______________________________________________

"Nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario"
George Orwell
______________________________________________

Visualizzazione post con etichetta Usa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Usa. Mostra tutti i post

giovedì 4 settembre 2008

Perche' ho dovuto riconoscere le regioni separatiste della Georgia


Martedì, la Russia ha riconosciuto l'indipendenza dei territori della Ossezia del sud e dell'Abkhazia. Non è stata una decisione presa a cuor leggero, o senza la piena considerazione delle possibili conseguenze. Ma tutti i possibili esiti della mia decisione han dovuto essere pesati contro una sobria conoscenza della situazione - le storie degli Osseti e
degli Abkhazi, il loro desiderio di indipendenza liberamente espresso, i tragici eventi delle scorse settimane e i precedenti internazionali a simile iniziativa.

Non tutte le nazioni del mondo hanno il proprio stato. Molte esistono felicemente entro confini condivisi con altre nazioni. La federazione Russa è un esempio di vasta ed armoniosa coesistenza di molte dozzine di nazioni e nazionalità. Ma certe nazioni trovano impossibile vivere sotto la tutela di qualcun'altro. Le relazioni tra nazioni che vivono "sotto lo stesso tetto" necessitano di essere maneggiate con estrema sensibilità.

Dopo il collasso del comunismo, la Russia si è riconciliata con se stessa dopo la "perdita" di 14 ex repubbliche sovietice, che diventarono stati avendone i dirittti, nonostante qualcosa come 25 milioni di russi fossero stati lasciati con i piedi in paesi non più loro. Alcune di queste nazioni funrono incapaci di trattare le proprie minoranze con il dovuto rispetto. La Georgia spogliò le sue "regioni autonome", Ossezia del sud ed Abkhazia, della loro autonomia.

Potete immaginare cosa poteva essere per gli Abkhazi veder chiusa la propria università, a Sukhumi, da parte del governo di Tbilisi, sulla base che loro, a quanto si dice, non avevano una propria lingua o storia o cultura e perciò non
necessitavano di una università? L'appena indipendente Georgia inflisse una brutale guerra contro le sue nazioni di minoranza, spiazzando migliaia di persone e gettando i semi del malcontento che potevano solo crescere. Questi erano focolai, accesi alle porte della Russia, che i pacificatori russi hanno cercato di tenere spenti.

Ma l'occidente, ignorando la delicatezza della situazione, ha inconsapevolmente (o consapevolmente) alimentato le speranze di libertà dei sud-osseti e degli abkhaziani. Hanno stretto al proprio capezzale un presidente Georgiano, Mikheil Saakashvili, la cui prima mossa fu di schiacciare un'altra autonomia, quella della regione dell'Adjaria, senza nascondere i suoi intenti di schiacciare gli osseti e gli Abkhaziani.

Nel frattempo, ignorando gli avvertimenti russi, le nazioni occidentali si sono affrettate a riconoscere la dichiarazione ILLEGALE di indipendenza del Kosovo dalla Serbia. Abbiamo vivacemente sostenuto che sarebbe stato impossibile, dopo tale avvenimento, dire ad Abkhazi e Osseti (e dozzine di altri gruppi nel mondo) che ciò che era cosa buona per gli albanesi del Kosovo non avrebbe potuto esserlo per loro.

Vedendo i segni premonitori, abbiamo insistentemente tentato di persuadere i georgiani a firmare un accordo sul non-utilizzo della forza con gli osseti e gli abkhazi. Il sig. Saakashvili SI E' RIFIUTATO.

La notte del 7-8 agosto abbiamo capito il perchè!

Solo un pazzo schizofenico avrebbe potuto commettere un simile azzardo. Credeva che la Russia sarebbe rimasta ad oziare sugli allori mentre lanciava un assalto a tutta potenza sulla dormiente città di Tshvinkali, uccidendo centinaia di civili pacifici, molti dei quali cittadini russi? Credeva davvero che la Russia sarebbe restata ferma mentre le sue forze "di pace" (ndt: quelle Georgiane) sparavano sui loro compagni russi, e sottolineo compagni, coi quali dovevano, almeno si suppone, evitare l'insorgere di problemi in Ossezia del sud?

La Russia non ha avuto altra opzione se non quella di irrompere nell'attacco per salvare le vite. Questa guerra non è stata una nostra scelta. Non abbiamo progetti o mire sul territorio Georgiano. Le nostre truppe sono entrate in Georgia per distruggere le basi dalle quali è partito l'attacco, e poi se ne sono andate. Abbiamo riportato la pace ma non potevamo, a questo punto, calmare le paure e le aspirazioni dei popoli sud-osseti ed abkhazi - non quando il sig. Saakashvili ha continuato (con la complicità degli USA e di alcuni membri della NATO) a parlare di riarmarsi e reclamando "il territorio georgiano". I presidenti delle due repubbliche si sono appellati alla Russia per riconoscere la loro indipendenza.

Una decisione pesante poggiava sulle mie spalle. Tenendo in conto le liberamente espresse opinioni dei popoli osseti ed abkhazi, e in base ai principi della carta delle nazioni unite ed altri documenti di legge internazionale, ho firmato un decreto in cui la Federzione Russa riconosce l'indipendenza dell'Ossezia del sud e dell'Abkhazia.

Spero sinceramente che il popolo eorgiano, per il quale proviamo storica amicizia e simpatia, possa un giorno avere i capi che si merita, che si prendano cura del proprio Paese e che sviluppino rispettose e mutue relazioni con tutti i popoli del Caucaso. La Russia è pronta a supportare il conseguimento di tale obiettivo.

Lo scrivente è il presidente della Federazione Russa, Dmitry Medvedev

tradotto da effedieffe.com

Intervista del primo ministro Putin sul Caucaso


Nell’intervista sul primo canale della televisione tedesca ARD il primo ministro russo V. V. Putin ha espresso le sue valutazioni sulla questione dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia e sulle loro conseguenze internazionali. Una delle prime domande del corrispondente signor Tim Roth ha riguardato il pericolo di isolamento internazionale di Mosca attribuito a vari politici occidentali.

D.
Egregio signor primo ministro, dopo l’escalation della situazione in Georgia nell’opinione pubblica occidentale, cioe’ non solo a livello dei circoli politici, ma anche della stampa, la gente ha l’idea che voi con la violenza abbiate creato una situazione per la quale la Russia è contro il mondo intero.

R. Lei cosa pensa? Chi ha iniziato la guerra?

D. L’ultimo dei motivi e’ stata l’aggressione della Georgia a Tskhinvali.

R. Grazie per la sua risposta. Questo e’ vero. E’ stato proprio cosi’. E di questo parleremo ancora piu’ tardi. Voglio semplicemente rilevare che non siamo stati noi a creare questa situazione.
E ora per quanto riguarda la questione dell’autorita’ della Russia. Io sono convinto che l’autorita’ di qualunque Paese, capace di proteggere la vita e la dignita’ dei suoi cittadini, di un Paese, capace di avere una politica estera indipendente, nel lungo e nel medio termine avra’ un’autorita che potra’ solo crescere. Al contrario, l’autorita’ di quei Paesi, che hanno assunto come regola quella di servire gli interessi esteri di altri Stati, senza tener conto dei propri interessi nazionali, indipendentemente da ogni loro giustificazione, calera’ nel tempo.

