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"Nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario"
George Orwell
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venerdì 30 maggio 2008

Ottusità di massa


Piangono i TG: secondo l’ISTAT, la famiglia italiana mediana «deve campare con 1.900 euro» al mese. Vien da dire: ancora così tanto?

Siamo il popolo meno scolarizzato d’Europa, i nostri lavoratori per lo più hanno la licenza media; il numero dei laureati diminuisce rispetto alla popolazione (e che laureati sono, poi); le nostre burocrazie pubbliche sono le più costose e le meno efficienti; i nostri giovani sono di un’ignoranza abissale eppure rifiutano anche i posti di commesso, perchè bisogna lavorare il sabato; la popolazione attiva è nettamente inferiore a quella dei Paesi civili. Insomma, siamo già Terzo Mondo, e ancora, bene o male, strappiamo stipendi da primo mondo. Quanto può durare?

In Italia si fa ancora ciao ciao con la manina. Voglio dire: basta che una telecamera compaia a piazza Montecitorio, e dietro il giornalista si forma subito una folla che resta lì impalata, si sposta per far vedere la sua faccia a mamma e ai parenti a casa, impacciata e confusamente sorridente, o con il cipiglio, come i nostri bisnonni contadini di cent’anni fa davanti alla macchina dei dagherrotipi. E fa ciao con la manina.

E’ una cosa che non si fa più nemmeno in Africa: rivela menti provinciali, primitive, con ritardi abissali.

Non dico in Europa. Chiunque abbia viaggiato in Francia, Germania o Gran Bretagna ha la sensazione che tutto, lo Stato, i servizi pubblici, i notiziari TV, la piccola gente comune, il panettiere e il barbiere, siano di qualche gradino (o tanti) superiore alla nostra: più responsabile e più istruita, più ben educata, più civile e servizievole.

Persino in USA, dove ci sono ignoranze immense, anche l’ignorante operaio edile è straordinariamente competente nel suo mestiere e sa parlarne con competenza; la barista part-time, che ha i suoi problemi, si accorge subito se sei in attesa e perspicace e intelligente - e inoltre sorridente, nonostante i suoi problemi personali - ti chiede in cosa possa servire.
No, non può durare. E infatti non dura. Ancora l’ISTAT informa: in soli sei anni, il nostro reddito è calato del 13% rispetto all’Europa. Ancora nel 2000 guadagnavamo il 4% in più, oggi il 9% in meno.

Ciò è inevitabile e perfettamente giusto: nel mondo, di ignoranti come noi ce ne sono un paio di miliardi, e sono disposti a lavorare per 100 euro. Senza fare gli schifiltosi. E non parliamo dei colti: ho appena conosciuto una badante bulgara che ha la laurea in psicologia. Lavora nel Viterbese senza lamentarsi, se non della ottusità dei suoi padroni (ricchi ristoratori) che non hanno un solo libro in casa e trattano lei come una selvaggia, con una maleducazione insultante.

Intravedo il titolo de La Stampa: «Italiani sempre più poveri» - perchè più ignoranti, doveva aggiungere. Certo, cominciamo a vedere l’effetto Prodi-Visco, l’ipertassazione e il peso accresciuto delle caste rapaci. Ma bisogna cominciare a guardare in faccia la realtà, sgradevole e disonorevole: è la nostra ottusità che ci sta facendo arretrare. Una ottusità specificamente italiana, che è diventata la nostra immedicabile attitudine nazionale. E che è incurabile perchè, solo qui, si rivendica il diritto all’ignoranza e all’ottusità.

Stiamo arretrando, sprecando risorse materiali e umane, perchè ogni gruppo o cosca o casta si aggrappa ottusamente a privilegi anche minimi, in secessione mentale dal resto della comunità, anche a prezzo, alla lunga, di perdere tutto. Il personale Alitalia è un chiaro esempio di questo particolarismo stupido fino al suicidio; aggrappato ai suoi privilegi insostenibili rispetto alla concorrenza, fino all’ultimo incapace di fornire un servizio o anche solo un sorriso, incompetente fino al ridicolo - e presto, finalmente, senza stipendio (la cordata, cari fancazzisti, non si forma).

Ma gli esempi sono infiniti, anche ai livelli presuntivamente alti: la cosca universitaria che ha strappato l’autonomia solo per truccare i concorsi, assegnare cattedre a parenti in micragnosi do-ut-des, e intanto abbandona la didattica e la ricerca a docenti a contratto che paga 3 mila euro l’anno - non è molto diversa, come ottusità autolesionista, dalle tifoserie che mettono a ferro e fuoco strade e piazze, picchiano e ammazzano gratuitamente.

I barricadieri di Napoli che gettano nella spazzatura la loro città, la sua fama e il suo turismo, sono un esempio di idiozia senza uguali nel pianeta, che fa vergogna alla presunta vispa intelligenza napoletana.

Sono stupidi gli aggressori gratuiti di extracomunitari; scambiano un romeno con un rom. Di una stupidità specifica, solo italiana per restrizione mentale e sovrappiù d’ignoranza, per primitivismo e arretratezza.

Ottuso, in questo modo specificamente italiano, è Berlusconi che per furbescamente salvare Rete4 regala una vittoria all’opposizione dopo solo 15 giorni di governo, rivelando lo sfaldamento iniziale della sua maggioranza, e peggio. Proprio mentre il suo chiaro dovere di governo sarebbe chiamare tutti a superare i loro particolarismi per il bene comune, egli si ritaglia un vantaggio particolare. I suoi ministri serii (Tremonti, Brunetta) hanno bisogno di eliminare sprechi e inefficienze della amministrazione pubblica, perchè i fondi aggiuntivi possono venire solo dalla sua razionalizzazione; devono perciò colpire interessi consolidati e privilegi indebili, in nome di un principio morale; e lui, il capo del governo, prova a mantenersi un privilegio indebito pro domo sua. Si può essere più ottusi? Ebbene sì, si può.

La magistratura napoletana, come sapete, ha messo agli arresti il personale del nuovo commissario alla monnezza Bertolaso; che esista uno stato d’eccezione evidente, che richiede misure d’eccezione, a quei magistrati non importa nulla. Loro non fanno parte dell’Italia ingolfata di rifiuti, ma di una Svezia ideale, da raccolta differenziata e linda: incriminano dirigenti che - data l’emergenza - aprono le ecoballe e le mandano in discarica senza tante storie. Omissione d’atti d’ufficio, falso in atto pubblico eccetera: ogni dirigente che voglia far qualcosa in Italia si macchia di almeno questi due «reati», il rispetto assoluto delle procedure burocratiche essendo fatto apposta per giustificare il far nulla.

«Applichiamo solo la legge», dicono i giudici; ovviamente non è vero, per 15 anni non hanno applicato alcuna legge, quando governava la sinistra. Lo fanno adesso perchè governa Berlusconi, perchè Bertolaso è efficiente, e - soprattutto - perchè per l’emergenza il governo ha provato a creare una superprocura ad hoc, sottraendo ai giudici ordinari (e inadempienti) la «competenza»: la casta s’è sentita scavalcata, ed ha reagito. Usando la «legge» esattamente come la camorra usa l’intimidazione e gli incendi dei cassonetti.

Ancora una volta: è la difesa di proprie prerogative e privilegi spinta fino alla rovina, all’autolesionismo - perchè dopotutto, nella rumenta fino al collo ci stanno anche loro, devono lavorare in ufficetti luridi dove manca la carta e la fotocopiatrice è guasta. Non si può chiamare che ottusità. Ciò che la rende specificamente italiana, è che questa ottusità non si vergogna di rivelare la propria mancanza d’intelletto e la propria meschinità morale, la propria piccolezza di vedute, la propria imprevidenza: anzi la ostenta. Solo da noi la casta giudiziaria può, a norma di legge, dare un contributo decisivo all’inciviltà generale.

C’è un rimedio? Certo che c’è. Essere ottusi fino alla propria rovina non è un destino: è la scelta deliberata della via facile, l’adesione ai propri interessi più prossimi e immediati a scapito di quelli generali. La cura sarebbe il contrario: stare in guardia, ciascuno, contro i propri istinti incivili, cogliere ogni occasione per imparare da chi ne sa di più anzichè deriderlo, recuperare la dignità del ragionare di larghe vedute contro la «furbizia» di cui ci vantiamo. Dobbiamo imparare le virtù che ci mancano. E qui sorgono le difficoltà.

Da una parte, ci manca la pressione obbligante di una classe dirigente «esigente», cioè moralmente qualificata ad esigere dalla gente di migliorarsi. Dall’altra, c’è la corale chiusura mentale di massa, la presunzione accecata di saperne già anche troppo, di fare anche troppo. Lo vedo anche nelle mail che ricevo. Non in tutte per fortuna, ma in troppe.

Questo sito, che già in qualche modo seleziona, è letto da troppe persone di cui salta agli occhi la mancanza di cultura generale, di attitudine ad interrogarsi, a imparare, ad avere flessibilità e apertura mentale. Troppa gente è ormai incapace di eseguire quel vecchio e facile gioco della Settimana Enigmistica: unire i puntini numerati per far risaltare una figura complessa. Riporto qui una mail come esempio di ciò che intendo. Le minuscole e la punteggiatura sono quelle originali:

«mi scusi ma lo sa che sono almeno 6 anni (diconsi sei anni) che lei e i personaggi che prende a riferimento giornalisti del W.p. e h.t., dite che gli usa atteccheranno l’iran, beh prima o poi succederà se non altro per farvi contenti. va bene fare controinformazione, però usare sempre toni catastrofistici alla lunga si perde di credibilità non trova? sempre complotti sempre sotterfugi, sempre manovre oscure, si parla crolli di borsa, crolli dei mercati, fallimenti bancari, iper inflazione, mah sinceramente sente queste cose da decenni, ma poi siamo sempre qui a raccontarcele, per lei che è fervente cattolico è un po come la fine dei tempi, prima o poi arriverè».

Il peggio qui non è l’imprecisione, il pressapochismo della scrittura, la vacuità mentale. Il peggio vero, rovinoso per chi scrive, è questo: che costui crede che in questi sei anni non sia successo niente di ciò che abbiamo previsto con molto anticipo, perchè «siamo sempre qui a raccontarcele». Che il petrolio sia passato da 27 a 140 dollari il barile, il che cambia per sempre il nostro sistema di vita; che ci siano in corso due guerre con truppe nostre; che effettivamente i mercati siano crollati e grandi banche davvero siano fallite; ed effettivamente sia già in atto l’inflazione (i prezzi di alimentari e gasolio dovrebbero dirgli qualcosa) - e che tutte le crisi stiano convergendo in una colossale crisi sistemica, a lui non consta. E chi lo segnala, esercitando una capacità di previsione che a lui manca per ignoranza, fa solo «catastrofismo», anche se magari è uno dei tanti che hanno visto calare il loro potere d’acquisto di 13 punti rispetto alla media europea.

Non è capace, per mancanza di fantasia, nemmeno di imparare sulla propria carne: giorno per giorno si adatta - ci adattiamo - a una vita sempre più misera, ogni giorno meno ambiziosa e con meno possibilità. Questo lettore non sa connettere i puntini, e questo non sarebbe il peggio - possiamo farlo per lui, aiutarlo. Ma il peggio è la sua aria di sufficienza, il suo non riconoscere a nessun altro alcuna superiorità su di lui.

E questo a rendere incurabile l’ignoranza, e quella specifica ottusità italiana: l’indocilità, ossia il rifiuto di imparare - di migliorare - proclamato come diritto.

