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"Nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario"
George Orwell
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sabato 8 marzo 2008

Diverse percezioni dell'errore


GERUSALEMME: «Occhio per occhio, e tutto il mondo è cieco»: è necessario porre questo detto di Gandhi ad ogni commento sull’eccidio di otto israeliani nella scuola rabbinica Mirkaz Ha’rav. E tuttavia, nemmeno sarà possibile tacere la sproporzione della condanna e dell’orrore, nella percezione mediatica.

I 130 palestinesi, di cui cinque lattanti, massacrati a Gaza dall’esercito israeliano in una settimana, non hanno avuto i titoli cubitali in prima pagina, né le aperture agghiacciate dei TG mondiali che hanno avuto gli otto morti israeliani. Nessun reportage abbiamo visto dal carnaio di Gaza.

Gli uccisi israeliani erano civili; anche una sessantina di palestinesi erano civili. Per i media, un azione è «terrorismo», l’altra «autodifesa». E come tali resteranno etichettati nelle menti delle masse. Le diplomazie occidentali condannano ad una sola voce il «terrorismo»: uno solo, naturalmente. Il sottinteso è che ci sono vite umane più sacre di altre. Le altre, quelle dei prigionieri di Gaza, diventano sempre meno sacre, pesano sempre meno.

Dal 2000 al 2005, sono caduti in media 4 palestinesi per ogni israeliani ucciso; nel 2006, erano 30 ad uno; nel 2007 la proporzione è stata 40 ad uno. Nei tre mesi passati dalla «conferenza di pace» di Annapolis, Israele ha già ammazzato 323 palestinesi; gli israeliani uccisi sono stati 7, cinque dei quali soldati di Tsahal impegnati nelle incursioni contro la gente palestinese, due i civili.

Il massacro di arabi è «giustificato» perché a Gaza governa Hamas «terrorista», e da Gaza partono i razzi Kassam. Ma nessuna tv né alcuno giornale ha detto che in Cisgiordania, da cui non parte un solo razzo, e su cui governa Fatah che ha accettato una tregua permanente, negli ultimi tre mesi l’armata israeliana ha condotto 480 operazioni militari, uccidendo 26 palestinesi.

I lanci di razzi da Gaza hanno ucciso in tutto 14 persone in 7 (sette) anni. Di ciascuno di quei morti da Kassam è stata data notizia con il dovuto rilievo. Dei dei 323 morti di Gaza, dei 26 palestinesi della Cisgiordania i grandi giornali non hanno mai parlato. Pesi diversi. Le notizie delle atrocità israeliane commesse a Gaza, sotto l’etichetta «autodifesa», sono apparse al massimo sotto piccoli titoli in pagine interne. I morti sono stati per lo più definiti «militanti di Hamas». Nella scuola rabbinica di Gerusalemme, sono «civili» e «studenti».

Ma se è difficile distinguere tra «militanti» e «civili» fra i palestinesi, anche qui dovrebbe esserlo: quella «scuola» è, come ha spiegato un editorialista di Gerusalemme, Khalid Amaryeh, «il sistema nervoso centrale del sistema studenti-coloni-soldati», da lì vengono i persecutori formati «religiosamente» a considerare gli arabi esseri inferiori. E quegli «studenti rabbinici» sono militanti del Gush Emunim, il «Blocco dei Fedeli», il cui motto è: «L’integralità della terra per l’integralità dell’ebraismo».

Il Gush Emunim proclama la necessità dell’espulsione totale (pulizia etnica) degli arabi dalla terra «santa» che dio ha donato a Giuda. La yeshivah colpita è stata fondata da rabbi Avraham Kook, primo rabbino di Israele, che formò i militanti dei gruppi terroristico-religiosi noti come Irgun e Lehi o Banda Stern, che nel 1948 massacrarono senza provocazione 500 palestinesi a Deir Yasin provocando la fuga di centinaia di migliaia di terrorizzati arabi (1). Un capo della banda stern Ytzak Shamir, divenne poi primo ministro.

Per rabbi Kook, le azioni degli ebrei, «qualunque sia la forma, sacra o profana che assumono, attestano il disegno di Dio». Anche il massacro. Perché accelera la venuta del Messia, e la ricostruzione del Tempio. Ragion per cui invitava gli ebrei religiosi «a collaborare attivamente al progetto sionista, che è di ispirazione messianica». Difficile dire qui se lo «studente talmudico» è un «militante». Difficile negarlo.

L’attentato alla scuola rabbinica offre ora la «giustificazione» per il progetto che Ehud Barak, ministro della guerra israeliano, aveva in realtà già reso noto il 5 marzo, come ha rivelato il Canale 2 della tv israeliana: farla finita con il lancio di Kassam evacuando a forza tutti i palestinesi che abitano nella zona nord di Gaza, da cui apparentemente vengono lanciati i razzi.

Ottenute le autorizzazioni «legali», ha detto la tv israeliana, l’operazione comincerà immediatamente: dapprima con lancio di volantini per avvisare i residenti ad abbandonare le case, poi – su quelli che restano – i bombardamenti aerei per distruggere le case e costringere tutti a fuggire. Dove andranno, in una striscia di terra sovraffollata di un milione e mezzo di abitanti, queste decine di migliaia di civili, non è cosa che interessi le nostre coscienze dalla percezione sproporzionata: sono «terroristi», hanno massacrato degli «studenti religiosi».

Non si parlerà di deportazione di massa, sarà un atto di giustificata autodifesa. Resterà una striscia di terra bruciata, di terra desolata e quindi purificata. La pace e sicurezza, finalmente.


Maurizio Blondet
www.effedieffe.com

1) Da Wikipedia:
Nel 1940 e nel 1941, il Lehi propose d’intervenire nella Seconda guerra mondiale accanto alla Germania nazista per ottenere il suo aiuto nella cacciata della Gran Bretagna dalla Palestina sotto Mandato e per offrirle assistenza nell’«evacuare» gli Ebrei dell’Europa in base all’argomento che «comuni interessi potrebbero esistere fra l’insediamento di un nuovo ordine in Europa in conformità con le concezioni della Germania, e le reali aspirazioni nazionali del popolo ebraico.» Alla fine del 1940, il rappresentante del Lehi Naftali Lubenchik fu inviato a Beirut dove incontrò il funzionario tedesco Werner Otto von Hentig cui consegnò una lettera in cui il Lehi offriva di »prendere parte attiva alla guerra dalla parte della Germania» in cambio del sostegno germanico per «l’instaurazione di uno storico Stato ebraico su una base nazionale e totalitaria, connesso a un trattato con il Reich germanico». Il Lehi provò a stabilire contatti con la Germania ancora nel dicembre 1941, ancora una volta senza successo. […] Un articolo intitolato «Terrore» su He Khazit («Il Fronte», un giornale del Lehi in clandestinità), n. 2, Agosto 1943, portava le seguenti argomentazioni [1]:
Né la moralità, né la tradizione ebraica possono negare l’uso del terrore come mezzo di battaglia. Noi siamo decisamente lontani da esitazioni di ordine morale sui campi di battaglia nazionali. Noi vediamo davanti a noi il comando della Torah, il più alto insegnamento morale del mondo: Cancellate - fino alla distruzione.nNoi siamo in particolare lontani da ogni sorta di esitazione nei confronti del nemico, la cui perversione morale è accettata da tutti».


giovedì 6 marzo 2008

I morti di Gaza non esistono: evviva la "libera informazione", evviva la "cultura"


