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"Nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario"
George Orwell
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mercoledì 12 dicembre 2007

America Latina: il BancoSur è finalmente realtà

di Siro Asinelli www.rinascita.info

È nato ufficialmente nel Salón Blanco della Casa Rosada di Buenos Aires il Banco del Sur (BancoSur), istituto monetario per la cooperazione tra i Paesi latinoamericani nato da un’iniziativa del presidente venezuelano Hugo Chávez.
L’atto di nascita e di adesione al BancoSur è stato firmato da Argentina, Venezuela, Bolivia, Ecuador, Brasile, Uruguay e Paraguay nel giorno in cui la neo eletta presidente argentina, Cristina Fernández de Kirchner, ha preso ufficialmente possesso del mandato con cui succede al marito Néstor Kirchner. Inizialmente la sigla era prevista per mercoledì scorso a Caracas, ma l’occasione del giuramento alla Casa Rosada ha fatto slittare l’appuntamento. Presenti, oltre ai Kirchner padroni di casa, Chávez, il boliviano Evo Morales, l’ecuadoriano Rafael Correa, il brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva e il paraguayano Nicanor Duarte Frutos. Assente all’atto della sigla il capo di Stato uruguayano Tabaré Vásquez, arrivato nella capitale argentina soltanto ieri mattina e ripartito per Montevideo subito dopo il giuramento di Cristina, ma sostituito dall’ambasciatore Francisco Bustillo. Alcuni giornali argentini hanno sollevato il dubbio che l’uruguayano abbia scelto la toccata e fuga per via delle tensioni ancora alte tra i due Paesi sulla questione della Botnia, la grande cartiera costruita nella regione dell’Entre Ríos alla frontiera con l’Argentina ed oggetto di contenzioso internazionale.
L’atto formale segna l’inizio di una nuova architettura finanziaria per l’America Latina in alternativa al Fondo Monetario Internazionale, alla Banca Mondiale ed alla Banca Interamericana per lo Sviluppo. A differenza di questi istituti privati – tutti nelle mani di grandi gruppi di potere a marchio statunitense – il BancoSur si pone come obbiettivo quello di “finanziare lo sviluppo economico e sociale” dei Paesi membri perseguendo strategie di cooperazione multilaterale reale e sostenibile. Come ben sottolineato nel discorso di saluto al nuovo istituto regionale da Néstor Kirchner, in quello che è stato il suo ultimo atto ufficiale da presidente argentino, con la fondazione del Banco del Sur alcuni Stati sudamericani sono riusciti a “superare le politiche neoliberiste”. Un omaggio all’ormai ex capo di Stato argentino è stato fatto da Lula, che ha dichiarato che “con la sottoscrizione di questo atto termina in modo significativo una presidenza che molto ha contribuito all’integrazione dell’America del Sud”. Un riconoscimento dovuto, per il capo di Stato capace di risollevare le sorti dell’Argentina dopo il crollo economico e finanziario del 2001-2003 e che è riuscito ad estinguere ogni debito con il FMI ridando speranza ad un popolo dissanguato dal neoliberismo. Per Lula, che sembra aver messo da parte le reticenze che hanno rallentato per mesi il varo ufficiale del BancoSur, la nascita del nuovo istituto di cooperazione finanziaria “segna un passo decisivo verso l’integrazione”.
Elogi a Kirchner sono giunti anche da Chávez: “Ha liberato l’Argentina dalla dipendenza dal Fondo Monetario Internazionale”. Il primo mandatario di Caracas, vero artefice di questo strumento di cooperazione continentale, ha inoltre voluto omaggiare gli ospiti argentini ricordando le parole di Juan Domingo Perón, vero e proprio corollario a questa occasione storica: “Il XXI secolo ci vedrà uniti o dominati”. E in effetti il progetto è riuscito a catalizzare l’interesse e l’adesione della maggior parte dei Paesi della regione. Ne restano fuori alcuni degli Stati non a caso tra i più legati alle imposizioni neo liberiste ed alle strategie di dominio statunitensi. Caso emblematico è la Colombia, che fino a qualche settimana fa sembrava voler far parte del nuovo consesso finanziario (ad ottobre aveva addirittura presentato una richiesta formale di adesione), ma che mercoledì scorso ha fatto sapere di voler prendere tempo per analizzare con più cura le condizioni di adesione. Nonostante la presa di posizione diplomatica, sono ancora molte le cose non dette e gli ostacoli tra Bogotá ed una qualsiasi iniziativa che possa coinvolgere Paesi come il Venezuela o la Bolivia. È in particolare evidente che tra il presidente colombiano Álvaro Uribe e Chávez il dialogo si è bruscamente chiuso con la decisione di estromettere Caracas dalla mediazione per il raggiungimento di uno scambio umanitario con i guerriglieri delle FARC. Ma l’atteggiamento attendista della Colombia è altresì condizionato dall’epilogo che prima o poi dovrà avere al Congresso Usa la ratifica del Trattato di Libero Commercio tra Bogotá e Washington.
Altro caso a parte è il Cile della deludente Michelle Bachelet, già irretito in un trattato di commercio bilaterale con gli statunitensi, che ha partecipato come osservatore a tutte le riunioni tecniche che si sono susseguite nei mesi scorsi. Le autorità di Santiago alla fine hanno scelto di declinare l’invito ad aderire, a testimonianza di una certa schizofrenia politica che sta segnando quella che doveva essere una presidenza innovativa ma che a due anni dall’elezione della Bachelet si è trasformata in calderone dove la concertazione tra nuovi e vecchi poteri segna il ritmo.