Maurizio Blondet
www.effedieffe.com

venerdì 18 aprile 2008

E’ la finanza che ci vuole alla fame


Finalmente anche i grandi media - con un paio di settimane di ritardo sul nostro sito - si sono accorti che nel mondo manca il cibo, e che nei Paesi della povertà scoppiano tumulti per il pane (o il riso) rincarato.

Ovviamente, forniscono il risaputo elenco di cause: aumentati consumi cinesi e indiani, global warming, cereali destinati a bio-carburante anzichè all’alimentazione; e infine, la «speculazione»: gli investitori speculativi (hedge fund) sono lì a guadagnare sui rincari, puntanto su ulteriori rincari e con ciò provocandoli.

Ma tacciono la causa primaria della carestia avanzante, che è la dittatura globale della finanza, di un’economia in cui i valori sono esclusivamente monetari. La finanza, semplicemente, odia l’agricoltura. La odia da sempre. Perchè?

Anzitutto perchè l’agricoltura non consente i profitti del 20-30% almeno che la speculazione esige ed ottiene dalle «industrie», specie «avanzate», e dai trucchi del marketing. Una tela blu che si produce a chilometri e costa quasi nulla, confezionata in un jeans che costa alla fabbrica forse 1,5 euro, si può vendere a 200 euro se vi si appone il marchio Dolce & Gabbana: questo sì che è profitto, ragazzi!

L’industria può essere incitata a produrre più merci con costi minori (meno lavoratori, più «produttivi»). I «servizi», specie quelli immateriali, possono rendere il 40-50%. L’agricoltura no. Resta inchiodata, con ostinazione primordiale, ai rendimenti «naturali»: 3-4%, magari 8-10% per colture «pregiate», o che il marketing riesce a dichiarare pregiate.

Dal punto di vista della finanza, «non conviene» investire nella produzione agricola. Aumentare il concime chimico sui campi, spendere di più in gasolio per i trattori e in benzina per gli aerei da inseminazione estensiva, non porta ad aumenti di produzione proporzionale.

Soprattutto, il maggiore investimento non accelera la produzione. Per quanto concime si butti, il grano ci mette sempre un anno a maturare. Per quanti ormoni inietti nella vacca, per quanto la alimenti di soya, quella non farà il vitello che nei soliti nove mesi.

Questa lentezza fa impazzire di rabbia gli usurai. Tanto più li esaspera la coscienza torbida che tutti i loro «valori» - quelli quotati in Borsa e sui «mercati» - dipendono, in ultima analisi, da quel solo valore, il cibo, prodotto con quella lentezza naturale.

Il dollaro e l’euro non valgono quello che dicono i «mercati», se il grano rincara (com’è avvenuto) del 200% in sette anni: valgono del 200 % in meno. Le azioni, le obbligazioni, i derivati, incommestibili, perdono ogni valore per la gente che non ha da mangiare.

Ma quello che davvero li manda in bestia è questo fatto: che, per giunta, le messi e i raccolti sono un dono. Qualcuno, alla base dell’economia, regala le cose: ciò davvero fa’ rabbia agli usurai. Sì, il contadino si affatica, spende e s’indebita per comprare carburanti e concimi; ma il processo di fabbricazione, quello per cui il seme diventa una spiga che moltiplica i semi, o un fiore si tramuta in albicocca turgida, non è lui a padroneggiarlo. Avviene da sè. Ed è gratis. Il contadino lo sa benissimo, e quando vede il suo grano dorare, lo chiama «questo ben di Dio». Il che è, per la finanza, imperdonabile.

Il contadino, posta in opera tutta la sua tecnica e la sua sapienza e il suo lavoro perchè il dono annuale possa avvenire, poi, prega: che la grandine non devasti il frutteto, che il verme non roda l’uva e le grandi foglie del tabacco. Altro riconoscimento che il prodotto, alla fine, non dipende da lui. Altro fatto degno della massima punizione.

Non sto idealizzando il contadino. Quand’ero ragazzino (parliamo di cinquant’anni fa’), ho passato estati in casa di parenti contadini toscani, e due cose mi stupivano di loro: quanto bestemmiassero, e quanto mancassero di quattrini. Non mancavano di cibo, nè lo lesinavano a me ragazzino che stava con loro un mese o più: il coniglio arrosto, l’uovo fresco, il pane con l’olio, la zuppa di fagioli li davano con generosità, per loro non erano un costo, o non lo calcolavano, perché per loro era gratis.

Mancavano però di denaro contante: comprare un paio di scarpe era una rarità, persino il sale - che andava comprato - era una spesa da fare oculatamente (il pane toscano è senza sale, come sapete). La tavola era abbondante, ma il portafoglio era vuoto, e i contadini erano tirchi. E bestemmiavano. Ora capisco che le due cose sono in relazione.

E’ la finanza che ha fatto sempre mancare i soldi ai contadini. Il mercato - quello vero - a cui portavamo i polli e le uova, il grano e le pesche, non pagava che il minimo indispensabile. In contanti, l’uovo valeva poco o nulla. Si tornava dal mercato con pochi spiccioli, bestemmiando.

Anche voi bestemmiereste: tanta qualità di lavoro qualificato - perchè il contadino toscano possedeva conoscenze stupefacenti sulla rotazione agricola, sul trifoglio che fertilizza la terra mentre nutre le vacche, sulla luna esatta in cui fare gli innesti, su una quantità di segreti e misteri che da ragazzino mi sarebbe piaciuto imparare - e tanto mal compensato.

Oggi, nella finanza, questi saperi si chiamano «know-how», saper-come-fare, e sono apparentemente molti apprezzati; la realtà è che sono apprezzati (in milioni di euro) il know-how del pubblicitario e della velina, dello speculatore Soros e dell’usuraio, ma già il know how dell’ingegnere è pagato molto meno, e quello del contadino meno di tutti. Perchè meno di tutti?

Come ho detto, perchè l’aumento dell’«investimento» non ha rapporto con l’aumento del «prodotto».
Anzi peggio: il ciclo agricolo ideale consiste nel «risparmiare» gli investimenti, ridurli al minimo indispensabile in cui il dono possa avvenire. Idealmente, è un ciclo chiuso di auto-produzione. Il concime è un sottoprodotto del bestiame e degli uomini (sterco, urina, strame fermentante), che non costa nulla - e ci mancherebbe che la cacca costasse.
Le sementi, una quota del raccolto messa da parte.

Mettetevi nei panni dello speculatore che vede il contadino tendere a non chiedere capitale per comprare il concime, perchè lo strame delle sue mucche glielo dà gratis. Il suo pensiero è: Crepa allora, villano! Ti faro sputare sangue! E infatti, sin dall’alba della storia, l’agricoltura è il settore più radicalmente espropriato.

Perchè, pur essendo il settore su cui si basa tutta l’economia monetaria (non a caso è definito «settore primario»), essa è sostanzialmente estranea all’economia. E’ «altro», è la fonte primaria di «abbondanza».

In essa, il lavoro umano non si misura ad ore, è fatica estrema che nessuna moneta può pagare, nè nessuna Moody’s valutare: esattamente come il travaglio della mamma che partorisce un nuovo uomo. Sicchè, da sempre, gli usurai hanno fatto di tutto per indebitare l’agricoltore.

Da sempre, lui mancando di soldi per le scarpe e il sale, gli hanno comprato il grano in erba, naturalmente con uno sconto: il tuo grano maturo varrebbe cento? Te lo compro sul campo, però a 40. Sai, se grandina, mi accollo il rischio finanziario... Il contadino, bestemmmiando, china il capo.

L’acquisto del grano in erba, che verdeggia sul campo, è il primo «future», il primordiale «prodotto finanziario derivato», su cui tutti gli altri sono modellati. Oggi che la finanza esercita la sua dittatura totale e incontrastata sul mondo, l’esproprio agricolo toccca ovviamente il limite estremo.

Contadini indiani conoscono da millenni una pianta che produce naturalmente un pesticida? La ditta di bio-tecnologie quotata in Borsa si affretta a brevettarlo: ora i contadini indiani dovranno comprare il loro pesticida alla ditta di Wall Street. Bisogna impedire al contadino di avere le sue proprie sementi: ecco la Monsanto offrirgli quelle brevettate, ibridi, OGM, ossia sterili. I chicchi che produce il grano OGM, anche seminati, non danno frutto.
Ogni anno il contadino dovrà ricomprare le sementi. A credito.

E’ tutto così, naturalmente: l’offerta di concimi chimici, di macchinari, di biotecnologie, il marketing, le asscurazioni contro la grandine (così non avrai bisogno di pregare, villano), tutto è teso allo scopo unico: finanziarizzare l’agricoltura, renderla asservita al debito e al denaro, estrarne profitti innaturali.

Naturalmente, la liberalizzazione mondiale dei commerci, imposta dal guardiano WTO della finanza, e dalle burocrazie sue serve strapagate, ha lo stesso scopo: trasformare il cibo totalmente in merce esportabile, dunque pagabile.

Perchè coltivate grano e producete latte in Europa, dove la manodopera costa, e l’agricoltura è diventata anti-economica (a forza di investimenti)? Compratelo dalle zone del mondo dove il grano costa meno, è «competitivo», è «concorrenziale». Volete perseguire l’autosufficienza alimentare? Vecchie sorpassate teorie, autarchiche.

Anzi peggio: la battaglia del grano era fascista, dunque è il Male Assoluto! Oggi c’è il libero commercio, il gran mercato che vi offre tutte le merci al prezzo più competitivo! Così, l’eurocrazia ha abolito i sussidi all’agricoltura europea.

Ha pagato altri sussidi, a dire il vero: ma per ammazzare le vacche, ha pagato per lasciare incolti i campi - e sono di colpo finiti i surplus. Caso strano, in USA invece i sussidi all’agricoltura sono stati promossi, ma per uno scopo: per i bio-carburanti.

Produci mais da biofuel, e noi ti copriamo i costi, ha detto la finanza (con la voce della Casa Bianca) al contadino: e lui s’è buttato, il 16-18% dei terreni americani produce per il biocarburante. Per mettere 50 litri di bio-etanolo nel serbatoio dell’auto, si consumano 238 chili di granturco. Sussidi di Stato tornano, ma per la speculazione, per la finanza monetaria. E il mais da etanolo si potrebbe seminare su terreni marginali; ma no, vogliono che occupi i terreni primari, buoni per l’alimentazione umana. Non è certo un caso.

Perchè il modo ultimo, finale e definitivo, per finanziarizzare l’agricoltura, è provocare la scarsità. Allora ciò che nasce gratis ha finalmente un «valore» quotato. E permette di estrarre profitti favolosi. Finalmente il frumento sale come le azioni, il 200% in otto anni!

L’Etiopia importa granaglie per l’88% dei suoi consumi, il Niger per l’81%; e la gente lì spende il 70% del suo reddito solo per nutrirsi. Il rincaro del 200% sul cibo, là, è una pura e semplice tragedia. Moriranno di fame, perchè gli hanno detto che «era meglio» comprare le granaglie da fuori, anzichè coltivare il miglio e la manioca da autoconsumo. Ai governi che, come l’egiziano o il vietnamita, hanno bloccato le esportazioni delle loro granaglie, le grandi banche mondiali intimano: «Non date sussidi agli agricoltori! Non bloccate il libero commercio col vostro protezionismo!». Il WTO li multerà, per il delitto di sfamare la propria gente.

Il vero problema, filosofeggia il Telegraph, è «malthusiano»: ci sono troppe bocche da sfamare nel mondo.