D. E pero’ lei non ha risposta alla domanda: perche’ voi siete andati incontro al rischio di isolare il vostro Paese?

R. Mi pareva di aver risposto. Ma se ha bisogno di ulteriori spiegazioni, gliele darò. Io ritengo che un Paese, in questo caso la Russia, che può difendere l’onore e la dignità dei suoi cittadini, proteggere le loro vite, ottemperare ai propri obblighi giuridici internazionali nell’ambito di un mandato internazionale, un Paese cosi’ non sarà isolato, checchè ne dicano, con una mentalita’ da “blocco”, i nostri partner in Europa o negli Stati Uniti. Il mondo non finisce in Europa e negli Stati Uniti. Anzi, voglio affermare ancora una volta che se ci sono Stati che possono trascurare gli interessi nazionali propri servendo quelli esteri di altri, l’autorità di simili Stati, per quali sforzi non facciano per giustificarsi, la loro autorità nel mondo calerà di continuo. In questo senso se gli Stati europei vogliono servire gli interessi internazionali degli Stati Uniti, secondo me, non ci guadagneranno niente. Adesso prendiamo i nostri obblighi giuridici internazionali. Come da accordi internazionali, i contingenti di pace russi hanno acconsentito all’obbligo di difendere la popolazione civile dell’Ossezia del Sud. E ora ricordiamoci del 1985. La Bosnia. Come sappiamo bene, il contingente di pace europeo, rappresentato da soldati olandesi, non ha ritenuto di reagire contro uno degli aggressori rendendo possibile in questo modo la rasatura al suolo di una intero Paese. Ci sono stati dei morti e hanno sofferto centinaia di persone. Il problema e la tragedia di Serebreniza sono ben noti. Lei per caso voleva che noi facessimo la stessa cosa? Che ce ne andassimo lasciando il campo all’esercito giorgiano perchè ammazzasse gli abitanti di Tskhinvali?

D. I suoi critici dicono che lo scopo della Russia in realtà non fosse la difesa della popolazione civile di Tskhinvali, ma il tentativo di rovesciare il presidente Saakashvili, contribuire ad una ulteriore destabilizzazione della Georgia e in questo modo ostacolare la sua entrata nella NATO. E’ così?

R. No, non e’ così. Questa e’ semplicemente una alterazione dei fatti. E’ una bugia. Se questo fosse stato il nostro scopo, evidentemente avremmo iniziato noi il conflitto. Invece, come ha detto anche lei, il conflitto l’ha iniziato la parte georgiana. Ora voglio ricordare alcuni fatti di storia recente. Dopo la decisione illegale del riconoscimento del Kosovo, tutti hanno atteso che la Russia riconoscesse l’indipendenza e la sovranità dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia. E' vero, fu così, tutti hanno atteso questa decisione da parte della Russia. Noi ne avremmo avuto il diritto morale, ma noi non l’abbiamo fatto. Noi ci siamo comportati in modo più che contenuto, cosa che non vorrei nemmeno commentare, in effetti abbiamo “ingoiato” la questione. E cosa abbiamo ottenuto? Un escalation del conflitto, l’aggressione dei nostri soldati di pace, l’aggressione e l’uccisione della popolazione civile nell’Ossezia del Sud. Lei conosce i fatti, come sono avvenuti, cosa di cui si è già parlato. Il ministro degli Esteri della Francia è stato nell’Ossezia del Nord, e si è incontrato con i profughi. I testimoni oculari hanno raccontato che parti dell’esercito georgiano con i carri armati sono andati contro donne e bambini, hanno spinto la popolazione nelle case e poi gli hanno dato fuoco con la gente viva dentro. E i soldati georgiani quando sono entrati a Tskhinvali, tra l’altro, passando vicino alle case, vicino agli scantinati dove si nascondevano donne e bambini, ci buttavano dentro le granate. Che cos’e tutto questo se non genocidio? Ora, per ciò che riguarda il governo della Georgia. gente, che ha portato alla catastrofe il proprio Paese – e con le proprie azioni il governo della Georgia ha fatto saltare la propria integrità territoriale e statale, - certo che gente del genere, secondo me, non può governare Stati ne piccoli, ne grandi. Se queste fossero persone per bene, si sarebbero immediatamente dovute dimettere.

D. Questa non è la sua decisione, ma la decisione georgiana.

R. Certo. Ma noi conosciamo anche precedenti di altro tipo. Ricordiamoci come i soldati americani sono entrati in Iraq e come si sono comportati con Saddam Hussein per il fatto che lui avesse annientato alcuni Paesi sciiti. E qui nelle prime ore della battaglia sono stati eliminate dalla faccia della terra dieci paesini ossetini nell’Ossezia del Sud.

D. Signor primo ministro, lei crede in virtù di ciò che sia vostro diritto invadere il territorio di un Paese sovrano, cioè non rimanere nella zona del conflitto, ma bombardarlo? Io stesso oggi siedo accanto a lei grazie per un caso perchè in un quartiere abitativo di Gori, a 100 metri da me, sono scoppiati degli ordigni, una bomba lanciata da un vostro aereo. Non è questa una violazione del diritto internazionale, cioè proprio del fatto che voi di fatto occupate un piccolo Paese? Da dove vi viene questo diritto?

R. Certamente che noi abbiamo diritto…

D. Preciso ancora una volta, che la bomba è stata gettata su una abitazione civile.

R. Certmente, noi abbiamo agito in base al diritto internazinale. Le aggressioni alle nostre postazioni del contingente di pace, l’uccisione dei nostri soldati e dei nostri cittadini, tutto ciò senza ombra di dubbio, l’abbiamo considerate come una aggressione alla Russia. Nelle prime ore dell’azione bellica con i propri colpi l’esercito georgiano ha ucciso subito alcune decine di soldati del contingente di pace. Hanno circondato la nostra cittadella “del Sud” ( zona sud) (lì c’erano le cittadelle della “zona Sud” e della “zona Nord”), con carri armati e hanno iniziato a sparare con colpi diretti. Quando i nostri soldati hanno fatto il tentativo di tirare fuori l’apparecchiatura dai garage, sono stati sferrati i colpi con sistemi “Grad”. Dieci persone che sono entrate nell’angar sono morte sul posto, arsi vivi. Dopo di che l’aviazione georgiana ha inferto colpi in più luoghi nel territorio dell’Ossezia del Sud, non a Tskhinvali, ma nel bel mezzo dell’Ossezia del Sud. Noi siamo stati costretti a rispondere punto per punto al fuoco, punti che si trovavano nelle zone dei combattimenti e nella zona di sicurezza. Ma questi sono stati i punti dai quali operava l’esercito che ha colpito i soldati russi e i contingenti di pace.

D. Ma io ho già detto che sono state bombardate zone abitative. Forse lei non è in possesso di tutte le informazioni?

R. Io, forse, non ho tutte le informazioni. E’ possible che vi siano stati anche degli errori nel corso delle operazioni militari. Per l’appunto proprio ora in Afganistan l’aviazione americana ha inferto un colpo, si dice ai talebani e con un colpo solo ha fatto fuori quasi cento civili. Questa è la prima delle possibilità. Ma la seconda è piu’ verosimile, e cioè che i punti di comando del fuoco dell’aviazione e delle stazioni radio la parte georgiana li ha dislocati proprio nelle abitazioni civili per ridurre la possibilità che noi usassimo l’aviazione prendendo la popolazione e lei medesimo in ostaggio.

