______________________________________________

"Nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario"
George Orwell
______________________________________________

Visualizzazione post con etichetta Segni di buon auspicio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Segni di buon auspicio. Mostra tutti i post

sabato 6 settembre 2008

Stare con Putin?


Dalla prefazione di "Stare con Putin?" di Maurizio Blondet, ed. Effefieffe

Venti anni fa un avvenimento sensazionale scosse il mondo con il nome di perestroijka.
L’annuncio solenne di una «Nuova Era» di distensione e pace per tutti.
Lo fece Mikhail Gorbaciov, un uomo spigliato e sorridente, un conversatore.
Un segretario del Partito Comunista Russo dal comportamento anomalo, estraneo alla tradizione diplomatica sovietica fino ad allora conosciuta.
La sua curiosa popolarità conquistò il pianeta in brevissimo tempo.
Con il fascino del contrasto egli accese di entusiasmo enormi masse popolari, ad Est come ad Ovest, per mobilitarle verso una nuova creatività economica e politica nel nome di un ennesimo «Futuro».

Riuscì a proporre un ambizioso quanto distante obiettivo per il popolo dell’URSS: inventare il mercato in un Paese che non sapeva assolutamente cosa fosse, e dare un insospettabile compito programmatico al Partito più temuto del mondo: sciogliersi.
Ma mentre in Occidente i governi e le masse popolari, con gratificante stupore celebravano soddisfatti la novità, in Unione Sovietica si consumavano già le prime delusioni a seguito del «Grande Inganno».
Lo slancio legato alla speranza di un rinnovamento effettivo, la gioia e la fede in un ipotetico rilancio produttivo gonfiavano l’«Impegno per la Sfida», finché il pallone non scoppiò nella «Grande Delusione».
E la grande delusione, accompagnata da un «Crollo Mirato» dell’autostima nazionale, si rivelò come la più straordinaria risorsa per l’autodistruzione.
Perestroijka, glasnost e democrazia furono, alla fine dei conti, un pretesto inserito a tradimento nel desiderio reale di liberarsi da anni di oppressione ottusa e che portarono il suo frutto con calcolata puntualità.

Tutto il popolo sovietico cadde nell’enorme tranello: liberarsi dall’oppressione, uguale liberarsi da se stessi.
Milioni di famiglie in preda ad un «Sogno Immenso» fecero il tonfo nella realtà nemica.
Così l’URSS sparì dalla carta geografica.
Perché «Crollo Mirato»?
Perché sarebbe sbagliato, ingenuo e scorretto parlare esclusivamente di autodistruzione dell’Unione Sovietica.
La causa del suo crollo non fu dovuta solo a fattori interni.
Oggi ancora più di ieri si svelano con impressionante logicità i motivi di tanto industrioso e maniacale interesse, nell’«area ex sovietica», di organizzazioni occidentali tese all’insegnamento della «democrazia», con l’onnipresente sostegno finanziario ad iniziative sociali molto particolari,
nonché ad una rappresentazione all’estero di una Russia sempre lugubre e insistentemente misteriosa, pericolosa, inaccettabile.

Una pubblicità intenzionalmente negativa che dall’epoca della Perestroijka non conosce sosta.
«Operazioni Ausiliarie» decisive per il «Compimento dell’Opera» sono sempre state minuziosamente descritte e riferite pubblicamente dal bell’«Inizio».
Non solo Zbignew Brzezinsky o George Soros, ma molti altri personaggi più o meno noti, appartenenti all’instancabile fronte delle «Organizzazioni Non Governative», dei «Fondi Internazionali per Democrazia e il Libero Mercato», per l’«Ecologia», per i «Diritti Umani», per la «Libertà Religiosa», per il «Pluralismo», che pullulavano fino a poco tempo fa negli spazi ex sovietici, non hanno mai fatto mistero delle loro operazioni sovversive in quei territori.
E tuttavia nessun autore, prima di Maurizio Blondet, aveva mai descritto con tale cosciente precisione il ruolo di queste organizzazioni nello sviluppo dei grandi eventi geopolitici di questi ultimi anni.
Ai fervidi Paladini dell’«occidentalizzazione» ad oltranza della Russia e di tutti gli ex Stati sovietici, ideologi pagati per sopprimere gli interessi nazionali e quelli di Stato con farraginosi progetti economici e «democratici» sono state recentemente spuntate le unghie.

Il governo russo ha voluto veder più chiaro quanto i bilanci corrispondessero agli scopi statutari.
Questi «Curiosi Filantropi», infatti, legati ad artificiose idee di «Cambiamento Permanente», volontari della democratizzazione forzata, artefici di caos e disordine telecomandato, tra l’altro, si sono dimostrati in Russia e in tutti i Paesi dell’area ex sovietica efficaci catalizzatori dei disastri economico-sociali prodotti dai cambiamenti di regime legati alle «Rivoluzioni colorate» pagate dalla «Catena Oligarchica Trasversale Internazionale».
Tutte le tecnologie sovversive di importazione dall’Occidente hanno sempre mirato ad un indebolimento degli Enti Amministrativi per privatizzare con più efficacia le appetitose risorse energetiche locali.
Chiunque, con un occhio un po’ allenato, ne poteva notare il «Marchio di fabbrica».

Le manifestazioni di «protesta» in Ucraina, in Kirghisia, in Georgia e così via, che tanta eco interessata ebbero nei telegiornali occidentali, furono marchiate come tutto il resto.
Un «tocco» e uno stile estranei a qualunque mentalità locale di quei territori non si poteva non vedere nell’«oggettistica» e nell’«ideologia» movimentista (distintivi, coccarde, cappellini, sciarpe, bandiere).
Gli eventi di «Rottura» (destituzione dei governi in carica) puntualmente ripetuti, come da copione, fanno pensare all’esistenza di una «Centrale Comune» che «stampa» la «Storia» e, in forma programmata, «riscalda» o «raffredda» le emozioni politiche nelle aree strategiche del mondo.
Con impareggiabile candore, inoltre, provvede all’assistenza tecnica nelle operazioni pre elettorali e fornisce «consulenze» ai partiti scelti, esegue il «monitoraggio» pedissequo sulla libertà di stampa e di espressione, distribuisce borse di studio con temi tendenziosi atti a ricevere informazioni sulla popolazione e sul territorio sempre utili in un «Futuro di Ipotetica Occupazione».
Crea «opinione pubblica», «partiti», «movimenti», «democrazie», «dittature» e tutto ciò che, al momento, più conviene per mantenere le condizioni omeostatiche di ladrocinio generalizzato a Est ed a Ovest.

