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"Nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario"
George Orwell
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giovedì 12 giugno 2008

Perchè tutti ce l’hanno con l’Innocente?


«La Gran Bretagna è diventata un ‘covo’ di estremismo anti-israeliano»: se n’è lamentato l’ambasciatore di Israele a Londra, Ron Prosor. Una volta l’Inghilterra era un campione di democrazia, ha detto. Ora non più.

«Israele vi è assoggettata a una intensa campagna di delegittimazione, demonizzazione e doppiopesismo. La Gran Bretagna è diventata un santuario per iprocriti appelli alla soluzione ‘uno Stato’ (ossia uno Stato con palestinesi ed ebrei), che non è che un eufemismo per il movimento che vuole la distruzione di Israele». Infatti coloro che premono per quella soluzione «negano il diritto all’esistenza di Israele come Stato ebreo-democratico (sic) liberale».

Le università inglesi soprattutto. Che avevano una «reputazione di libertà d’espressione e pluralismo delle idee», ora non più. Ora nelle università infuria «la licenza di molestare, umiliare e discriminare» gli studenti ebrei che vengono da Israele.

Bisogna ammetterlo: tutti ce l’hanno con Israele. Persino il Paese che si fece governare da Disraeli è divenuto antisemita. L’innocenza di Sion non viene più riconosciuta, tutti sono dalla parte dei palestinesi e non riconoscono le minacce che Israele affronta ogni giorno, sola al mondo, disarmata delle sue 300 testate nucleari, contro nemici potentissimi come Hamas. Finirà che Al Qaeda dovrà fare un altro attentato a Londra, per dare una lezione a questo covo di odio antisemita.

Anche l’ONU è diventata un covo di antisemitismo. Più precisamente; il Consiglio per i Diritti Umani, colpevole - ha denunciato Condoleezza Rice - di «aver accusato Israele di atrocità contro il popolo palestinese». La Rice ha annunciato perciò che gli USA si ritirano da tale organo. Il quale è nuovissimo: è nato nel 2006, dopo che gli USA avevano voluto liquidare il precedente Human Rights Council proprio perchè criticava Israele ed era poco atteno ai diritti umani di altri.

Ma anche il nuovo organo dell’ONU si è dimostrato «ripetutamente ingiusto contro Israele», secondo Israele. Il precedente inviato dell’ONU, il sudafricano John Dougard, dopo aver constatato sul campo il trattamento che l’Innocente fa subire ai palestinesi, ha denunciato «uno Stato di apartheid simile a quello sudafricano». Dougard non andava bene, ha voluto un altro inviato.

E’ arrivato Richard Falk, un celebre giurista americano, per di più (dato il cognome) probabilmente ebreo. Ebbene: ancor prima di essere nominato, Falk ha paragonato il trattamento inflitto ai palestinesi all’olocausto inflitto agli ebrei negli anni ‘40.

Si è arrivati al punto che l’Innocente ha dovuto negare il visto d’entrata nel Paese - lo «Stato ebreo-democratico liberale» - al Falk. Niente più inviati ONU, sono tutti pieni di pregiudizi, doppiopesisti e antisemiti. E anche negazionisti.

Un sito fa notare che anche la recente messa al bando delle cluster bombs (bombe a frammentazione) è un chiaro sintomo di antisemitismo mascherato da umanitarismo. Infatti, è Israele che usa di più queste bombe; dunque, il bando colpisce in modo sproporzionato gli ebrei.

Solo nell’attacco al Libano del 2006 (pardon, nella «difesa»), l’Innocente ha gettato sul Libano tante di queste cluster bombs, da totalizzare 4 milioni di «bomblets», ossia di ordigni piccoli e graziosi che paiono giocattoli, e sono pronti a scoppiare quando un bambino li prende in mano o un pastore ci inciampa sopra. Di questi 4 milioni, infatti, almeno un milione giacciono inesplosi tra campi e rocce libanesi, in attesa della loro occasione per affermare il diritto d’Israele all’esistenza, così continuamente negato. E dalla fine della guerra in Libano, hanno già ammazzato o mutilato e sfigurato 200 libanesi. «Higly useful battle devices», ossia «strumenti utilissimi sul campo di battaglia», dicono gli israeliani e gli americani che - a ragione - non hanno aderito alla messa al bando.

Chissà perchè tutti ce l’hanno con Israele. L’ambasciatore Ron Prosor dice bene: bisogna che «tutti quelli che credono nei valori britannici» di libertà e pluralismo «facciano tacere la frangia estremista che domina il dibattito su Israele». Questo è il pluralismo approvato: far tacere. E invece, raccontare di più le sofferenze del povero, inerme Innocente. Dov’è finito Magdi Allam?

Maurizio Blondet
www.effedieffe.com

venerdì 16 maggio 2008

Le minacce di Al-Qaeda alla Svizzera


Dall’agenzia ANSA - Roma, 15 maggio: «La polizia svizzera ritiene che la rete terroristica al Qaida stia preparando attentati per i Campionati europei di calcio 2008. Il torneo si terrà il mese prossimo in Svizzera e in Austria: lo ha dichiarato in un’intervista al quotidiano elvetico La libertè Jurg Buhler, responsabile dei servizi di analisi e di prevenzione della polizia federale svizzera, ricordando le ultime minacce di al Qaida: ‘Trasformeremo i due Paesi più sicuri d’Europa come gli inferni afghano e iracheno’».

Esaminiamo seriamente i motivi per cui Al Qaeda può avercela con «i due Paesi più sicuri d’Europa», tanto da volerli trasformare nell’inferno. Svizzera ed Austria hanno condannato entrambe l’invasione americana in Iraq. Nel marzo scorso, la Svizzera ha firmato con l’Iran un contratto con cui importerà cinque miliardi di metri cubi di gas iraniano, ogni anno e per i prossimi 25 anni. L’affare ha altamente irritato gli americani, che vedono violato l’embargo con cui contano di strangolare economicamente l’Iran.