D. Il ministro degli Esteri della Francia, presidente di turno della UE, signor Kuchner ha recentemente manifestato la sua preoccupazione che il prossimo conflitto potrebbe riguardare l’Ucraina, e in particolare la Crimea e Sebastopoli, come anche la base della flotta russa. Rientrano la Crimea e Sebastopoli nei piani della Russia?

R. Lei ha detto, il prossimo scopo. Noi non abbiamo neanche qui scopo alcuno. Per cui penso che dire prossimo scopo non sia corretto. Questo come prima cosa.

D. Lei lo esclude?

R. Se Lei mi permette di risponderLe, sara’ soddisfatto. La Crimea non rappresenta una zona di contestazione. Lì non c’è mai stato un conflitto etnico, a differenza del conflitto tra Ossezia del Sud e Georgia. La Russia ha da tempo riconosciuto gli attuali confine dell’ Ucraina. Noi di fatto riguardo ai confini abbiamo terminato le nostre trattative. Si parla di demarcazione, ma questa è una faccenda tecnica. La domanda su scopi simili per la Russia, ritengo cha abbia carattere provocatorio. Lì, in Crimea, all’interno della società, hanno luogo processi complicati. Ci sono i problemi dei tatari di Crimea, della popolazione ucraina, della popolazione russa e in generale della popolazione slava. Ma questo è un problema interno dell’Ucraina. Noi abbiamo un accordo con l’Ucraina riguardo alla nostra flotta valido fino al 2017 e noi terremo fede a questo accordo.

D. Un altro ministro degli Esteri, questa volta della Gran Bretagna, il signor Millibend ultimamente ha espresso preoccupazione per l’inizio di una nuova “Guerra fredda”, ricomincia la corsa agli armamenti. Come giudica lei la situazione? Siamo noi adesso sulla soglia di un nuova “era glaciale”, di una nuova “Guerra fredda”, di una nuova corsa agli armamenti? Qual’e’ il suo punto di vista?

R. La Russia non promuove nessun inasprimento, o tensione con chicchessia. Noi desideriamo dei rapporti buoni, di buon vicinato e di partnership con tutti. Ma se permette dirò cosa penso di tutto ciò. C’era l’URSS e il Patto di Varsavia. E c’erano le truppe sovietiche in Germania, per la verità, bisogna essere onesti, quelle erano contingenti di occupazione, le truppe che sono rimaste in Germania dopo la seconda Guerra mondiale, con il fregio di truppe alleate. Queste forze di occupazione sono andate via. L’Unione Sovietica si e’ sciolta, il Patto di Varsavia non c’e’ piu’. Minaccie dall’Unione Sovietica non ce ne sono. Ma la NATO, le truppe americane sono rimaste in Europa. Come mai? Per richiamare e fare ordine nel proprio Paese, per richiamare all’ordine i propri alleati, per mantenerli nei limiti della disciplina del blocco ci vuole una minaccia esterna. L’Iran in questo senso non è abbastanza credibile. E si vorrebbe molto resuscitare l’idea del nemico russo. Ma in Europa non ha più paura nessuno.

D. Lunedi si terrà la riunione del Consiglio della UE a Bruxelles. Lì parleranno della Russia, delle sanzioni nei confronti della Russia, perlomeno queste questioni saranno all’ordine del giorno. Come vi ponete in confronto a tutto ciò? Vi è indifferente? Lei pensa comunque che l’Unione Europea parla in molte lingue?

R. Se dicessi che ci sputiamo sopra, che la cosa ci è indifferente, direi una bugia. Ovviamente la cosa non ci è indifferente. Ovviamente seguiremo con attenzione tutto ciò che succederà. Speriamo semplicemente che prenda il sopravvento il buon senso. Speriamo che non verrà data una valutazione politicizzata, ma una valutazione oggettiva di quanto è accaduto in Ossezia del Sud e in Abkhazia. Noi speriamo che l’azione del contingente di pace russo trovi sostegno, mentre le azioni della parte gieorgiana, che ha portato avanti questa azione criminale, venga messa a giudizio.

D. Ecco, in rapporto a questo vorrei chiederle. Come vi apprestate a risolvere il seguente dilemma? Da una parte la Russia è interessata a continuare la sua collaborazione con l’Unione Europea. E non può agire diversamente in virtù dei compiti economici che si è posta. Dall’altra la Russia vuole portare avanti il gioco con sue regole proprie, russe. Cioè da una parte c’è l’attenersi a valori europei e dall’altra quello di comportarsi con regole russe. Ma non è possible soddisfare contemporaneamente le due posizioni.

R. Sappia che noi non abbiamo intenzione di avere regole del gioco nostre. Noi desideriamo che tutti lavorino con regole comuni, che si chiamano diritto internazionale. Ma noi non vogliamo che qualcuno manipoli questi concetti. In una regione del mondo ci saranno regole del gioco di un certo tipo e in un altra, altre. Tanto per soddisfare i nostri interessi. Noi vogliamo che ci siano regole uniche, che soddisfino gli interessi di tutti i membri del dialogo internazionale.

D. In questo modo, lei vorrebbe dire che nelle distinte zone del mondo l’Unione Europea si comporta in modi diversi, che non corrispondono alle regole del gioco internazionale?

R. Eccome! Come hanno riconosciuto il Kosovo? Hanno dimenticato tutto sull’integrita’ dello Stato. Hanno dimenticato la risoluzione 1.244, che loro stessi avevano sanzionato e sostenuto. Liì questo si poteva fare, ma in Abkhazia e in Ossezia del Sud non si può! Perchè?

D. Cioè la Russia è l’unico arbitro del diritto internazionale? Tutti gli altri fanno manipolazioni. Ma non ne sono coscienti. Essi hanno altri interessi e non gli importa. L’ho capita bene?

R. Lei non mi ha capito bene. Voi siete stati d’accordo con l’indipendenza del Kosovo? Si o no?

D. Io personalmente…, io sono un giornalista

R. No, I Paesi occidentali.

D. Si

R. Fondamentalmente tutti l’hanno riconosciuto. Ma se avete riconosciuto lì, riconoscete allora l’indipendenza della Abkhazia e dell’Ossezia del Sud. Non c’è nessuna differenza. Non c’è alcuna differenza in queste due posizioni. E’ una differenza inventata. Lì c’era un conflitto etnico, e qui c’è un conflitto etnico. Lì c’erano azioni violente praticamente da ambo le parti, e anche qui probabilemente si possono trovare. Se si cercano, probailmente si trovano. E’ verosimile. Lì è stata presa la decisione che quei popoli non possono vivere insieme in uno Stato unico, e qui non vogliono vivere insieme in uno Stato unico. Non c’è nessuna differenza, lo capiscono tutti. Sono tutte chiacchiere. Per coprire decisioni illegali. E’ il diritto della forza. Il diritto del pugno forte. E con tutto ciò la Russia non può trovarsi d’accordo. Signor Roth, lei vive in Russia già da molto tempo. Lei parla molto bene il russo, quasi senza accento. Che lei personalmente mi abbia capito, non è una sorpresa. Ma io vorrei che mi capissero anche i nostri, i miei colleghi europei, quelli che si riuniranno il primo e penseranno a questo conflitto. Fu presa la risoluzione 1.244? Lo fu. Lì era scritto e sottolineato: l’integrità territoriale della Serbia. Hanno buttato nell’immondizia quella risoluzione, l’hanno dimenticata. Hanno tentato di svincolarsi. E non era possible svincolarsi L’hanno semplicemente dimenticata. Perchè? Alla Casa Bianca hanno comandato così e tutti hanno ubbidito. Se i Paesi europei continueranno così la propria politica, allora delle questioni europee ci toccherà parlare direttamente con Washington.