Siamo già alla profezia di Alfred Jarry, l’inventore della patafisica. Egli fa dire al suo Re Ubu, prototipo del governante d’oggi, infinitamente stupido e ridicolmente arrogante: «Lorsque j’aurai pris toute la phynance, je tuerai tout le monde et je m’en irai». Ossia: «Quando avrò preso tutta la fynanza, ammazzerò tutti e me ne andrò». Non dice «finanza» ma «fynanza», è qui il sarcasmo di Jarry, inventore di parole e di personaggi fantastici più veri del reale. Inventò il dottor Faustroll, scopritore della patafisica, la neo-scienza più inutile mai esistita.

Inventò la parola «Merdre», che è quel liquame in cui siamo, e non sappiamo come definire. Profetizzò, come si vede, lo scopo della «phynance»: ammazzare tutto il mondo e poi andarsene. Dove? Boh.


Maurizio Blondet
www.effedieffe.com


giovedì 17 aprile 2008

La terza repubblica... delle salsiccette.


Da qualche manciata di giorni si sono concluse le elezioni e il dato elettorale è chiaro quanto un dodicesimo grado della scala Mercalli. Non staremo qui ad analizzare i dati e a giocare alla scienza politica. Il terremoto è sotto gli occhi di tutti. L'affermazione di due comitati elettorali sul modello americano e la scomparsa della destra e della sinistra (o ciò che ne rimaneva) sono un unico ed inscindibile dato certo. Qualche sciocchino, a cui piace tanto giocare con le parole (ma ancor più con l'anello del potere), ha starnazzato il superamento delle vecchie categorie di destra e di sinistra, tentando di presentare bene ciò che emana un tonfo vecchio e stantio. Sepolcri imbiancati.
La verità è un'altra, se non l'esatto opposto: la vittoria della politica da supermarket e la morte della politica. Che piaccia o meno la semplificazione ha concentrato il potere politico nelle mani di dieci (10) persone in tutto. Che ci piaccia o meno la semplificazione è un bel sinonimo di appiattimento, di uniformizzazione, di omologazione. Ed è quanto meno curioso il meccanismo mentale di chi per questo si esalta ed al contempo si definisce non-omologato: dabbenaggine o furberia?
Parlare di politica da supermarket è appropriato nel momento in cui ci troviamo di fronte due prodotti quasi identici “ma” confezionati quasi diversamente. Prendiamo i due settori più importanti, la politica estera e la politica economica: alzi la mano chi nota differenze. E si badi che le differenze non sono il modo col quale difendere il libero mercato o col quale esportare il mondialismo, se con le guerre o con la diplomazia. La sostanza è connaturata a entrambi: libero mercato e mondialismo.
Qualcuno potrà obiettare che anche prima ci si trovava nella medesima situazione. Vero e non vero. Vero per quanto riguarda le politiche concretamente attuate, non vero per la possibilità di poter intervenire nella loro formazione e modificazione. Possibilità dovuta proprio grazie alla frammentazione partitica che dava voce anche ai cosiddetti “piccoli”. Non dovrebbe essere la rappresentanza di tutte le voci del popolo una caratteristica della democrazia?
E qui è il punto: chi si specchia in una visione non omologata che non ha mai avuto modo di uscire allo scoperto (mancanza di mezzi, quattrini e mass-media) ritiene veramente plausibile portare avanti la propria Idea all'interno di un comitato elettorale che nel proprio DNA ha la semplificazione, o meglio l'omologazione?
Può un centro commerciale della politica (= pdl + pd) esporre nei propri banconi una salsiccia artigianale buona e genuina che però non gli porta lo stesso profitto di una salsiccetta industriale rinsecchita che non sa di niente?
Questo è il vero dilemma, non le crisi ormonali dei duropuristi da una parte o dei poltronarrivisti dall'altra.
E soprattutto, chi siamo noi? La salsiccia artigianale che vuole conservare la sua identità tramandata (la Tradizione) o la salsiccetta che si presta ad ogni scadimento di qualità, ad ogni aggiunta di conservanti, e che vede come una benedizione ogni modifica in quanto tale.
Per concludere, chiariamoci su questi due punti. Siamo noi delle salsicce artigianali? Se sì, siamo sicuri di avere possibilità di sopravvivenza all'interno del centro commerciale? Però, com'è intuibile, è importante riconoscere le salsicce.
Mi spiego fuori metafora: chi crede nel pdl e chi esulta alla sua vittoria, ne prenda atto. Evitiamo le chiacchiere pseudo-strategiche e pseudo-politologiche.
Non nascondiamoci dietro un dito, diamo un nome alle cose.

Pedro

venerdì 11 aprile 2008

Dal contenitore al cassonetto il passo è breve


Sin dal suo annuncio, lo spregiudicato progetto di bipartitismo concordato (recentemente proprio il Cavaliere, intervistato su Sky TG24, ha candidamente ammesso di aver condiviso l’idea proprio con Walter…) ha generato più di un sospetto. Non convinceva l’ipotesi di rendermi complice della nascita di uno scenario americaneggiante nel quale i due ‘partiti contenitore’ potessero conquistare oltre l’80% dei voti, arrivando ad un controllo assoluto del potere politico (e non solo..), saldamente consegnato nelle mani dei due leader e dei pochi fedelissimi sodali. Una vera oligarchia.
Al momento della composizione delle liste se ne sono viste delle belle. Nel ‘contenitore PD’ si trova l’operaio da 1.000 euro mensili (Boccuzzi) ed il capitalista milionario (Colaninno), la cattolica dotata di cilicio (Binetti) e la lesbica sponsor delle coppie gay (Concia), il sindacalista (Nerozzi) e l’economista nemico dell’articolo 18 (Ichino), il generale che non vuole omosessuali nell’esercito (Del Vecchio) ed il firmatario del patto elettorale con l’Arcigay (Scalfarotto). Nel ‘contenitore PdL’, il camerata non pentito (Ciarrapico) e l’antifascista intransigente (Nirenstein), la nipote del Duce (Floriani) e chi, a suo dire, verso il suo cognome da signorina aveva pregiudizi (Fini), un sostenitore per due anni del governo Prodi (Dini) ed il duo che ha brindato alla sua caduta con champagne e mortadella (Gramazio-Strano), il generale della Finanza (Speciale) ed un condannato per bancarotta fraudolenta (Cantoni), il produttore di film porno (Verde) e la portavoce del ‘’family day’ (Roccella).
Poi, al momento di esporre i programmi sono fioccate le stucchevoli accuse di plagio. Ancora oggi nei dibattiti e negli editoriali i notisti politici continuano a chiedere ed a chiedersi quali siano le differenze, senza essere riusciti ancora a dipanare la matassa ingarbugliata.
Quindi, il coro a due voci ha eseguito prima il motivo del ‘voto utile’, invitando gli elettori a votare per sé o per l'altro, poi quello del ‘voto disgiunto’, secondo un copione apparso ben scritto. Non è mancata la gara a chi la spara più grossa: “io voglio l’alzabandiera a scuola” ed “io l’inno nazionale ogni mattina”, “io ho le donne più brave e preparate” ed “io ho le più belle”, “io abolisco l’Ici” ed “io assicuro gratis le casalinghe”.
Considerando il numero elevato di elettori pensionati, a breve arriverà la promessa choc: “dentiera gratis per tutti”.
Dulcis in fundo, finalmente un po’ di scontro, anche se con qualche ritornello demodé: “tu comunista” e “tu antidemocratico”.
Era difficile prevedere che la cosiddetta ‘semplificazione‘ del quadro politico avrebbe portato ad abbattere maldestramente differenze, identità, storie culturali e politiche nazionali? Era impossibile immaginare che il futuro, considerate le premesse, profumasse di grande accordo, di larghe intese, di inciucio, di ammucchiata?
Quasi terminata la campagna elettorale, i sospetti sono ormai consolidati, portando ad una ferrea convinzione: non si tratta di due ‘partiti contenitore’, bensì di due ‘partiti cassonetto’, pronti a tutto pur di accaparrarsi quel voto in più che gli potrebbe consentire di vincere e di occupare.
Diventa necessario dare un segnale forte e ce n’è per tutti i gusti. Chi avesse tendenze sinistrose può individuare in Fausto la sua salvezza, per i dirimpettai destrorsi Daniela c’è. Se proprio gli estremi vi infastidiscono, tappatevi il naso (Montanelli docet) e cercate nella scheda Pierferdinando. Non sottovalutate la vostra azione: 'accidere ex una scintilla incendia passim'.

tratto da faber2008.blogspot.com

venerdì 28 marzo 2008

C'era una volta in Europa...


Se vi dicessi che c'è in Europa un Paese dove non esiste la disoccupazione, non esiste il lavoro precario, non esiste il problema dei pendolari, non esiste l'inflazione, dove le tasse sono al 10\%, dove ognuno possiede una casa e quanto basta per vivere e quindi non ci sono poveri, mi prendereste per matto. E avreste ragione. Perchè questo è il Paese che non c'è. Ma è esistito. E' esistito un mondo fatto così. E si chiama Medioevo Europeo.
La disoccupazione appare, come fenomeno sociale, con la Rivoluzione industriale. Prima, con una popolazione formata al 90/95\% da agricoltori e artigiani, ognuno, o quasi, viveva sul suo e del suo, aveva, nelle forme della proprietà o del possesso perpetuo, una casa e un terreno da coltivare. E anche i famigerati 'servi della gleba' (i servi casati), comunque una realtà marginale, se è vero che non possono lasciare la terra del padrone non ne possono essere nemmeno cacciati. Non esisteva il precariato perchè il contadino lavora tutta la vita sulla sua terra e l'artigiano nella sua bottega che è anche la sua casa (per questo non esiste nemmeno il pendolarismo). Il giovane apprendista non percepisce un salario, ma il Maestro ha il dovere, oltre che di insegnargli il mestiere, di fornirgli alloggio, vitto e vestiti (due, uno per la festa, l'altro per i giorni lavorativi; ma, in fondo, abbiamo davvero bisogno di più di due vestiti?). Dopo i sette anni di apprendistato il giovane o rimarrà in bottega, pagato, o ne aprirà una propria. Senza difficoltà perchè c'è posto per tutti. Gli statuti artigiani infatti proibiscono ogni forma di concorrenza e quindi, di fatto, la formazione di posizioni oligopoliste. Per tutelare però l'acquirente (oggi diremo 'il consumatore') gli statuti stabiliscono regole rigidissime per garantire la qualità del prodotto.

Nelle campagne il fenomeno del bracciantato si creò quasi a ridosso della Rivoluzione industriale quando i grandi proprietari terrieri cominciarono a recintare i loro campi (enclosure) rompendo così il regime delle 'terre aperte' (open fields) e delle servitù comunitarie (ad uso di tutti) su cui si era retto per secoli lo straordinario ma delicato equilibrio del mondo agricolo. Per molti contadini, non avendo più il supporto delle servitù, la propria terra non era più sufficiente a sostentarli. Ma fu un fenomeno tardo. Perchè la concezione di quel mondo, contadino o artigiano, era che ogni nucleo familiare doveva avere il proprio spazio vitale. Scrive lo storico Giuseppe Felloni: "Le terre sono divise con criteri che antepongono l'equità distributiva all'efficenza economica".

Le imposte, comprendendovi quelle statali, quelle dovute al feudatario, nella forma di prelievo sul raccolto e di corvèes personali, la 'decima' alla Chiesa, non superarono mai il 10\%. E' vero che anche i servizi erano minimi, ma per molti aspetti di quello che noi oggi chiamiamo 'welfare' sovveniva la Chiesa, naturalmente nei modi consentiti dai tempi.