L’ambasciatore USA a Berna, Peter Conewey (fra parentesi, ex dirigente di Goldman Sachs) emise un comunicato furioso: «Abbiamo reso noto alla Svizzera che grandi accordi gas-petroliferi con l’Iran mandano precisamente il messaggio sbagliato, mentre l’Iran continua a sfidare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU».

Nello stesso mese, l’organizzazione ebraica americana Anti-Defamation League of B’Nai B’rith (ADL) ha attaccato pubblicamente il governo elvetico perchè «La Svizzera è il solo membro europeo dell’UNHRC (l’alto commissariato dell’ONU per i rifugiati) a votare in favore di una risoluzione di condanna delle azioni militari israeliane a Gaza», azione che aveva portato al massacro di oltre 120 palestinesi, per lo più civili. La sullodata ADL ha acquistato pagine sul New York Times, l’Herald Tribune e il Wall Street Journal, oltre che sui principali quotidiani svizzeri, accusando il governo elvetico di essere «il finanziatore del terrorismo» , per l’acquisto del gas iraniano.

Qualche settimana dopo, una cinquantina di ebrei hanno sporto querela presso un tribunale di New York contro la Union de Banques Suisses (UBS), la più grande banca elvetica, chiedendo 500 milioni di dollari in danni, sostenendo che la banca finanzia il terrorismo attraverso i suoi collegamenti finanziari con l’Iran.

I querelanti ragionano così: dal 1996 il Dipartimento di Stato USA ha definito l’Iran «sostenitore del terrorismo internazionale»; nonostante ciò, la UBS ha «fornito centinaia di milioni all’Iran tra il 1996 e il 2004». E ciò «ben sapendo che i dollari che forniva a uno Stato che sponsorizza il terrorismo sono usati per causare attacchi terroristici da parte di organizzazioni sostenute dall’Iran, come Hamas, Hezbollah e PIJ».

I querelanti, che si dicono familiari di israeliani colpiti da attentati in Israele, ritengono dunque che l’UBS sia complice di tutti quegli attentati, da chiunque commessi. Da qui la richiesta di danni miliardari.

Negli ambienti israelo-americani, che spingono per l’attacco preventivo alle installazioni atomiche iraniane, cresce il dispetto per la flemma con cui gli europei sembrano prendere la faccenda. Eppure anch Shimon Peres ha assicurato che «L’Iran nucleare non è una minaccia per Israele, è una minaccia per il mondo».

Il governo elvetico non pare del tutto convinto che Ahmadinejad, appena avuta dai suoi scienziati la sua Bomba, la userebbe per incenerire Berna. «Questi europei si sentono al sicuro», si ripetono i neocon, «credono di essere esenti dal terrorismo». Ci penserà Osama a dar loro una lezione.

Tutto ciò ci assicura dell’assoluta autenticità del minaccioso messsaggio di Al Qaeda (emanato da un «sito islamista» non meglio identificato e diffuso da Fox News). Viene sicuramente da Al-Zawahiri, se non dallo stesso Osama Bin Laden.

E’ ben noto che ciò che irrita Bush, l’ADL, il Mossad e i neocon israelio-americani irrita parimenti Al Qaeda. Osama bin Laden e i neocon hanno gli stessi nemici.

I servizi elvetici prendono molto sul serio le minacce di Al-Qatz, e fanno bene. Conoscono la capacità di Al-Mossad di mettere a segno stragi false flag.

Maurizio Blondet
www.effedieffe.com

giovedì 20 marzo 2008

"Obama giuri fedeltà a Israele"


Persino il Washington Post presenta l’incredibile evento come «fin dove arriva la Chutzpah». Si tratta di un incontro in cui l’United Jewish Committee (1) ha convocato i rappresentanti dei tre candidati presidenziali - McCain, la Clinton e Barak Obama - per mettere alla prova la «fedeltà ad Israele» di ciascuno. Il termine usato, «fealty», indica l’atto di fedeltà del vassallo al signore.

Un vero processo, con i candidati in veste di imputati (in contumacia), ma rappresentati da tre avvocati difensori: l’ex segretario di Stato Lawrence Eagleburger per McCain, la ex dirigente della Casa Bianca Ann Lewis per Hillary Clinton. Quanto ad Obama, ha mandato come suo difensore un pezzo grosso della comunità, uno col curriculum più kosher che ci sia: Dan Kurtzer, ex ambasciatore in Israele, oggi docente a Princeton.

Kurtzer, secondo il resoconto del Washington Post, è andato subito al cuore dell’argomento in nome del suo cliente-imputato: «Nella comunità circolano voci che dicono che c’è qualcosa di sbagliato nell’atteggiamento di Obama verso gli ebrei e verso Israele. Voci che circolano in e-mails, allusioni che appaiono sui giornali… lo stesso tipo di cose che la nostra comunità ha subito da parte degli antisemiti».

Gli ebrei che voteranno democratico sono contro Obama, e non da oggi. Perché è negro. Perché ha espresso simpatie per i palestinesi e antipatia per il Likud. Perché s’è scelto come consigliere in politica estera Zbigniew Brzezinski (Council on Foreign Relations), che definisce la politica americana in Medio Oriente «moralmente ipocrita», ossia sempre dalla parte di Israele anche quando Giuda ha torto.

Ma il peggio è arrivato con la rivelazione che il capo carismatico della «chiesa» fanta-cristiana e negra che Barak Obama frequenta, il «reverendo» Jeremiah Wright, ha accusato Israele di «terrorismo di Stato contro i palestinesi», e per di più, alludono, è amico di Farrakhan, il capo dei black muslims, «antisemita» dichiarato. Invano Obama ha preso le distanze dal «reverendo»; egli è sospetto e dunque non avrà soldi ebraici, né sostegno propagandistico.

