah è legittimato al potere dalla vittoriosa reistenza contro i sionisti, e insieme ai cristiani di Aoun ha con sè la maggioranza nel Paese. La tentazione di marciare sui palazzi del governo dev’essere stata forte; ma non lo ha fatto. Al contrario, sia Nasrallah sia Aoun dichiarano, anche con gli atti, che «non hanno intenzione di far passare gli interessi di parte, ancorchè maggioritari, davanti all’unità del Paese».

Quando i media ripetono che Hezbollah ha costituito «uno Stato nello Stato», bisogna tradurre: Hezbollah e i cristiani non riconoscono la legittimità del governo di Siniora, perchè ha violato la costituzione. Si comportano come se non esistesse. E naturalmente si autogovernano. Anche perchè da 18 mesi il Libano non ha più presidente, nè corte costituzionale, nè assemblea legislativa (il parlamento non avendo più il mandato per procedere all’elezione presidenziale). Hezbollah, nella sua zona, riempie il vuoto anche amministrativo, specie sul piano sociale e assistenziale.

Occorrerebbero libere elezioni. Ma Washington sa benissimo che il «suo» governo Siniora non ha appoggio popolare, e perderebbe clamorosamente. Il voto legittimerebbe il potere sciita-cristiano.

Da qui la necessità di far succedere qualcosa, di spingere Hezbollah dalla parte del torto con qualche provocazione, che lo induca a sparare contro altri arabi. Ciò discrediterebbe l’unico gruppo islamico che ha vinto militarmente Israele, e coalizzerebbe tutti i sunniti, allarmati da questo successo sciita.

Provocazioni gravissime sono già state consumate, secondo Meyssan direttamente dalla CIA. L’assassinio a Beiruth, il 12 dicembre 2007, di Francois Al-Hajii (un cristiano, come dice il nome «Francesco», nonchè capo militare della «Corrente patriottica libera» di Aoun), e l’esponente di Hezbollah, Imad Mugniyeh, trucidato a Damasco il 12 febbraio 2008. Questo, ucciso dal Mossad.

L’opposizione legittima, stoicamente, non ha reagito scatenando la violenza. Hassan Nasrallah, il giovane capo di Hezbollah, non è caduto nelle provocazioni sanguinose. Dunque bisognava prepararne una più grossa.

Secondo Meyssan, che pare ben informato fin nei particolari, essa doveva «avvenire la notte del 25-26 aprile» scorso. «Dei commandos USA avrebbero dovuto sbarcare all’aeroporto diBeirut e tentare di eliminare direttamente Nasrallah. Fosse riuscita o no, la loro azione-lampo avrebbe precipitato la capitale nel caos e spinto i militanti Hezbollah ad attaccare (per vendetta) il governo di fatto di Siniora e il clan Hariri. Più sangue fosse corso, e più avrebbe giustificato un intervento della NATO», dice Meyssan.

Lasciamo ancora a lui la parola: «L’Ammiraglio Ruggero di Biase, comandante della forza navale dell’ONU (la forza di interposizione) avrebbe cambiato le bandiere delle navi italiane, francesi e spagnole al suo comando e avrebbe operato uno sbarco al porto di Beirut, sotto gli auspici dell’Alleanza Atlantica, con il pretesto di soccorrere i sopravvissuti del ‘governo’ pseudo-legittimo. Tutto ciò sarebbe stato accompagnato da una ampia propaganda contro la ‘violenza degli sciiti’ contro i sunniti, che avrebbe rovinato l’aura di cui Hezbollah gode presso le masse arabe. George Bush sarebbe allora arrivato a Tel Aviv per celebrare i 60 anni di Israele e invitare gli ‘Stati arabi moderati’ sunniti ad unirsi con lo Stato ebraico di fronte al comune pericolo sciita».

E’ la propaganda che abbiamo visto in questi giorni su tutti i giornali e TV d’Italia. Ancora Meyssan - che decisamente sembra ben informato (del resto si è stabilito a Beirut) - dice: «Washington aveva previsto di lasciar massacrare le sue pedine politiche in Libano, sacrificare il primo ministro di fatto Siniora e i capi della famiglia Hariri, per mantenere solo i suoi agenti operativi nello scacchiere: ossia la famiglia Hariri con la sua milizia e il leader druso Walid Jumblatt, che è vice-presidente dell’Internazionale Socialista (!) col suo braccio destro, il volubile Marwan Hamade, ministro nel governo Siniora». Attenzione: Internazionale socialista.