D. Vorrei farle una domanda, che riguarda lo sviluppo dei rapporti russo-germanici indipendentemente dalle valutazioni e proposte fatte qui. Ma, considerando i rapporti particolari tra i nostri due Paesi, può la Germania in questa situazione avere un ruolo di mediazione speciale?

R. Noi con la Germania abbiamo rapporti molto buoni, di grande fiducia, nel campo della politica e della sfera economica. Quando abbiamo parlato con il signor Sarkozy durante la sua visita a Mosca, gli abbiamo detto in faccia che noi non abbiamo intenzione di annetterci alcun territorio georgiano e che ovviamente andremo via da quei punti nei quali ci troviamo ora. Ma andremo nella zona di sicurezza, quella designata precedentemente negli accordi internazionali. E nemmeno lì abbiamo intenzione di rimanere in eterno. Noi riteniamo che quello sia territorio georgiano. Il nostro scopo è unicamente quello di provvedere alla sicurezza in quella regione, non permettere che di nuovo si collochino, segretamente, come è stato fatto questa volta, armi, strumenti, per impedire il ripetersi di nuove occasioni di conflitto armato. E dirò che la partecipazione lì di osservatori internazionali, osservatori dell’OSCE, della Comunita’ Europea verranno salutati positivamente. Bisogna solo accordarsi sui principi del lavoro comune.

D. E questo significa che voi comunque porterete via i vostri contingenti militari?

R. Certamente. Per noi la cosa importante è garantire la sicurezza in questa zona. Nella tappa successiva, aiutare l’Ossezia del Sud a salvaguardare i propri confini. E non avremo altri motivi per restare in questa zona di sicurezza. Nel corso di questo lavoro, saluteremo con piacere la collaborazione con le strutture europee e anche con l ‘OSCE.

D. Rispetto alla crisi di rapporti che ora, senza ombra di dubbio, è sorta (rapporti con gli USA e con l’Europa), quale contributo potete dare perchè questa crisi si concluda?

R. Intanto di tutto ciò, ne ho parlato ieri con i suoi colleghi della CNN. Mi pare che sostanzialmente la crisi sia stata provocata anche dai nostri amici americani durante la campagna elettorale, proprio per garantire un vantaggio a uno dei candidati, in questo caso quello del partito reggente.

D. Lei ha dei fatti?

R. Noi sappiamo che li, c’erano molti consiglieri americani. E’ molto male armare una delle parti, tra due che si trovano in conflitto etnico per poi spingerla a risolvere questi problemi etnici con le armi. A prima vista sembrerebbe piu’ semplice che condurre trattative per anni e cercare compromessi, ma è un modo molto pericoloso. Lo sviluppo dei fatti, l’ha dimostrato. Ma gli istruttori, i “maestri”, in senso largo, il personale insegna a lavorare con l’apparecchiatura bellica fornita nei poligoni e nei “centri di istruzione”, e dove si trovava invece? Nelle zone di scontro. E ciò fa pensare al fatto che il governo degli Stati Uniti sapeva dell’azione che si andava per compiere e anzi ha partecipato a tutto ciò, semplicemente perchè senza il comando dei ranghi superiori dei cittadini americani nella zona del conflitto non avevano il diritto di trovarsi. Nella zona di sicurezza si potevano trovare solo cittadini del luogo, si potevano trovare osservatori dell’OSCE e forze del contingente di pace. Ma lì noi abbiamo trovato tracce di cittadini americani, che non rientravano nè nella prima, nè nella seconda e nè nella terza categoria. E qui sorge la questione. Perchè i governanti americani hanno permesso che lì si trovassero dei propri cittadini, che non avevano il diritto di trovarsi in questa zona di sicurezza? E se loro lo hanno permesso allora a me viene il dubbio che tutto questo sia stato fatto appositamente per organizzare una piccolo guerra vittoriosa. E siccome non è riuscita, ora si deve fare della Russia un nemico e su questo terreno di cultura unire l’elettorato attorno a uno dei candidati alla presidenza. Ovviamente intorno al candidato del partito al potere. Ecco le mie riflessioni e le mie supposizioni. Sarà affar suo, essere o non essere d’accordo con quanto detto. Ma tutto ciò ha diritto di esistere, poichè noi abbiamo trovato tracce di cittadini americani nella zona del conflitto.

D. Un’ultima domanda. Non crede lei, che lei personalmente si trovi nella trappola di un regime autoritario? Nel sistema attuale lei riceve l’informazione dai vostri servizi segreti. Lei riceve informazioni da varie fonti, e anche dall’ambiente economico, ma a volte perfino i mezzi di informazione hanno paura di dire qualcosa di diverso, che contraddica ciò che lei vuole sentire. Non puo’ essere succeso che il sistema che lei ha creato, le chiude la possibilita’ di avere una visione piu’ larga, non le dia la possibilità di vedere per davvero ciò che succede oggi in Europa e in altri Paesi?