Non esisteva l'inflazione. I prezzi rimanevano stabili per decenni. Una delle rare eccezioni fu la Spagna degli inizi del XVII secolo a causa dell'oro e dell'argento rapinati agli indios d'America. E nel suo 'Memorial' Gonzales de Collerigo scrisse con sarcastica lucidità: "Se la Spagna è povera è perchè è ricca". Che è poi la paradossale condizione in cui si trovano molti Paesi industrializzati di oggi.

In quel mondo, per quanto a noi appaia incredibile, non esistevano i poveri. Il termine 'pauperismo' nasce nell'opulenta Inghilterra degli anni '30 dell'Ottocento. Fu Alexis de Tocqueville, uno dei padri del mondo moderno, ad accorgersi per primo dello sconcertante fatto che nel Paese del massimo sforzo produttivo e industriale c'era un povero ogni sei abitanti mentre in Spagna e Portogallo, dove il processo era appena agli inizi, la proporzione era di 1 a 25 e che nei Paesi e nelle regioni non ancora toccate dalla Rivoluzione industriale non c'erano poveri. Perchè è la ricchezza dei molti, alzando il costo della vita, a rendere poveri tutti gli altri. Che è quanto sta accadendo oggi in Russia, in Cina, in Albania, in Afghanistan e persino in Italia.

Su tutto questo, credo, dovrebbero riflettere coloro che fra un mese saranno chiamati a governarci.

Massimo Fini

www.massimofini.it

giovedì 20 marzo 2008

L'Unione europea "fusa" nella Nato


Avverrà nel 2009. Tutto è già deciso, anche se come al solito sopra le teste dei cittadini europei e a loro insaputa. La UE sarà «integrata» nella NATO (1), o se volete la NATO nella UE: il che significa molte cose allarmati.

Anzitutto, in ogni caso, la militarizzazione dell’Europa per servire meglio agli Stati Uniti. Lo ha lasciato capire Jaap De Hoop Scheffer, segretario generale della NATO (tutta una carriera nell’eurocrazia a-democratica e mai votata) al German Marshall Fund di Bruxelles.

«Sono convinto che prendere sul serio la riforma della NATO significa cercare maggiori sinergie con l’Unione Europea», ha detto l’olandese: «Voglio vedere molta messa in comune delle nostre capacità, specialmente in aree come trasporti ed elicotteri, ricerca e sviluppo, armonizzazione e addestramento.…E’assolutamente essenziale che la totalità delle capacità che siamo capaci di generare da questo bacino di forze siano egualmente a disposizione della NATO e della UE».

Si legga bene l’ultima frase, la più inquietante, alla luce della insoddisfazione del Pentagono per la renitenza degli alleati europei a mandare rinforzi nelle zone di combattimento in Afghanistan. Nel progetto del massone olandese, uomo di fiducia delle entità sovrannazionali che l’hanno messo lì, le forze armate italiane o tedesche saranno automaticamente «a disposizione della NATO». Come anche della Unione Europea, dice mellifluo l’eurocrate olandese.
«Egualmente a disposizione».

E questo significa, tra le righe, qualcosa di ancora più inquietante: la trasformazione della NATO - che è nata come entità inter-statale, alleanza di Stati sovrani - in una UE burocratico-militare: e la UE è una entità non già inter-statale, ma sovra-nazionale; in essa gli Stati non hanno sovranità (2), e sono tenuti ad obbedire (ratificare) le normative confezionate dalle oligarchie di Bruxelles e dalle loro lobby di riferimento. La proposta di De Hoop Scheffer è dunque che la NATO diventi un nucleo militare sovrannazionale, i cui Paesi membri non possono negare «l’accesso» alle loro forze, soldati e armamenti.

Ma la NATO non è solo europea. E’ anche americana, anzi Washington esercita nella NATO la sua egemonia assoluta. Dunque, se De Hoop Scheffer l’avrà vinta, il Pentagono avrà «accesso diretto» alle forze armate dei venti Paesi europei della UE-NATO, senza possibilità per i Paesi membri di opporre un rifiuto. Da alleanza fra Stati sovrani a servitù totale, sovrannazionale.

Ciò che sta per nascere è un mostro geneticamente modificato, un ibrido «NEUTO» che unisce le peggiori caratteristiche oligarchico a-democratiche dell’Unione Europea con il militarismo neo-coloniale globale della NATO. Il peggio delle due cose. Sarà l’opaca oligarchia di Bruxelles a farci sapere che siamo in guerra, contro chi e a quale distanza dalla nostra area, e quali elementi delle forze armate ci toccherà fornire alle guerre decise non solo «altrove», ma non si sa bene dove, esattamente come non si sa dove e come la UE concepisca le sue «direttive» che dobbiamo applicare.

Questa opacità non è casuale, ma voluta. L’Unione Europea, che ha privato i governi della loro sovranità, non dichiara se stessa sovrana: è una entità di gestione, in qualche modo «a-politica», ed è proprio con questa scusa che può fare a meno del controllo democratico, di obbedire alla volontà popolare, di attenersi alle decisioni del parlamento (quello europeo è solo consultivo, ossia è niente).

Non ha potere legislativo, e il suo potere esecutivo è la «Commissione», nome che evoca non decisione politica, ma amministrazione burocratica. La Commissione non «decide», emana «regolamenti» e «direttive». E’ irresponsabile. Non può essere chiamata a rendere conto, né bocciata con elezioni. Questa assenza di sovranità, comodissima per l’oligarchia burocratica i cui membri si cooptano a vicenda, è peggio di ogni totalitarismo classico.

Conosciamo i danni che ha prodotto la (volontaria) rinuncia alla sovranità monetaria degli Stati europei, non sostituita dalla sovranità della UE: la Banca Centrale è totalmente irresponsabile e le sue azioni sono dettate da automatismi, dedotti dall’ideologia economica corrente, nella più assoluta indifferenza alla realtà e ai problemi dei popoli.

Portata nel settore militare, questa perdita di sovranità non sostituita da una sovranità politica europea (l’Europa non è nemmeno una federazione, è qualcosa di politicamente e giuridicamente indefinibile), porta ad esiti anche più devastanti. I burocrati possono decidere - ma non parleranno mai di decisione, mai se ne assumeranno la responsabilità - quanti uomini, elicotteri e cingolati l’Italia deve mandare in Afghanistan o, domani, in Georgia per difendere questa nuova «democrazia» dalla Russia.

In fondo, già abbiamo visto questa militarizzazione burocratica in Kossovo: la cui indipendenza è stata riconosciuta da tutti gli Stati membri su ordine oscuro (americano), e che la NATO sta difendendo sul terreno. Senza una minima discussione, un dibattito aperto di cui le opinioni pubbliche abbiano avuto notizia. Ora, con il Trattato di Lisbona che surrettiziamente viene imposto ad ogni Paese senza referendum, viene eliminato il diritto di veto dei singoli Stati: un’altra rinuncia a un elemento di sovranità.

La «riforma» della NATO cui allude l’olandese contempla la stessa meccanica: anche qui per decidere una guerra, un intervento «fuori area», basterà un voto di maggioranza, e i singoli Stati non avranno diritto di veto.

«Le due istituzioni saranno fuse in un’unica struttura imperiale e nessuno Stato membro può permettersi di opporsi ai dispiegamenti militari», come ha scritto Helga Zepp LaRouche. Senza discussione - almeno senza discussione aperta, in un qualche parlamento, riportata sui giornali - questo avverrà nel 2009.

«Come stanno le cose», ha detto De Hoop Scheffer, «mi aspetto che il lavoro su un nuovo Concetto Strategico comincerà nel nostro vertice del 2009, il 60mo anniversario della NATO. Gli anniversari nella NATO non celebrano solo le passate realizzazioni; anzitutto e più di tutto, riguardano il futuro. Con un nuovo presidente USA in carica, un nuovo atteggiamento francese verso la NATO [Sarko sta facendo rientrare la Francia nell’Alleanza Atlantica da cui De Gaulle l’aveva fatta uscire appunto perché ‘solo un capo di Stato votato può ordinare di mandare in guerra i suoi cittadini’), e una nuova dinamica nel processo di integrazione europea, penso che il nostro vertice 2009 produrrà un breve ma potente documento che riaffermi i duraturi fondamenti della cooperazione transatlantica nella sicurezza, e delinei i parametri basilari del nuovo Concetto Strategico. In mancanza di un termine migliore, chiamerò questo documento Carta Atlantica».

Un nuovo Trattato di Lisbona, dunque: una Costituzione che non si dichiara tale. Quanto ai «duraturi fondamenti della cooperazione militare transatlantica», sono stati rovesciati dalle volontà oligarchiche: la NATO era una alleanza «difensiva», volta a difendere l’Europa su suolo europeo; oggi è diventata una unione di forze neo-imperiali, impegnate out-of-area, in occupazioni come in Afghanistan, a sostegno di governi-fantoccio insediati da Washington. Anche questo, naturalmente, senza alcuna discussione aperta (3).

Il nostro presidente Napolitano ci esorterà a cooperare a quelle guerre, come ha esortato a ratificare il Trattato di Lisbona senza dibattito e men che meno per referendum, lui e gli altri Venerati (Gran) Maestri tipo Ciampi.E poi criticavano Licio Gelli.

Questi sviluppi occulti assumono un senso anche più inquietante nel contesto della crisi sistemica e del collasso finanziario globale. Già nel 1974 il Club di Roma aveva elaborato un modello computeristico in cui aveva «previsto» i problemi che ora sembrano avventarcisi contro tutti insieme: sovrappopolazione, penuria alimentare, esaurimento delle risorse, degrado ambientale… e le aveva salutate come «una opportunità». Una opportunità per instaurare un governo mondiale - ma non un governo politico, sovrano e dunque responsabile.

Il governo di una tecnocrazia autonominatasi maestra di saggezza, che si impone insensibilmente, attraverso una «educazione» delle masse (leggi: propaganda), che imponga nuovi valori, adatti a una «nuova umanità». «Oggi sembra che i valori vigenti, che sono insiti nelle società umane di ogni ideologia e religione, sono responsabili dei nostri problemi. Se si dovranno evitare le future crisi, come ri-dirigere questi valori?»: così si chiedeva il Club di Roma (4).

Oggi, possiamo constatare quanta strada sia stata fatta: oggi i valori vigenti sono quelli di una «nuova coscienza ecologica», quelli favorevoli alla limitazione delle nascite e all’accettazione dei «diversi» con pari diritti. E questi valori del politicamente corretto hanno sostituito ogni ideologia ed ogni religione. «L’analisi dei problemi e delle crisi che ci attendono», diceva nel ‘74 il consesso oligarchico, «indicano che occorre
1) una ristruturazione ‘orizzontale’ del sistema mondiale, ossia un cambiamento nelle relazioni tra nazioni e regioni, e
2) una ristrutturazione ‘verticale’, ossia drastici cambiamenti nello strato normativo, cioè
nel sistema di valori e di fini dell’uomo, necessari per risolvere le crisi energetiche, alimentari, eccetera. Intendiamo con ciò cambiamenti sociali e cambiamenti negli atteggiamenti individuali, che sono necessari perché possa aver luogo la transizione alla crescita organica».

Per crescita «organica» dell’umanità, il Club di Roma intendeva crescita insieme «sostenibile» (non troppa) e «interdipendenza» della produzione e commercio globali, l’attuale liberismo instaurato con così grandi benefici, ma governato dietro le quinte da organi sovrannazionali e non-sovrani (ossia non controllabili dalla volontà popolare).