In Russia, oggi, questo «modello di democrazia» che camuffa e arraffa sta massicciamente deludendo la popolazione, perde fan.
E’ la reazione logica in risposta agli anni novanta, quando il Paese si trovava in preda al caos ed alla insicurezza del domani.
Vladimir Putin ne ha fatto tesoro con una risposta politica rigorosa.
I «frutti» detestati della civilizzazione «occidentalizzatrice», che in Russia ha falciato la vita di milioni di persone, stravolgendone i bilanci familiari e dello Stato, non potevano che generare in lui la volontà di assegnare al suo governo un’immagine legata più alla difesa degli interessi della
«Nazione Proprietaria» anziché a quella di ossequio al «libero arbitrio» dei famosi «Oligarchi».

La straordinaria e varia quantità di notizie ed informazioni contenute in questo libro di Maurizio Blondet è accompagnata, come sempre nei suoi testi, da un filo logico dipanato con magistrale esplicazione delle connessioni geopolitiche più nascoste sul perché, oggi, il presidente russo Vladimir Putin stia diventando sempre più una nuova e paradigmatica figura internazionale di riferimento, nonostante gli attacchi disperati della stampa «mondiale» e «libera» contro di lui.
II sapiente utilizzo, da parte del presidente russo, della dipendenza energetica dei Paesi «sviluppati» come argomento del dialogo politico-economico non è solo una «Novità Strategica».
E’ anche un’occasione tematica estremamente attuale, che può restituire modernità e concretezza alle politiche nazionali e internazionali.
Forse, con l’aiuto della Russia, si potrà tornare all’«Uomo» e alle sue esigenze primarie.
Quelle che in Occidente, calpestate e fraintese dal consumismo, si fa fatica a ricordare.
Così, superate le difficoltà della situazione evolutiva post sovietica, la Russia ritrova oggi una leadership indipendente e sovrana, capace di valorizzare in modo obiettivo le sue risorse nazionali, umane, tecnologiche e naturali.

Putin è, prima di tutto, colui che ha reso giustizia al dolore di milioni di russi ingannati da se stessi ma indotti a credere nella Perestroijka come nella «Salvezza», gettandosi con incoscienza nella perfida avventura del mercato liberista, soffocati dai debiti e dal blocco industriale.
Colui che ha compreso meglio di tutti la rabbia impotente di fronte ai risvolti economici e sociali prodotti dal cataclisma della scomparsa dell’URSS e ha saputo dare un senso politico al desiderio di tornare alla normalità, senza umiliazioni, pur con tutte le difficoltà della vita quotidiana.
Putin ha pagato tutti i debiti e ha restituito dignità alla valuta nazionale rendendo il rublo convertibile.
Putin è il presidente che, finalmente, ha restituito una «positività» alla nazione e sa perfettamente che per vincere non è solo importante come si è, ma soprattutto come ci si sente.
Con ciò ha fatto capire a tutti che nel mondo la vita continua, nel segno del «chi la fa, l’aspetti». Sotto a chi tocca.
Per questo l’opposizione a Putin è, «gloriosamente», internazionale.

Essa vede in testa gli zelanti custodi dei governi occidentali e dei loro «consulenti non governativi» che, appesantiti da una rigidità mentale rimasta ai luoghi comuni della Guerra Fredda, sono sempre più schiavi del «Sogno Senza Senso» sulla «esportazione della democrazia».
Un disco rotto, pagato dal «Contribuente», che porta solo instabilità, guerre, povertà, flussi migratori anomali.
Paradossalmente assistiamo oggi a una inspiegabile e «Storica Ammucchiata del Miracolo Democratico» dove «destre» e «sinistre», «liberali» e «conservatori», finalmente uniti si affannano in un isterico belato contro Putin il guastafeste, il rompiuova nel paniere bucato dei suoi ingenui persecutori.
Politici privi del senso dello Stato e feriti dall’enorme invidia per colui che, a differenza di loro, ha raggiunto in patria un consenso popolare indiscutibile.

Il «Consumatore di Informazione», oggi, si trova al centro di una guerra psicologica raffinata in uno scenario poliedrico.
Uno spazio in cui ogni informazione è calibrata in modo da dare sempre una visione distorta degli interessi nazionali perché importante è, sempre e comunque, che la «Discussione Democratica» sia vana ma che porti tanti soldi.
Tramite la radio, la televisione, i giornali.
Siamo arrivati così, tutti, nell’«Era Nuova», postsovietica, tanto annunciata, agognata, pagata.
Nell’«Era» dove, giocoforza, esiste il dominio dell’«ideologia»! di mercato e degli interessi
dell’«Oligarchia Trasversale».
Dove privata non è tanto la proprietà quanto la legge del più «forte».
E più è forte, più fa la guerra, crea la fame e le disgrazie locali e globali con ì soldi del «Contribuente Civilizzato», «Democratizzato».
Il contribuente occidentale non ci pensa, ma è lui che finanzia le «Grandi Missioni», gli «Aiuti Internazionali», i «Piani di Ricostruzione», oltre alla sua stessa personale «Quotidiana Disinformazione».
Quella che lo distanzia sempre più dal «capire» perché tanto «Ipotetico Bene» ci spinge ogni giorno sempre più nelle sabbie mobili dell’autodistruzione dell’identità nazionale, cioè di noi medesimi a Est come ad Ovest, a Sud come a Nord.
Il lancio diversificato per tempi e stili di «informazione» in aree del mondo differenti per geografia e cultura sta alla base della tecnica della reazione calcolata degli «informati».
Il risultato è un aggravarsi dell’offuscamento intellettuale su tutti i fronti.
Si chiama la «Civiltà dell’Informazione».

Il prodotto è l’incomunicabilità tra tutti quelli, nei popoli dell’«Est» e dell’ «Ovest», a cui «non tornano i conti» ma non possono fare altro che sospettare, dubitare o... lasciar perdere.
In un clima del genere questo libro di Maurizio Blondet è un dono di chiarezza, uno strumento assolutamente insostituibile per tutti coloro che, assorbiti dallo scandalismo eclatante, desiderano invece rendersi indipendenti dalla sistematica disinformazione quotidiana su uno dei temi più
delicati e affascinanti di oggi e soprattutto di domani: il ruolo della Russia nel mondo.

Questo libro di Maurizio Blondet è uno strumento altrettanto indispensabile per chiunque voglia spendere le sue passioni politiche in modo più interessante e soprattutto meno ingenuo.
Il lettore occidentale, bersagliato dall’apparenza di una Russia «spaventosa», con un presidente spia, dittatore senza pari, sospettato mandante di omicidi plurimi dalla stampa internazionale delle «Oligarchie Trasversali», furbo oppressore della libertà del prossimo, chiunque esso sia, accusato di abuso illimitato di potere e quanto di peggio e truculento si possa immaginare nel nome di un eloquente «Passato», troverà qui, finalmente, una immagine «alternativa» di grande aiuto per uscire dal chiasso monocorde.
Il lettore potrà alla fine facilmente capire che la Russia di Putin non è una minaccia per i popoli della terra, ma una occasione unica per riposizionare i propri interessi in forma più razionale e conveniente.