Gli ebrei gli preferiscono Hillary, a cui fanno avere appoggi e denaro. «Su Israele non ci sono differenze fra i tre candidati», ha cercato di dire Kurtzer, il difensore del negretto: risate, urla di «comunista»! dalla platea ebraica. Kurtzer ci ha riprovato.

A proposito degli spropositi del reverendo Wright di cui Obama è una pecorella, ha detto: «Anche molti di noi e di voi, che apparteniamo alla comunità e alla sinagoga, non vorremmo essere giudicati dalle parole di certi rabbini che a volte dicono cose ridicole» (come che gli altri uomini sono animali parlanti?). E’ stato subissato di proteste.

Anne Lewis, l’ebrea che rappresentava Hillary, è sbottata: «Ma se Obama ha dichiarato che nel suo primo anno di presidenza s’impegna a incontrare Ahmadinejad!». Lawrence Eagleburger, il difensore di McCain, ha rincarato: «McCain non parlerà coi siriani, non parlerà con gli iraniani, non parlerà con Hamas né Hezbollah… E non farà pressioni su Israele». Il giuramento di fedeltà-vassallaggio non poteva essere più esplicito.

Uno degli esponenti della comunità, tale Daroff: «Ho sentito dire nei corridoi che Obama non vede la questione di Israele come la vede la comunità ebraica o come il Senato». Altri hanno ricordato che Obama, di recente, ha detto: essere per Israele non significa essere per il Likud. Kurtzer ha cercato di difenderlo: «Ciò significa solo che vuol sentire una pluralità di voci» da Sion. Gelo in sala.

Poi Anne Lewis, la giudea che controlla Hillary, ha scandito: «Il compito del presidente degli Stati Uniti è di sostenere le decisioni che sono prese dal popolo d’Israele. Non spetta a lui distinguere o scegliere fra i partiti politici israeliani». Ecco il programma di vassallaggio dichiarato. Non spetta al presidente USA impicciarsi nella politica interna israeliana, ma gli ebrei possono impicciarsi della politica interna americana, distinguere e scegliere fra i candidati quelli che più sono sottomessi a Sion. Vivissimi applausi dalla platea kosher.

La decisione è presa: Obama non è abbastanza sottomesso agli ebrei, come hanno dimostrato con zelo non solo i giudei presenti, ma anche i rappresentanti della Clinton e di McCain. Qualcosa ci dice che Obama non vincerà le elezioni.

Ultimo particolare fornito dal Washington Post: «Addetti alla sicurezza con accento israeliano mandavano via la gente in quanto la stanza era sovraffollata». La stanza del Washington Hilton dove si è svolto il processo al negro che osa candidarsi e qualche volta criticare il Likud. Processo sommario, con guardie del Mossad alla porta. Forse non ci crederete. Chi sa l’inglese, legga per credere: Dana Milbank, «The audacity of Chutzpah», Washington Post, 18 marzo 2008, pagina 2.

Il giornalista Milbank, ovviamente ebreo, è noto per aver sobriamente definito «nazisti» i professori Walt e Mearsheimer, colpevoli di avere stilato il noto saggio «The Israeli Lobby». Milbank approva, naturalmente, la sottomissione (fealty) di McCain e della Clinton, e sbatte in prima pagina Obama come insubordinato.

E a proposito: il Dipartimento di Stato americano ha diffuso il suo annuale rapporto dal titolo «Contemporary Global Anti-Semitism», in cui espone la seguente tesi: ogni critica ad Israele è un atto di antisemitismo; oggi, l’antisemitisamo si cela nelle critiche allo Stato sionista. Strano, ma il nostro amato presidente Giorgio Napolitano aveva già detto la stessa identica cosa prima. Quando il vassallo indovina ed anticipa i desideri del suo signore, questa sì è vera fedeltà (fealty, sottomissione).

Ma c’è sempre qualcuno che ti supera in fealty: Roma, 19 marzo - (Adnkronos): Silvio Berlusconi condivide personalmente la sofferenza per gli attacchi terroristici in Israele. «Sento personalmente la sofferenza della gente in Israele, e questo mi fa sempre sentire più vicino», afferma il leader del PdL in un’intervista esclusiva al quotidiano israeliano Yedioth Ahronot. Ecco tra chi siamo chiamati a scegliere, noi occidentali.

Maurizio Blondet
www.effedieffe.com

1) Dal sito dell’organizzazione: «The United Jewish Communities represents and serves 155 Jewish federations and 400 independent Jewish communities across North America. It reflects the values
of social justice and human rights that define the Jewish people. The values of caring that transform lives and perform miracles». Esiste anche una filiale della UJC in Israele: «UJC Israel acts as the liaison between Israel and the American Jewish community, interfacing with the government, the Jewish Agency for Israel (JAFI) and the Joint Distribution Committee (JDC), the business community, the voluntary sector, opinion makers, the media, and the general public».

sabato 8 marzo 2008

Diverse percezioni dell'errore


GERUSALEMME: «Occhio per occhio, e tutto il mondo è cieco»: è necessario porre questo detto di Gandhi ad ogni commento sull’eccidio di otto israeliani nella scuola rabbinica Mirkaz Ha’rav. E tuttavia, nemmeno sarà possibile tacere la sproporzione della condanna e dell’orrore, nella percezione mediatica.

I 130 palestinesi, di cui cinque lattanti, massacrati a Gaza dall’esercito israeliano in una settimana, non hanno avuto i titoli cubitali in prima pagina, né le aperture agghiacciate dei TG mondiali che hanno avuto gli otto morti israeliani. Nessun reportage abbiamo visto dal carnaio di Gaza.