R. Egregio signor Roth. Lei ha caratterizzato il nostro assetto politico come un sistema autoritario. Lei, nel corso di questa nostra odierna discussione, ha ricordato diverse volte i valori comuni. Dov’è la lista di questi valori? Ci sono dei princìpi fondamentali. Diciamo, il diritto della persona alla vita. Ecco, per esempio in America c’è la pena di morte, da noi in Russia non c’è e in Europa non c’è. Significa questo che voi state per uscire dalla NATO perchè non c’è una perfetta coincidenza dei valori tra europei e americani? Adesso prendiamo questo conflitto, di cui stiamo parlando oggi con lei. Non Le è per caso noto quello che è successo in Georgia negli ultimi anni? La misteriosa morte del primo ministro Khvani. Il boicottaggio contro l’opposizione. La dispersione fisica delle manifestazione dell’opposizione.
La gestione delle elezioni nazionali in una situazione di emergenza. Dopo di che questa azione criminale nell’Ossezia del Sud con molte vittime umane. E questo, naturalmente è un Paese democratico, con cui bisogna avere un dialogo e che bisogna prendere nella NATO, e magari anche nella Comunita’ Europea. Ma se un altro Paese difende i propri interessi, semplicemente il diritto dei cittadini alla vita, cittadini che hanno subito un’aggressione, ci hanno ammazzatto subito 80 persone. 2.000 pacifiche persone come risultato sono state uccise. E noi non possiamo difendere le vite dei nostri cittadini, li’? E se noi difendiamo le nostre vite, ci portano via le salsicce? Che scelta abbiamo noi tra la vita e le salsicce? Noi scegliamo la vita, signor Roth. E ora, per cio’ che concerne un altro valore, la libertà di informazione. lei guardi un po’ come viene data l’informazione su questi fatti, sulla stampa degli Stati Uniti, che viene ritenuta il faro della democrazia. E’ iniziata la fucilazione di massa a Tskhinvali, erano già iniziate le operazioni di terra delle truppe georgiane, già c’erano molte vittime e nessuno ha detto una parola. La sua televisione ha taciuto e tutti canali americani hanno taciuto, come se non fosse successo niente, il silenzio. Ma come l’aggressore le ha beccate sul muso e gli hanno spaccato i denti, come ha abbandonato subito tutte le armi americane ed è fuggito senza neanche girarsi, tutti si sono ricordati del diritto internazionale e della Russia cattiva. Tutti hanno ritrovato la voce. Ed ora a proposito di salsicce e di economia. Noi desideriamo dei normali legami economici con i nostri partner. Noi siamo un partner molto affidabile. Noi non abbiamo mai ingannato nessuno. Quando noi abbiamo costruito il condotto nella Repubblica Federale di Germania all’inizio delgi anni ’60, li’ i nostri partner di oltreoceano hanno consigliato ai tedeschi di non concludere quel progetto. Lei queste cose le deve sapere.
Ma allora il governo della Germania prese la decisione giusta e con l’Unione Sovietica quel sistema fu costruito. Oggi quello è una delle fonti sicure di approvvigionamento di idrocarburi per l’economia tedesca. La Germania ne riceve annualmente 40 miliardi di metri cubi. Idem, l’anno scorso e quest’anno e garantiamo che riceverà tutto ciò. Ma adesso vediamo come stanno le cose più globalmente. Qual’è la struttura del nostro export nei Paesi europei, e anche nell’America del Nord? Per l’80% è merce che appartiene alla categoria della materia prima: petrolio, gas, prodotti chimici della raffinazione del petrolio, legname, metalli vari, concimi chimici. Questo è tutto, tutto ciò di cui ha estremamente bisogno l’economia mondiale ed europea. E’ merce estremamente richiesta sui mercati mondiali. Noi abbiamo possibilità anche nel campo della alta tecnologia, ma per ora esse sono limitate. E oltre a tutto ciò, perfino avendo un accordo con l’Unione Europea, diciamo, nel campo delle forniture del combustibile atomico, non ci danno uguale diritto di presenza in Europa sul mercato dei combustibili. Guarda caso, per la posizione di nostri amici francesi.
Loro lo sanno e noi con loro abbiamo discusso a lungo. Ma se qualcuno vuole distruggere questi legami, noi non possiamo farci niente. Noi questo non lo vogliamo. Noi speriamo vivamente che i nostri partner ottemperino in modo uguale ai loro obblighi come noi abbiamo ottemperato ai nostri e come siamo intenzionati a fare in futuro. Questo, per ciò che riguarda il nostro export. Ma per ciò riguarda il vostro export, cioè il nostro import, in Russia esiste un mercato grande e sicuro. Io adesso non ricordo le cifre, ma le forniture, diciamo, nel settore della metalmeccanica tedesca sul mercato russo crescono da un anno all’altro. E oggi sono molto grandi. Qualcuno vuole smettere di effettuare queste forniture? E noi le compreremo da altre parti. Chi ha bisogno di tutto questo, non capisco? Noi richiamiamo a una analisi obiettiva di quello che è successo. Noi speriamo che vincano il buon senso e la giustizia. Noi siamo vittima di una aggressione. Noi speriamo nel sostegno dei nostri partner europei.

D. La ringrazio cordialmente per questa intervista, signor primo ministro.

R. Grazie molte.

tradotto da effedieffe.com

giovedì 7 agosto 2008

USA: comincia il grande esproprio, fase 2


La crisi dei sub-prime e la recessione in USA ha un effetto paradossale: gli speculatori finanziari che hanno provocato il collasso del sistema si buttano a comprare infrastrutture pubbliche. Aeroporti, autostrade, ponti e acquedotti dei governi locali, Stati e municipi, che sono disperatamente a corto di fondi e sono ben contenti di fare cassa (1).

Ma più contenti sono gli speculatori, attanagliati dalla crisi del credito, e che non vedono più i profitti favolosi di quando inondavano il mondo di prodotti derivati e di altre creazioni dell’ingegneria finanziaria. Prima si sono buttati sulle materie prime, lucrando sui rincari del petrolio e dei grani (da loro stessi provocati). Ora che anche le materie prime calano, dove investire per profitto?

«Quando non sei sicuro di alcun altro investimento, metti i soldi in una strada a pedaggio», dice John Schmidt, della Mayer Brown LLP di Chicago (indovinate a quale piccolo popolo appartiene la ditta): «Gli introiti sono stabili e prevedibili. Non diventi ricco sfondato, ma hai un flusso di cassa continuo».

Così, le infrastrutture pubbliche, costruite col denaro dei contribuenti, diventano private. E gli introiti di tariffe e pedaggi di tali infrastrutture sono privatizzati anch’essi.

Il caso più paradossale è quello di New York. Dove gli introiti fiscali sono diminuiti drasticamente, perchè sono diminuti i profitti della speculazione di Wall Street, primo contribuente della metropoli. Il governatore, David Paterson, ora spera che Wall Street compri quote di infrastrutture, per non aumentare le tasse, ed ha battezzato l’operazione «partecipazioni pubblico-private». Goldman Sachs è molto interessata, ed ha offerto la sua consulenza (a pagamento). Ci sono, spiega Greg Carey, capo della sezione infrastrutture della Goldman, da 75 a 150 miliardi di dollari pronta cassa da investire in «attivi fisici».

Dall’altra parte, 29 Stati degli USA più il District of Columbia (il distretto della capitale Washington) avranno un deficit fiscale di 49 miliardi di dollari nel 2009. E secondo la American Society of Civil Engineers, le infrastrutture americane hanno bisogno di 1,6 trilioni di dollari in 5 anni per la manutenzione ordinaria e straordinaria (sono state parecchio trascurate negli ultimi anni di boom finanziario).

Già la superbanca spagnola Abertis insieme a Cititgroup hanno offerto 12,8 miliardi di dollari per prendere in affitto per 75 anni il «Pennsylvania Turnpike», il sistema di autostrade (855 chilometri) che unisce i maggiori centri della Pennsylvania. Del resto il Chicago Skyway, un ponte stradale a pedaggio, è stato già ceduto nel 2005 dal municipio per 1,8 miliardi, ed ora il sindaco di Chicago si prepara a cedere in affitto il Midway Airport, il principale aeroporto. Già dal 2006 è finito ai privati (in affitto) l’«Indiana Toll Road», arteria a pedaggio dell’Indiana. Morgan Stanley sta dando la sua consulenza ad Akron, città dell’Ohio, per la cessione a privati del suo sistema di riciclaggio delle acque sporche e per la privatizzazione della lotteria di Stato.

«Le lotterie hanno un flusso di cassa stabile e alte barriere all’entrata (ossia: sono monopoli)», si entusiasma Rob Collins della Morgan sezione infrastrutture, «si auto-finanziano e richiedono spese capitali minime».

L’ultima frase è rivelatrice: le lotterie sono meglio delle strade, per i banchieri d’affari, perchè non ci sono spese di manutenzione. Il che significa che i privati, per strade e ponti, lesineranno i «costi» di mantenimento. Più del settore pubblico. Che dire?