L’azione di Vladimir Putin può, ovviamente, rappresentare un’ispirazione interessante per altri governi di nazioni ricche di «Risorse Reali» più che di cartamoneta o teorie necrofile e suicide sulla «democrazia».
Altrettanto per l’Europa si configura uno spunto obbligato nella ricerca della sua latitante identità, riscaldata, chissà, dalla Russia se per essa tutto ciò avrà un senso.

V.V. Konechnikh (economista)

Tratto da «Stare con Putin?» (EFFEDIEFFE edizioni, 2007)

sabato 29 dicembre 2007

Modesta proposta di rivoluzione (in USA)

di Maurizio Blondet www.effedieffe.com
L’ha detto il sindaco di Salt Lake City, Ross «Rocky» Anderson, rivolto ai suoi concittadini:

«Vi imploro: mettete un limite. Pensate esattamente dov’è il vostro punto di rottura morale. Quanto siete disposti ancora a sopportare prima di dire ‘basta’ e farlo sul serio».
L’invito era a dire basta al governo Bush, ed è significativo che venga da un sindaco.
Pochi giorni fa un amico bresciano sognava ad occhi aperti (anch’io con lui) cosa accadrebbe se tanti sindaci del Nord, molti dei quali leghisti, rifiutassero obbedienza al governo.
Anzi meglio: non ne riconoscessero l’autorità.
E si rivolgessero direttamente al presidente della repubblica, come ha fatto il generale Speciale dando le sue dimissioni dalla GDF direttamente a Napolitano anziché al ministro di riferimento, Padoa Schioppa.
Perché, qualunque giudizio si dia di Speciale (il mio non è alto), bisogna ammettere che quello suo è stato già un atto rivoluzionario, magari inconsapevolmente.
Con l’amico bresciano si parlava della necessità di pensare ormai in Italia in termini di rivoluzione: ossia fuori dalla «legalità», e come ristabilire la «legittimità».
Qualunque azione legale, riformista o parlamentare, è vana: la Casta, illegittima, ha dalla sua il «diritto» formale perché l’ha sequestrato, lo crea e lo applica a suo unico profitto.
Quando diventa moralmente necessario disobbedire alla «legalità» corrente, che produce devastazioni, disobbedire allo «jus conditum» (il diritto vigente) secondo leggi «de jure condendo»?
Questo dice il sindaco di Salt Lake City, e piuttosto chiaramente.

In Paesi diversi sale questa sorda volontà di rivolta dei cittadini contro poteri costituiti, di esasperazione verso «democrazie» che sono oligarchie e lobby, truffaldine o belliciste.
Negli Stati Uniti il discorso comincia a farsi pubblico, con una crescente chiarezza del fine e con le ovvie incertezze sui mezzi.
L’appello del sindaco Rocky Anderson è citato da Nina Rothschild Utne (eh sì, è della famiglia), editrice dello Utne Reader, una rivista molto di sinistra liberal.
La quale propone dal canto suo la rivolta fiscale anti-guerra.
Il suo appello: «Vogliamo gente che firmi un impegno scritto ad impegnarsi nella disobbedienza civile ritenendo una percentuale delle sua tasse, ma solo se si raggiunge entro il 15 aprile 2008 la massa critica di 100 mila firmatari. La sicurezza è nel numero».
Una massa di disobbedienti fiscali abbastanza grossa è in grado di battere, ragiona la Rothschild buona, la persecuzione «legale» che si abbatterebbe su questi «evasori».
Significativamente, la editrice ricorda i motivi di legittimità di una tale azione illegale: la resistenza fiscale violenta portò alla Magna Charta nel 1215, ossia alle libertà inglesi.
Ricorda Henry David Thoreau, un celebre resistente americano, e il suo saggio: «Sul dovere della disobbedienza civile», che ispirò Gandhi e Martin Luther King.
Ricorda che durante la guerra del Vietnam decine di migliaia di americani ritennero il 10% delle accise sulla telefonia col motivo che queste accise non erano state autorizzate per finanziare guerre. Dà notizia dell’esistenza di gruppi popolari che già organizzano la rivolta, come il National War Tax Resistance Coordinating Committee, e di siti connessi, come Code Pink (femminista) e www.dontbuybushwar.org.

Una «seconda Rivoluzione americana» propone Joel Hirschhorn (eh sì, anche lui ebreo buono) cattedratico a riposo di ingegneria.
Egli incita alla sollevazione popolare per esigere «la verità sull’11 settembre», e si sorvoli per ora sull’ingenuità, perché Hirschhorn parte dall’11 settembre con il «programma politico» di mettere in crisi il sistema politico-costituzionale USA.
E l’accento è messo qui sull’azione politica, più che sul complottismo.
«Solo il 16% degli americani», esordisce il professore, «crede che i membri del governo Bush dicano la verità sull’11 settembre… ma ciò che la gente dice nei sondaggi non è la stessa cosa che schierarsi pubblicamente e rumorosamente per la verità sull’11 settembre, o capire che la causa dell’11 settembre non sta nelle azioni di pochi malvagi, ma nel degrado della democrazia americana».
Interessante considerazione, a cui non tutti forse arrivano, anche i più esasperati tra noi: esprimere scontento, esasperazione e derisione «non» sono di per sé atti rivoluzionari.
Per questi, occorre la «massa critica» evocata dalla Rotschild Utne.
Si può andare avanti per decenni a lamentarsi e mormorare, ma senza alcun esito reale.
Bisogna «fare».