Gli uccisi israeliani erano civili; anche una sessantina di palestinesi erano civili. Per i media, un azione è «terrorismo», l’altra «autodifesa». E come tali resteranno etichettati nelle menti delle masse. Le diplomazie occidentali condannano ad una sola voce il «terrorismo»: uno solo, naturalmente. Il sottinteso è che ci sono vite umane più sacre di altre. Le altre, quelle dei prigionieri di Gaza, diventano sempre meno sacre, pesano sempre meno.

Dal 2000 al 2005, sono caduti in media 4 palestinesi per ogni israeliani ucciso; nel 2006, erano 30 ad uno; nel 2007 la proporzione è stata 40 ad uno. Nei tre mesi passati dalla «conferenza di pace» di Annapolis, Israele ha già ammazzato 323 palestinesi; gli israeliani uccisi sono stati 7, cinque dei quali soldati di Tsahal impegnati nelle incursioni contro la gente palestinese, due i civili.

Il massacro di arabi è «giustificato» perché a Gaza governa Hamas «terrorista», e da Gaza partono i razzi Kassam. Ma nessuna tv né alcuno giornale ha detto che in Cisgiordania, da cui non parte un solo razzo, e su cui governa Fatah che ha accettato una tregua permanente, negli ultimi tre mesi l’armata israeliana ha condotto 480 operazioni militari, uccidendo 26 palestinesi.

I lanci di razzi da Gaza hanno ucciso in tutto 14 persone in 7 (sette) anni. Di ciascuno di quei morti da Kassam è stata data notizia con il dovuto rilievo. Dei dei 323 morti di Gaza, dei 26 palestinesi della Cisgiordania i grandi giornali non hanno mai parlato. Pesi diversi. Le notizie delle atrocità israeliane commesse a Gaza, sotto l’etichetta «autodifesa», sono apparse al massimo sotto piccoli titoli in pagine interne. I morti sono stati per lo più definiti «militanti di Hamas». Nella scuola rabbinica di Gerusalemme, sono «civili» e «studenti».

Ma se è difficile distinguere tra «militanti» e «civili» fra i palestinesi, anche qui dovrebbe esserlo: quella «scuola» è, come ha spiegato un editorialista di Gerusalemme, Khalid Amaryeh, «il sistema nervoso centrale del sistema studenti-coloni-soldati», da lì vengono i persecutori formati «religiosamente» a considerare gli arabi esseri inferiori. E quegli «studenti rabbinici» sono militanti del Gush Emunim, il «Blocco dei Fedeli», il cui motto è: «L’integralità della terra per l’integralità dell’ebraismo».

Il Gush Emunim proclama la necessità dell’espulsione totale (pulizia etnica) degli arabi dalla terra «santa» che dio ha donato a Giuda. La yeshivah colpita è stata fondata da rabbi Avraham Kook, primo rabbino di Israele, che formò i militanti dei gruppi terroristico-religiosi noti come Irgun e Lehi o Banda Stern, che nel 1948 massacrarono senza provocazione 500 palestinesi a Deir Yasin provocando la fuga di centinaia di migliaia di terrorizzati arabi (1). Un capo della banda stern Ytzak Shamir, divenne poi primo ministro.

Per rabbi Kook, le azioni degli ebrei, «qualunque sia la forma, sacra o profana che assumono, attestano il disegno di Dio». Anche il massacro. Perché accelera la venuta del Messia, e la ricostruzione del Tempio. Ragion per cui invitava gli ebrei religiosi «a collaborare attivamente al progetto sionista, che è di ispirazione messianica». Difficile dire qui se lo «studente talmudico» è un «militante». Difficile negarlo.

L’attentato alla scuola rabbinica offre ora la «giustificazione» per il progetto che Ehud Barak, ministro della guerra israeliano, aveva in realtà già reso noto il 5 marzo, come ha rivelato il Canale 2 della tv israeliana: farla finita con il lancio di Kassam evacuando a forza tutti i palestinesi che abitano nella zona nord di Gaza, da cui apparentemente vengono lanciati i razzi.

Ottenute le autorizzazioni «legali», ha detto la tv israeliana, l’operazione comincerà immediatamente: dapprima con lancio di volantini per avvisare i residenti ad abbandonare le case, poi – su quelli che restano – i bombardamenti aerei per distruggere le case e costringere tutti a fuggire. Dove andranno, in una striscia di terra sovraffollata di un milione e mezzo di abitanti, queste decine di migliaia di civili, non è cosa che interessi le nostre coscienze dalla percezione sproporzionata: sono «terroristi», hanno massacrato degli «studenti religiosi».

Non si parlerà di deportazione di massa, sarà un atto di giustificata autodifesa. Resterà una striscia di terra bruciata, di terra desolata e quindi purificata. La pace e sicurezza, finalmente.