mercoledì 5 dicembre 2007

Chavez, un bicchiere mezzo pieno

di Siro Asinelli http://www.rinascita.info/
Il bicchiere è mezzo pieno. La sconfitta del fronte del Sì in Venezuela riflette un dato incontestabile: la Repubblica Bolivariana è uno Stato democratico, dove il popolo è sovrano, dove non c’è spazio per dittature in salsa sudamericana, quelle a cui per tanto tempo ci avevano abituato gli strateghi di Washington. Un altro dato è incontrovertibile: gli Stati Uniti e i loro sudditi-alleati dei potentati conservatori del Venezuela non hanno più alcun “allarme regime” su cui premere l’acceleratore per favorire la destabilizzazione del Paese. Bisogna però ammettere che il bicchiere è anche mezzo vuoto: la riforma socialista non è passata. Il dato è significativo perché seppure con un margine risicato all’osso (lo 1,4%) il popolo sovrano ha detto no alla svolta verso il “Socialismo per il XXI secolo” auspicato da Chávez. Eppure non sembra essere un no definitivo, non fosse altro che con il loro voto contrario alla riforma, diversi milioni di venezuelani hanno di fatto dato il loro assenso all’attuale Costituzione, ovvero a quella Carta Bolivariana che ha lanciato il Venezuela nell’orbita dei pochi ma forti Paesi che rivendicano il loro diritto alla sovranità. E non è poco, anche perché alla base di quella Carta vi è proprio il senso del percorso dato al Paese da Chávez. Certo, con il referendum di domenica si è tentato il colpo grosso, evidentemente troppo in anticipo. Quel numero da capogiro registrato dall’astensionismo di fronte ad una proposta del granitico presidente deve far riflettere, e qui si potrebbe sostenere che il bicchiere è mezzo vuoto. Come è mezzo vuoto se si pensa che la Banca Centrale, almeno per il momento, resterà autonoma dal potere politico (ma non, come accade nelle migliori “democrazie” in salsa occidentale da quello finanziario…). Una mezza sconfitta anche se si pensa alle altre riforme che la proposta avrebbe potuto apportare sul piano della proprietà pubblica, dell’impatto sociale e dei diritti dei lavoratori. Nonostante ciò il bicchiere resta mezzo pieno. Il referendum ha dimostrato che in seno al cosiddetto stesso chávismo può esserci dissidenza su alcuni temi e che non esiste un Paese a senso unico, con masse pronte a seguire il primo caudillo che si presenti come da tempo vorrebbero farci intendere i vari Petkoff o Bafile di turno. È anche questa una virtù della democrazia partecipativa, dove il popolo è chiamato a scegliere direttamente su questioni cruciali come quella proposta da Palacio Miraflores: una sberla per i sostenitori dell’altra “democrazia”, quella rappresentativa. Per costoro, legati ad un concetto troppo camuffabile di “democrazia” sarebbe stato gioco troppo facile gridare alla dittatura se Chávez e la sua compagine di governo, assieme all’Assemblea nazionale, avessero optato per una via più diretta al riconoscimento della proposta di riforma, magari utilizzando i pieni poteri concessi alla presidenza dalla Ley Habilitante varata lo scorso anno. Tutto questo non è avvenuto e Chávez, come suo solito, ha preferito mettere sul piatto tutto quanto: prendere o lasciare. E stavolta, il popolo venezuelano ha preferito lasciare. Meglio così, perchè in fondo non si è trattato che di “un esercizio di democrazia”, a dirla con le parole dello stesso presidente. La migliore delle risposte a chi va strillando che in Venezuela vige un regime dittatoriale. E gli stessi che sino a sabato parlavano di “allarme regime”, oggi sono costretti ad ammorbidire i toni, spiazzati dalle parole del presidente che hanno riportato sui giusti binari della democrazia il confronto delle urne. Il bicchiere, alla fine è mezzo pieno.

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La verità è quella che vi dicono. E poi il problema in Italia non è mai stato tanto di saperla, ma che saputala tutto resta uguale. Credete forse oggi voi di essere liberi? Votate per dieci volte l'anno gente che a volte neanche conoscete e che una volta eletta fa ciò che vuole, acciuccia e si spartisce.
Sempre comanderà un'oligarchia che vi inganna col gioco delle parti.

E allora? Dov'è povero postero il guadagno?
La dittatura è un sistema per opprimere il popolo.
La democrazia è un sistema per costringere il popolo a opprimersi da solo.

Ma ricordate: un popolo che perde la sua memoria...
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