La riflessione di Hirschhorn è vicina, ma si ferma prima, della recisa asserzione che Malaparte ha espresso nel suo «Tecnica del colpo di Stato».
E’ l’assioma primo della rivoluzione: «La conquista dello Stato non è un problema politico, ma tecnico».
Problema tecnico?
Significa: la rivoluzione va organizzata tecnicamente.
Bisogna sapere «come fare».
L’organizzazione è quella che manca, anche se l’esasperazione cresce: da qui si vede, per esempio, il tradimento radicale della nostra sedicente «opposizione» italiana.
Non organizzano ciò che il popolo chiede.
Bossi minaccia la rivolta fiscale, ma non dice «come farla», non mette a disposizione i mezzi. Berlusconi ripete che «il governo cadrà da sé», «si voti e vinciamo le elezioni».
In vista della legittimità da instaurare, de jure condendo, questo è tradimento.
Anzi, aggiunge Malaparte: «La gravità della situazione politica e sociale non è di per sé circostanza favorevole alla presa del potere» (alla rivoluzione).
E’ una paradossale ma profonda verità.
Quando, come sta già accadendo in USA, centinaia di migliaia di tartassati dai mutui variabili perdono la casa pignorata e vivono nelle auto e sotto le tende, o perdono il lavoro nella recessione, essi diventano dipendenti dal potere pubblico vigente, da cui sperano soccorso.
E anche se lo aspettano invano, hanno altro da occuparsi che fare la rivoluzione: mangiare, lavarsi, coprirsi.
Per questo le rivoluzioni sono state sempre scatenate dalle classi in ascesa, non in declino.
La rivoluzione francese fu opera di una borghesia sempre più ricca e sicura di sé e delle sue competenze, non dei poveri stracciati e affamati di cui parla la mitologia.
La miseria crescente consolida il potere illegittimo, lungi dal minarlo.
Cosa che ogni Casta capisce benissimo.
Eppure pensate se quei debitori pignorati che sono milioni, pensate se i 700 mila italiani che nei prossimi mesi saranno nei guai per il tasso variabile, fossero «organizzati»: sarebbero la «massa critica» rivoluzionaria.
Se «tutti insieme» rifiutassero di pagare l’eccedente variabile del mutuo, se resistessero con la forza, spalleggiati fisicamente dagli altri e assistiti da avvocati rivoluzionari, al sequestro della casa in cui abitano - atto cui hanno, profondamente, legittimo diritto - il sistema bancario e quello «politico» della Casta (sono tutt’uno) sarebbe immediatamente in pericolo di collasso.
La sedicente opposizione, i partiti politici anti-Prodi a parole, potrebbero farlo.
O almeno provarci.
Non lo fanno.

Anche Berlusconi ha la sua banca, e Bossi ne aveva una (divorata dai caporioni leghisti del «Nord efficiente ed onesto»); tutti sperano di averne una.
Il primo atto di Veltroni come capo dello spettrale partito democratico, è stato di «farsi» una sua banca.
«Loro» sanno bene cosa fare, «noi» no.
Loro hanno tutti i mezzi dello Stato che occupano, i debitori con tasso variabile no.
Loro hanno «la legge» a loro favore.
E soprattutto, «loro» sono sprovvisti di ogni minimo scrupolo morale e sociale, mentre fra «noi» ci sono tanti che obietterebbero, poniamo, alla violenza fisica rivoluzionaria, che si ritrarrebbero dal versare il sangue degli oppressori, che si farebbero scrupolo di «violare le leggi».
Uno dei maggiori ostacoli alla rivoluzione non è esterno ma interno, psicologico.

Lo riconosce chiaramente Hirschhorn, per la situazione americana: «Non abbiamo contro solo l’elite di potere (la Casta). Abbiamo contro la resistenza psicologica di milioni di americani ad accettare la dolorosa verità sull’11 settembre, una verità impensabile, vergognosa sul governo che hanno eletto. Anche se dubitano della storia ufficiale, istintivamente si ritraggono ed elevano barriere mentali contro la piena verità. Vogliono continuare a credere che vivono in una grande democrazia. Vogliono credere che, una volta sostituito il governo Bush, la nostra democrazia sarà di nuovo sana. E’ difficile accettare che la verità sull’11 settembre non avrebbe potuto essere stata soppressa così a lungo senza la tacita o esplicita approvazione dei politici democratici».
L’ultimo passo è ovviamente diretto alla sedicente opposizione del partito democratico USA, che come la nostra, non si oppone ma è complice.
E’ un momento duro, per cittadini che credono ancora alla legalità e alla democrazia, scoprire che un’opposizione non c’è.
Che si è ridotti alla proprie sole forze, e che occorre auto-organizzarle.
Il resto delle proposte di Hirschhorn risente di questa difficoltà psicologica e di questa ingenuità onesta, che ci ostacola: egli chiede che il popolo si sollevi per esigere, in occasione delle presidenziali 2008, che il Congresso e lo stesso presidente (Bush!) ratifichino una legge che «istituisca l’impegno di scoprire la verità sull’11 settembre».
E come obbligarli?
Il professore parla di minaccia popolare («La minaccia è una necessità assoluta»), ma poi ecco cosa intende per «minaccia»: «Se tale legge non è varata dal Congresso e firmata dal presidente Bush, allora dobbiamo decisamente attivare il sostegno per un boicottaggio del voto per tutti i candidati, democratici e repubblicani, nelle elezioni del 2008».
Che mite minaccia, si può dire.

Hirschhhorn pensa ancora in termini di leggi da varare, di Congressi che le varano e presidenti che le firmano.
Pensa in termini di «diritto» vigente, di legalità costituzionale, quello che è esattamente da rovesciare.
Ma non ridiamo di questa ingenuità.
Almeno, in America si comincia a pensare e a parlare di democrazia tradita, e di «come» fare a fondare la nuova, necessaria legittimità.
Il processo è solo germinale.

Ma è difficile «pensare» la rivoluzione.
Nel mio piccolo, non chiedetemi di dire qualcosa di più.
Ciò che posso dire sono cose non del tutto favorevoli alle prospettive di un vero mutamento.
So che le rivoluzioni sono fatte da classi in ascesa, e noi stiamo decadendo (solo la Casta arricchisce).
So che i capi rivoluzionari erano giovani, e noi siamo un popolo di vecchi.
So che le rivoluzioni di successo sono state «finanziate»: Lenin dai tedeschi per accelerare la caduta dello Zar, Mussolini dagli inglesi perché avevano bisogno di un socialista che fosse interventista, Hitler dai grandi industriali contro la minaccia comunista.
Le rivoluzioni costano.
So che le rivoluzioni sono un problema tecnico, ossia di organizzazione tattica: e che per questo si dotarono in genere di rivoluzionari «di professione», agitatori e sabotatori o attivisti stipendiati.
Erano stipendiati per fare la parte del «popolo» i sanculotti che passavano le giornate all’assemblea a sostenere Robespierre e ad intimidire gli altri deputati.
Stipendiati ovviamente i funzionari comunisti, «avanguardia del proletariato», esecutori delle strategie di Lenin e delle tattiche paramilitari di Trotzsky.
Non si può fare la rivoluzione part-time, dedicandole le sere libere perché la mattina si deve andare a lavorare.
Vedo anche che, mentre la rivoluzione francese aveva da rovesciare solo qualche migliaio di nobili privilegiati, oggi i privilegiati, quelli che traggono benefici indebiti dalla «legalità» vigente e dunque sostengono lo status quo (che coincide coi loro stipendi) sono decine di milioni: e il loro numero si allarga continuamente.
Per giunta, come diceva Richelieu, chi si oppone allo Stato è, per questo solo fatto, due volte più debole dello Stato stesso.
Vedo che sono rimaste pochissime zone sociali o economiche sottratte al potere della Casta pubblica o parapubblica.