«Lo sviluppo di cornici internazionali [….] essenziali per l’emergere di una nuova umanità diretta alla crescita organica diverrà una necessità da non lasciare alle buone volontà e alle preferenze. […] La NATO-Europa integrate sono appunto parte delle nuove cornici internazionali auspicate».

Ma si domandava il Club di Roma: «Avrà il genere umano la saggezza e la forza di volontà di mettere in atto una strategia adeguata a produrre la transizione? A considerare i precedenti storici, si possono avere legittimi dubbi - a meno che la transizione non avvenga per necessità. Ed è qui che le future crisi - nel campo dell’energia, dell’alimentazione e del resto - possono diventare catalizzatori del cambiamento, delle opportunità fortunate dietro le apparenze». Ed ecco che la Grande Crisi è qui. L’hanno provocata loro, per spingerci volenti o nolenti verso la «nuova umanità» necessaria?

Come minimo, l’hanno «prevista» da oltre trent’anni, ci hanno lavorato; il disastro che ci pare incontrollato e sparge il panico fra gli operatori di Borsa, può essere invece controllatissimo; le conseguenze di fame, disoccupazione, penuria, perdite di ricchezza e guerre, una «opportunità» da non perdere. Il governo mondiale avrà le forme extra-giuridiche dell’Europa: ossia delle azioni dietro le quinte, di entità che non rispondono a nessuno.

Il nuovo governo mondiale non sarà nemmeno un governo, ma un «ordine», una «direttiva», un insieme di «regolamenti».

Maurizio Blondet
www.effedieffe.com

1) Elaib Harvey, «NEUTO», The Brussels Journal, 16 marzo 2008.
2) Il concetto di «sovranità» non è ovviamente quantitativo: non ha alcuna relazione
con la maggiore o minor potenza di uno sStato. Uno Stato piccolo non è meno sovrano di uno Stato grosso e potente; la sua sovranità consiste nel fatto di potersi legare in alleanze ed accordi con altri Stati, o denunciare quegli accordi e ritirarsi da quelle alleanze. «Sovranità» è per gli Stati ciò che per gli individui è la libertà giuridica, libertà di assumere impegni contrattuali (e la responsabilità conseguente).
3) «Impedire la militarizzazione dell’Europa!», Eir Strategic Alert, 20 marzo 2008.
4) Tratto da «Mankind at the Turning Point: The Second Report to The Club of Rome (1974)», citato da Brent Jessop, «The transition to a totalitarian world government», .GlobalResearch, 18 marzo 2008.

lunedì 10 marzo 2008

USA: ora il ciclone sulle credit cards


STATI UNITI: Studente della Central Washington University, dunque senza reddito, Seth Woodworth ha ricevuto una carta di credito: American Express. Si è trovato con un debito di 3 mila dollari. Soltanto ora ha capito che anche solo per ripagare 500 dollari di debito contratto con la carta di credito, al 16% d’interesse, se versa solo il rateo minimo, ci vogliono tre anni. Figurarsi tremila dollari. Ma il giovane Woodworth non è il solo diventare debitore insolvente appena messi i pantaloni lunghi.

Gli studenti americani sono 17 milioni. E il 75% di loro hanno una carta di credito, o anche due o tre. Nei campus universitari sciamano promotori finanziari (spesso essi stessi studenti che arrotondano così: ricevono da 5 a 10 dollari per ogni contratto) che attraggono i compagni con piccoli omaggi, un frisbee, una T-shirt, anche un Ipod, per fargli firmare il contratto. La promozione viene diretta persino a quindicenni delle high schools: «Ragazzi che si trovano con un debito di 15 mila dollari prima di aver raggiunto l’età in cui possono ordinare una birra in un bar», dice Business Week.

«Ho conosciuto studenti di scuola media superiore che hanno una situazione debitoria tale, che quando mostrano la carta di credito si vedono rifiutare il noleggio di un’auto», racconta la deputata democratica di New York Luise Slaughter.

L’American Express e le altre finanziarie più attive nell’aprire linee di credito a studenti senza reddito (Banl of America, Morgan Chase, Citibank) dicono, naturalmente, che offrono un servizio utile ai giovani e alle famiglie. Dopotutto, molti studenti USA hanno già contratto un mutuo per pagarsi l’università, «garantito» dai loro redditi futuri di laureati. Sostengono anche, le finanziarie, che forniscono tutte le informazioni necessarie, e che dopotutto gli studenti sono responsabili delle loro azioni.

Lo studente Ryan Rhodes, Università di Pittsburg, ricorda di aver fatto presente alla banca, prima di firmare il contratto per la credit-card, di non essere occupato. «Non ti preoccupare», è la risposta. Il già citato Woodworth ricorda di aver fatto presente il suo stato di disoccupato all’American Express, quando gli consegnarono la carta di credito. Va bene, di faremo un limite di credito di 6 mila dollari, spiegarono loro. Tre mesi dopo, American Express alzò il limite a 10 mila dollari. Possono sembrare cifre relativamente modeste (non poi tanto, nell’America di oggi). Ma sono l’inizio di un precipizio senza fondo, per la pratica delle agenzie di emissione detta «universal default». Cosa significa?

Mettiamo che uno studente - o anche un adulto - abbia due carte di credito; paga regolarmente i ratei su una delle due, ma salta uno o due pagamenti sull’altra. Da quel momento, le due banche (che ovviamente si scambiano le informazioni sulle insolvenze) caricano interessi del 30% su entrambe le carte. E’ appunto il caso in cui è incappato Woodworth.

«Non dormivo la notte», dice. I suoi genitori, dissanguandosi, l’hanno tirato fuori dalle grinfie dell’usuraio elettronico. Secondo le associazioni dei consumatori, è questo il motivo per cui le banche inseguono gli studenti, mentre negano le loro carte di credito ad adulti disoccupati: perché i primi sono vulnerabili alla pubblicità e alle promozioni, e per di più i loro genitori li tirano fuori dai guai. Gli studenti sono considerati selvaggina buona dall’industria delle credit-cards perché hanno alle spalle un «prestatore d’ultima istanza», le famiglie.

Resta lo strano fatto che in USA è possibile rifilare una carta di credito a un minorenne e pretendere da lui il pagamento, quando lo stesso minorenne è considerato irresponsabile in quasi tutte le altre attività. Non può comprare un pacchetto di sigarette in un supermercato. Non gli viene consentito di ordinare una birra in un bar. Un imberbe che vuole ordinare un whisky deve mostrare la carta d’identità con la sua data di nascita. Il politicamente corretto trova evidentemente un limite nelle ragioni della finanza speculativa.

Ora, finalmente, di fronte alle implosioni a catena delle montagne di debiti (dai mutui subprime ai fondi speculativi «leveraged», cioè altamente indebitati), i politici vogliono correr ai ripari prima che esploda anche la bolla degli studenti debitori. Tanto più che è imminente lo scoppio delle carte di credito degli adulti americani, ciascuno dei quali ha un debito, sulle sue targhette di plastica, di 7 mila dollari - su cui paga interessi fra il 18% e il 30%.

I democratici che controllano il Congresso minacciano di sottoporre a supervisione e controlli l’attività dei rifilare carte di credito nei licei ed università. Il senato USA terrà una serie di audizioni sulle pratiche più discutibili di questa «industria» (in USA la chiamano così) questo autunno, senza fretta. Barney Frank, deputato democratico (Massachusetts) ha minacciato leggi durissime. E la deputata Skaughter ha già deposto un progetto che limita la linea di credito che può essere estesa agli studenti al 20% del loro introito o a 500 dollari, ma solo se i genitori firmano il contratto insieme ai loro figli.

Ovviamente American Express e Bank of America e Morgan Stanley si oppongono a limiti e regolamentazioni, in nome del «libero mercato» e dell’ostilità all’intervento pubblico in economia. Si offrono, invece di darsi un codice di auto-disciplina, ossia di regolarsi da sole. Vista l’autodisciplina che la finanza creativa ha mostrato nel concedere mutui a milioni di persone che palesemente non potevano pagarli, e poi di rifilarli sotto forma di obbligazioni ad altri investitori, si può nutrire qualche dubbio sul senso di responsabilità degli usurai con la plastica.

Un esempio di come si sono auto-regolamentate le istituzioni finanziarie sta emergendo in queste ore: una trentina di grossi fondi speculativi (hedge fund) rifiutano di restituire ai loro clienti il denaro che i clienti hanno affidato loro, e che ora - nel clima di restrizione generale del credito - la clientela rivuole indietro in massa. Ciò, in base ad un codicillo del contratto che hanno fatto firmare ai clienti stessi, ovviamente a caratteri microscopici.

Il motivo del rifiuto è evidente: per fare cassa da restituire ai clienti, gli hedge fund dovrebbero vendere in massa e tutti insieme i presunti «attivi», ossia azioni e obbligazioni e «derivati» vari che hanno in portafoglio, e che in questo momento hanno quotazioni bassissime; ciò porterebbe a perdite enormi dei portafogli, oltrechè un altro tracollo a Wall Street. In più, siccome gli hedge fund si sono super-indebitati con le grandi banche per darsi i mezzi come moltiplicatori per i loro giochi d’azzardo, le banche creditrici esigerebbero restituzioni, via via che il «collaterale» a garanzia del debito - azioni obbligazioni e derivati - vengono esitati a valori scadenti. Queste «chiamate a margine» (margin calls, nel gergo), innescherebbero un circolo vizioso che porterebbe a bancarotta i fondi, e poi anche le banche.

Così hanno trovato la soluzione più comoda: tenersi - a norma di contratto - i soldi della clientela che li chiede indietro, per guadagnar tempo nella speranza (vana) che i mercati finanziari risalgano. Nel frattempo, gli hedge fund continuano a scremarsi commissioni di gestione sui capitali bloccati, pari al 2%. Il guaio è che questo blocco dei ritiri - una specie di corsa agli sportelli tipo ‘29, solo più sofisticata - coinvolge nella implosione della finanza USA le famiglie agiate, quelle che appunto più investono in hedge fund le loro notevoli liquidità, e che di colpo si trovano senza i soldi sperati, esattamente come gli insolventi dei mutui subprime.

Sono colpiti da questo congelamento anche i fondi pensioni e gli «endowments», le dotazioni di cui vivono le grandi fondazioni culturali, ma anche gli ospedali e le università di prestigio: risultato di donazioni, che questi enti hanno investito almeno in parte nei fondi speculativi alla ricerca di maggiori rendimenti.

L’implosione dei debiti, cominciata dai poveri insolventi con mutuo a tasso variabile, comincia a far scricchiolare i piani alti della ricchezza americana. E’ quel che si dice una crisi sistemica.