E’ un caso di scuola: le «grandi depressioni» vedono sempre grandi trasferimenti di ricchezza reale, pagata dai più, nelle mani di pochi. E sempre gli stessi.

Infatti, il grande esproprio del capitalismo irresponsabile avviene in due fasi:

• Nel ciclo di boom economico, tutti i trucchi della finanza creativa si riducono ad un fatto molto semplice: retribuire il capitale più del lavoro, anzi a spese del lavoro. La finanza speculativa è un gioco a somma zero; infatti se qualcuno guadagna è perchè qualcun altro sta perdendo. Nella fase di boom, i lavoratori ricevono meno salario di quanto meritano per il loro contributo alla crescita. Ciò avviene limando le paghe, riducendo il personale (ogni volta che un’impresa riduce il personale, le sue azioni salgono, premiate dalla speculazione), oppure delocalizzando i lavori nei Paesi a salari infimi. In questa fase, i lavoratori sottopagati si vedono offrire «credito» per i consumi che non si possono permettere, e così - dopo aver ceduto parte del loro salario al capitale in forma di mancati aumenti - ne cedono un’altra quota pagando gli interessi al capitale speculativo, che li incoraggia a indebitarsi. In questa fase inoltre il capitalismo ideologico sputa sul settore pubblico, «poco efficiente», le cui infrastrutture «rendono poco», sicchè «non interessano agli investitori».

• Nella fase della depressione, d’improvviso il capitale speculativo comincia a interessarsi delle infrastrutture. Strade e ponti a pedaggio rendono poco? Sì, ma meglio di niente; e in più garantiscono flussi di cassa costanti. Inoltre, autostrade e ponti sono già lì. Il privato non ha bisogno di investire per costruirli; anzi, sono già ammortizzate da decenni. Nella fase della depressione, le infrastrutture - il patrimonio dei cittadini accumulato nei decenni - sono inoltre in offerta a prezzi stracciati; i politici di governo le offrono perchè hanno bisogno di denaro.

Ovviamente, cedendo in affitto o in proprietà i beni pubblici (a loro affidati), si privano per il futuro dei canoni, pedaggi e tariffe che tali patrimoni pubblici rendono. Ma che volete farci? Dovrebbero aumentare le imposte, ma ciò li renderebbe impopolari; meglio dunque cedere i gioielli dei cittadini.

Questa si chiama «democrazia di massa», ideologia ausiliaria del capitalismo da saccheggio. Gli economisti - ossia i custodi dell’ideologia - sono lì a gridare che «il mercato» sarà più efficiente della mano pubblica, che il privato «ottimizzerà» i costi delle infrastrutture. Non ci dicono come farà, il cosiddetto privato: lesinando ancor più sulla manutenzione. Facendo pagare pedaggi sempre più esosi su autostrade sempre più piene di buche. E’ così semplice, l’efficienza del capitalismo. Tutti gli economisti in cattedra non fanno altro che questo: occultare la questione della distribuzione della ricchezza (2).

Infatti, chi potrebbe scongiurare il doppio saccheggio, il grande trasferimento di ricchezza dai cittadini-contribuenti ai pochi privati? Solo dei governanti integri, che sentano profondamente la missione per cui sono stati votati, conservare ed aumentare il bene pubblico; politici capaci di porre regole al capitale selvaggio in nome del bene comune. Ma decenni di liberismo ideologico hanno appunto «consumato» questo tipo di personalità, le hanno fatte sparire.

Come ha scritto Cornelius Castoriadis, «il capitalismo ha potuto sopravvivere soltanto perchè ha ereditato una serie di tipi antropologici che non ha creato e non avrebbe potuto creare da sè: giudici incorruttibili, funzionari integri di stampo weberiano, educatori che si consacrano alla loro missione, operai dotati di coscienza professionale e così via. Questi tipi non nascono spontaneamente, ma sono stati creati in epoche storiche precedenti, in cui si faceva riferimento a valori non economici, allora consacrati e incontestabili: l’onestà, il servizio allo Stato, la trasmissione del sapere, lo zelo lavorativo. Oggi, nelle nostre società (economiciste-liberiste), questi valori sono divenuti notoriamente risibili, le uniche cose che contano essendo la quantità del denaro che si è intascato non importa come, e il numero di volte che si è apparsi in TV» (3).

Ecco il peggiore dei grandi saccheggi: la dissipazione - in nome del consumismo con pagamento rateale - del patrimonio impalpabile ma decisivo, quello dell’onestà pubblica, della solidarietà civica, del senso di missione per la propria nazione, della responsabilità civica verso le generazioni passate e future. Valori costruiti da altre epoche, organiche e tradizionali: ossia da tutta una civiltà dove il profitto economico non era l’istanza suprema, epoche che il gergo della democrazia cumula e demonizza sotto un unico termine: più o meno, come «fascismo».

I governanti che eleggiamo sono ormai i maggiordomi del capitale, al suo servizio esclusivo. Se almeno i capitalisti pagassero i loro enormi stipendi; no, anche quelli li paghiamo noi.

Perchè non sfuggirà che quel che accade oggi in USA, la cessione di patrimoni pubblici, in Italia è già avvenuto da tempo. Dai tempi dello yacht Britannia, in cui Draghi salì per vendere la roba nostra a lorsignori. Con la benedizione di Ciampi e degli altri Venerati Maestri: e ciò mentre i sindacati più potenti e costosi del pianeta badavano a tenere bassi i salari italiani. Tutta gente che resta al potere per servire loro, ma che continuiamo a pagare noi. E tanto, troppo.


Maurizio Blondet
www.effedieffe.com


NOTE
1) Jonathan Stempel, «Wall Street to privatize US infrastructures», GlobalResearch, 1 agosto 2008.
2) Bernard Maris, «Anti-manuale di Economia», Tropea Editore, 2005, pagina 15. Da cui traggo la seguente citazione, che illustra come il mercato, per esistere, debba creare artificialmente la scarsità e i bisogni: «Si deve capire bene che la scarsità non è assolutamente un dato naturale che si possa misurare per mezzo di indicatori oggettivi (...). La scarsità designa una forma di organizzazione specifica istituita dal ‘mercato’. Essa fa dipendere, in misura sconosciuta alle altre società, l’esistenza di ciascuno dalla sua sola capacità di procurarsene i mezzi senza poter contare sull’aiuto di altri. Qui appare con evidenza il fatto che la «libertà» e l’indipendenza dagli altri, che separa con tanta forza gli esseri umani nella società mercantile, assume la forma della solitudine e dell’eslusione». Michel Aglietta e André Orléan, «La monnaie entre violence et confidence», Parigi 2002.
3) Cornelius Castoriadis, «Gli incroci del labirinto», Firenze, 1998. Citato da Bernard Maris nell’Anti-manuale di economia (vedi sopra).

lunedì 14 luglio 2008

La «moralità» dell’Occidente


Teheran ha lanciato nove missili, fra cui uno Shahab con raggio presunto di 2 mila chilometri - e tutto l’Occidente grida di sdegno: «L’Iran ci minaccia!». La Rice in Bulgaria s’è stracciata le vesti: «Chi vuole parlare agli iraniani, chieda loro la portata dei missili che hanno sparato. Germania, Francia e Italia si sono uniti nella condanna». Il nostro ministro Frattini, parlando da Israele (è sempre lì, avete notato?) ha ripetuto la lezione: «Sono missili molto pericolosi, ecco perchè non solo Israele ma l’intero Occidente ha interesse a bloccare questa escalation in modo definitivo» (1). Con le bombe, insomma.