Il 26 aprile scorso, Hezbollah ha colto sul fatto un socialista francese d’origine afghana, e rappresentante dell’Internazionale socialista, di nome Karim Pakzad, mentre scattava foto proprio nelle vicinanze del bunker dove sta, per sicurezza, Nasrallah. Secondo Hezbollah, questo «socialista francese» era un agente che preparava l’azione americana mirante appunto ad assassinare il capo sciita. Arrestato dai militanti Hezbollah, gli è stato trovato addosso un apparato d’intercettazione delle comunicazioni telefoniche. Essenziale per un attacco mirato al capo sciita, molto protetto e localizzabile solo attraverso il segnale dei suoi telefoni cellulari o satellitari.

Così, il quadro che i media non spiegano, sta diventando chiaro. Come si ricorderà, questa ultimissima crisi libanese è scoppiata perchè il «governo» Siniora voleva eliminare le telecamere di sorveglianza che Hezbollah ha piazzato all’aeroporto di Beirut, sollevando dall’incarico il comandante addetto alla sicurezza aeroportuale.

Ora comprendiamo che, con quelle telecamere in funzione, il colpo a sorpresa dei commandos USA non sarebbe potuto riuscire. Ciò permette di capire meglio perchè Jumblatt, il druso-agente CIA, abbia strillato che Nasrallah aveva preparato un’azione per distruggere un aereo sulla pista 17, quella usata dai VIP del «governo» filo-occidentale: accusa probabilmente non falsa, ma Hezbollah si preparava ad accogliere con qualche sorpresa militare i commandos americani. Senza le telecamere, l’azione non poteva più essere sicura. Da qui i combattimenti.

Fatto degno di nota: mentre la milizia Hezbollah investiva Beirut Ovest e distruggeva metodicamente gli uffici del media del clan Hariri, che non sono stati difesi, l’esercito si ritirava dal quartiere, ostentando la sua neutralità. Durante l’azione, i sindacati - che hanno indetto lo sciopero generale il 7 maggio, per ragioni salariali ma anche politiche (sono appoggiati da Aoun) - hanno chiuso l’aeroporto per impedire un eventuale sbarco delle truppe NATO in intervento «umanitario».

Finito il lavoro, Hezbollah ha richiamato l’esercito, cedendo ad esso il terreno conquistato, invitandolo a riprendere la responsabilità dell’ordine pubblico. Accorgimento abile, perchè in base alla risoluzione ONU numero 1701 può intervenire, gettando la maschera di forza di pace, esclusivamente se la invoca l’armata libanese regolare, ossia se questa sente di aver la peggio negli scontri. Nasrallah ha scongiurato anche questa eventualità.

Così, Siniora ha infine dovuto richiamare i suoi ad un giorno di silenzio e «rifiuto della violenza» per domenica, una sorta di contro-sciopero generale, nella speranza di attizzare la tensione che si sta già calmando. Ma ha avuto un’amara sorpresa: l’esercito nazionale gli ha risposto rifiutando di smantellare le telecamere di Hezbollah all’aeroporto, perchè - dice - le considera «indispensabili alla difesa nazionale».

Perciò cari lettori, quando sentirete ripetere in questi giorni che Hezbollah ha «fatto un golpe», lasciate gridare i propagandisti. La verità è che Hezbollah ha evitato un intervento «umanitario», ed ha vinto almeno questa mano della partita.

La verità l’ha detta, in un impulso di dispetto, Aaron Zeevi Farkash (2), l’ex capo dell’intelligence militare israeliana: «Avevamo consigliato alla CIA di non far conto su Walid Jumblatt o su Saad Hariri, perchè li abbiamo provati nel 2006 (quando invasero il Libano) e si sono dimostrati nulli contro Hezbollah. Israele ha dato il miglior addestramento alle Forze Libanesi (la milizia ‘cristiana’ di Samir Geagea, criminale di guerra, coltivatore d’oppio ed evidentemente agente isrealiano), ed essi andranno in scena in ogni futuro conflitto».

E poi, Zeevi ha aggiunto, disperato: «Tre anni di sforzi d’intelligence sono andati perduti. La maggior parte degli agenti hanno dovuto lasciare Beirut, e gli agenti libanesi non possono più muoversi sotto copertura nelle loro missioni quotidiane... L’Occidente ha perso molto dopo la sorpresa che Nasrallah ha fatto».