Maurizio Blondet
www.effedieffe.com

(Fonte: Business Week, «Majoring in credit-card debt», 6 marzo 2008)

giovedì 21 febbraio 2008

Lavaggi democratici

di Michele Mendolicchio

Ospite del programma Radio anch’io, l’ex alleanzino Fini ha fatto la sua solita performance tra passato e presente. Al centro delle critiche c’è la sua scelta piuttosto contraddittoria: prima contro il Pdl ora nel Pdl. E’ bene ricordare che il leader di An all’epoca dell’annuncio di Berlusconi di dar vita al partito del popolo della libertà aveva detto chiaramente che mai il suo partito si sarebbe sciolto per confluire nel Pdl. Ora, le cose stanno diversamente per via di una presunta accettazione di un programma condiviso. Ma per lo scioglimento del partito ci sarà tempo: il congresso è previsto per il prossimo autunno. E da perfetto democratico Fini si affida agli iscritti: saranno loro a decidere di che morte morire. La perfetta sintonia con Berlusconi più che legata ad una questione di condivisione del programma alla base del nuovo partito sembra più che altro legata ad una sorta di successione.
Pungolato dal direttore di Radiouno Antonio Caprarica sulla questione calda del Kosovo, il leader di An dimostra… di che pasta è fatto ovvero dice di condividere la decisione indipendentista dei kosovari. In pratica si allinea senza una sbavatura alla tesi del ministro degli Esteri Massimo D’Alema. Quando, poi, sosteniamo che centrosinistra o centrosinistra sono la faccia della stessa medaglia non diciamo eresie.
E’ proprio così! Chi pensa che tra i due schieramenti ci siano delle differenze sostanziali continua a non vedere e a non capire. Sia in politica estera che in politica interna questi due raggruppamenti praticano la stessa politica liberista e guerrafondaia imposta dagli atlantici. Non dimentichiamo che D’Alema, nel ‘99 all’epoca del suo governo, si è reso autore dell’infame bombardamento su Belgrado. E adesso ha anche la spudoratezza di parlare dell’indipendenza del Kosovo come di un caso sui generis, in quanto con un colpo democratico è passato dai serbi alla giurisdizione dell’Onu. E Fini condivide pienamente questa scelta imposta dagli amerikani. Un vero e proprio obbrobrio del diritto internazionale.
Non c’era certo bisogno di questa conferma per capire che ci troviamo di fronte a due schieramenti del tutto simili e in totale sudditanza al potente d’Oltreoceano.
Ma passiamo ad altri temi trattati dal democratico Fini. Sulla decisione di Giuliano Ferrara di presentare una lista antiaborista il leader di An sostiene che sarebbe più opportuno non dare vita ad una lista del genere su una questione drammatica come l’aborto.
Sui vari passaggi che hanno portato l’ex Msi in An e ora nel Pdl, l’alleanzino con la kippah se la cava filosoficamente, affermando che nella vita ci sono momenti in cui bisogna assumersi delle responsabilità per guardare al futuro. “Se la sinistra piange -ha osservato l’alleanzino- e ha sempre le lacrime agli occhi è perché è nostalgica e guarda al buon tempo che fu. La destra, invece, è ottimista e guarda avanti”.
Invece, nel faccia a faccia con Bertinotti a Porta a Porta abbiamo assistito ad un siparietto sulla querelle della flessibilità del lavoro legata alla legge Biagi. La considerazione di Fini secondo la quale “se un imprenditore dopo sei mesi di prova di un lavoratore ha finito le commesse o si accorge che quel lavoratore non è bravo, credo che abbia il diritto di non confermarlo” ha irritato il leader dell’Arcobaleno. “…ma allora vuoi la precarietà…” ha replicato l’InFausto “io invece credo che se un lavoratore che hai avuto per sei mesi è bravo è giusto tenerlo”. Ovvietà che stonano di fronte alle responsabilità dello stesso Bertinotti che nel ’97 all’epoca dell’introduzione del famigerato pacchetto Treu, parente stretto della legge Biagi, non ha certo pensato alla difesa dei lavoratori. Senza dimenticare che durante la precedente campagna elettorale delle politiche 2006 il partito rifondarolo aveva promesso l’azzeramento della legge Biagi. Invece, è ancora pienamente operativa a danno dei lavoratori. Ma si tratta dei soliti danni collaterali le cui responsabilità appartengono in modo bipartisan ai due schieramenti.

giovedì 17 gennaio 2008

Pubertà accelerata da junk food

di Maurizio Blondet www.effedieffe.com

La mamma di Harley Tedds, un giorno, ha scoperto sgomenta sua figlia mentre in bagno si depilava le gambe. Le ascelle se l'era già depilate.
Harley ha cinque anni.
«Mi sono accorta che non era solo grassottella, le stava crescendo il seno», dice (1).
Mamma Tedds è una delle migliaia di mamme americane che segnalano, giustamente allarmate, i segni di precocissima pubertà nelle loro figlie.
Bambine che hanno la prima mestruazione a cinque anni.
Bambine di tre con comportamenti sessuali da adolescenti, sbalzi d'umore e ribellioni da sedicenni.
«Sbatteva la porta, cercava di picchiarmi», ricorda Hayley Haldin di sua figlia Ellie, che aveva tre anni.
Ha finito per portarla dal medico.
Che ha comunicato alla mamma che la bambina necessitava di iniezioni di ormoni per ritardare la pubertà.
E' un fenomeno che i medici americani conoscono bene, e che vedono aumentare dagli anni '90. Specie nel mondo anglosassone, le bambine tendono a raggiungere la pubertà prima degli 11 anni. Una ricerca sulla popolazione di Bristol ha appurato che una bambina su sei diventa pubere all'età di sei anni.
Naturalmente, la spiegazione scientistica collega il fenomeno con l'aumento della leptina, un ormone che è prodotto dai tessuti grassi: poiché i bambini diventano sempre più grassi ad ogni generazione, hanno anche alti livelli di leptina, che innesca il fenomeno della pubertà precoce.

Lo psicologo ebreo Aric Sigman ha spiegato alla BBC (2) che questo fenomeno è accentuato nelle ragazzine di genitori divorziati e risposati.
Gli ormoni «odorosi» emanati dal padrino (dal nuovo marito di mammà) «ecciterebbero» la risposta ormonale della bambina, è la sua teoria.
«Se una bambina sente che il suo ambiente familiare è instabile è possibile che un meccanismo evolutivo entri in gioco, per assicurare che i geni (della bambina) siano trasmessi prima, piuttosto che poi».
L'evoluzionismo, naturalmente.
Darwin ha sempre ragione.
Le bambine vogliono trasferire il loro corredo genetico.
Gli individui non sono altro che strumenti con cui i geni si trasmettono alle generazioni seguenti.
La vita è fatta per i geni, non i geni per la vita: è la grande intuizione dell'evoluzionismo.
Peter Clayton, endocrinologo pediatrico all'Università di Manchester: «Certo nella nostra pratica clinica curiamo più ragazzine in pubertà precoce che 10 anni fa, ma può essere una conseguenza di una aumentata attenzione al fenomeno, più che una crescita reale del fenomeno stesso».
«Dobbiamo ancora capire le ragioni profonde del fatto», dice Ilpo Huhtaniemi, docente di biologia riproduttiva all'Imperial college di Londra: «Per esempio, la massima incidenza di pubertà precoce si riscontra tra le bambine del terzo mondo adottate da famiglie del primo mondo».
Già, chissà perché.

Forse sono gli alimenti, forse i panini McDonald, forse la carne che in USA e in Gran Bretagna viene da vitelli gonfiati di ormoni vietati nell'Europa continentale.
Ormoni della crescita, estrogeni vari che vengono somministrati agli animali per aumentarne rapidamente il peso e quindi i profitti per gli allevatori.
Naturalmente anche questo ha una parte, concede Sigman.
Ma non dimentichiamo, aggiunge, gli altri fattori: le bambine mangiano più dolci e merendine delle loro mamme e nonne, stanno troppo davanti alla TV, tutte cose che accrescono il grasso corporeo e dunque la produzione di leptina.
E non dimentichiamo «il fattore evolutivo».
Il fattore evolutivo, ovvio.
Darwin ha ragione.
Basta non discutere gli interessi dell'industria alimentare e del cibo-spazzatura di cui si gonfiano gli americani e gli inglesi.
E anche i piccoli italiani, sempre più.
I rischi della sessualizzazione precoce dei bambini hanno effetti sociali disastrosi, e parimenti sottovalutati.
Bambine che diventano donne a tre-sei anni sono meno capaci di controllare i loro impulsi di quelle che diventano puberi più tardi, quando la personalità è (relativamente) più adulta.
Le gravidanze precoci che sono la piaga sociale anglo-americana, con ragazze-madri quattordicenni che devono allevare un neonato, è una delle conseguenze.

Altra conseguenza: l'uso precocissimo di droghe e alcool, che segnala una vulnerabilità in bambini e bambine ai disturbi emotivi propri della pubertà, come la depressione, sbalzi d'umore e turbe del comportamento.
Si aggiunga l'educazione alla trasgressività edonista, veicolata dalla pubblicità e dalla TV: questo lo riconosce anche Sigman.
Senza dimenticare, però i «meccanismi evolutivi»: le bambine vogliono trasmettere i loro geni, per la sopravvivenza della specie. Meglio prima che poi, come insegna il darwinismo.
Sarà per dare ragione a Darwin che certe leggi americane tutelano gli allevamenti industriali e le aziende agricole che usano ormoni e altri fito-chimici contro quelle imprese agricole che cercano di produrre cibi sani e con pochi ausilii «scientifici».
Due aziende agricole della California, che producono e vendono latte allo stato naturale, hanno fatto ricorso contro una nuova legge di quello Stato, la AB1735, che stabilisce un limite di 10 batteri coliformi per il latte crudo, esattamente quello che è richiesto per il latte pastorizzato (ossia cotto e sterilizzato).
La legge è evidentemente passata per pressioni della lobby agro-industriale (3).
I batteri coliformi sono onnipresenti nell'ambiente e nel latte, e non provocano disturbi.
Per millenni l'umanità ha bevuto latte senza allarmarsi dei coliformi.
Ma naturalmente, la scienza ha stabilito l'equazione: microrganismi eguale malattia.
E' l'industria alimentare che ci libera dai microrganismi.
Già solo col latte pastorizzato, vi libera dai lactobacilli acidofili e i micro-nutrienti (vitamine, enzimi che aiutano la digestione del latte, grasso di panna che contiene i precursori della vitamina A, e che collabora all'assorbimento delle vitamine e minerali contenuti nella frazione acquea del latte).

In compenso però l'industria del latte alimentare vi aggiunge vitamina D sintetica.
E sul cartone strilla: «With vitamins added!».
Col punto esclamativo.
La pubblicità ci rende migliori.
Più grassi.
Più sensuali.