In Palestina sono decenni che, quando più quando meno, l’esercito di un’impresa occupante per conto dell’Occidente chiamata “Stato d’Israele” (ma la cui esatta definizione, non ci stancheremo mai di dirlo, è “Entità Sionista”) sottopone la popolazione locale ad ogni tipo di vessazione, dalla distruzione di case, infrastrutture, uliveti e coltivazioni all’assassinio puro e semplice (meglio se di famiglie intere), passando per quelle “misure di sicurezza” come il sistema di “muri” che hanno ridotto la Palestina ad un enorme campo di concentramento, o quei “provvedimenti amministrativi” ordinari (quali le discriminazioni sull’accesso alla proprietà o alle vie di transito a seconda se si è “israeliani” o “palestinesi”) ed eccezionali (quali l’embargo che ha ridotto di recente la popolazione di Gaza né più né meno come quella del celebre Ghetto di Varsavia) che fanno della vita quotidiana degli autoctoni un autentico calvario.
In alcuni frangenti, poi, va in scena l’orrore allo stato puro. Il “male assoluto” già evocato da ometti di nessuno spessore politico per i loro opportunistici calcoli mirati ad ingraziarsi i potenti…
Al termine di un periodo che ha visto la popolazione di Gaza (rea di sostenere Hamas, a sua volta reo di non “riconoscere Israele”, il moderno ‘vitello d’oro’) al freddo, al buio e alla fame a causa della privazione da parte del governo israeliano (in combutta con Usa ed Ue) dei basilari mezzi di sostentamento (e di cura), e che l’ha vista protagonista di memorabili pagine di “resistenza pacifica” come lo sfondamento del muro che separa Gaza dall’Egitto per andare a prendersi il necessario per vivere o la catena umana di circa 40 km che ha visto uniti uomini, donne, vecchi, bambini reclamare un briciolo di pietà e di coerenza da parte di chi dei “diritti umani” ha fatto uno stendardo (agitato quando fa brodo), al termine dunque di questa Via Crucis è arrivata, tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo, una tempesta di fuoco (con la consueta sadica denominazione parabiblica) che non ha risparmiato niente e nessuno: oltre cento i morti, tra cui donne, ragazzini, bambini di sei mesi e addirittura di due giorni! Sacrifici umani del terzo millennio nel silenzio totale della cosiddetta “libera informazione”, così solerte nel farci conoscere il nome degli artigianali “razzi Qassam” palestinesi, onde creare correnti d’opinione favorevoli a comprendere le ragioni della “rappresaglia”, mentre non ci è dato di sapere come si chiamano i missili e i colpi di carro armato, altamente tecnologici, che sventrano le case dei palestinesi (i parenti degli immigrati che dovremmo “rispettare”!) e le donne incinte di Ràfah, Khan Yùnis, Jabàliya.
I giornali e le tv “autorevoli” fanno a gara a chi nasconde meglio la verità (e i cadaveri). Prendiamo un esempio tra i tanti che compongono una “storia d’ordinaria censura”.
“La Stampa”, il 3 marzo, a mattanza (quasi) conclusa, ha avuto la faccia tosta di pubblicare, a corredo del solito insulso articolo che gira intorno alla cosa (e, soprattutto, giustifica l’operato di Tel Aviv con ragioni di “sicurezza”), la foto di un “militante palestinese” con la kefia da “terrorista” e il sasso in mano. Ecco, “Israele si difende”, penserà il lettore sprovveduto…
Non mancavano poi le foto delle solite bandiere israeliane e americane bruciate, come se bruciare una bandiera equivalesse a bruciare vive delle persone in casa loro. E che dire dei triti e ritriti appelli affinché “si plachi la violenza”, la “spirale di violenza” cara agli arcobalenisti bertinottiani e, ci riporta lo stesso giornale, anche al Papa?
La palma del ‘disinformatore professionista numero 1’ l’ha guadagnata sul campo l’inviato della Rai Claudio Pagliara, coi denti digrignati e l’aspirata iniziale di “Hamas” che raschia quel tanto da tradire da chi ne ha appreso l’errata pronuncia… messo lì dopo il siluramento di Riccardo Cristiano e lo sbolognamento in Cina dell’“imparziale” Paolo Longo; invece Filippo Landi, altro inviato in zona, non si sa come stia occupando il suo tempo, dato che lo si vede sì e no una volta al mese, mentre Neliana Tersigni, anch’essa poco “affidabile” per Sion, dall’ufficio del Cairo ormai compare solo per raccontare delle innocue banalità. Questo Pagliara, ricordiamolo, è un giornalista della Rai, quindi un dipendente pubblico e perciò responsabile di fronte ai contribuenti del suo operato, che dovrebbe essere “deontologicamente” imparziale e non del tutto assimilabile alla trombetta del 7° Cavalleggeri dei film di John Wayne in versione kippata.
I principali spazi d’informazione presenti su internet, inoltre, non sono da meno: lo stesso “YouTube” sta già provvedendo a rimuovere, per “violazione delle condizioni d’utilizzo” (ma che c… vuol dire!?), alcuni filmati che mostrano cosa è realmente accaduto a Gaza: la censura e lo stravolgimento della realtà, condite dalla neolingua mediatica per cui l’aggredito è l’aggressore, la vittima il carnefice ecc., sono la regola aurea del mondo della pretesa “libera informazione”.
Morso dal dubbio di vivere in un incubo, c’è chi s’è messo a controllare come le principali testate europee hanno coperto i recenti fatti di Gaza ( http://sabbah.biz/mt/archives/2008/03/02/gaza-holocaust-free-media/): chi trova un trafiletto è fortunato!
Quando TUTTI si comportano allo stesso modo NON può essere un caso.
Il risultato è che il pubblico che crede di sapere tutto invece non sa un fico secco, perché basta seguire “Aljazeera” e cercare qualche foto sui siti delle agenzie in lingua araba (un’antologia è qui: http://www.cpeurasia.org/?read=6877) per rendersi conto che o tutto quel che fanno vedere questi “terroristi islamici” è frutto di qualche manipolazione al computer o siamo di fronte alla più grande operazione di sviamento delle coscienze mai vista prima: plotoni di giornalisti fabbricati in serie con l’autocensura incorporata fabbricano a loro volta le notizie e il consenso, ripetendo le solite frasi fatte ed infarcendo i loro ‘temini’ di fuorvianti termini-chiave messi in circolazione per dominare il discorso, e chi prova a dire come stanno le cose viene fatto fuori, additato come un pazzo e fatto oggetto di solerti attenzioni da parte della magistratura (v. la vicenda di Paolo Barnard, probabilmente reo d’aver profanato il ‘vitello d’oro’ col suo libro e la partecipazione a qualche iniziativa in odor di zolfo).
L’Occidente sprofonda in un mare d’ipocrisia e d’insensibilità: per tutti questi esseri umani trucidati da una barbarie, una perfidia e una malafede che non hanno eguali al mondo (si pensi al piagnisteo olocaustico), nessuna “guerra umanitaria” verrà scatenata dalla Nato (sono “affari interni”!), nessun “tribunale” e nessuna “alta corte di giustizia” pretenderà la testa di Olmert (il “premier”), con l’Onu - questo baraccone completamente inutile - che non è nemmeno in grado di emettere una misera “risoluzione” per allungare l’elenco, già chilometrico, di quelle diventate istantaneamente carta igienica alla faccia del “diritto internazionale”. E come se non bastasse, a Torino è tutto uno sbracciarsi da parte di chi ha un qualche ruolo istituzionale per accogliere “Israele” come ospite d’onore al Salone del libro. Ora avrei capito l’invito se si trattasse di un Festival del cinema dell’orrore, o dell’inaugurazione del museo della tortura, ma non si capisce che cosa abbia a che vedere con la “cultura” l’invito ad uno “Stato” con licenza di uccidere impunemente anche i bambini.
C’è chi ha detto “quando sento dire ‘cultura’ metto mano alla pistola”… ed è sempre stato dipinto come un mostro (anche se non voleva intendere quello che gli si attribuisce).
Ma celebrare la ‘cultura’ di chi mette mano alla pistola (contro dei bambini) non è forse altrettanto mostruoso?
Se ci fosse un po’ di decenza, e se a “cultura” corrispondesse ancora qualcosa di concreto, s’inviterebbero a parlare i superstiti delle famiglie palestinesi decimate (cioè quasi tutte!), e invece ci toccherà sorbire la solita sequela di “sopravvissuti” e ‘miracolati’ dell’Olocau-sto coi loro libri di “memorie”… “per non dimenticare” e affinché “non si ripeta mai più”.
In questo contesto sinceramente sconcertante, c’è un libro solo che, piuttosto, andrebbe presentato e discusso a Torino: il libro nero dell’informazione, dei giornali e delle tv, il libro nero della coscienza nera di chi non vuol vedere che oggi “si ripete” meglio e più di prima.

Enrico Galoppini
www.rinascita.info

martedì 4 marzo 2008

E’ uno Stato normale?

di Maurizio Blondet

«Questa operazione è finita, ma ce ne sono molte altre in arrivo», ha detto una fonte militare israeliana d’alto livello all’agenzia ebraica YnetNews.
Certo, naturalmente.
E’questa la vita normale di uno Stato normale: spargere morte e distruzione su i vicini, periodicamente.
Con armamento e volume di fuoco da terza guerra mondiale, caccia-bombardieri, artiglieria pesante aeronavale e missili contro «nemici» selezionati fra i peggio armati, o preferibilmente inermi.
Ebrei e israeliani dovrebbero fare un breve conto sugli ultimi anni di quello Stato normale.

Gli ultimi atti: luglio 2006, Israele attacca il Libano per dare una lezione ad Hezbollah, che crede impreparato.
L’attacco, scatenato col pretesto dei quattro soldati «rapiti» dagli sciiti, è in realtà stato pianificato dal marzo precedente, come ammetterà Olmert alla Commissione Winograd.
Errore di valutazione: Hezbollah infligge gravi perdite a Tsahal.
Per rappresaglia, Israele bombarda il Libano intero, Beirut compresa, distruggendone interamente
le infrastrutture: è normale, è così che si protegge lo Stato d’Israele.
Nessuno oserà chiedere i danni per la centrale del latte devastata, per la centrale elettrica, le strade e i ponti distrutti, per il petrolio finito a mare dai serbatoi sventrati.

Oltre mille libanesi, che nulla hanno a che vedere con Hezbollah, vengono massacrati.
E dopo il cessate il fuoco che mette fine momentanea ai 34 giorni di fuoco, Israele lancia
sul territorio sud-Libanese bombe a frammentazione, che spargono oltre un milione di shrapnel esplosivi negli orti e nei campi libanesi.
Questi ordigni, che scoppiano al minimo tocco, stanno ancora uccidendo civili: almeno 40 da allora, per lo più donne e bambini.
Passa poco più di un anno.