Come cittadini, dovremmo vergognarci, anzitutto, della nostra cortissima memoria. Non è passato nemmeno un mese da che Sion ha condotto una spettacolare esercitazione aerea sullo spazio greco-mediterraneo - con oltre cento caccia-bombardieri ripetutamente riforniti in volo per mille chilometri - lasciando capire che si sta preparando ad un attacco preventivo contro l’Iran.

Sono solo due settimane che Symour Hersh, il grande giornalista, ha rivelato come le forze armate USA, su ordine presidenziale, stiano conducendo già da un anno operazioni speciali nel territorio iraniano, sia con loro commandos che penetrano dal sud iracheno, sia armando gruppi etnici e sovversivi in Iran; operazioni che comprendono «assassinii mirati» contro personalità militari persiane, e la cattura di membri delle forze di elite della guardia rivoluzionaria iraniana, che vengono poi portati in Iraq per «interrogatorii» (2).

Questi israeliani e americani sono già atti di guerra, preventivi, illegali e non provocati, contro la Persia. Dovremmo ricordarcelo. E questi sì, dovrebbero sdegnarci e allarmarci. Invece ci sdegnamo e ci allarmiamo: l’Iran ci attacca. E’ l’Iran che provoca. Che cosa dovrebbe fare un Paese debole, senza alleati, quotidianamente minacciato dalla super-potenza e dal suo Agnello super-armato?

Ma i gestori della propaganda fidano della nostra ignoranza non meno che dei nostri pregiudizi e della nostra memoria corta. Sanno che possono farci paura raccontandoci che il Shahab-3 iraniano ha 2 mila chilometri di gittata, quanto basta per colpire Israele.

Non ci dicono il resto: che questo Shahab è la copia di un vecchio missile nordcoreano, il Nodong, la cui precisione è derisa da tutti coloro che se ne intendono. E ovviamente, sugli Shahab non c’è una testata nucleare: l’Iran non ne ha, e soprattutto non è in grado, e non lo sarà per molti decenni, di miniaturizzare un’arma atomica per adattarla a un missile. Dunque gli Shahab-3 hanno, al massimo, testate di esplosivi convenzionali. In caso di guerra, la loro efficacia sarà quella degli Scud errabondi di Saddam, nella prima guerra del Golfo. Militarmente zero.

I propagandisti non ci dicono nemmeno la frase pronunciata, dopo il lancio dimostrativo dei missili, da un’alta personalità militare, il generale di brigata Mohammad-Najjar: «La nostra capacità missilistica ha scopi soltanto difensivi, per la salvaguardia della pace in Iran e nel Golfo Persico... I nostri missili non saranno usati per minaccciare nessun Paese, sono solo per coloro che osassero attaccare l’Iran».

Questo si chiama, in buona strategia, «deterrenza». Dal latino «deterreo», dissuado facendo un po’ di paura. Deterrenza è l’atteggiamento non di chi attacca, ma di chi - sotto minaccia - cerca di dissuadere l’attacco altrui. Ma nella nostra moralità occidentale, l’Iran non ha diritto alla deterrenza; Israele ha diritto all’aggressione preventiva. A noi ignoranti senza memoria nemmeno di breve termine, non è chiara l’estrema disparità di forze tra USA-Israele e l’Iran.

Ci fanno credere che l’Iran possa davvero esercitare una qualche rappresaglia contro il volume di fuoco delle portaerei americane già nel Golfo (la USS Lincoln ci è stata spostata in questi giorni), di una potenza che dedica alle spese di armamenti due-trecento volte di più di Teheran.

Un ottimo giornalista conoscitore dell’area, Pepe Escobar, ci fornisce qualche informazione sulla forza militare di Teheran (3). Il generale Muhammad Ali Jafari, che è da settembre 2007 comandante supremo delle Guardie della Rivoluzione Iraniana (l’esercito), ha intrapreso - come ha spiegato lui stesso una settimana fa al giornale iraniano Jam e-Jam - una radicale riorganizzazione delle forze armate del Paese, con la sostituzione di molti comandanti regionali.

Essa consiste in una fusione fra forze regolari e milizie «rivoluzionarie», specialmente di Pasdaran (il gruppo di elite) e la milizia Bassij, e il radicale decentramento di queste unità. «In pratica, l’Iran ha ora 30 eserciti», scrive Escobar, «uno in ogni provincia, ciascuno con comando unificato per Pasdaran e Bassij, e i due corpi conducono esercitazioni insieme». Esfandiari Safari, che scrive per il giornale Rooz, ha spiegato che la riorganizzazione «è la risposta dell’alto comando delle Guardie della Rivoluzione all’attacco imminente che si attende».

Vi dice niente la natura di questa riorganizzazione? Il senso di un tale decentramento? Esso non ha nulla di offensivo; è l’assetto difensivo di chi si prepara ad una resistenza sulla propria terra, in vista di un’invasione; i comandi sono moltiplicati e resi autonomi in modo che non ci sia un quartier generale da schiacciare, e le unità possano operare senza ordini, vivendo del territorio, fra gli abitanti connazionali; è il tipico assetto della guerriglia partigiana.

Non c’è dubbio che possano combattere ad oltranza. Tanto più che la Guardia della Rivoluzione è stata dichiarata «organizzazione terroristica» dalla Casa Bianca, e dunque i suoi combattenti sanno che, se cadranno in mano al nemico, subiranno il destino degli «enemy combatants», come ad Abu Ghraib e a Guantanamo. «Interrogatori» con tortura, detenzione a vita, soppressioni mirate.

Ma naturalmente non ci sarà alcuna invasione, contro cui quest’armata partigiana possa provare il suo valore. L’attacco verrà dal cielo, dal cielo saranno liquidati; l’assetto guerrigliero ha qui qualcosa di commovente e patetico. E noi ci facciamo spaventare da quel che dice Frattini.

Che vergogna, la nostra. Nemmeno capiamo che questa guerra è contro di noi, sudditi occidentali (4).

Maurizio Blondet
www.effedieffe.com

NOTE
1) «Iran tests missiles, increasing tension with the West», Zaman, 10 luglio 2008.
2) Seymour Hersh, «Preparing the battlefield», New Yorker, 7 luglio 2008.
3) Pepe Escobar, «Iran’s missiles are just for show», Asia Times, 11 luglio 2008.
4) Anche la sanguinosa sparatoria avvenuta in Turchia contro l’ambasciata USA - non un attentato, men che meno suicida, ma un atto di guerriglia - viene più o meno allusivamente presentata come collegata ai missili di Teheran; un portavoce USA (l’ho sentito per radio) ha dichiarato che «non può nè smentire nè confermare» che gli attentatori fossero «di Al Qaeda». Ovviamente gli attentatori sono invece curdi; i quali hanno le loro buone ragioni per sentirsi traditi dagli americani. Questi hanno promesso loro uno Stato curdo ritagliato dall’Iraq, secondo il piano di smembramento del Paese per linee etnico-religiose; ma hanno dovuto acconsentire alla Turchia di violare questo staterello curdo, da cui partivano gli attentati anti-turchi. «Al Qaeda» non c’entra nulla, e men che meno l’Iran. L’Iran sta combattendo i curdi insieme alla Turchia, dalla parte opposta del confine.

giovedì 12 giugno 2008

Perchè tutti ce l’hanno con l’Innocente?