Maurizio Blondet
www.effedieffe.com

1) Da Wikipedia:
Nel 1940 e nel 1941, il Lehi propose d’intervenire nella Seconda guerra mondiale accanto alla Germania nazista per ottenere il suo aiuto nella cacciata della Gran Bretagna dalla Palestina sotto Mandato e per offrirle assistenza nell’«evacuare» gli Ebrei dell’Europa in base all’argomento che «comuni interessi potrebbero esistere fra l’insediamento di un nuovo ordine in Europa in conformità con le concezioni della Germania, e le reali aspirazioni nazionali del popolo ebraico.» Alla fine del 1940, il rappresentante del Lehi Naftali Lubenchik fu inviato a Beirut dove incontrò il funzionario tedesco Werner Otto von Hentig cui consegnò una lettera in cui il Lehi offriva di »prendere parte attiva alla guerra dalla parte della Germania» in cambio del sostegno germanico per «l’instaurazione di uno storico Stato ebraico su una base nazionale e totalitaria, connesso a un trattato con il Reich germanico». Il Lehi provò a stabilire contatti con la Germania ancora nel dicembre 1941, ancora una volta senza successo. […] Un articolo intitolato «Terrore» su He Khazit («Il Fronte», un giornale del Lehi in clandestinità), n. 2, Agosto 1943, portava le seguenti argomentazioni [1]:
Né la moralità, né la tradizione ebraica possono negare l’uso del terrore come mezzo di battaglia. Noi siamo decisamente lontani da esitazioni di ordine morale sui campi di battaglia nazionali. Noi vediamo davanti a noi il comando della Torah, il più alto insegnamento morale del mondo: Cancellate - fino alla distruzione.nNoi siamo in particolare lontani da ogni sorta di esitazione nei confronti del nemico, la cui perversione morale è accettata da tutti».


giovedì 6 marzo 2008

I morti di Gaza non esistono: evviva la "libera informazione", evviva la "cultura"


In Palestina sono decenni che, quando più quando meno, l’esercito di un’impresa occupante per conto dell’Occidente chiamata “Stato d’Israele” (ma la cui esatta definizione, non ci stancheremo mai di dirlo, è “Entità Sionista”) sottopone la popolazione locale ad ogni tipo di vessazione, dalla distruzione di case, infrastrutture, uliveti e coltivazioni all’assassinio puro e semplice (meglio se di famiglie intere), passando per quelle “misure di sicurezza” come il sistema di “muri” che hanno ridotto la Palestina ad un enorme campo di concentramento, o quei “provvedimenti amministrativi” ordinari (quali le discriminazioni sull’accesso alla proprietà o alle vie di transito a seconda se si è “israeliani” o “palestinesi”) ed eccezionali (quali l’embargo che ha ridotto di recente la popolazione di Gaza né più né meno come quella del celebre Ghetto di Varsavia) che fanno della vita quotidiana degli autoctoni un autentico calvario.
In alcuni frangenti, poi, va in scena l’orrore allo stato puro. Il “male assoluto” già evocato da ometti di nessuno spessore politico per i loro opportunistici calcoli mirati ad ingraziarsi i potenti…
Al termine di un periodo che ha visto la popolazione di Gaza (rea di sostenere Hamas, a sua volta reo di non “riconoscere Israele”, il moderno ‘vitello d’oro’) al freddo, al buio e alla fame a causa della privazione da parte del governo israeliano (in combutta con Usa ed Ue) dei basilari mezzi di sostentamento (e di cura), e che l’ha vista protagonista di memorabili pagine di “resistenza pacifica” come lo sfondamento del muro che separa Gaza dall’Egitto per andare a prendersi il necessario per vivere o la catena umana di circa 40 km che ha visto uniti uomini, donne, vecchi, bambini reclamare un briciolo di pietà e di coerenza da parte di chi dei “diritti umani” ha fatto uno stendardo (agitato quando fa brodo), al termine dunque di questa Via Crucis è arrivata, tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo, una tempesta di fuoco (con la consueta sadica denominazione parabiblica) che non ha risparmiato niente e nessuno: oltre cento i morti, tra cui donne, ragazzini, bambini di sei mesi e addirittura di due giorni! Sacrifici umani del terzo millennio nel silenzio totale della cosiddetta “libera informazione”, così solerte nel farci conoscere il nome degli artigianali “razzi Qassam” palestinesi, onde creare correnti d’opinione favorevoli a comprendere le ragioni della “rappresaglia”, mentre non ci è dato di sapere come si chiamano i missili e i colpi di carro armato, altamente tecnologici, che sventrano le case dei palestinesi (i parenti degli immigrati che dovremmo “rispettare”!) e le donne incinte di Ràfah, Khan Yùnis, Jabàliya.
I giornali e le tv “autorevoli” fanno a gara a chi nasconde meglio la verità (e i cadaveri). Prendiamo un esempio tra i tanti che compongono una “storia d’ordinaria censura”.
“La Stampa”, il 3 marzo, a mattanza (quasi) conclusa, ha avuto la faccia tosta di pubblicare, a corredo del solito insulso articolo che gira intorno alla cosa (e, soprattutto, giustifica l’operato di Tel Aviv con ragioni di “sicurezza”), la foto di un “militante palestinese” con la kefia da “terrorista” e il sasso in mano. Ecco, “Israele si difende”, penserà il lettore sprovveduto…
Non mancavano poi le foto delle solite bandiere israeliane e americane bruciate, come se bruciare una bandiera equivalesse a bruciare vive delle persone in casa loro. E che dire dei triti e ritriti appelli affinché “si plachi la violenza”, la “spirale di violenza” cara agli arcobalenisti bertinottiani e, ci riporta lo stesso giornale, anche al Papa?
La palma del ‘disinformatore professionista numero 1’ l’ha guadagnata sul campo l’inviato della Rai Claudio Pagliara, coi denti digrignati e l’aspirata iniziale di “Hamas” che raschia quel tanto da tradire da chi ne ha appreso l’errata pronuncia… messo lì dopo il siluramento di Riccardo Cristiano e lo sbolognamento in Cina dell’“imparziale” Paolo Longo; invece Filippo Landi, altro inviato in zona, non si sa come stia occupando il suo tempo, dato che lo si vede sì e no una volta al mese, mentre Neliana Tersigni, anch’essa poco “affidabile” per Sion, dall’ufficio del Cairo ormai compare solo per raccontare delle innocue banalità. Questo Pagliara, ricordiamolo, è un giornalista della Rai, quindi un dipendente pubblico e perciò responsabile di fronte ai contribuenti del suo operato, che dovrebbe essere “deontologicamente” imparziale e non del tutto assimilabile alla trombetta del 7° Cavalleggeri dei film di John Wayne in versione kippata.
I principali spazi d’informazione presenti su internet, inoltre, non sono da meno: lo stesso “YouTube” sta già provvedendo a rimuovere, per “violazione delle condizioni d’utilizzo” (ma che c… vuol dire!?), alcuni filmati che mostrano cosa è realmente accaduto a Gaza: la censura e lo stravolgimento della realtà, condite dalla neolingua mediatica per cui l’aggredito è l’aggressore, la vittima il carnefice ecc., sono la regola aurea del mondo della pretesa “libera informazione”.
Morso dal dubbio di vivere in un incubo, c’è chi s’è messo a controllare come le principali testate europee hanno coperto i recenti fatti di Gaza ( http://sabbah.biz/mt/archives/2008/03/02/gaza-holocaust-free-media/): chi trova un trafiletto è fortunato!
Quando TUTTI si comportano allo stesso modo NON può essere un caso.
Il risultato è che il pubblico che crede di sapere tutto invece non sa un fico secco, perché basta seguire “Aljazeera” e cercare qualche foto sui siti delle agenzie in lingua araba (un’antologia è qui: http://www.cpeurasia.org/?read=6877) per rendersi conto che o tutto quel che fanno vedere questi “terroristi islamici” è frutto di qualche manipolazione al computer o siamo di fronte alla più grande operazione di sviamento delle coscienze mai vista prima: plotoni di giornalisti fabbricati in serie con l’autocensura incorporata fabbricano a loro volta le notizie e il consenso, ripetendo le solite frasi fatte ed infarcendo i loro ‘temini’ di fuorvianti termini-chiave messi in circolazione per dominare il discorso, e chi prova a dire come stanno le cose viene fatto fuori, additato come un pazzo e fatto oggetto di solerti attenzioni da parte della magistratura (v. la vicenda di Paolo Barnard, probabilmente reo d’aver profanato il ‘vitello d’oro’ col suo libro e la partecipazione a qualche iniziativa in odor di zolfo).
L’Occidente sprofonda in un mare d’ipocrisia e d’insensibilità: per tutti questi esseri umani trucidati da una barbarie, una perfidia e una malafede che non hanno eguali al mondo (si pensi al piagnisteo olocaustico), nessuna “guerra umanitaria” verrà scatenata dalla Nato (sono “affari interni”!), nessun “tribunale” e nessuna “alta corte di giustizia” pretenderà la testa di Olmert (il “premier”), con l’Onu - questo baraccone completamente inutile - che non è nemmeno in grado di emettere una misera “risoluzione” per allungare l’elenco, già chilometrico, di quelle diventate istantaneamente carta igienica alla faccia del “diritto internazionale”. E come se non bastasse, a Torino è tutto uno sbracciarsi da parte di chi ha un qualche ruolo istituzionale per accogliere “Israele” come ospite d’onore al Salone del libro. Ora avrei capito l’invito se si trattasse di un Festival del cinema dell’orrore, o dell’inaugurazione del museo della tortura, ma non si capisce che cosa abbia a che vedere con la “cultura” l’invito ad uno “Stato” con licenza di uccidere impunemente anche i bambini.
C’è chi ha detto “quando sento dire ‘cultura’ metto mano alla pistola”… ed è sempre stato dipinto come un mostro (anche se non voleva intendere quello che gli si attribuisce).
Ma celebrare la ‘cultura’ di chi mette mano alla pistola (contro dei bambini) non è forse altrettanto mostruoso?
Se ci fosse un po’ di decenza, e se a “cultura” corrispondesse ancora qualcosa di concreto, s’inviterebbero a parlare i superstiti delle famiglie palestinesi decimate (cioè quasi tutte!), e invece ci toccherà sorbire la solita sequela di “sopravvissuti” e ‘miracolati’ dell’Olocau-sto coi loro libri di “memorie”… “per non dimenticare” e affinché “non si ripeta mai più”.
In questo contesto sinceramente sconcertante, c’è un libro solo che, piuttosto, andrebbe presentato e discusso a Torino: il libro nero dell’informazione, dei giornali e delle tv, il libro nero della coscienza nera di chi non vuol vedere che oggi “si ripete” meglio e più di prima.