Settembre 2007: aerei israeliani violano lo spazio aereo siriano - non è affatto la prima volta, queste intrusioni sono continue, caccia israeliani amano sorvolare a bassa quota i palazzi del governo
di Damasco - ma stavolta attaccano una installazione che indicherà poi (improbabilmente) come nucleare.
Non c’è reazione, se non verbale: la Siria non è nemmeno lontanamente armata come Israele.

E adesso Gaza, febbraio 2008.
Quei Kassam, quelle kathiusce che partono da Gaza autorizzano a bombardare un milione e mezzo di civili.
Un attacco che secondo Amnesty International ha sferrato «con sconsiderato disprezzo per la vita dei civili».
In pochi giorni, Israele massacra 113 palestinesi, «di cui almeno dieci bambini, ed altri civili disarmati non attivi nel conflitto».
Anche gli osservatori dell’ONU protestano per la «sproporzione» della reazione israeliana.
Ma non è questo che fa uno Stato normale?

Contro un kalashnikov, due carri armati Merkava; contro un Kassam, un bombardamento con F-16 da grande guerra globale.
Su gente che lo Stato normale ha previamente affamato da un anno, bloccando ogni merce, strangolando ogni possibilità di vita.
Un «nemico» che non è uno Stato, e a cui non riconosce alcuna dignità.

La nostra memoria labile, sforacchiata dalla propaganda, non ricorda che Hamas ha più volte offerto un cessate il fuoco; ignorata dal regime israeliano, che non vuole avviare alcuna trattativa
con «i terroristi».
Sicchè l’unica opzione resta lo strangolamento di un milione e mezzo di persone (sono colpevoli, hanno votato Hamas), e il bastone bellico, le bombe, le esecuzioni di «militanti di Hamas» eseguite dal cielo con missili che ammazzano ogni volta anche una mezza dozzina di passanti.
E’ così che fa uno Stato normale: ad ogni proposta, risponde col ferro e col fuoco.
Libano 2006, Siria 2007, Gaza 2008, una «guerra» asimmetrica (super-armati contro inermi) almeno una volta l’anno.

Ma nelle pause, nessuna tregua: continue violazioni dello spazio aereo in Libano, provocazioni contro la Siria, assassinii al missile in Gaza; e stringere ancora un po’ l’anello di ferro della fame e della penuria, ancora un po’ di punizione collettiva contro bambini denutriti e ridotti a mangiare pane e thè; ancora un po’ di disprezzo per gente a cui distruggi gli oliveti di tanto in tanto, giusto per tenerti in esercizio; o a cui fai mancare la luce, o i medicinali agli ospedali; a cui togli ogni speranza di vita economica, bloccando le povere merci in uscita, bloccando le povere cose
in entrata.
Uno Stato normale si circonda di un muro di 700 chilometri.
Si arma di 500 bombe atomiche e missili intercontinentali.
Progetta e studia come bombardare le installazioni nucleari dell’Iran, a duemila chilometri
di distanza.
E non si sente mai abbastanza sicuro, e vuole sempre più armi dal suo colossale servo, dal Golem americano.

Uno Stato che pretende ossequio dall’Europa con l’intimidazione e la pressione, uno Stato che pretende azzittita ogni critica, che esige di imporre leggi agli Stati altrui.
Uno Stato perennemente ostile, che non vuole né amici né alleati, ma solo strumenti e servi.
Uno Stato che vive così da decenni, rubando terra ad inermi, e minacciando, e creando attorno a sé instabilità e rovina, per sentirsi tranquillo… senza mai riuscirci.
Uno Stato aguzzino, che commette atrocità e crimini contro i civili, ma che si dichiara vittima;
che attacca e si dice attaccato.
Uno Stato che manda dovunque le sue squadre d’assassinio, i suoi kidon, ad ammazzare nel mondo; sempre impunemente, perché tutti i governi del mondo ammutoliscono di fronte a questa «vittima», hanno paura dei suoi mezzi palesi ed occulti di nuocere.

Riusciamo a pensare per un momento: quale altro Stato, quale altro regime si è mai comportato così?
Ci pensino gli ebrei: uno Stato in guerra perpetua, che affida la sua durata alla guerra perpetua contro tutti i circostanti, quanto può durare?
E’ poi così strano che tra i perseguitati e gli affamati, tra i minacciati da questo Stato, se ne sogni e se ne voglia la fine?
Gli Stati sogliono durare secoli, magari millenni; ma sinceramente, potete immaginare Israele esistente fra un secolo?
Con la sua guerra perpetua, la sua ostilità e disprezzo di ogni altro Stato e di ogni negoziato?

No, per quanto i servi intimiditi lo ripetano, lo adulino, non è uno Stato normale.
E’ uno Stato malato.
E’ uno Stato suicida.

sabato 26 gennaio 2008

Israele, la vergogna!

di Maurizio Blondet www.effedieffe.com
GAZA - I giornali fanno quello che possono per mascherare la vergogna d’Israele, la sua insensibilità meschina.
«Forze di Hamas hanno segretamente lavorato per mesi al muro di metallo con lance termiche», ha accusato il Times di Londra.
Le evasioni dai lager tedeschi di eroici soldati inglesi sono state glorificate in infiniti film.
Di colpo, i prigionieri non hanno più il diritto di fuggire dal lager.
Se sono palestinesi, il loro è un complotto deplorevole.
Eh sì, hanno commesso il delitto di segretamente forare il muro di acciaio massiccio, perchè gli esseri umani vogliono essere liberi.
Poi, un bulldozer ha aperto il varco perché potessero passarci le auto.
E 350 mila palestinesi sono usciti in Egitto, hanno svuotato le botteghe di Rafah, alcuni hanno raggiunto in auto El Arish, 45 chilometri più addentro.

«Siamo caduti nella trappola di Hamas», ha dichiarato rabbioso Danny Ayalon, già ambasciatore israeliano a Washington, «e abbiamo perso di nuovo la nostra deterrenza. E’ stato un disastro di pubbliche relazioni» (1).
Gente abituata al male finisce per rivelarsi, nonostante ogni ipocrisia, nelle sue parole.
Ecco come pensano gli israeliani: «deterrenza», «disastro di relazioni pubbliche».

No, mister Ayalon: quello di Israele è un disastro morale.
Persino il mondo complice, che fingeva di non vedere quello che fate ai palestinesi, ha dovuto prenderne atto.
E protestare un po’.
Il «danno d’immagine» se lo sono voluto.

Hanno cominciato nel 2006 ad affamare un milione e mezzo di persone a Gaza, chiudendo tutti i valichi, e l’hanno chiamata ridacchiando «cura dimagrante».
Lo scopo dichiarato era alienare da Hamas la popolazione che l’aveva votato.
Non ci sono riusciti, e giorno dopo giorno hanno indurito la «cura».
Sempre meno cibo, sempre meno merci necessarie.
Incursioni, hanno ammazzato in quest’anno mille «terroristi», di cui 157 bambini.
Hanno ridacchiato anche davanti agli avvertimenti di John Dugard, il responsabile ONU per i diritti umani nei territori palestinesi, che avvertiva del disastro umanitario imminente e condannava Israele per «la violazione dello stretto divieto di punizione collettiva contenuto nella quarta Convenzione di Ginevra».
Risate.

I media mondiali non hanno riportato una parola di Dugard.
Nemmeno la settimana scorsa, quando l’inviato dell’ONU ha detto: «L’uccisione di quaranta palestinesi a Gaza la settimana scorsa, con l’attacco a un edificio governativo vicino a cui si svolgeva una festa di nozze che rendeva prevedibile la perdita di vite umane di tanti civili, insieme alla chiusura di tutti i valichi, pone seri dubbi sul rispetto di Israele per il diritto internazionale».
Le leggi internazionali vietano la punizione collettiva di un popolo per le azioni dei suoi partigiani? Sai le risate.
Celebrate Marzabotto, quella sì è una punizione collettiva!
Chinate la testa il giorno della Memoria, goym!
Noi, delle punizioni collettive che infliggiamo, ci vantiamo apertamente.

La rappresaglia per i lanci di razzi Kassam avverrà «senza tener conto del costo per i palestinesi», annunciava il 20 gennaio Avi Ditcher, ministro della Sicurezza Interna, la Gestapo israeliana.
Ehud Olmert, a giustificazione del taglio dei rifornimenti del carburante: «Vogliamo segnalare alla popolazione di Gaza che non si deve ritenere esente da responsabilità per la situazione», ossia per il tiro dei razzi.
Il successo della punizione collettiva li ha riempiti di euforia.
«Le riserve alimentari a Gaza finiranno a metà settimana», annunciava trionfante un anonimo ufficiale di Tsahal al Jerusalem Post il 20 gennaio.
«Stiamo incidendo sulla qualità della vita generale a Gaza e distruggendo le infrastrutture terroriste», si vantava Ehud Barak, il ministro della Difesa.