Zeevi ammette: Nasrallah ha vinto. Un’altra volta. Tutte le trame e le reti saranno da ricostruire. Bisogna ricominciare con le provocazioni. Come?

Secondo il ben informato Meyssan, «Nei prossimi episodi Washington tenterà di far pressione sull’esercito perchè esca dalla sua neutralità e richieda il soccorso della Forza ONU; questo richiederà probabilmente l’assassinio di alcuni ufficiali recalcitranti...».

Le Forze ONU, ricordiamolo, comprendono 3 mila soldati italiani, e attualmente sono sotto comando italiano. Ecco perchè Frattini - israeliano di fatto - dice che bisogna consultare i soldati per cambiare le regole d’ingaggio. Le nostre forze, con questo governo, non sono per niente al sicuro. Ci vuole gettare nella guerra, e lo farà per incuria e servilismo.

Ci si può stupire delle informazioni che Meyssan pare avere sulla situazione reale: è il solo a rivelare il progettato colpo a sorpresa degli USA che doveva avvenire il 25-26 aprile, e che è stato annullato all’ultimo momento. Evidentemente le fonti Hezbollah gli danno fiducia. Ma forse non solo quelle.

La stampa servile dice e ripete alla nausea che Hezbollah è armato e assistito da Iran e Siria. Ma secondo Meyssan, è anche «sostenuto con discrezione dalla Cina e della Russia»: se è così, magari non direttamente con armamenti, ma certamente con l’intelligence.

Maurizio Blondet
www.effedieffe.com

NOTE
1) Thierry Meyssan, «Les Etats Unis parviendront-ils à pousser les Hezbollah à la faute?», Réseau Voltaire, 10 maggio 2008.
2) Mohamad Shmaysani, «Hezbollah ruined 3 years of arab, foreign intelligence efforts»,
Al-Manar, 10 maggio 2008. Al-Manar è la radio-TV di Hezbollah, ma le recriminazioni di Zeevi le riporta dal sito ebraico Filkka-Israel, che ha intervistato il vecchio agente.

sabato 3 maggio 2008

Disneyland a Baghdad, finalmente!


«Ci sono molte opportunità d’investimento in Iraq, e mica tutte per il petrolio. Per esempio, metà della popolazione irachena ha meno di 15 anni»: così parlò al Times un certo mister Brinkley, capo di una fantomatica ditta di Los Angeles chiamata «C3», e che pare una filiazione del Pentagono.

Detto fatto: un parco di divertimenti Disneyland sorgerà a Baghdad, a poca distanza dalla Zona Verde. Sorgerà nel parco Al Zawra, creato da Saddam e fornito di laghetti, palme, fontane, sculture e scivoli per i bambini, ma oggi in via di privatizzazione (come tutto a Baghdad). Vi sorgeva anche lo zoo, saccheggiato dai liberatori - o liberalizzatori che dir si voglia (1).

Gli iracheni «lo accoglieranno a braccia aperte», assicura lo sponsor del nuovo business, tale Llewellyn Werner: «Lo vedranno come un’opportunità per i bambini, che siano sunniti o sciiti. Diranno: i nostri bambini meritano un posto dove giocare in pace».

Il parco sarà progettato dalla Ride and Show Engineering, la ditta fondata da Edward Feuers e William Watkins, che sono stati i fondatori di Imagineering, l’impresa consociata alla Walt Disney Company che costruisce i parchi di divertimento un po’ in tutto il mondo. Mister Werner, il «developer» immobiliare, conta di edificare attorno alla Disneyland irachena una quantità di alberghi di lusso, condomini sfarzosi e shopping center.

Ma tutta la magia del luogo sarà garantita dalla «Ride and Show Engineering», specialista in «simulazioni in movimento» (motion based simulation) e in «attrezzature da divertimento ad alta tecnologia»: effetti speciali alla Hollywood, con Paperino e Aladino, suoni e luci e fuochi artificiali, il misterioso Oriente visibile in gallerie percorse da trenini guidati da Topolino. La ditta si fa un punto d’onore - è il suo motto - di «superare le barriere tra la realtà e il sogno».