mercoledì 16 gennaio 2008

La rabbia di Napoli

di Nando de Angelis www.rinascita.info

Avete notato come sono tutti preoccupati per quanto sta accadendo in Campania? In particolare questa preoccupazione serpeggia tra i politici del centro sinistra che fanno a gara per trovare soluzioni alla bomba che è scoppiata loro tra le mani. E fanno bene ad essere allarmati, qui non siamo di fronte alle “spallate mediatiche” del buon Berlusconi che da un lato tuona contro il nemico “comunista” e dall’altro amoreggia con l’amerikano Veltroni, ma di fronte la rabbia di un popolo che questa volta sembra proprio non mollare. Ora hanno veramente il terrore di perdere una regione chiave come la Campania che, da dieci anni è sotto il loro stretto controllo e dove hanno gestito allegramente l’affare rifiuti che risulta essere una commistione fra potere politico bipartisan locale e nazionale, potere industriale di provenienza “nordista” e potere malavitoso autoctono, molto ben radicato sul territorio. Una gestione allegra che il presidente Napolitano, prima preoccupato e poi allarmato, conosce bene, non per le sue origini partenopee, ma per avere firmato, in qualità di ministro dell’interno, l’ordinanza del 31 marzo 1998 che ha spianato la strada al disastro di questi giorni. Un’ordinanza, partorita dall’allora ministro per l’ambiente Ronchi all’epoca (guarda caso) rappresentante dei verdi, che prevedeva il lancio della raccolta differenziata, la produzione di CDR e la realizzazione di termovalorizzatori dove sarebbero finite bruciate le tristemente famose “ecoballe”. Pianificato inizialmente in collaborazione con il potere locale rappresentato dall’ex-missino Rastrelli, allora presidente della Regione, venne messo in pratica dall’amministrazione di sinistra e in particolar modo dal governatore Antonio Bassolino. La gara d’appalto per la realizzazione e la gestione degli impianti di CDR e dei due termovalorizzatori fu vinta dalla Impregilo dei fratelli Romiti, notoriamente vicina alla sinistra ulivista. Nel giro di pochi anni furono realizzatti ben sette impianti CDR. Ma poco importava all’attuale presidente della Regione Campania, agli imprenditori e ai tecnici della Impregilo che tipo di ecoballe si producessero in questi impianti. A nessuno interessava che il ciclo dei rifiuti si sarebbe potuto chiudere solo con l’incentivazione della raccolta differenziata e che, nel territorio, quest’ultima si attestasse su percentuali prossime allo zero e che, di conseguenza, le ecoballe risultavano non conformi al trattamento in termovalorizzatore. La ragione di questo disinteresse? Semplice, perchè lo stoccaggio delle ecoballe è un enorme affare per chi gestisce la filiera del trasporto e della messa in discarica “provvisoria” di questa spazzatura. Sono passati quattordici anni dall’infausto inizio delle stagioni “commissariali” e nel tempo le discariche, intasate da circa 6,5 milioni tonnellate di ecoballe, si sono esaurite. Ma lo stato continua a sborsare soldi per lo stoccaggio “provvisorio”, circa 150 euro a tonnellata che vanno ad aggiungersi ai 120 pagati alla Impregilo per la realizzazione di ecoballe fuorilegge ed ai 20 euro a tonnellata per il trasporto. Moltiplicando queste cifre per 6,5 milioni di tonnellate ben si capisce perché nessuno ha mai avuto interesse a risolvere realmente il problema rifiuti.
Qui la “monnezza” è una miniera d’oro, poco importa se a farne le spese è la comunità di popolo. E il conveniente affare continua: il problema imminente nel caos rifiuti è quello trovare un posto “provvisorio” per stoccare le circa 120.000 tonnellate di rifiuti che invadono siti e strade e si vuole risolvere il problema inasprendo le stesse procedure che hanno creato il disastro, imponendo militarmente aperture di discariche improbabili e pericolosissime, in primis quella di Pianura, nel cuore di un quartiere ad alta densità abitativa. Ed anche l’insistenza sull’apertura in luoghi ritenuti non idonei dalla stragrande maggioranza dei tecnici del settore appare sospetta. Non trova giustificazione alcuna non aver preso in considerazione siti alternativi e certamente più idonei di quelli “imposti” dai vari commissari di governo, tutti stranamente individuati nelle zone più incredibili per allestire discariche (oasi, terreni agricoli, parchi naturali, zone protette, falde acquifere, terreni deboli...) come ad esempio Serre, Terzigno, Pignataro Maggiore che risultano essere tra le più fertili della Campania e dell’intero centrosud. Eppure questi siti alternativi ci sono: il geologo prof. De Medici, dell’Assise di Palazzo Marigliano, ne aveva individuati ben 15, tutti in zone isolate ed a parecchi chilometri da insediamenti urbani e coltivazioni agricole. Ma questi siti, che, a detta dei tecnici, risultano paesaggisticamente, turisticamente, idrogeologicamente e logisticamente adatti, non sono mai stati presi in considerazione, si è sempre preferito optare per vecchie discariche e cave dimesse già utilizzate dalle organizzazioni malavitose per sversare illegalmente migliaia di tonnellate di rifiuti tossici. Il sospetto, legittimo, che nasce da tanta insistenza è che intervenendo con le proprie discariche “legali”, qualcuno stia cercando di cancellare l’illegalità precedente.

venerdì 4 gennaio 2008

Giù le mani dall'acqua

di Matteo Mascia tratto dal quotidiano l'Obiettivo

L’acqua è il bene più importante sulla Terra. Nella formula chimica, H2O, è concentrato il futuro di tutta l’umanità. In un futuro non molto lontano potrebbero essere combattute delle guerre per il controllo delle risorse idriche. I paesi che controllano le sorgenti di importanti corsi d’acqua potrebbero costruire dei bacini artificiali per impedire l’approvvigionamento dei territori confinati. Questo è sicuramente uno scenario catastrofico di cui forse il pianeta non sarà mai testimone. Oggi, però, siamo tutti spettatori di un vero e proprio furto. Da più parti si sta cercando di trasformare l’acqua in merce. Da bene fondamentale per la sopravvivenza di tutte le specie animali e vegetali a bene di consumo. La privatizzazione del mercato delle acque potabili va avanti da qualche anno. Numerose multinazionali si sono già “tuffate” in questo settore che promette di essere uno dei più floridi. Infatti, solitamente, le società che si occupano della distribuzione di questa importante risorsa operano in regime di monopolio. Il costo per costruire una rete di distribuzione alternativa a quella principale sarebbe elevatissimo, la concorrenza è quindi azzerata. Oltretutto, la rigidità della domanda permette di vendere un metro cubo di acqua ad un prezzo molto elevato. È chiaro che un soggetto privato che sta sul mercato ha tutto l’interesse a creare profitto e magari espandere la sua attività. Lucrare sull’acqua è però sbagliato, data la sua importanza vitale, stabilire una tariffa che permetta alle società di gestione di maturare utili, sarebbe come tassare l’aria che respiriamo. Si dovrebbe fare marcia indietro e ristabilire il controllo pubblico sulla distribuzione e sulla potabilizzazione dell’acqua. Un’azienda pubblica, in teoria, non dovrebbe fare utili o essere organizzata come un soggetto privato. I denari incassati dovrebbero essere investiti per mantenere la rete efficiente e non vessare il cittadino con delle bollette astronomiche. In Italia però stanno fiorendo numerose aziende private a capitale pubblico. Particolare che però non impedisce che in un futuro molto prossimo questi enti possano essere controllati anche dai privati. Queste S.p.A. sono totalmente amministrate e gestite con i soldi degli enti locali. C’è però un piccolo particolare. Gli eventuali attivi o passivi non vengono iscritti nei bilanci dell’ente locale che le controlla. Si rischia quindi che per anni vengano maturati dei debiti “fantasma”. Nel comune di Taranto è successa una cosa simile e il crack non ha tardato ad arrivare. Ora, per legge, nella città pugliese tutte le imposte comunali sono state portate ai massimi nel tentativo di ripianare il debito. Il comune non ha neanche i soldi per pagare il gasolio necessario al riscaldamento delle scuole. Molti comuni italiani rischiano di rivivere la stessa situazione. Il proliferare di queste aziende deve essere fermato, o almeno, messo sotto controllo. Il Governo però non ha nessuna intenzione di fermare la privatizzazione del mercato dei servizi pubblici, acqua compresa. Anzi il ministro Lanzillotta si sta battendo perché tutti i servizi pubblici vengano privatizzati. Una politica scellerata. Rimane misterioso come certe componenti della maggioranza che si richiamino a valori di equità sociale e difesa dei diritti fondamentali dei cittadini possano appoggiare questa politica iperliberista. Neppure l’Unione Europea, che da sempre si batte per la tutela della concorrenza, ha mai pensato di privatizzare le reti. Provvedimento previsto invece dal DDL presentato dal ministro Lanzillotta. Chiunque voglia difendere il proprio futuro si augura che questi progetti vengano fermati al più presto. Il lucro sulle risorse idriche deve finire. Anche in Sardegna numerosi sindaci stanno lottando perché si torni allo status quo ante. Una rivolta tardiva, la frittata (Abbanoa S.pA.) è ormai bella e pronta.

sabato 29 dicembre 2007

Modesta proposta di rivoluzione (in USA)

di Maurizio Blondet www.effedieffe.com
L’ha detto il sindaco di Salt Lake City, Ross «Rocky» Anderson, rivolto ai suoi concittadini:

«Vi imploro: mettete un limite. Pensate esattamente dov’è il vostro punto di rottura morale. Quanto siete disposti ancora a sopportare prima di dire ‘basta’ e farlo sul serio».
L’invito era a dire basta al governo Bush, ed è significativo che venga da un sindaco.
Pochi giorni fa un amico bresciano sognava ad occhi aperti (anch’io con lui) cosa accadrebbe se tanti sindaci del Nord, molti dei quali leghisti, rifiutassero obbedienza al governo.
Anzi meglio: non ne riconoscessero l’autorità.
E si rivolgessero direttamente al presidente della repubblica, come ha fatto il generale Speciale dando le sue dimissioni dalla GDF direttamente a Napolitano anziché al ministro di riferimento, Padoa Schioppa.
Perché, qualunque giudizio si dia di Speciale (il mio non è alto), bisogna ammettere che quello suo è stato già un atto rivoluzionario, magari inconsapevolmente.
Con l’amico bresciano si parlava della necessità di pensare ormai in Italia in termini di rivoluzione: ossia fuori dalla «legalità», e come ristabilire la «legittimità».
Qualunque azione legale, riformista o parlamentare, è vana: la Casta, illegittima, ha dalla sua il «diritto» formale perché l’ha sequestrato, lo crea e lo applica a suo unico profitto.
Quando diventa moralmente necessario disobbedire alla «legalità» corrente, che produce devastazioni, disobbedire allo «jus conditum» (il diritto vigente) secondo leggi «de jure condendo»?
Questo dice il sindaco di Salt Lake City, e piuttosto chiaramente.

In Paesi diversi sale questa sorda volontà di rivolta dei cittadini contro poteri costituiti, di esasperazione verso «democrazie» che sono oligarchie e lobby, truffaldine o belliciste.
Negli Stati Uniti il discorso comincia a farsi pubblico, con una crescente chiarezza del fine e con le ovvie incertezze sui mezzi.
L’appello del sindaco Rocky Anderson è citato da Nina Rothschild Utne (eh sì, è della famiglia), editrice dello Utne Reader, una rivista molto di sinistra liberal.
La quale propone dal canto suo la rivolta fiscale anti-guerra.
Il suo appello: «Vogliamo gente che firmi un impegno scritto ad impegnarsi nella disobbedienza civile ritenendo una percentuale delle sua tasse, ma solo se si raggiunge entro il 15 aprile 2008 la massa critica di 100 mila firmatari. La sicurezza è nel numero».
Una massa di disobbedienti fiscali abbastanza grossa è in grado di battere, ragiona la Rothschild buona, la persecuzione «legale» che si abbatterebbe su questi «evasori».
Significativamente, la editrice ricorda i motivi di legittimità di una tale azione illegale: la resistenza fiscale violenta portò alla Magna Charta nel 1215, ossia alle libertà inglesi.
Ricorda Henry David Thoreau, un celebre resistente americano, e il suo saggio: «Sul dovere della disobbedienza civile», che ispirò Gandhi e Martin Luther King.
Ricorda che durante la guerra del Vietnam decine di migliaia di americani ritennero il 10% delle accise sulla telefonia col motivo che queste accise non erano state autorizzate per finanziare guerre. Dà notizia dell’esistenza di gruppi popolari che già organizzano la rivolta, come il National War Tax Resistance Coordinating Committee, e di siti connessi, come Code Pink (femminista) e www.dontbuybushwar.org.