Sono tutte spontanee dichiarazioni di colpa, a valere per una futura Norimberga giudaica: questi si vantano di punire 1,5 milioni di persone per le colpe di qualche lanciatore di Kassam (chi sono? Perché non si trovano mai i colpevoli?), e si congratulano a vicenda dei loro sinistri successi.
Entro la settimana, quelli sono alla fame.
Chutzpah, chutzpah.
O Schadenfreude, fate voi.

Negli ultimi giorni hanno bloccato - risate, chutzpah - anche il petrolio per l’ultima centrale funzionante, petrolio fornito dall’Europa (mai che Israele paghi le spese per i suoi internati, ci pensino i goym), insieme ai pochi generi di estrema necessità (europei) lasciati passare col contagocce.
Nemmeno più quelli.

Di fronte alle (deboli) proteste europee, la ministra degli Esteri Tzpi Livni ritorceva esasperata: «Israele è il solo Stato al mondo che fornisce elettricità a terroristi che in cambio gli lanciano contro dei razzi».
Altra ammissione di colpa, spontanea e involontaria: per la Livni, il milione e mezzo di palestinesi che ha gettato nella fame e nel buio sono collettivamente responsabili; nessuna distinzione tra civili e guerriglieri.
Tutti terroristi, nessuno escluso.
«Achtung Partisanen».
Così finisce per pensare gente incancrenita nella pratica del male, e così finisce per rivelare involontariamente la sua stortura morale.

Si sente fin troppo generosa, la Livni: potremmo sterminarli tutti, anzi dovremmo, e invece «forniamo elettricità», lasciamo passare il carburante europeo…
Decisamente troppo generosi.
Insensibili alla sofferenza che infliggono, hanno finito per essere ciechi di fronte al fatto che il mondo ha aperto un occhio.
Insensibili ai dispacci della AP, che già diramava le frasi del ministro della Sanità di Hamas, il dottor Moaiya Hassanain: «Togliamo prima la corrente al reparto maternità oppure a quello di chirurgia cardiaca? Dobbiamo scegliere».
Insensibili all’allarme lanciato da Michael Bailey, della organizzazione non governativa Oxfam: «Qui ci sono 35 pompe per le fognature in funzione. Se una si rompe, non possiamo ripararla perché mancano i ricambi, e ciò significa che i liquami si spargeranno nelle case e per le strade, con i problemi sanitari conseguenti».
Era già avvenuto a marzo, quando l’argine di terra di un bacino di fogna s’era spaccato, e il fiume di liquami e fango aveva affogato cinque palestinesi.
E pensare che Gaza avrebbe l’autosufficienza energetica.

Nel 2000, la British Gas Group ha scoperto, sotto lo specchio di mare antistante Gaza, riserve di gas naturale per almeno 1,3 milioni di metri cubi, valore stimato 3 miliardi di euro.
Era stato anche fatto un accordo fra la British e una ditta palestinese per lo sfruttamento: ma dopo la vittoria elettorale di Hamas, l’embargo decretato dall’Occidente (servo di Sion) ha bloccato tutto. Non a caso Israele presidia anche quel tratto di mare, sparando persino sui pescherecci che s’avventurano a pescare per sfamare la gente: quel gas è di Eretz Israel, lo vogliono gli eletti, la razza superiore.

Negli ultimi due giorni, l’embargo era perfetto.
Non un camion, nulla.
Niente luce, le notti al buio.
Tutto sigillato.
Si congratulava Olmert: ai palestinesi non sarà concesso di «vivere una vita normale», finchè sparano Kassam.
Poi, Hamas ha aperto la breccia nel muro.
Senza spargere sangue, ha creato il momento della liberazione: centinaia di migliaia sono sciamati gioiosi in Egitto - meglio, nel deserto del Sinai, dopo Rafah non ci sono che centinaia di chilometri di sabbia - per comprare tutto il comprabile, e per poi tornare nel lager - il lager che è la loro terra, la loro nazione.

L’egiziano Mubarak, che aveva collaborato a fare di Gaza un lager (con l’Unione Europea: quando Sharon aveva «ritirato i coloni» illegali da Gaza, l’Europa garantì al macellaio che la frontiera egiziana di Gaza sarebbe rimasta sigillata, e che Israele avrebbe avuto l’ultima parola su ogni passaggio), non ha avuto il coraggio di far sparare su quella folla.
«Ho detto loro: venite, mangiate, comprate il cibo e poi tornate».
Ora i ministri israeliani minacciano Mubarak, gli dicono «ora sei tu il responsabile» dell’ordine, noi ce ne laviamo le mani, tagliamo con Gaza.
L’ha detto il viceministro della Difesa giudaica, Matan Vilnai.
«Bisogna capire che siccome Gaza è aperta dall’altra parte, noi non siamo più responsabili» della vita nella zona.
«Tagliamo i collegamenti».
Il che significa: ci pensi l’Egitto a fornire acqua, cibo, elettricità.

Altra violazione della convenzione di Ginevra: Gaza è ancora territorio occupato, e nel diritto internazionale l’occupante ha il carico della vita dei civili.
Ma quando si è educati alla meschinità e alla avarizia insensibile fin da piccoli, si pensa in questo modo, e lo si dice: non paghiamo, noi non paghiamo.
Ma intanto, la gente continua ad andare e venire dalla breccia, con la roba comprata, allegra finalmente.
La sensazione - non si sa quanto falsa - è che l’assedio è spezzato, che il Muro d’acciaio resterà spaccato.

Intanto, vari gruppi nel mondo hanno indetto una Giornata di Azione contro l’Assedio per il 26 gennaio: sono previste manifestazioni a New York, Cleveland, Boston e Filadelfia.
Anche in Israele: i gruppi umanitari ebraici organizzeranno un convoglio di aiuti e di protesta che da Gaza, Haifa, Tel Aviv e Beer Sheva confluirà al confine di Gaza, allo slogan di «Lift the blockade!».
Parleranno Uri Avneri, Shulamit Aloni, Jeff Halper, insieme a molti altri che non vogliono essere volonterosi carnefici del Reich.
Un disastro di pubbliche relazioni.
Una esposizione della vergogna di Israele alla luce del sole, finalmente.
E l’Europa?

Il Parlamento europeo ha celebrato il giorno della Memoria.
E messo in guardia contro l’antisemitismo.
Il vicepresidente della Commissione, il noto Franco Frattini, ha immediatamente dichiarato: le rappresaglie di Israele a Gaza «non costituiscono crimine di guerra» (2).
Anzi Frattini è corso nella sua Israele, sangue del suo sangue, a proclamare che la colpa è degli europei: «Avrebbero dovuto capire prima la preoccupazione di Israele. Troppo a lungo abbiamo (noi europei, a nostro nome parla Frattini) ignorato i legittimi timori di Israele riguardo al terrorismo, al fanatismo e al rifiuto del campo arabo di accettare l’esistenza di Israele, per non dire la sua legittimità. … In ultima analisi, la responsabile delle condizioni in cui vivono quelli di Gaza è Hamas».
Frattini ha visitato il Yad Vashem.
E lì ha annunciato un programma che condurrà tutti gli scolari europei a visitare «i luoghi simbolici della memoria in Europa, come il memoriale dell’olocausto a Berlino e i campi di concentramento come Auschwitz e Dachau. Ciò sarà facilitato da finanziamenti europei».
E’ il suo modo di rammendare il danno d’immagine, il disastro di pubbliche relazioni subito da Israele.

Il loro modo: non guardate quelli nel lager di oggi, guardate a noi!
Guardate come soffriamo noi, non loro!
Siamo noi che soffriamo di più! (E cacciate i soldi, la Memoria è a spese vostre beninteso) (3).
Così pensano.
Basta che aprano bocca, e si rivelano.


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Note
1) Adam Entous, «Hamas exposes Israeli weakness in Gaza», Reuters, 23 gennaio 2008.
2) «Israeli actions in Gaza ‘not war crimes’, says EU official», European Jewish Press, 23 gennaio 2008. Frattini ha parlato all’Interdisciplinari Center di Herziya, una entità di propaganda del Mossad. Ha detto: «Hamas cannot be a viable interlocutor, neither for the international community, nor for the poor Palestinian people who should sooner rather than later realize that Hamas has brought them only disaster».
3) Nel giorno della Memoria, l’associazione «Figli ed orfani dei sopravvissuti all’olocausto in Israele» (YESH) ha annunciato che intraprenderà un’azione legale contro la Germania perché «riconosca le nostre sofferenze». Questi bambini ed orfani, almeno sessantenni, vogliono la pensione di orfani «pari a quella dei figli dei caduti della Wehrmacht». La loro organizzazione esige dalla Germania 7.200 euro per ogni anno passato da orfano. Sono o dicono di essere 250 mila: dunque la Germania dovrebbe pagare 1,8 miliardi di euro per ogni anno in cui questi sono stati orfanelli. Ossia 60 anni di orfanellismo. Il gruppo pretende che lo Stato tedesco paghi loro anche per i danni di salute e le «opportunità di carriere perdute» a causa dello stress di essere orfani di sopravvissuti dell’olocausto.

sabato 5 gennaio 2008

Deliri di Masada


Israele può vincere una guerra nucleare: soffrirebbe «solo» da 200 a 800 mila vittime, mentre la sua rappresaglia, anche «limitata a non più di dieci città iraniane», infliggerebbe da 16 a 28 milioni di morti alla Persia.
Sicchè «una ricostruzione dell’Iran sarebbe impossibile», mentre sarebbe «teoricamente possibile per Israele in termini demografici ed economici».
Tutto questo è scritto nero su bianco in uno studio - o scenario o predizione - del Center for Strategic and International Studies (CSIS) di Washington (1).
Il quale profetizza anche la data del conflitto atomico: tra il 2010 e il 2020.