Ai bambini iracheni sarà dato un mondo dei sogni, così necessario per superare la realtà che si vedono intorno: luce ed acqua razionate, miseria e attentati-strage, cibo scarso, irruzioni di soldati USA nelle case a trascinare via il papà e i fratelli, e bombardamenti periodicamente in corso a Sadr City con bombe a frammentazione.

La speranza del Pentagono è che così, gli iracheni assorbiranno «i valori culturali americani», come già assorbono la polvere di uranio impoverito: senza accorgersene, anzi divertendosi.

E difatti, nonostante tutte le spese che l’America sostiene per liberare continuamente gli iracheni, la generosa nazione ha deciso di distribuire ai bambini iracheni qualcosa di cui hanno veramente bisogno: 200 mila skateboard.

E’ il virtuale che vuole trionfare sul reale. In fondo, con il pubblico americano, ed anche europeo, ha funzionato benissimo. Il «controllo mentale» delle masse è una specialità ben studiata dal potere americano, come strumento ausiliario della democrazia.

Già nel 1928 lo psicologo Edward Bernay, un parente di Freud, scriveva: «La manipolazione cosciente e intelligente delle abitudini e delle opinioni della masse è un elemento importante nella società democratica. Coloro che manipolano questi meccanismi inavvertiti della società costituiscono un governo invisibile che è il vero padrone del nostro Paese».

Bernay non criticava il sistema: tant’è vero che già nel 1916 era stato assunto, insieme al giornalista ebreo Walter Lippman, nella Creel Commission, un organismo creato per «vendere» agli americani l’entrata nella grande guerra europea, cosa che fu fatta - a furor di popolo - nel 1917 (2).

Ma non si deve pensare a chissà quali mezzi sofisticati, a droghe sciolte nell’acqua potabile o lavaggi dei cervelli (anche se furono tentati in passato esperimenti con l’LSD e peggio, nel programma MK-Ultra).

Il metodo è più semplice e a portata di mano: la «immersione totale» delle cosiddette masse nel mondo fantastico radio-tv. L’Idea venne, probabilmente, dal catastrofico successo della trasmissione radiofonica «La guerra dei mondi», dove Orson Welles inscenò un finto reportage in cui fingeva di descrivere in diretta l’atterraggio di marziani distruttori.

Il panico fu immenso e reale: era già stata superata la barriera fra sogno e realtà, e ciò preparava benissimo l’opinione pubblica a combattere contro i prossimi marziani, i tedeschi.

Difatti subito dopo uno psicologo di nome Hadley Cantril pubblicò uno studio sugli effetti della falsa trasmissione-verità - «The invasion from Mars: a study in the psychology of Panic» - dove proponeva la messa a frutto propagandistica della paura indotta. Cantril era membro del Radio Research Project, creato a finanziato alla università di Princeton dalla Rockefeller Foundation un anno prima, nel 1937.

Frank Stanton, il direttore della CBS (che aveva trasmesso la Guerra dei Mondi) era anch’egli membro di quell’istituto, oltre che membro del Council on Foreign Relations di Rockefeller; più tardi sarebbe diventato presidente della RAND Corporation, il think-tank del settore militare-industriale.

Nel 1939, coi fondi Rockefeller, Cantril invece fondò, sempre a Princeton, l’Office of Public Opinion Research: giusto in tempo per la guerra. Quando l’Office si dedicò a controllare ed affinare le «psycho-political operations» (guerra psicologica) via via escogitate dall’OSS, l’organizzazione-madre da cui nacque la CIA.

Mentre la guerra procedeva, Cantril e il giornalista della CBS Edward R. Murrow (membro del Council on Foreign Relations) allestirono a Princeton - sempre con fondi dei Rockefeller - il «Princeton Listening Center», che ascoltava le trasmissioni naziste per apprendere le tecniche di propaganda di cui il Terzo Reich era ritenuto maestro, onde applicarle alle operazioni dell’OSS e al fronte interno.

Da questo progetto nacque un ente pubblico, Foreign Broadcast Intelligence Service, il quale alla fine diventa lo «United states Information service», ossia l’USIS, che aveva sedi in tutto il mondo «liberato» e diffondeva «i valori culturali americani» tra le popolazioni.

Ma molte delle scoperte fatte durante la guerra furono impiegate massicciamente ad uso interno, per manipolare la propria opinione pubblica. Il cinema fu lo strumento ideale.