Un tempo, un’arma rivoluzionaria importante in mano alla sinistra fu lo sciopero generale: i treni non viaggiavano, le centrali elettriche si spegnevano, le merci non arrivavano ai mercati, i giornali non uscivano, la spazzatura non veniva raccolta.
Il potere «legale» non poteva più esercitare il governo reale.
Ma questo accadeva quando c’erano le fabbriche e gli operai, e li organizzavano sindacati rivoluzionari (o sovversivi) come un esercito, «l’armata del lavoro».
Oggi le fabbriche sono in Cina e gli operai una specie in estinzione: ci sono «consumatori» e «contribuenti», pubblicitari, modisti e veline, che non hanno in mano gli impianti e le centrali tecniche il cui blocco può far paura al potere.
A Napoli la spazzatura non viene raccolta, e la cittadinanza sopporta per anni, passiva.
Si è passivi quando non si è organizzati.
Ci lasciamo seppellire vivi dalla rumenta, e andiamo avanti senza aggredire il Palazzo d’Inverno. Che era un mito, non ci fu alcun attacco della masse al Palazzo d’Inverno, ma gli ottomila professionisti addestrati agli ordini di Trotszky: quelli che presero possesso delle centrali elettriche e telefoniche, delle ferrovie e degli acquedotti, e li fecero funzionare non più per il «legale» Kerenski, ma per Lenin.
Però abbiamo visto un caso, recente, che somiglia molto a quello evocato: lo sciopero dei TIR.
Per due giorni, non arrivavano le merci, niente carne né verdura ai mercati, niente benzina, pochi giornali.
Se i padroncini dei TIR siano una classe rivoluzionaria, ecco l’interrogativo: ma almeno hanno mostrato di essere una classe indispensabile, con in mano un potere reale, e il coraggio di agire fisicamente.
Sono forse gli ultimi ad avere questo potere reale di classe necessaria?

Vedremo, bisogna pensare.
Siamo solo allo stato germinale.
Parliamone, diamo delle idee.
In USA hanno cominciato.

Maurizio Blondet

Note
1)
Nina Rotschild Utne, «I won’t pay my taxes if you don’t pay yours», Utne Reader, 24 dicembre 2007.
2) «9/11 et le moment de vérité». Dedefensa, 22 dicembre 2007. «Une proposition révolutionnaire: exiger du système américaniste qu’il fasse toute la lumière sur l’attentat du 11 septembre 2001 pour mieux pouvoir mettre en accusation le système américaniste dans son ensemble et depuis les origines».

martedì 18 dicembre 2007

Ron Paul e il suo programma


Ron Paul decide di entrare in politica attiva nel 1971, colpito dalla fine degli accordi di Bretton Woods. Commenta in proposito: “da allora, ogni moneta divenne una moneta politica invece di una moneta dal valore reale. Ne rimasi sbalordito!”

E' deputato per i Repubblicani tra il 1976 e il 1985. Nel 1988 si candida come Presidente per il Partito Libertario, contestando gli eccessivi deficit pubblici allo sfidante Bush sr. Ottiene un modesto 0,3 per cento. Nel 1996 torna al Congresso nuovamente nelle fila repubblicane, sbaragliando candidati più legati alla dirigenza del partito, e vince tutte le successive elezioni, restando in carica fino ad oggi.

Il 13 marzo 2007 annuncia la sua candidatura alla Presidenza degli Stati Uniti e quindi l'intenzione di competere per la nomination repubblicana. In attesa delle prime votazioni, la sua campagna si rivela un fenomeno mediatico e sociologico senza precedenti. Infatti Ron Paul nel giro di qualche mese risulta il “dominatore” di internet: le statistiche lo indicano invariabilmente ai vertici per numero di contatti, termini di ricerca, video guardati. Ottiene cifre record di iscritti ai meetup, gruppi spontanei di sostenitori formati in rete, che poi si attivano sul territorio. Suo il record di siti e blog mai dedicati ad un politico.


Metodo politico

Le statistiche lo mettono ai primi posti, tra i deputati degli ultimi 30 anni, per la presenza al voto e il numero di iniziative legislative.

Non ha mai votato leggi che secondo lui violano la Costituzione, per questo e` conosciuto come “Dr. No” a Washington.

Non ha mai votato l'aumento di stipendio ai deputati.

Ha rinunciato al vantaggioso fondo-pensione del Congresso (Camera dei deputati).

Ogni anno restituisce al Ministero del Tesoro una parte del suo budget di ufficio da deputato.

Per la campagna presidenziale accetta quasi esclusivamente donazioni individuali, per le quali il tetto legale è di 2300 $ a persona.


Economia

Non ha mai votato per alzare le tasse.

Ha proposto l'abolizione della Federal Reserve (Banca Centrale a controllo privato),
per restituire al parlamento la sovranità monetaria, secondo la Costituzione, e per contrastare la speculazione sul costo del denaro che grava sui cittadini più deboli.


Vuole la soppressione totale delle tasse (federali, non dei singoli stati) sul reddito, da realizzarsi tramite un taglio radicale alle spese militari.


Politica estera

Ha votato contro la guerra in Iraq, continua a votare contro ogni legge che autorizza la spesa di ulteriore fondi per la guerra.

Vuole una politica estera non-interventista.

Vuole il ritiro delle truppe di occupazione in Medio Oriente e di tutte le truppe di stanza in Europa e Asia.

Vuole cessare il finanziamento dello Stato d'Israele a spese del contribuente americano, dichiarandosi favorevole a considerare Israele un partner alla pari di tutti gli altri in Medio Oriente, senza particolari privilegi.


Sicurezza e immigrazione

Ha votato contro il Patriot Act (che dà poteri enormi alla polizia e consente al governo di spiare quasi senza limiti su ogni cittadino) e vuole abolirlo se eletto Presidente.

Vuole un drastico ridimensionamento dei servizi segreti.

Difende il diritto costituzionale al libero possesso di armi per difesa personale.

Ha votato sempre contro il controllo governativo di Internet.

Si oppone all'immigrazione clandestina, ritenendola fonte di sfruttamento e criminalità. Chiede l'abolizione della cittadinanza per nascita (ius soli), per disincentivare i viaggi che molti clandestini compiono per fare nascere i propri figli come cittadini Usa.