Il CSIS esamina l’uno dopo l’altro parecchi scenari sempre più deliranti, ma con aria via via più seria: l’Iran attacca Israele (sic), l’Iran aggredisce gli USA, la Siria aggredisce Israele.
Le ipotesi presuppongono ciò che non è: che l’Iran abbia, fra un decennio, almeno cinquanta testate nucleari da 20-30 chilotoni e alcune da 100, un centinaio di missili Shahab 3, e la volontà suicida di attaccare il piccolo debole Stato ebraico con le sue 500 testate (il CSIS assicura: solo 200), alcune a fusione e fino a mille chilotoni, missili Jericho, bombardieri strategici avanzati come gli F-16.
E mettiamo che la Siria attacchi Israele (non il contrario, questo no).
Cosa succederà?

La Siria non ha bombe atomiche.
Ma, assicura il CSIS, si ritiene possieda armi chimiche, «agenti nervini, antrace e iprite».
Con queste, potrebbe infliggere al povero debole Stato ebraico 200-800 mila perdite, esattamente come le cinquanta (inesistenti) bombe atomiche iraniane.
In compenso, la reazione del piccolo debole regno di Sion potrebbe trasformare da 6 a 18 milioni di siriani in cadaveri.
Infatti «poiché la Siria ha solo 11 città in cui si aduna l’80% della popolazione, Israele è facilmente in grado di colpire ciascuna città con tre testate nucleari».

Trentatrè funghi atomici sulla riva orientale del Mediterraneo… ma ciò non impedirebbe ad Israele la «rinascita in termini demografici ed economici».
Soprattutto grazie «alla sua rete di sistemi antimissile Arrow, ai Patriot 3» (Comprate americano!), alla sua superiore intelligence e «alla sua capacità di lancio sotto attacco».
C’è vita dopo l’Armageddon.

Se questi deliri si possono pubblicare come fossero razionali, è perché così si pensa e si delira ai più alti livelli di Israele.
Lo racconta anche Uri Avneri in un articolo dal titolo significativo: «Morire con tutti i Filistei?».
L’allusione è alle ultime parole di Sansone, il forzuto biblico che scosse le colonne centrali del tempio filisteo (Filistin è come «palestinese») facendo morire con sé anche tutti gli altri nemici (Giudici, 16,30).

Avneri descrive la paranoia che regna nelle stanze del potere israeliano (2): «Da mesi, i responsabili politici e militari discutono di una ‘vasta operazione militare’, ossia di invadere in massa la striscia di Gaza per mettere fine al lancio di razzi (Kassam) sul territorio d’Israele.
I capi militari, che di regola bruciano d’impazienza, oggi non manifestano alcuna fretta. Proprio no. Vorrebbero evitare ad ogni costo. Ma sono fatalisti. Ormai, tutto dipende dal puro caso.
Se domani un razzo Kassam cade su una casa di Sderot e ammazza una famiglia intera, ci sarà in Israele una tale levata di scudi che il governo si sentirà obbligato a dare l’ordine di attacco».

Per i militari dello Stato più armato del Mediterraneo, prosegue Avneri, «Gaza è un incubo».
In una superficie «appena doppia di quella di Washington, si ammassa un milione e mezzo di persone, prive di tutto e che non hanno niente da perdere, e sono dirette da un movimento religioso militante», ossia Hamas.
D’accordo, i palestinesi «non hanno né artiglieria né carri armati, ma possiedono oggi potenti apparati anticarro», sull’esempio di Hezbollah.
E ciò potrebbe - proprio come accadde quando Israele ha attaccato Hezbollah nel 2005 - provocare la perdita di «centinaia di soldati israeliani», nonché di «migliaia di palestinesi civili. L’armata israeliana userà carri armati e bulldozer corazzati, e il mondo riceverà immagini terribili, simili a quelle che il nostro esercito cercò di sopprimere e che suscitarono la protesta universale per il massacro di Jenin, nel 2002».

Inoltre, «Gaza può trasformarsi in una Masada palestinese, una sorta di mini-Stalingrado».
E rivela infatti Avneri: «La settimana scorsa, durante un’incursione di routine dell’armata israeliana, un lancia-razzi ha colpito uno dei nostri celebri corazzati Merkava Mark-3 prodotti in Israele. Miracolosamente, i quattro membri dell’equipaggio non sono stati uccisi. Ma in caso di un’importante battaglia, non si può contare su questo genere di miracoli».
Ovviamente, la superiorità israeliana finirebbe per «trionfare, magari con la distruzione di tutto l’ambiente e un massacro di massa. E poi?».

Già.
«Se l’armata si ritira, tutto torna come prima, e i tiri di razzi Kassam riprenderanno. Se resta a Gaza, l’armata diventa interamente responsabile dell’amministrazione di un territorio occupato: provvedere alle necessità alimentari, assicurare i servizi sociali, mantenere la sicurezza».

Qui, anche Avneri si abbandona ad un sogno: non s’è mai visto Israele provvedere ai bisogni delle popolazioni che opprime.
Ma il punto è un altro.
E’ che la parte dei filistei travolti sotto le macerie rischia di spettare agli israeliani, e la parte di Sansone, ad Hamas.

«Il problema è che nessuno sa sciogliere il nodo gordiano legato da Ariel Sharon, che ne è stato il maestro ed autore. Sharon decise il ‘piano di separazione’, una delle peggiori follie negli annali di questo Stato che di follie è pieno», dice Avneri.
«Sharon smantellò gli insediamenti (ebraici e illegali) di Gaza senza dialogare con i palestinesi e senza rimettere al comando l’Autorità palestinese. Non lasciò agli abitanti della Striscia alcuna possibilità di vita normale. Trasforò i territori in una gigantesca prigione. Tutti i collegamenti con l’esterno sono stati troncati. La marina israeliana blocca le vie marittime. La frontiera con l’Egitto è ermeticamente chiusa, l’apertura di un porto è stata impedita con la forza. L’aeroporto, distrutto, resta distrutto. Il passaggio da Gaza alla Cisgiordania è stato chiuso a chiave. Tutti i ponti di passaggio sono sotto controllo totale israeliano, aperti o chiusi arbitrariamente. Decine di migliaia di lavoratori di Gaza che avevano occupazioni in Israele sono stati privati di ogni mezzo d’esistenza. La conseguenza è stata inevitabile. Hamas ha preso il controllo militare di Gaza, senza che i responsabili politici di Ramallah [l’Autorità palestinese, Fatah] potessero farci niente [i due territori sono ecnlaves separate da territorio ebraico, ndr]. Razzi Kassam o tiri di mortaio dalla striscia di Gaza colpiscono i villaggi israeliani vicini senza che l’armata israeliana abbia il modo di impedirli. Uno degli eserciti più potenti del mondo, con le armi più sofisticate, si mostra incapace di far fronte alle armi più primitive del mondo.
Poi, il circolo vizioso. Gli israeliani bloccano i palestinesi dentro la striscia di Gaza. I combattenti di Gaza bombardano la cittadina israeliana di Sderot. L’armata israeliana risponde uccidendo dei combattenti e dei civili palestinesi. La gente di Gaza spara razzi sui kibbutz. L’armata compie incursioni e ammazza palestinesi. Hamas si procura armi anticarro più efficaci. Non c’è conclusione in vista».

Il peggio è che in Israele, dice Avneri, i cittadini israeliani «non hanno alcuna idea di quel che accade nella striscia di Gaza. La separazione è assoluta. Gli israeliani pensano: noi abbiamo abbandonato Gaza, abbiamo smantellato gli insediamenti a rischio di una crisi nazionale, e cosa accade? Che i palestinesi continuano a spararci da Gaza e trasformano la vita di Sderot in un inferno. Non abbiamo altra scelta che fare della loro vita un inferno».

Ai suoi concittadini - e a tutti noi che vogliamo chiudere gli occhi, in modo da poter dire in futuro «non sapevamo», «non potevamo immaginare», Avneri fornisce le seguenti informazioni.
«Israele impone il blocco su tutte le importazioni in Gaza, a parte meno di una decina di prodotti di base. Prima, per le importazioni e le esportazioni, occorrevano 8.900 camion, oggi sono 15».
«Per esempio, è vietato importare il sapone» a Gaza.
«L’acqua locale non è potabile, ma Israele vieta l’entrata di acqua in bottiglia e anche di pompe per acqua».

I pezzi di ricambio per le poche pompe funzionanti sono introvabili, «i filtri da 40 dollari costano oggi 250».
«E’ vietato importare cemento. Se c’è un buco sul tetto, è impossibile ripararlo. La sezione pediatrica dell’ospedale è silenziosa: mancando i ricambi, gli strumenti medici non funzionano più, ivi compresi le incubatrici e gli apparecchi di dialisi».