Enrico Galoppini
www.rinascita.info

martedì 4 marzo 2008

E’ uno Stato normale?

di Maurizio Blondet

«Questa operazione è finita, ma ce ne sono molte altre in arrivo», ha detto una fonte militare israeliana d’alto livello all’agenzia ebraica YnetNews.
Certo, naturalmente.
E’questa la vita normale di uno Stato normale: spargere morte e distruzione su i vicini, periodicamente.
Con armamento e volume di fuoco da terza guerra mondiale, caccia-bombardieri, artiglieria pesante aeronavale e missili contro «nemici» selezionati fra i peggio armati, o preferibilmente inermi.
Ebrei e israeliani dovrebbero fare un breve conto sugli ultimi anni di quello Stato normale.

Gli ultimi atti: luglio 2006, Israele attacca il Libano per dare una lezione ad Hezbollah, che crede impreparato.
L’attacco, scatenato col pretesto dei quattro soldati «rapiti» dagli sciiti, è in realtà stato pianificato dal marzo precedente, come ammetterà Olmert alla Commissione Winograd.
Errore di valutazione: Hezbollah infligge gravi perdite a Tsahal.
Per rappresaglia, Israele bombarda il Libano intero, Beirut compresa, distruggendone interamente
le infrastrutture: è normale, è così che si protegge lo Stato d’Israele.
Nessuno oserà chiedere i danni per la centrale del latte devastata, per la centrale elettrica, le strade e i ponti distrutti, per il petrolio finito a mare dai serbatoi sventrati.