Temi etici

E' contrario all'aborto, che considera un omicidio. Ha proposto che venga riconosciuto nella Costituzione il concepimento come momento di inizio della vita umana. Nel frattempo, vuole devolvere ai singoli Stati la legislazione in materia, per sottrarla alla Corte Suprema e ai conflitti di giurisprudenza in atto.

Ha votato contro la ricerca sulle cellule staminali embrionali.

Ha votato contro la clonazione umana. E' contrario all'eutanasia, distinguendo dall'accanimento terapeutico.

È per l'abolizione della pena di morte in tutti gli Stati dell'Unione.

E' disponibile ad attuare forme di legalizzazione delle droghe leggere, e a terminare la "War on Drugs" che ritiene inefficace e costosissima.

Vuole depenalizzare la prostituzione, devolvendo comunque la materia agli Stati.


Sovranità nazionale

E' contrario alla progettata integrazione statale con il Messico ed il Canada nella “North American Union” (NAU): sia per l'ondata migratoria che ne deriverebbe, sia per la cessione di sovranità e indipendenza a favore di élites non votate e non controllabili dal popolo.

Sempre in ottica di sovranità nazionale, vuole gli USA fuori da NATO, WTO, FMI, Banca Mondiale.

In ottica federalista, vuole gradualmente abolire e trasferire agli Stati alcune agenzie federali considerate inefficaci al loro scopo: Homeland Security (sicurezza nazionale), FEMA (protezione civile), IRS (fisco centrale).

mercoledì 12 dicembre 2007

America Latina: il BancoSur è finalmente realtà

di Siro Asinelli www.rinascita.info

È nato ufficialmente nel Salón Blanco della Casa Rosada di Buenos Aires il Banco del Sur (BancoSur), istituto monetario per la cooperazione tra i Paesi latinoamericani nato da un’iniziativa del presidente venezuelano Hugo Chávez.
L’atto di nascita e di adesione al BancoSur è stato firmato da Argentina, Venezuela, Bolivia, Ecuador, Brasile, Uruguay e Paraguay nel giorno in cui la neo eletta presidente argentina, Cristina Fernández de Kirchner, ha preso ufficialmente possesso del mandato con cui succede al marito Néstor Kirchner. Inizialmente la sigla era prevista per mercoledì scorso a Caracas, ma l’occasione del giuramento alla Casa Rosada ha fatto slittare l’appuntamento. Presenti, oltre ai Kirchner padroni di casa, Chávez, il boliviano Evo Morales, l’ecuadoriano Rafael Correa, il brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva e il paraguayano Nicanor Duarte Frutos. Assente all’atto della sigla il capo di Stato uruguayano Tabaré Vásquez, arrivato nella capitale argentina soltanto ieri mattina e ripartito per Montevideo subito dopo il giuramento di Cristina, ma sostituito dall’ambasciatore Francisco Bustillo. Alcuni giornali argentini hanno sollevato il dubbio che l’uruguayano abbia scelto la toccata e fuga per via delle tensioni ancora alte tra i due Paesi sulla questione della Botnia, la grande cartiera costruita nella regione dell’Entre Ríos alla frontiera con l’Argentina ed oggetto di contenzioso internazionale.
L’atto formale segna l’inizio di una nuova architettura finanziaria per l’America Latina in alternativa al Fondo Monetario Internazionale, alla Banca Mondiale ed alla Banca Interamericana per lo Sviluppo. A differenza di questi istituti privati – tutti nelle mani di grandi gruppi di potere a marchio statunitense – il BancoSur si pone come obbiettivo quello di “finanziare lo sviluppo economico e sociale” dei Paesi membri perseguendo strategie di cooperazione multilaterale reale e sostenibile. Come ben sottolineato nel discorso di saluto al nuovo istituto regionale da Néstor Kirchner, in quello che è stato il suo ultimo atto ufficiale da presidente argentino, con la fondazione del Banco del Sur alcuni Stati sudamericani sono riusciti a “superare le politiche neoliberiste”. Un omaggio all’ormai ex capo di Stato argentino è stato fatto da Lula, che ha dichiarato che “con la sottoscrizione di questo atto termina in modo significativo una presidenza che molto ha contribuito all’integrazione dell’America del Sud”. Un riconoscimento dovuto, per il capo di Stato capace di risollevare le sorti dell’Argentina dopo il crollo economico e finanziario del 2001-2003 e che è riuscito ad estinguere ogni debito con il FMI ridando speranza ad un popolo dissanguato dal neoliberismo. Per Lula, che sembra aver messo da parte le reticenze che hanno rallentato per mesi il varo ufficiale del BancoSur, la nascita del nuovo istituto di cooperazione finanziaria “segna un passo decisivo verso l’integrazione”.
Elogi a Kirchner sono giunti anche da Chávez: “Ha liberato l’Argentina dalla dipendenza dal Fondo Monetario Internazionale”. Il primo mandatario di Caracas, vero artefice di questo strumento di cooperazione continentale, ha inoltre voluto omaggiare gli ospiti argentini ricordando le parole di Juan Domingo Perón, vero e proprio corollario a questa occasione storica: “Il XXI secolo ci vedrà uniti o dominati”. E in effetti il progetto è riuscito a catalizzare l’interesse e l’adesione della maggior parte dei Paesi della regione. Ne restano fuori alcuni degli Stati non a caso tra i più legati alle imposizioni neo liberiste ed alle strategie di dominio statunitensi. Caso emblematico è la Colombia, che fino a qualche settimana fa sembrava voler far parte del nuovo consesso finanziario (ad ottobre aveva addirittura presentato una richiesta formale di adesione), ma che mercoledì scorso ha fatto sapere di voler prendere tempo per analizzare con più cura le condizioni di adesione. Nonostante la presa di posizione diplomatica, sono ancora molte le cose non dette e gli ostacoli tra Bogotá ed una qualsiasi iniziativa che possa coinvolgere Paesi come il Venezuela o la Bolivia. È in particolare evidente che tra il presidente colombiano Álvaro Uribe e Chávez il dialogo si è bruscamente chiuso con la decisione di estromettere Caracas dalla mediazione per il raggiungimento di uno scambio umanitario con i guerriglieri delle FARC. Ma l’atteggiamento attendista della Colombia è altresì condizionato dall’epilogo che prima o poi dovrà avere al Congresso Usa la ratifica del Trattato di Libero Commercio tra Bogotá e Washington.
Altro caso a parte è il Cile della deludente Michelle Bachelet, già irretito in un trattato di commercio bilaterale con gli statunitensi, che ha partecipato come osservatore a tutte le riunioni tecniche che si sono susseguite nei mesi scorsi. Le autorità di Santiago alla fine hanno scelto di declinare l’invito ad aderire, a testimonianza di una certa schizofrenia politica che sta segnando quella che doveva essere una presidenza innovativa ma che a due anni dall’elezione della Bachelet si è trasformata in calderone dove la concertazione tra nuovi e vecchi poteri segna il ritmo.