«I malati gravi non possono accedere a un ospedale né in Israele né in Egitto né in Giordania, per lo più sono condannati a morire».

«Gli studenti non possono raggiungere le università all’estero. Gli abitanti all’estero che visitano Gaza non ne possono più ripartire se sono titolari di una carta d’identità palestinese. I palestinesi con contratto di lavoro all’estero non sono autorizzati a partire».

«Quasi tutte le aziende sono chiuse per mancanza di materie prime, e i loro operai sono sul lastrico. Dopo 60 anni di occupazione, la produzione della striscia di Gaza è ridotta a nulla, a parte arance, fragole e pomodori. I prezzi sono alle stelle».
E’ la descrizione di un lager, e di un lager di sterminio.
Con l’aggravante che le spese di mantenimento sono a carico degli internati.

Avneri coinclude: «E’ possibile arrivare ad un cessate il fuoco. Secondo tutte le informazioni, Hamas vi è pronta, a condizione che sia generale», ossia che cessino anche le incursioni israeliane e gli assassini mirati nel lager.
E che le vie di passaggio vengano riaperte.
Ma Israele non vuole.
Sarebbe un «compromesso», mentre la «vittoria» deve essere totale per lo Stato-Dio.

Come ha detto Olmert, che sta cercando di convincere il popolo eletto ad accettare almeno una parte della realtà: «La scelta è tra il nostro diritto naturale di vivere in tutta la [biblica] terra d’Israele e la necessità di fare compromessi per assicurare l’esistenza di Israele come Stato ebraico».

Il che, tradotto, significa: se ci prendiamo anche Gaza come è nostro diritto divino, dobbiamo tenerci anche i palestinesi, membri della razza inferiore, e ciò non assicura Israele come «Stato ebraico», ossia il diritto di vivere nell’apartheid e nella purezza razziale.

Perciò bisogna fare dei «compromessi», s’intende momentanei, perché la mira è pur sempre quella di cacciare tutti i non-ebrei dal suolo dato a Giuda da YHVH.
I tempi non sono maturi per eliminare tutti i palestinesi, bisogna aver pazienza.

E’ in questo clima, in questo dilemma messianico-razzista, che nascono le fantasie atomiche, i deliri d’onnipotenza: piuttosto che scegliere il «compromesso» di lasciar vivere i palestinesi, Israele sogna l’uso dell’arma trionfale, dell’arma finale.
E si dice: può esserci vita dopo ‘Armageddon, noi perdiamo al massimo 800 mila uomini, ma ne inceneriamo 28 milioni.

E’, se vogliamo, il complesso di Sansone.
O il delirio di Masada.
In ogni caso, una irresistibile voglia di morte.

Maurizio Blondet

Note
1) David Isenberg, «Sneak peek at a desert Armageddon», Asia Times, 3 gennaio 2008.
2) Uri Avneri, «Mourir avec les Philistins?», GlobalResearch, 3 gennaio 2008.

tratto da www.effedieffe.com

mercoledì 12 dicembre 2007

Falastin

Cronache (filmate) dal Quarto Reich

di Domenico Savino www.effedieffe.com

La notizia è passata su Repubblicanews con poche righe di agenzia l'11 dicembre 2007 alle 12:36: «E' salito a otto morti palestinesi e quattro soldati israeliani feriti, il bilancio delle incursioni israeliane in mattinata nel sud della Striscia di Gaza dove gli uomini di Tsahal sono intervenuti con almeno 30 carri armati. Martedì 4 dicembre erano stati tre i militanti di Hamas morti ammazzati e altri tre feriti in un raid aereo israeliano nel sud della Striscia di Gaza».

Casomai dopo Annapolis a qualcuno venisse in mente davvero di concedere qualcosa ai palestinesi che non sia la schiavitù, è opportuno tenerli sotto pressione, salvo lasciarli al momento giusto reagire lanciando qualche razzo, per dimostrare al mondo che la pace è impossibile.
Così altri tre palestinesi il «glorioso» Tsahal, l'esercito di Giuda, ne ha ammazzati il 5 dicembre e un contadino l'ha freddato il 7 dicembre (terrorista anche lui?).
Quattro, oltre nove feriti, li aveva massacrati il 1 dicembre, tre il 27 novembre e altri quattro nei giorni precedenti… tanto per mantenere l'allenamento.
Nove poi erano stati uccisi a fine ottobre, mentre come misura «umanitaria» rivolta verso il «lager di Gaza» e per contribuire alla riduzione delle emissioni in atmosfera lo Stato ebraico aveva pensato di tagliare il 25% di benzina, gasolio e gas. (1)
Quando si dice la sensibilità… anche ambientale!

Queste tragiche notizie passano sulle nostre agenzie (a proposito, di chi ne è la proprietà?) con la stessa rilevanza con cui dalla medesima fonte siamo stati informati che Britney Spears ha intenzione di affidarsi al chirurgo plastico per un completo «restyling» da 81 mila dollari (20mila per il naso, 25mila per le tette, 18mila per far scomparire la pancia e altri 18mila per la liposuzione totale delle cosce). (2)
Per il cervello niente preventivo, l'agenzia tace: ammesso che sia possibile, il costo dev'essere proibitivo, quindi per ora non se ne parla.

Maggiore spazio è stato dato ad un'altra notizia, senza la quale la nostra vita non sarebbe stata più la stessa: viene da Sydney e ci informa che l'antico progenitore del canguro non saltava, si muoveva a quattro zampe, aveva zanne simili a quelle dei cani e forse si arrampicava sugli alberi. (3)
Questa sì che è informazione!
Se i morti fossero stati ebrei, anziché palestinesi, Davide Frattini su Il Corriere della Sera ci avrebbe sparato tre pagine di cronaca e lacrime, Magdi Allam avrebbe sfornato un «istant book» dal titolo «Viva Israele 2» (magari con sottotitolo «La vendetta»), Fiamma Nirenstein ci avrebbe ricordato «l'immane tragedia della shoah» e Massimo Introvigne avrebbe editato magari un breve saggio su «Il martirio come categoria di azione politica».

Mi domanderete: forse che se i morti fossero stati ebrei, non sarebbe stato un crimine altrettanto orrendo?
Certo che sì!
Solo vorremmo sapere, visto che i morti ammazzati sono stati palestinesi, se il sangue palestinese vale o no come quello ebreo.
Ma avere risposta dalla stampa di casa nostra (nostra si fa per dire…) è un miraggio.
A noi evidentemente interessano di più i canguri o la cellulite delle cosce di Britney Spears.
Per sapere un po' di verità, ai gazzettieri di casa nostra dobbiamo preferire - pensate un po' - la stampa israeliana.

Gideon Levi, coraggioso giornalista ebreo che scrive su Haaretz, con amaro realismo ci informa che nell'anno in corso sono stati uccisi 457 palestinesi di cui 92 bambini: «E' l'anno ebraico 5767. Quasi 100 bambini che erano vivi e che stavano giocando nel passato Anno Nuovo, ma che non sono sopravissuti per vedere quello attuale. Un anno. Sono stati percorsi quasi 8.000 chilometri con il piccolo, corazzato, Rover del giornale - senza contare le centinaia di chilometri sul vecchio taxi Mercedes, giallo, di proprietà di Munir e di Sa'id, i nostri attenti autisti di Gaza. Questo è il nostro modo di celebrare il 40mo anniversario dell'occupazione. Nessuno può ormai più sostenere che è solo un fenomeno temporaneo, passeggero. Israele è l'occupazione. L'occupazione è Israele». (4)
Per un ebreo onesto e coraggioso che chiama le cose col loro nome, da noi invece il silenzio è assoluto.
Assoluto su tutto, se si tratta di palestinesi: uomini, donne, bambini!
Oh, come siamo sensibili quando sentiamo parlare di diritti umani!
Oh, come siamo indignati quando sentiamo parlare di violazioni dei diritti dei minori!
Facciamo petizioni, votiamo risoluzioni, organizziamo sottoscrizioni, raccogliamo donazioni, attiviamo televisioni, facciamo campagne di sensibilizzazioni, abbiamo almeno una delle Carlucci a farci venire i lucciconi, uno stracacchio di don Gallo a tenere sermoni, i Pooh a cantare le canzoni, la solidarietà di Prodi e Berlusconi, l'UNICEF a rompere i c…i,… s'intende, purchè i bambini siano quelli buoni…
Perché, se sono palestinesi, la cosa cambia.