Oltre mille libanesi, che nulla hanno a che vedere con Hezbollah, vengono massacrati.
E dopo il cessate il fuoco che mette fine momentanea ai 34 giorni di fuoco, Israele lancia
sul territorio sud-Libanese bombe a frammentazione, che spargono oltre un milione di shrapnel esplosivi negli orti e nei campi libanesi.
Questi ordigni, che scoppiano al minimo tocco, stanno ancora uccidendo civili: almeno 40 da allora, per lo più donne e bambini.
Passa poco più di un anno.

Settembre 2007: aerei israeliani violano lo spazio aereo siriano - non è affatto la prima volta, queste intrusioni sono continue, caccia israeliani amano sorvolare a bassa quota i palazzi del governo
di Damasco - ma stavolta attaccano una installazione che indicherà poi (improbabilmente) come nucleare.
Non c’è reazione, se non verbale: la Siria non è nemmeno lontanamente armata come Israele.

E adesso Gaza, febbraio 2008.
Quei Kassam, quelle kathiusce che partono da Gaza autorizzano a bombardare un milione e mezzo di civili.
Un attacco che secondo Amnesty International ha sferrato «con sconsiderato disprezzo per la vita dei civili».
In pochi giorni, Israele massacra 113 palestinesi, «di cui almeno dieci bambini, ed altri civili disarmati non attivi nel conflitto».
Anche gli osservatori dell’ONU protestano per la «sproporzione» della reazione israeliana.
Ma non è questo che fa uno Stato normale?

Contro un kalashnikov, due carri armati Merkava; contro un Kassam, un bombardamento con F-16 da grande guerra globale.
Su gente che lo Stato normale ha previamente affamato da un anno, bloccando ogni merce, strangolando ogni possibilità di vita.
Un «nemico» che non è uno Stato, e a cui non riconosce alcuna dignità.

La nostra memoria labile, sforacchiata dalla propaganda, non ricorda che Hamas ha più volte offerto un cessate il fuoco; ignorata dal regime israeliano, che non vuole avviare alcuna trattativa
con «i terroristi».
Sicchè l’unica opzione resta lo strangolamento di un milione e mezzo di persone (sono colpevoli, hanno votato Hamas), e il bastone bellico, le bombe, le esecuzioni di «militanti di Hamas» eseguite dal cielo con missili che ammazzano ogni volta anche una mezza dozzina di passanti.
E’ così che fa uno Stato normale: ad ogni proposta, risponde col ferro e col fuoco.
Libano 2006, Siria 2007, Gaza 2008, una «guerra» asimmetrica (super-armati contro inermi) almeno una volta l’anno.

Ma nelle pause, nessuna tregua: continue violazioni dello spazio aereo in Libano, provocazioni contro la Siria, assassinii al missile in Gaza; e stringere ancora un po’ l’anello di ferro della fame e della penuria, ancora un po’ di punizione collettiva contro bambini denutriti e ridotti a mangiare pane e thè; ancora un po’ di disprezzo per gente a cui distruggi gli oliveti di tanto in tanto, giusto per tenerti in esercizio; o a cui fai mancare la luce, o i medicinali agli ospedali; a cui togli ogni speranza di vita economica, bloccando le povere merci in uscita, bloccando le povere cose
in entrata.
Uno Stato normale si circonda di un muro di 700 chilometri.
Si arma di 500 bombe atomiche e missili intercontinentali.
Progetta e studia come bombardare le installazioni nucleari dell’Iran, a duemila chilometri
di distanza.
E non si sente mai abbastanza sicuro, e vuole sempre più armi dal suo colossale servo, dal Golem americano.

Uno Stato che pretende ossequio dall’Europa con l’intimidazione e la pressione, uno Stato che pretende azzittita ogni critica, che esige di imporre leggi agli Stati altrui.
Uno Stato perennemente ostile, che non vuole né amici né alleati, ma solo strumenti e servi.
Uno Stato che vive così da decenni, rubando terra ad inermi, e minacciando, e creando attorno a sé instabilità e rovina, per sentirsi tranquillo… senza mai riuscirci.
Uno Stato aguzzino, che commette atrocità e crimini contro i civili, ma che si dichiara vittima;
che attacca e si dice attaccato.
Uno Stato che manda dovunque le sue squadre d’assassinio, i suoi kidon, ad ammazzare nel mondo; sempre impunemente, perché tutti i governi del mondo ammutoliscono di fronte a questa «vittima», hanno paura dei suoi mezzi palesi ed occulti di nuocere.

Riusciamo a pensare per un momento: quale altro Stato, quale altro regime si è mai comportato così?
Ci pensino gli ebrei: uno Stato in guerra perpetua, che affida la sua durata alla guerra perpetua contro tutti i circostanti, quanto può durare?
E’ poi così strano che tra i perseguitati e gli affamati, tra i minacciati da questo Stato, se ne sogni e se ne voglia la fine?
Gli Stati sogliono durare secoli, magari millenni; ma sinceramente, potete immaginare Israele esistente fra un secolo?
Con la sua guerra perpetua, la sua ostilità e disprezzo di ogni altro Stato e di ogni negoziato?

No, per quanto i servi intimiditi lo ripetano, lo adulino, non è uno Stato normale.
E’ uno Stato malato.
E’ uno Stato suicida.

venerdì 8 febbraio 2008

Notizie dal Quarto Reich

di Maurizio Blondet www.effedieffe.com
Un nuovo programma scolastico parte in Inghilterra: almeno due studenti di ogni scuola, ogni anno, dovranno essere spediti a visitare Auschwitz.
Ciò per assicurarsi che «le lezioni del genocidio nazista vivano nella nuova generazione».
Gli studenti selezionati per la visita dovranno incontrare «almeno un sopravvissuto» che racconterà loro le storie di vita e di morte nel campo.
La visita si concluderà con «un solenne memorial service».
Al ritorno, gli studenti dovranno partecipare a un seminario per «riflettere sull’esperienza».
Liberamente, spontaneamente.