Come scrive David Robb, autore di «Operation Hollywood», «Hollywood e il Pentagono hanno una lunga storia di coproduzione cinematografica, che cominciò dal cinema muto e continua anche oggi. I produttori di Hollywood ottengono la disponibilità di materiali militari da miliardi di dollari - cingolati, caccia, sottomarini atomici e portaerei - e i generali ottengono quello che vogliono - film che ritraggono i militari sotto una luce positiva, il che aiuta - fra l’altro - nel reclutamento. Ma il Pentagono non è passivo: se una sceneggiatura non gli piace, suggerisce cambiamenti che ‘facilitano l’approvazione dei comandi’. A volte cambiano i dialoghi, a volte le figure della storia, a volte la storia stessa».

Oggi, tutto è ancora più facile, perchè la gente si immerge totalmente e di sua volontà nella fiction - verità (e chi può dirlo?) della TV.

E’ ben noto agli psicologi militari-industriali che quando una persona passa ore davanti alla TV, sia che guardi un TG o una telenovela, l’attività cerebrale passa dall’emisfero sinistro (dove ha sede la capacità di analisi logico-critica) all’emisfero destro, dove l’informazione-disinformazione (chi può dire cosa è?) viene accolta come un «tutto» e suscita risposte emotive anzichè ragionate. Tutto questo, il Pentagono lo chiama «disinfotainment».

I mega-attentati dell’11 settembre possono essere stati il miglior «disinfotainment» mai prodotto, con i più grandi mezzi e i più costosi effetti speciali disponibili alla scienza della «rottura delle barriere fra realtà e sogno». E con successo assicurato, visto che l’America tutta ha chiesto, poi, l’invasione di Afghanistan e Iraq.

Il lato spiacevole è che il «disinfotainment» non solo pare diventato la sola attività bellica di successo del Pentagono; è che ha «troppo» successo, nel senso che anche i generali USA finiscono per credere alla propria guerra virtuale.

Torniamo a Baghdad, dove - accanto alla futura Disneyland - già torreggia un esempio straordinario di «rottura fra realtà e sogno». La creatura ha persino un nome, Qassem Suleimani. E un grado, generale delle Forze Quds, ossia dei commandos iraniani delle Guardie della Rivoluzione.

Ebbene: tutti gli attentati, i disordini, le battaglie di Muktada Al Sadr, gli armistizi tra fazioni sciite che occorrono in Iraq dopo 5 anni d’occupazione, vengono attribuite a questo personaggio. Insomma all’Iran, che ha la colpa della incapacità dei generali USA di pacificare l’Iraq, e quindi va bombardato.

Secondo i giornali USA, il generale Suleimani sta andando su e giù per l’Iraq a suo piacimento, e «fornisce aiuto finanziario e militare alle fazioni irachene, frustrando gli sforzi USA di costruire una democrazia pro-occidentale».

E’ lui che «ha diretto e addestrato milizie sciite fornendole di denaro ed armamento, compresi i mortai e i razzi che hanno sparato nella Zona Verde, nonchè gli esplosivi conformati per la penetrazione che hanno causato centinaia di feriti e morti fra le truppe americane» (3). Fa tutto lui, Suleimani. Tutto quello che mostra gli occupanti americani come incapaci o scemi, è opera sua.

E’ persino più bravo di Osama bin Laden, l’altra nota figura del «disnfotainment» strategico, ormai alquanto dimenticata. Vedrete, presto cominceranno a parlarne anche Fede, Mentana, la Nirenstein e Magdi Allam.

La conclusione cui spontaneamente giungeremo noi spettatori sarà una sola: l’America deve attaccare l’Iran, e stavolta con le atomiche. Il sogno, finalmente, ridiventa realtà.


Maurizio Blondet
www.effedieffe.com

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La verità è quella che vi dicono. E poi il problema in Italia non è mai stato tanto di saperla, ma che saputala tutto resta uguale. Credete forse oggi voi di essere liberi? Votate per dieci volte l'anno gente che a volte neanche conoscete e che una volta eletta fa ciò che vuole, acciuccia e si spartisce.
Sempre comanderà un'oligarchia che vi inganna col gioco delle parti.

E allora? Dov'è povero postero il guadagno?
La dittatura è un sistema per opprimere il popolo.
La democrazia è un sistema per costringere il popolo a opprimersi da solo.

Ma ricordate: un popolo che perde la sua memoria...
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