mercoledì 5 dicembre 2007

Elezioni russe: il trionfo di Putin

di Andrea Perrone www.rinascita.info

Una vittoria assoluta e senza precedenti. Così può esser definito lo schiacciante successo del capo del Cremlino, Vladimir Putin, e del suo Partito “Russia Unita” alle consultazioni del 2 dicembre, che secondo gli ultimi sondaggi si è aggiudicato 315 seggi dei 450 della Duma (Camera Bassa) pari al 64,1% dei consensi. La conferma della vittoria è stata resa nota da un membro della Commissione elettorale centrale russa, Lyudmilla Demyanchekova, che ha confermato la notizia all’agenzia della Federazione “Itar-Tass”. Immediatamente il presidente russo ha fatto sentire la sua voce confermando l’indubbia vittoria parlamentare della sua formazione. “Se la precedente Duma di Stato poggiava sul 70% dei votanti, la nuova Duma ha potuto contare sul supporto del 90% degli elettori, così soltanto il 10% degli aventi diritto ha confermato l’assenso per i partiti che non hanno seggi al Parlamento. Questo è uno alto grado della nostra legittimità alla Duma”, ha sottolineato il presidente. Putin ha poi ricordato che le ultime elezioni hanno confermato la stabilità interna della Russia. “È di suprema importanza che le elezioni evidenzino la stabilità politica interna. Il popolo russo è il principale garante di questa stabilità”, ha ricordato il capo del Cremlino.“La legittimità del Parlamento russo è stata senza dubbio incrementata”, ha osservato Putin parlando con i giornalisti. Il capo del Cremlino ha quindi ribadito come “i russi non permetteranno mai alla nazione di intraprendere un percorso distruttivo come avvenuto in altri Paesi dello spazio ex sovietico”.La vittoria ha provocato - come era prevedibile - una ridda di polemiche dei fautori della democrazia export, guidati come al solito dagli Stati Uniti che nella loro ansia messianica di imporre la sudditanza alla diplomazia del dollaro hanno manifestato una grande inquietudine. Un trionfo travolgente che Washington e le sue ancelle del mondo atlantico non hanno esitato a condannare con l’accusa pretestuosa di brogli elettorali. Un’ingerenza assurda quella che gli Usa hanno commesso nelle questioni interne di un altro Paese. Sono stati accompagnati come al solito dai difensori dei diritti umani di tutte le risme, come il governo tedesco che, per bocca del cancelliere Angela Merkel, ha condannato la mancanza di legittimità democratica di queste elezioni russe. Accanto a lei anche il presidente del Consiglio, Romano Prodi, ha messo in dubbio la correttezza democratica di queste consultazioni, e subito ha voluto dimostrare il suo amore per la democrazia a senso unico sottolineando l’importanza della secessione del Kosovo-Metohija dalla madre patria.Anche dall’Unione europea non sono mancate le condanne rivolte alla Federazione, come quella della Commissione di Bruxelles che ha chiesto maggiori indagini per dimostrare la validità delle consultazioni. Anche dall’Organizzazi-one per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce) è giunta una doccia fredda contro il Cremlino. Secondo l’Osce le elezioni tenutesi in Russia il 2 dicembre non hanno rispettato gli standard che garantirebbero la regolarità della consultazione. Come era prevedibile, i commenti degli osservatori internazionali sono giunti subito dopo che gli Stati Uniti hanno chiesto alla Russia di indagare sulle accuse di violazioni che sarebbero state commesse durante la consultazione. A detta del capo della commissione elettorale russa Vladimir Churov, gli osservatori occidentali che hanno criticato il voto di ieri in Russia stanno eseguendo “un ordine politico”. In precedenza Churov, aveva respinto i sospetti di brogli denunciati dall’opposizione.“Tali violazioni non sono e non possono essere avvenute”, ha dichiarato il responsabile della commissione, come è stato reso noto dall’agenzia russa “Interfax”. In una conferenza stampa, anche il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, è passato al contrattacco affermando che le critiche allo svolgimento delle elezioni da parte delle istituzioni internazionali sono inaccettabili poiché la candidatura di un presidente alla Duma e il suo coinvolgimento attivo nella campagna elettorale “non sono proibite” dalla legge elettorale russa, “una legge che non è mai stata messa in discussione” prima di ieri. Peskov, ha notato quindi che il Consiglio d’Europa e l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ritengano che la norma non sia democratica solo il giorno dopo le elezioni. Il portavoce ha poi sottolineato che il risultato delle elezioni (secondo cui il Partito Russia Unita ha guadagnato “oltre il 64%” e l’altro partito filo Cremlino, “Russia Giusta”, il 7,8%) consentirà “il proseguimento e il completamento” delle politiche avviate da Putin otto anni fa.