Ogni scuola - liberamente, spontaneamente - dovrà pagare un terzo del costo del viaggio, mentre
lo Stato coprirà il resto.
A questo scopo sono stati stanziati 1,5 milioni di sterline l’anno fino al 2011.

Lo scopo di queste visite, ha detto Karen Pollock, direttrice esecutiva dell’Holocaust Education Trust, è di «trasformare gli educati in educatori».
Il fatto è, ha spiegato, che «siamo ben consapevoli che presto non ci saranno più sopravvissuti per andare ad educare all’olocausto nelle scuole; così questi giovani, attraverso queste visite, diventano testimoni».
Infatti, ha detto la Pollock, «alcuni studenti che hanno fatto la visita sono stati ispirati a distribuire volantini contro il British National Party» (neofascista).
Liberamente, spontaneamente.

La signora Pollock deve aver tratto insegnamento dal «ragazzo Morozov», il giovane pioniere dal fazzoletto rosso che nell’URSS anni ‘30, durante la grande carestia, fu «ispirato» dall’educazione ricevuta nelle scuole sovietiche a denunciare il proprio padre per sottrazione di grano all’ammasso.
Il padre fu fucilato, il piccolo pioniere Morozov (si dice) ucciso dai parenti.
Lo Stato sovietico elevò un monumento al piccolo delatore, martire della missione che "trasforma gli educati in educatori».

Frattanto in Israele le autorità hanno ordinato la demolizione della moschea di Al-Omari nel villaggio di Umm Tuba, presso Gerusalemme, con la motivazione che l’edificio era stato costruito senza autorizzazione.
Il gran muftì di Gerusalemme, sceicco Muhammed Hussein, ha spiegato che la moschea Al-Omar è stata costruita 700 anni fa, quando non esisteva ancora il Quarto Reich.
Secondo lui, gli israeliani stanno cancellando ogni memoria storica dell’Islam in Palestina,
in violazione «di tutti i valori religiosi e dei trattati internazionali».

Per scongiurare la demolizione, ha fatto appello all’UNESCO.
Non si sa con quale effetto.
Perché, si sa, c’è memoria e «Memoria».
In Sion, un consesso di giudici capeggiato dal presidente Dorit Beinisch (una donna) ha stabilito che Israele ha il diritto legale di lesinare l’elettricità e i carburanti a Gaza «perché anche quelle piccole quantità sono sufficientemente adeguate ai bisogni umanitari».
Umanitari.

A New York sta per riunirsi l’annuale Rabbinical Assembly, e gli organizzatori ammettono di aver problemi a trovare conferenzieri progressisti, dato che la maggioranza schiacciante è di conservatori.
In teoria, per fare numero, avrebbero dovuto far parlare Stephen Brewer, giudice della Corte Suprema e di idee liberal, e Howard Dean, presidente del National Committee democratico.
Ma su questi due nomi c’è un divieto rabbinico: «E’ nostra politica non invitare conferenzieri che non sono sposati con ebrei», ha spiegato rabbi Joel Meyer, il vicepresidente.
E quelli sono «intermarried».
Meyer ha spiegato: «La Rabbinical Assembly è fortemente per l’endogamia».
Naturalmente, si tratta di preservare la purezza del sangue.

Dal 2006 i rabbini americani hanno compiuto un passo audace, ammettendo al rabbinato gli omosessuali e benedicendo le nozze fra persone dello stesso sesso.
Ma sul matrimonio etero, non transigono: i due devono essere entrambi ebrei.
«E’ un tema difficile, che trattiamo molto seriamente», ha spiegato rabbi Meyer ai giornalisti: «Noi siamo capaci di mantenere la tradizione in tensione con la modernità».

Nella galleria del delirio non può mancare Fiamma Nirenstein.
Su Il Giornale, ha scritto che il boicottaggio ad Israele alla Fiera del Libro di Torino «è una nuova Shoah».
E’ incerto se questo possa configurare una forma di vilipendio della memoria: perché se un boicottaggio è la nuova Shoah, ci si può chiedere se la «vecchia Shoah» non sia stata, in fondo, che una forma di boicottaggio.
Il che è negazionismo antisemita da cui prendiamo le distanze.
Decidano i rabbini.
In ogni caso, la Nirenstein è endogama, quindi può parlare.

Ariel Sharon, che aveva almeno il dono della franchezza, lo disse chiaro nel 1982: «Siamo giudeo-nazisti, e allora? Se i vostri dolci civilizzati padri, anziché scrivere libri sul loro amore per l’umanità, fossero venuti in Israele e avessero ammazzato sei milioni di arabi, cosa sarebbe accaduto? D’accordo, due o tre pagine cattive sui libri di storia, e ci avrebbero detto di tutto.
Ma oggi saremmo qui, una nazione di 25 milioni. Ciò che non volete capire è che il lavoro sporco del Sionismo non è ancora finito, lungi da quello».

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La verità è quella che vi dicono. E poi il problema in Italia non è mai stato tanto di saperla, ma che saputala tutto resta uguale. Credete forse oggi voi di essere liberi? Votate per dieci volte l'anno gente che a volte neanche conoscete e che una volta eletta fa ciò che vuole, acciuccia e si spartisce.
Sempre comanderà un'oligarchia che vi inganna col gioco delle parti.

E allora? Dov'è povero postero il guadagno?
La dittatura è un sistema per opprimere il popolo.
La democrazia è un sistema per costringere il popolo a opprimersi da solo.

Ma ricordate: un popolo che perde la sua memoria...
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