Voi non lo sapete, essendo molto, molto meno importanti loro rispetto alle liposuzioni di Britney Spears, ma secondo i dati forniti da B'tselem, (che è il Centro israeliano per i diritti umani nei territori occupati fondato nel 1989 da accademici, avvocati, giornalisti e membri della Knesset, mica da quel cattivone di Blondet!) alla fine di settembre erano ben 341 i minori palestinesi detenuti nelle carceri dell'Idf e dell'Israel Prisons Service, senza contare i neonati e i bimbi piccolissimi detenuti insieme alle loro madri. (5)
Io vorrei vedere un intellettuale, un giornalista, un parlamentare, un conduttore, mezza Simona Ventura, una Milly Carlucci qualsiasi e non dico un Roby Fachinetti, ma almeno uno Stefano D'Orazio dei Pooh gridare il proprio orrore per questo!
Vorrei che un direttore (ebreo se non erro) de Il Corriere della Sera regalasse proporzionalmente a questi 341 minori le stesse lenzuolate che ha regalato a Vladimir Luxuria quando è stato stropicciato a Mosca dai poliziotti di Putin!
Vorrei che l'ebreo «infedele» Gad Lerner, oltreché intrattenerci sull'ordinanza anti-clandestini del sindaco di Cittadella, ci parlasse, una volta almeno nella vita, dei diritti dei palestinesi espulsi dalla loro terra!
Vorrei che tutti coloro che giustamente sono indignati per la defezione scolastica e lo sfruttamento dei bimbi rom ai crocicchi delle strade (salvo far nulla per reprimere l'immondo commercio),
si indignassero anche per i 26 bambini palestinesi di Tel'Adasa, che a scuola non ci possono andare da quando i loro carcerieri ebrei hanno loro costruito intorno un muro!

Vorrei che guardaste questo filmato (http://it.youtube.com/watch?v=Ux4wC1krmvg) e le decine di altri filmati che sono in rete e che il 27 gennaio prossimo, «Giorno della Memoria», dopo esservi sorbiti per l'ennesima volta Schindler's list, inondaste la rete con un diluvio di mail indirizzate a lorsignori, per ricordare che ce ne ricordiamo benissimo: oh, se ce ne ricordiamo!
Vorrei che ogni volta che vi mostreranno le immagini dei corpi di ebrei denudati nei lager nazisti guardaste questo video, dove il 29 Agosto scorso a Qalqiliya il «glorioso» Tsahal, la «Wehrmacht di Giuda», demolite le case dei palestinesi, li trascina via nudi e incatenati: «Achtung Banditen!»
http://www.youtube.com/watch?v=A4wiry2V2dI

Vorrei che dopo aver visto questi filmati e girato la «rete» per vedere come le ex-vittime hanno bene imparato dai tedeschi di 65 anni fa, capiste perché su questo sito, tra l'orrore dei benpensanti, gli esorcismi anti-Blondet e le prese di distanza profilattiche dei vari «Giulietti Chiesa» e di tutti i filantropi ONG a scartamento ridotto, si usa, per indicare il sistema di potere mondiale messo in piedi dalla Israel-british-american lobby, quello tabù di Quarto Reich.

Vorrei infine che anche Santa Romana Chiesa, la quale dopo anni di prostrazioni ai piedi dei rabbini ha trovato il coraggio di alzare la voce con Israele per lo stallo delle trattative inerenti la pur significativa questione dello status fiscale della Chiesa cattolica, dei suoi beni in Israele e dei problemi esistenti circa l'arrivo in Terra Santa di personale cattolico dall'estero, lo facesse perlomeno con altrettanta energia per i figli di Palestina, schiacciati dal tallone di Giuda.

…Tra il resto per evitare - casomai la Parousia di nostro Signore Gesù Cristo tardasse ancora un po' - di vedersi rinfacciare di nuovo tra 60 anni il tormentone dei «silenzi» dei Papi.
E adesso lapidatemi.

Domenico Savino

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Note
1) http://newscontrol.repubblica.it/tag/striscia+di+gaza
2) www.repubblica.it/news/ired/ultimora/2006/
3) www.repubblica.it/news/ired/ultimora/2006/
4) Fonte: Hareetz del 28 ottobre 2007 dal sito http://www.medioriente.net, traduzione di Mariano Mingarelli.
5) http://www.associazionetolba.org/biblioteca/noparla.htm

venerdì 7 dicembre 2007

Niente "soft power" per Gaza

di Maurizio Blondet http://www.effedieffe.com/
Gaza - «L'armata israeliana è pronta per l'operazione di terra a Gaza», ha dichiarato il generale Gabi Ashkenazi, il capo di Stato Maggiore.
Il popolo-vittima lo chiede, lo esigono i rabbini, e praticamente tutti i partiti: invadere Gaza per liquidare Hamas, altrimenti l'agnello di Giuda non dorme tranquillo.
Moderato, il ministro della Difesa Ehud Barak dice no, per il momento: «Quello che conta è ammazzare quanto più si può di terroristi che sparano i Kassam».
Testuale (1).
Di «terroristi» Tsahal il glorioso ne ha ammazzati «due dozzine in dieci giorni».
Con missili e caccia-bombardieri F-16, nulla di simile ai Kassam che non ammazzano mai nessuno.

No, niente pausa per i palestinesi.
Niente soft power per loro.
Annnapolis, se ha avuto un risultato, è questo: USA e Israele hanno deciso come provocare la guerra civile intra-palestinese, con l'assenso dei Paesi arabi partecipanti.
OLP contro Hamas.
Abu Mazen (Mahmud Abbas) riceve armi dagli americani, Israele lascia passare le armi in Cisgiordania, mentre a Gaza non lascia passare nemmeno farina e medicine.

Annapolis ha visto la conferma del blocco Bush-Olmert: Bush ha chiarito che non farà mai ad Israele alcuna richiesta che l'Agnello di Sion possa trovare inaccettabile, e nello stesso tempo ha preteso che Fatah, la povera «autorità palestinese», schiacci ogni resistenza ad Israele «come condizione preliminare a qualunque intesa».
Ecco un vero mediatore imparziale (2).

La «dichiarazione di Annapolis» consta di 437 parole.
Mahmud Abbas, il capo di Fatah e povero prigioniero ha dovuto accettarla trenta minuti prima che Bush la leggesse.
Gli è stato chiarito: Bush la leggerà, che tu sia d'accordo o no.
«Condoleeeza Rice ha preso da parte Mahamoud Abbas mentre partecipava all'incontro con Bush e Olmert per costringerlo ad approvare» il documento, ha scritto Haaretz.

Tzipi Livni, l'amica di Gianfranco Fini in kippà e felice ragazzo padre, è stata più chiara: quando la delegazione palestinese non votata dai palestinesi ha cercato di rifiutare la firma, ha sibilato ad Ahmed Qureia, il capo-negoziatore di Fatah: «Accetta quel che ti è offerto o perdi tutto».
Ecco un'equa alternativa.
Dicono che l'amica di Fini abbia «perso il sangue freddo», si sia abbandonata ad una frenesia di rabbia incontrollata: vene gonfie al collo, pestava i piedi (succedeva anche ad Hilter: un Reich è un Reich).
Nella delegazione israeliana, l'hanno calmata facendole notare che, in fondo, la dichiarazione era solo «una perdita di tempo, lascia perdere».

E pensare che Olmert & Bush hanno ripetuto per settimane: siamo pronti a un trattato «che risolverà tutte le questioni in sospeso, comprese le questioni fondamentali, senza eccezioni».
I palestinesi-collaborazionisti hanno elencato le questioni fondamentali per loro: un accenno anche piccolo al diritto al ritorno?
No, replica la Livni con le vene gonfie.
La fine degli insediamenti dei giudei fanatici sulla terra nostra?
No, no.
Magari una dichiarazione sulle frontiere, in cui voi agnelli dite chiaramente quali frontiere accettate come definitive, dopo esservi presi tutta la terra che volete?
No, niente.
Gerusalemme capitale di un futuro Stato palestinese?
Le vene stavano per scoppiare.
Almeno un'assicurazione sull'approvvigionamento d'acqua in Cisgiordania, vostro Bantistan-satellite?
Mica ci vorrete lasciare con la sete, come fate con Gaza, pardon Hamas, concedeteci qualcosina che possiamo presentare alla nostra popolazione, che ci considera traditori; convioene anche a voi…

No, niente nulla, nemmeno su quel punto.
Israele è disposta a risolvere tutte le questioni fondamentali.
Tranne quelle.
Come si osa «forzare la mano» alla vittima eterna?

«Così è andata per quattro mesi di 'negoziati': nessuna intesa su nessuna questione», ha dichiarato il portavoce di Abbas, Nabil Abu Rudeina.
Ma chi ascolta Fatah, l'amica dell'Occidente?
Non i media, non l'Europa.

Eppure persino il New York Times ha espresso disagio per un tale «negoziato»: «Le parti avevano affermato che le loro discussioni miravano a concludere un'intesa su tutte le questioni fondamentali, eppure non hanno potuto accordarsi nemmeno in cosa consistessero queste questioni. [Verissimo: diteci voi, eletti, quale questione vi degnate di ritenere fondamentale]. La dichiarazione non è che l'affermazione che un futuro trattato di pace sarà condizionato all'attuazione di una road map che sarà decisa dagli Stati Uniti».
L'attuazione della road map consiste appunto in questo: che prima, Fatah deve distruggere Hamas, poi si vedrà.