Una «seconda Rivoluzione americana» propone Joel Hirschhorn (eh sì, anche lui ebreo buono) cattedratico a riposo di ingegneria.
Egli incita alla sollevazione popolare per esigere «la verità sull’11 settembre», e si sorvoli per ora sull’ingenuità, perché Hirschhorn parte dall’11 settembre con il «programma politico» di mettere in crisi il sistema politico-costituzionale USA.
E l’accento è messo qui sull’azione politica, più che sul complottismo.
«Solo il 16% degli americani», esordisce il professore, «crede che i membri del governo Bush dicano la verità sull’11 settembre… ma ciò che la gente dice nei sondaggi non è la stessa cosa che schierarsi pubblicamente e rumorosamente per la verità sull’11 settembre, o capire che la causa dell’11 settembre non sta nelle azioni di pochi malvagi, ma nel degrado della democrazia americana».
Interessante considerazione, a cui non tutti forse arrivano, anche i più esasperati tra noi: esprimere scontento, esasperazione e derisione «non» sono di per sé atti rivoluzionari.
Per questi, occorre la «massa critica» evocata dalla Rotschild Utne.
Si può andare avanti per decenni a lamentarsi e mormorare, ma senza alcun esito reale.
Bisogna «fare».

La riflessione di Hirschhorn è vicina, ma si ferma prima, della recisa asserzione che Malaparte ha espresso nel suo «Tecnica del colpo di Stato».
E’ l’assioma primo della rivoluzione: «La conquista dello Stato non è un problema politico, ma tecnico».
Problema tecnico?
Significa: la rivoluzione va organizzata tecnicamente.
Bisogna sapere «come fare».
L’organizzazione è quella che manca, anche se l’esasperazione cresce: da qui si vede, per esempio, il tradimento radicale della nostra sedicente «opposizione» italiana.
Non organizzano ciò che il popolo chiede.
Bossi minaccia la rivolta fiscale, ma non dice «come farla», non mette a disposizione i mezzi. Berlusconi ripete che «il governo cadrà da sé», «si voti e vinciamo le elezioni».
In vista della legittimità da instaurare, de jure condendo, questo è tradimento.
Anzi, aggiunge Malaparte: «La gravità della situazione politica e sociale non è di per sé circostanza favorevole alla presa del potere» (alla rivoluzione).
E’ una paradossale ma profonda verità.
Quando, come sta già accadendo in USA, centinaia di migliaia di tartassati dai mutui variabili perdono la casa pignorata e vivono nelle auto e sotto le tende, o perdono il lavoro nella recessione, essi diventano dipendenti dal potere pubblico vigente, da cui sperano soccorso.
E anche se lo aspettano invano, hanno altro da occuparsi che fare la rivoluzione: mangiare, lavarsi, coprirsi.
Per questo le rivoluzioni sono state sempre scatenate dalle classi in ascesa, non in declino.
La rivoluzione francese fu opera di una borghesia sempre più ricca e sicura di sé e delle sue competenze, non dei poveri stracciati e affamati di cui parla la mitologia.
La miseria crescente consolida il potere illegittimo, lungi dal minarlo.
Cosa che ogni Casta capisce benissimo.
Eppure pensate se quei debitori pignorati che sono milioni, pensate se i 700 mila italiani che nei prossimi mesi saranno nei guai per il tasso variabile, fossero «organizzati»: sarebbero la «massa critica» rivoluzionaria.
Se «tutti insieme» rifiutassero di pagare l’eccedente variabile del mutuo, se resistessero con la forza, spalleggiati fisicamente dagli altri e assistiti da avvocati rivoluzionari, al sequestro della casa in cui abitano - atto cui hanno, profondamente, legittimo diritto - il sistema bancario e quello «politico» della Casta (sono tutt’uno) sarebbe immediatamente in pericolo di collasso.
La sedicente opposizione, i partiti politici anti-Prodi a parole, potrebbero farlo.
O almeno provarci.
Non lo fanno.

Anche Berlusconi ha la sua banca, e Bossi ne aveva una (divorata dai caporioni leghisti del «Nord efficiente ed onesto»); tutti sperano di averne una.
Il primo atto di Veltroni come capo dello spettrale partito democratico, è stato di «farsi» una sua banca.
«Loro» sanno bene cosa fare, «noi» no.
Loro hanno tutti i mezzi dello Stato che occupano, i debitori con tasso variabile no.
Loro hanno «la legge» a loro favore.
E soprattutto, «loro» sono sprovvisti di ogni minimo scrupolo morale e sociale, mentre fra «noi» ci sono tanti che obietterebbero, poniamo, alla violenza fisica rivoluzionaria, che si ritrarrebbero dal versare il sangue degli oppressori, che si farebbero scrupolo di «violare le leggi».
Uno dei maggiori ostacoli alla rivoluzione non è esterno ma interno, psicologico.

Lo riconosce chiaramente Hirschhorn, per la situazione americana: «Non abbiamo contro solo l’elite di potere (la Casta). Abbiamo contro la resistenza psicologica di milioni di americani ad accettare la dolorosa verità sull’11 settembre, una verità impensabile, vergognosa sul governo che hanno eletto. Anche se dubitano della storia ufficiale, istintivamente si ritraggono ed elevano barriere mentali contro la piena verità. Vogliono continuare a credere che vivono in una grande democrazia. Vogliono credere che, una volta sostituito il governo Bush, la nostra democrazia sarà di nuovo sana. E’ difficile accettare che la verità sull’11 settembre non avrebbe potuto essere stata soppressa così a lungo senza la tacita o esplicita approvazione dei politici democratici».
L’ultimo passo è ovviamente diretto alla sedicente opposizione del partito democratico USA, che come la nostra, non si oppone ma è complice.
E’ un momento duro, per cittadini che credono ancora alla legalità e alla democrazia, scoprire che un’opposizione non c’è.
Che si è ridotti alla proprie sole forze, e che occorre auto-organizzarle.
Il resto delle proposte di Hirschhorn risente di questa difficoltà psicologica e di questa ingenuità onesta, che ci ostacola: egli chiede che il popolo si sollevi per esigere, in occasione delle presidenziali 2008, che il Congresso e lo stesso presidente (Bush!) ratifichino una legge che «istituisca l’impegno di scoprire la verità sull’11 settembre».
E come obbligarli?
Il professore parla di minaccia popolare («La minaccia è una necessità assoluta»), ma poi ecco cosa intende per «minaccia»: «Se tale legge non è varata dal Congresso e firmata dal presidente Bush, allora dobbiamo decisamente attivare il sostegno per un boicottaggio del voto per tutti i candidati, democratici e repubblicani, nelle elezioni del 2008».
Che mite minaccia, si può dire.

Hirschhhorn pensa ancora in termini di leggi da varare, di Congressi che le varano e presidenti che le firmano.
Pensa in termini di «diritto» vigente, di legalità costituzionale, quello che è esattamente da rovesciare.
Ma non ridiamo di questa ingenuità.
Almeno, in America si comincia a pensare e a parlare di democrazia tradita, e di «come» fare a fondare la nuova, necessaria legittimità.
Il processo è solo germinale.

Ma è difficile «pensare» la rivoluzione.
Nel mio piccolo, non chiedetemi di dire qualcosa di più.
Ciò che posso dire sono cose non del tutto favorevoli alle prospettive di un vero mutamento.
So che le rivoluzioni sono fatte da classi in ascesa, e noi stiamo decadendo (solo la Casta arricchisce).
So che i capi rivoluzionari erano giovani, e noi siamo un popolo di vecchi.
So che le rivoluzioni di successo sono state «finanziate»: Lenin dai tedeschi per accelerare la caduta dello Zar, Mussolini dagli inglesi perché avevano bisogno di un socialista che fosse interventista, Hitler dai grandi industriali contro la minaccia comunista.
Le rivoluzioni costano.
So che le rivoluzioni sono un problema tecnico, ossia di organizzazione tattica: e che per questo si dotarono in genere di rivoluzionari «di professione», agitatori e sabotatori o attivisti stipendiati.
Erano stipendiati per fare la parte del «popolo» i sanculotti che passavano le giornate all’assemblea a sostenere Robespierre e ad intimidire gli altri deputati.
Stipendiati ovviamente i funzionari comunisti, «avanguardia del proletariato», esecutori delle strategie di Lenin e delle tattiche paramilitari di Trotzsky.
Non si può fare la rivoluzione part-time, dedicandole le sere libere perché la mattina si deve andare a lavorare.
Vedo anche che, mentre la rivoluzione francese aveva da rovesciare solo qualche migliaio di nobili privilegiati, oggi i privilegiati, quelli che traggono benefici indebiti dalla «legalità» vigente e dunque sostengono lo status quo (che coincide coi loro stipendi) sono decine di milioni: e il loro numero si allarga continuamente.
Per giunta, come diceva Richelieu, chi si oppone allo Stato è, per questo solo fatto, due volte più debole dello Stato stesso.
Vedo che sono rimaste pochissime zone sociali o economiche sottratte al potere della Casta pubblica o parapubblica.

Un tempo, un’arma rivoluzionaria importante in mano alla sinistra fu lo sciopero generale: i treni non viaggiavano, le centrali elettriche si spegnevano, le merci non arrivavano ai mercati, i giornali non uscivano, la spazzatura non veniva raccolta.
Il potere «legale» non poteva più esercitare il governo reale.
Ma questo accadeva quando c’erano le fabbriche e gli operai, e li organizzavano sindacati rivoluzionari (o sovversivi) come un esercito, «l’armata del lavoro».
Oggi le fabbriche sono in Cina e gli operai una specie in estinzione: ci sono «consumatori» e «contribuenti», pubblicitari, modisti e veline, che non hanno in mano gli impianti e le centrali tecniche il cui blocco può far paura al potere.
A Napoli la spazzatura non viene raccolta, e la cittadinanza sopporta per anni, passiva.
Si è passivi quando non si è organizzati.
Ci lasciamo seppellire vivi dalla rumenta, e andiamo avanti senza aggredire il Palazzo d’Inverno. Che era un mito, non ci fu alcun attacco della masse al Palazzo d’Inverno, ma gli ottomila professionisti addestrati agli ordini di Trotszky: quelli che presero possesso delle centrali elettriche e telefoniche, delle ferrovie e degli acquedotti, e li fecero funzionare non più per il «legale» Kerenski, ma per Lenin.
Però abbiamo visto un caso, recente, che somiglia molto a quello evocato: lo sciopero dei TIR.
Per due giorni, non arrivavano le merci, niente carne né verdura ai mercati, niente benzina, pochi giornali.
Se i padroncini dei TIR siano una classe rivoluzionaria, ecco l’interrogativo: ma almeno hanno mostrato di essere una classe indispensabile, con in mano un potere reale, e il coraggio di agire fisicamente.
Sono forse gli ultimi ad avere questo potere reale di classe necessaria?

Vedremo, bisogna pensare.
Siamo solo allo stato germinale.
Parliamone, diamo delle idee.
In USA hanno cominciato.

Maurizio Blondet

Note
1)
Nina Rotschild Utne, «I won’t pay my taxes if you don’t pay yours», Utne Reader, 24 dicembre 2007.
2) «9/11 et le moment de vérité». Dedefensa, 22 dicembre 2007. «Une proposition révolutionnaire: exiger du système américaniste qu’il fasse toute la lumière sur l’attentat du 11 septembre 2001 pour mieux pouvoir mettre en accusation le système américaniste dans son ensemble et depuis les origines».

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La verità è quella che vi dicono. E poi il problema in Italia non è mai stato tanto di saperla, ma che saputala tutto resta uguale. Credete forse oggi voi di essere liberi? Votate per dieci volte l'anno gente che a volte neanche conoscete e che una volta eletta fa ciò che vuole, acciuccia e si spartisce.
Sempre comanderà un'oligarchia che vi inganna col gioco delle parti.

E allora? Dov'è povero postero il guadagno?
La dittatura è un sistema per opprimere il popolo.
La democrazia è un sistema per costringere il popolo a opprimersi da solo.

Ma ricordate: un popolo che perde la sua memoria...
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