Chavez, un bicchiere mezzo pieno

di Siro Asinelli http://www.rinascita.info/
Il bicchiere è mezzo pieno. La sconfitta del fronte del Sì in Venezuela riflette un dato incontestabile: la Repubblica Bolivariana è uno Stato democratico, dove il popolo è sovrano, dove non c’è spazio per dittature in salsa sudamericana, quelle a cui per tanto tempo ci avevano abituato gli strateghi di Washington. Un altro dato è incontrovertibile: gli Stati Uniti e i loro sudditi-alleati dei potentati conservatori del Venezuela non hanno più alcun “allarme regime” su cui premere l’acceleratore per favorire la destabilizzazione del Paese. Bisogna però ammettere che il bicchiere è anche mezzo vuoto: la riforma socialista non è passata. Il dato è significativo perché seppure con un margine risicato all’osso (lo 1,4%) il popolo sovrano ha detto no alla svolta verso il “Socialismo per il XXI secolo” auspicato da Chávez. Eppure non sembra essere un no definitivo, non fosse altro che con il loro voto contrario alla riforma, diversi milioni di venezuelani hanno di fatto dato il loro assenso all’attuale Costituzione, ovvero a quella Carta Bolivariana che ha lanciato il Venezuela nell’orbita dei pochi ma forti Paesi che rivendicano il loro diritto alla sovranità. E non è poco, anche perché alla base di quella Carta vi è proprio il senso del percorso dato al Paese da Chávez. Certo, con il referendum di domenica si è tentato il colpo grosso, evidentemente troppo in anticipo. Quel numero da capogiro registrato dall’astensionismo di fronte ad una proposta del granitico presidente deve far riflettere, e qui si potrebbe sostenere che il bicchiere è mezzo vuoto. Come è mezzo vuoto se si pensa che la Banca Centrale, almeno per il momento, resterà autonoma dal potere politico (ma non, come accade nelle migliori “democrazie” in salsa occidentale da quello finanziario…). Una mezza sconfitta anche se si pensa alle altre riforme che la proposta avrebbe potuto apportare sul piano della proprietà pubblica, dell’impatto sociale e dei diritti dei lavoratori. Nonostante ciò il bicchiere resta mezzo pieno. Il referendum ha dimostrato che in seno al cosiddetto stesso chávismo può esserci dissidenza su alcuni temi e che non esiste un Paese a senso unico, con masse pronte a seguire il primo caudillo che si presenti come da tempo vorrebbero farci intendere i vari Petkoff o Bafile di turno. È anche questa una virtù della democrazia partecipativa, dove il popolo è chiamato a scegliere direttamente su questioni cruciali come quella proposta da Palacio Miraflores: una sberla per i sostenitori dell’altra “democrazia”, quella rappresentativa. Per costoro, legati ad un concetto troppo camuffabile di “democrazia” sarebbe stato gioco troppo facile gridare alla dittatura se Chávez e la sua compagine di governo, assieme all’Assemblea nazionale, avessero optato per una via più diretta al riconoscimento della proposta di riforma, magari utilizzando i pieni poteri concessi alla presidenza dalla Ley Habilitante varata lo scorso anno. Tutto questo non è avvenuto e Chávez, come suo solito, ha preferito mettere sul piatto tutto quanto: prendere o lasciare. E stavolta, il popolo venezuelano ha preferito lasciare. Meglio così, perchè in fondo non si è trattato che di “un esercizio di democrazia”, a dirla con le parole dello stesso presidente. La migliore delle risposte a chi va strillando che in Venezuela vige un regime dittatoriale. E gli stessi che sino a sabato parlavano di “allarme regime”, oggi sono costretti ad ammorbidire i toni, spiazzati dalle parole del presidente che hanno riportato sui giusti binari della democrazia il confronto delle urne. Il bicchiere, alla fine è mezzo pieno.

domenica 2 dicembre 2007

La favola del pescatore di salmoni che resiste al potere dei soldi di Trump

di Massimo Fini www.massimofini.it


Fa piacere commentare, una volta tanto, una bella storia. Ci arriva dalla Scozia profonda e il nostro giornale - l'unico, mi pare - ne ha dato conto nei giorni scorsi. Ma val la pena di ripercorrerla per i lettori cui fosse sfuggita.Dunque, la storia è questa. Il supermiliardario americano Donald Trump, come se i soldi che ha non gli bastassero, come se non gli occorressero dieci vite per poterseli godere, si è lanciato nell'ennesima speculazione. Ha comprato un vastissimo terreno sulla costa scozzese, a Balmedie, a nord di Aberdeen, e vi sta costruendo un enorme campo da golf, un albergo a cinque stelle (il Trump International Resort) e tutti i lussuosi annessi e connessi che accompagnano questo tipo di insediamenti. Ma ha fatto i conti senza l'oste. Che in questo caso si chiama Michael Forbes, un pescatore di salmoni di 55 anni che è proprietario di nove ettari di terreno su cui vive, insieme a polli, galline, oche, conigli, con la vecchia madre 83enne, lui in una modestissima casa, lei addirittura in una roulotte. E la sua proprietà Forbes non la vuole vendere.Il guaio è che quei nove ettari tagliano proprio a metà il progettato e favoloso campo da golf e sono inoltre essenziali per tutta la logistica dell'insediamento. Quando gli emissari di Trump si sono trovati davanti al no di Forbes, un pescatorucolo la cui esistenza non avevano nemmeno messo in considerazione, si sono messi a ridere. Sapevano che il magnate aveva argomenti molto convincenti. E infatti Trump ha innalzato gradualmente l'offerta fino a portarla a una cifra venti volte superiore al valore economico del terreno. Ma non c'è stato niente da fare. Ha spiegato Forbes al Guardian: " Per me questo posto non ha prezzo. Non lo venderei mai. Tutta la mia famiglia viene da qui. Mio nonno pescava qui, mio padre pescava qui e così anche mio zio. Io sono l'ultimo e custodirò questo luogo".Una bella lezione per il magnate americano, abituato a ragionare in dollari, in euro, in sterline, in barili di petrolio. Non tutto è denaro. Non tutto si può comprare con il denaro. Ci sono valori, per quei pochi ancora che li custodiscono e li onorano (magari ormai solo, in Occidente, nella remota e tradizionale Scozia), che non hanno prezzo: l'identità, la dignità, il senso. Vivendo della propria abilità di pescatore e della perizia di allevatore, sulla terra dei propri avi, l'esistenza di Michael Forbes ha una dignità e un senso, con le tasche piene di dollari e una camicia a fiori a Miami Beach li perderebbe.Di fronte al no, per lui incomprensibile, di Forbes, Donald Trump ha reagito nel solo modo in cui sono capaci questi individui: con la violenza dell'economico. Ha scagliato contro il pescatore le televisioni e i giornali locali perchè sostengano che Forbes danneggia lo sviluppo della zona. Ma forse anche gli altri abitanti di Balmedie hanno capito che un complesso come quello progettato da Trump, oltre a distruggere l'equilibrio della loro terra, su cui hanno vissuto serenamente per secoli, porta un benessere solo apparente. Se infatti il progetto di Trump dovesse andare comunque in porto i prezzi nell'intera zona salirebbero alle stelle e quella gente da povera, ma dignitosa, che era, diventerebbe miserabile, come è successo a tutte le popolazione del Terzo Mondo dove abbiamo portato lo 'sviluppo'.Non sapendo quali altri pesci pigliare Trump ha mobilitato contro Forbes anche gli ambientalisti. E ci vuole davvero una bella faccia tosta . Perchè non si capisce come un pescatore di salmoni, che usa la propria energia fisica, possa inquinare più di un albergo a cinque stelle e dei suoi ricchi e viziati ospiti.
di Massimo Fini www.massimofini.it

__________________________________________________________________________

La verità è quella che vi dicono. E poi il problema in Italia non è mai stato tanto di saperla, ma che saputala tutto resta uguale. Credete forse oggi voi di essere liberi? Votate per dieci volte l'anno gente che a volte neanche conoscete e che una volta eletta fa ciò che vuole, acciuccia e si spartisce.
Sempre comanderà un'oligarchia che vi inganna col gioco delle parti.

E allora? Dov'è povero postero il guadagno?
La dittatura è un sistema per opprimere il popolo.
La democrazia è un sistema per costringere il popolo a opprimersi da solo.

Ma ricordate: un popolo che perde la sua memoria...
_____________________________________________________________________________