Deciderà Washington.
Ma nella zona non era presente il «Quartetto», composto da Unione Europea, Russia ed ONU e guidato dal fidatissimo Toni Blair, che doveva almeno aver qualche voce in capitolo?
«L'intrusione internazionale non è desiderata: i negoziati sono bilaterali e avvengono direttamente tra le due parti», ha replicato Tzipi Livni in Slovenia, Paese che avrà a rotazione la presidenza dell'Unione Europea dal primo gennaio (3).
E l'Europa, in ginocchio: «Agli ordini, mein Fuehrer».

Ma non basta.
Se l'Europa vuol rendersi utile, ha intimato Bush, finanzi Abbas e lo sostenga nel suo conflitto con Hamas.
Sarkozy ha immediatamente convocato una «conferenza dei donatori» per il mese prossimo: armi per Fatah, donatori!
Pagate dal contribuente!
Il Reich lo vuole!

Perché Abbas, poveretto, non è proprio in posizione tale da distruggere Hamas tutto da solo. Durante il vertice di Annapolis, persino in Cisgiordania (sotto Fatah) si sono svolte manifestazioni di protesta.
La polizia collaborazionista è intervenuta con tutta la brutalità necessaria, ha anche ammazzato un uomo di 36 anni a Hebron.
Abbas, ha scritto laudativo il Los Angeles Times, «ha tentato davvero di dimostrare a Israele che sta rinforzando il suo controllo a cominciare dalla cisgiordania. Ha dispiegato centinaia di agenti di polizia a Nablus, città turbolenta. Ha fatto chiudere decine di locali caritativi facenti capo ad Hamas (altri non fanno alcuna carità), fatto arrestare centinaia di attivisti di Hamas e di predicatori, confiscato armi, imposto un decreto per troncare l'arrivo di fondi dall'estero ad Hamas».

Ma questo non basta ancora all'Agnelllo di Giuda.
Pretende che Abbas scateni la guerra civile totale, e non solo in Cisgiordania, ma soprattutto a Gaza, separata dalla Cisgiordania dominata da Fatah dal territorio israeliano.
Come fare?
Impossibile.
«Abbas sarebbe un cretino se tornasse a Gaza su un carro armato israeliano», ha detto persino un esponente di Hamas.
Considerazione ragionevole a dir poco.

E' per questo che Israele vuole intervenire direttamente a Gaza, per completare il lavoro che quel servo incapace non sa fare.
Il progetto, ha rivelato il Jerusalem Post, era già a punto prima di Annapolis.
Ma «abbiamo giudicato bene di non cominciare l'operazione prima della conferenza, perché non ci accusassero di averla mandata a monte», ha detto un responsabile della Difesa.
«Tuttavia, lo Stato Maggiore si è preparato quando il ministro Ehud Barak, al ritorno da Annapolis, ordinasse una operazione di alto profilo a Gaza».
Si richiamano i riservisti: occorrono «due divisioni di fanteria, blindati e genieri».

Barak, al ritorno, ha ordinato: no, per adesso quel che conta è «ammazzare più che si può», senza invasione che darebbe nell'occhio.
E' la posizione più umanitaria che si trovi in Israele.

Olmert, di ritorno da Annapolis, per le sole concessioni verbali fatte alla conferenza, s'è visto aggredire dalla parte migliore del suo popolo eletto.
La Knesset ha varato una legge che proibisce ogni accordo possibile, virtuale, ipotetico sulla spartizione di Gerusalemme (e il governo ha accelerato la costruzione di 300 case per «coloni» a Gerusalemme Est).
Eli Yishai, capo del partito rabbinico Shas, ha minacciato di ritirarsi dal governo «se Gerusalemme veniva nominata ad Annapolis» (non è stata nominata).
Trentamila pii ebrei urlanti sono andati a piangere sotto il muro del pianto, e poi si sono diretti alla casa di Olmert per linciarlo.
Tra Tel Aviv e Gerusalemme altri manifestanti hanno fatto numerosi blocchi stradali, come se l'esistenza stessa di Israele fosse in pericolo.
Un intero popolo pio, amante della pace, ha temuto che Olmert concedesse davvero qualcosa ai palestinesi collaborazionisti.
Magari l'acqua.
«L'acqua è nostra! Ce l'ha data Geova!».

Ecco perché, alla fine, Olmert dovrà invadere Gaza, scatenare i blindati e le due divisioni.
Se no, la vittima non dorme tranquilla.
Non bastano le sue 300 bombe atomiche a calmarla, deve sterminare anche l'ultimo colpevole di toglierle la pace, e a Gaza i palestinesi da sterminare, un milione e mezzo, si ostinano a non morire benchè tenuti senza cibo né medicine, senza luce né gas.
Come si può permettere questo odioso comportamento antisemita?

La vittima eletta vuole la pace.
Niente soft power per Gaza.

martedì 4 dicembre 2007

Vicino Oriente: la base della pace è il diritto internazionale

di Antonella Vicini www.rinascita.info

“Ancora dopo 40 anni la Palestina è sotto occupazione”.Con queste parole, giovedì 29 novembre nella Sala Auditorium di via Frentani, a Roma, il vice-presidente del Parlamento Europeo, Luisa Morgantini, è intervenuto alla manifestazione per la “Giornata internazionale di solidarietà per i diritti del popolo palestinese” a ricordare la reale situazione palestinese.Al di là delle parole imbrigliate nei limiti della diplomazia del ministro degli Esteri Massimo D’Alema che, aprendo l’incontro ha brindato alla conferenza di Annapolis come un’occasione nuova per rilanciare una “pace” che impegni tutta la comunità internazionale e il mondo arabo, il senso vero della manifestazione è emerso nelle affermazioni della europarlamentare che ha insistito sui dati concreti, al di fuori della retorica di circostanza che aleggia nelle platee internazionali e non. “Per far sì che i risultati siglati ad Annapolis prendano forza, ha detto, sono necessarie azioni concrete sul territorio palestinese”, in particolare sulla Striscia di Gaza, ormai relegata alla condizione di una prigione a cielo aperto. La concretezza è formata da cifre: 11mila i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane; 135mila persone intrappolate nella Striscia di Gaza; un embargo che va avanti dal 2005.E “sostenere significa fare sì che le condizioni del popolo palestinese migliorino, non solo con aiuti umanitari” che continuano a giungere dall’Europa“Quello di cui c’è bisogno è un approccio politico, e non umanitario”, ha proseguito Jacopo Venier, in uno degli interventi più realistici , in cui si è inistito anche sulla necessità di rispettare le scelte politiche autonome dei popoli (come le elezioni palestinesi che hanno premiato Hamas, ora estromesso dall’agone).L’atteggiamento contro cui si è scagliato il responsabile esteri del Partito dei comunisti italiani è proprio quello che si ripresentato, ieri, nelle affermazioni di Hans-Gert Poettering, presidente del Parlamento Europeo, in un intervento all’Università Cattolica di Milano. “Nel 2007 l’Unione Europa ha messo a disposizione dei territori palestinesi 900 milioni di euro, ma non possiamo limitarci al ruolo di pagatori, dobbiamo far pesare di più il nostro ruolo per arrivare a una vera pace in Palestina”, ha detto. Il mondo cosiddetto democratico, Occidentale, continua a mantenere un atteggiamento paternalistico/caritatevole nei confronti dei Territori, lo stesso che ora spinge Bruxelles a proseguire nel versare aiuti senza però intervenire drasticamente nei confronti della vera ragione di tutto: l’occupazione israeliana. Un “particolare” totalmente ignorato nei discorsi di D’Alema e anche del filo-israeliano Piero Fassino. Sia la Morgantini, sia Venier, invece, hanno incentrato la questione proprio sulle evidenti “asimmetrie”, secondo l’una, le violazioni del diritto internazionali, per l’altro, che regolano la situazione vicino-orientale. “Il punto di partenza per il processo di pace - ha chiarito il rappresentante dei Comunisti italiani - deve essere il diritto internazionale e cioè il rispetto di tutte le risoluzioni Onu”; tutte, e non solo le ultime che hanno abbassato di volta in volta la base negoziale. Fu proprio una risoluzione Onu, la 181, il 29 novembre 1947 a permettere la costituzione dello stato di Israele, sancendo una serie di guerre, violenze, aggressioni che proseguono tuttora. Ieri, dal Palazzo di Vetro è giunta nota che il Consiglio di sicurezza si appresterebbe ad esaminare una bozza di risoluzione che esorta “ad appoggiare il programma di azione per i negoziati e la realizzazione degli impegni della Road Map”. Altra vaghezza in cambio della prosecuzione dell’occupazione israeliana?
di Antonella Vicini www.rinascita.info

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La verità è quella che vi dicono. E poi il problema in Italia non è mai stato tanto di saperla, ma che saputala tutto resta uguale. Credete forse oggi voi di essere liberi? Votate per dieci volte l'anno gente che a volte neanche conoscete e che una volta eletta fa ciò che vuole, acciuccia e si spartisce.
Sempre comanderà un'oligarchia che vi inganna col gioco delle parti.

E allora? Dov'è povero postero il guadagno?
La dittatura è un sistema per opprimere il popolo.
La democrazia è un sistema per costringere il popolo a opprimersi da solo.

Ma ricordate: un popolo che perde la sua memoria...
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