«La Gran Bretagna è diventata un ‘covo’ di estremismo anti-israeliano»: se n’è lamentato l’ambasciatore di Israele a Londra, Ron Prosor. Una volta l’Inghilterra era un campione di democrazia, ha detto. Ora non più.

«Israele vi è assoggettata a una intensa campagna di delegittimazione, demonizzazione e doppiopesismo. La Gran Bretagna è diventata un santuario per iprocriti appelli alla soluzione ‘uno Stato’ (ossia uno Stato con palestinesi ed ebrei), che non è che un eufemismo per il movimento che vuole la distruzione di Israele». Infatti coloro che premono per quella soluzione «negano il diritto all’esistenza di Israele come Stato ebreo-democratico (sic) liberale».

Le università inglesi soprattutto. Che avevano una «reputazione di libertà d’espressione e pluralismo delle idee», ora non più. Ora nelle università infuria «la licenza di molestare, umiliare e discriminare» gli studenti ebrei che vengono da Israele.

Bisogna ammetterlo: tutti ce l’hanno con Israele. Persino il Paese che si fece governare da Disraeli è divenuto antisemita. L’innocenza di Sion non viene più riconosciuta, tutti sono dalla parte dei palestinesi e non riconoscono le minacce che Israele affronta ogni giorno, sola al mondo, disarmata delle sue 300 testate nucleari, contro nemici potentissimi come Hamas. Finirà che Al Qaeda dovrà fare un altro attentato a Londra, per dare una lezione a questo covo di odio antisemita.

Anche l’ONU è diventata un covo di antisemitismo. Più precisamente; il Consiglio per i Diritti Umani, colpevole - ha denunciato Condoleezza Rice - di «aver accusato Israele di atrocità contro il popolo palestinese». La Rice ha annunciato perciò che gli USA si ritirano da tale organo. Il quale è nuovissimo: è nato nel 2006, dopo che gli USA avevano voluto liquidare il precedente Human Rights Council proprio perchè criticava Israele ed era poco atteno ai diritti umani di altri.

Ma anche il nuovo organo dell’ONU si è dimostrato «ripetutamente ingiusto contro Israele», secondo Israele. Il precedente inviato dell’ONU, il sudafricano John Dougard, dopo aver constatato sul campo il trattamento che l’Innocente fa subire ai palestinesi, ha denunciato «uno Stato di apartheid simile a quello sudafricano». Dougard non andava bene, ha voluto un altro inviato.

E’ arrivato Richard Falk, un celebre giurista americano, per di più (dato il cognome) probabilmente ebreo. Ebbene: ancor prima di essere nominato, Falk ha paragonato il trattamento inflitto ai palestinesi all’olocausto inflitto agli ebrei negli anni ‘40.

Si è arrivati al punto che l’Innocente ha dovuto negare il visto d’entrata nel Paese - lo «Stato ebreo-democratico liberale» - al Falk. Niente più inviati ONU, sono tutti pieni di pregiudizi, doppiopesisti e antisemiti. E anche negazionisti.

Un sito fa notare che anche la recente messa al bando delle cluster bombs (bombe a frammentazione) è un chiaro sintomo di antisemitismo mascherato da umanitarismo. Infatti, è Israele che usa di più queste bombe; dunque, il bando colpisce in modo sproporzionato gli ebrei.

Solo nell’attacco al Libano del 2006 (pardon, nella «difesa»), l’Innocente ha gettato sul Libano tante di queste cluster bombs, da totalizzare 4 milioni di «bomblets», ossia di ordigni piccoli e graziosi che paiono giocattoli, e sono pronti a scoppiare quando un bambino li prende in mano o un pastore ci inciampa sopra. Di questi 4 milioni, infatti, almeno un milione giacciono inesplosi tra campi e rocce libanesi, in attesa della loro occasione per affermare il diritto d’Israele all’esistenza, così continuamente negato. E dalla fine della guerra in Libano, hanno già ammazzato o mutilato e sfigurato 200 libanesi. «Higly useful battle devices», ossia «strumenti utilissimi sul campo di battaglia», dicono gli israeliani e gli americani che - a ragione - non hanno aderito alla messa al bando.

Chissà perchè tutti ce l’hanno con Israele. L’ambasciatore Ron Prosor dice bene: bisogna che «tutti quelli che credono nei valori britannici» di libertà e pluralismo «facciano tacere la frangia estremista che domina il dibattito su Israele». Questo è il pluralismo approvato: far tacere. E invece, raccontare di più le sofferenze del povero, inerme Innocente. Dov’è finito Magdi Allam?

Maurizio Blondet
www.effedieffe.com

venerdì 23 maggio 2008

La grande depressione in USA: 7 milioni di morti


Charlot che cucina e mangia una scarpa ne «Il Monello» è una scena che non si può dimenticare. Ma probabilmente pochi ricordano che il primo film «King Kong», l’originale in bianco e nero, comincia con la storia di un’attricetta che cerca di rubare una mela da una bancarella, perchè non mangia da tre giorni. Sono film girati nella Grande Depressione americana, 1931-1940, provocata dalla speculazione finanziaria e dalla crisi di Borsa del ‘29.

Ora si scopre che quei film non esageravano per paradosso umoristico la situazione: secondo lo studioso russo Boris Borisov (1), oltre sette milioni di americani scomparvero nel decennio 1931-1940. Come ha fatto Borisov ad arrivare a questa cifra?

Consultando le statistiche demografiche ufficiali dell’US Census Bureau: nascite, morti, immigrazioni ed emigrazioni. E’ lo stesso metodo in base al quale il demografo americano Alec Nove e lo storico britannico Norman Davies hanno cercato di stabilire il «costo umano del comunismo» ai tempi di Stalin: 11 milioni di russi risultano morti in eccesso sulla tendenza, scomparsi per fame e lager, più 22 milioni di morti nella seconda guerra mondiale durante la dittatura stalinista. Secondo Davies la cifra totale può essere stata di 50 milioni.

In ogni caso, le statistiche demografiche rivelano tragici vuoti nelle generazioni sovietiche. Sorprendentemente, la demografia USA rivela gli stessi tragici vuoti.

«Secondo le statistiche ufficiali americane», scrive Borisov, «gli Stati Uniti persero non meno di 8 milioni e 553 mila persone fra il 1931 e 1945».

Una parte a causa dell’emigrazione: durante la Grande Depressione il flusso migratorio si invertì, gli americani che cercarono una vita all’estero superarono quelli che immigrarono in America. Nel decennio precedente, il saldo degli afflussi era stato positivo per 2.960.782 nuovi arrivi. Per il decennio della Depressione, il saldo è negativo: 3 milioni e 54 mila persone se ne andarono. Ma come si giunge ad 8 milioni e passa di scomparsi?

«Nel 1940, in base alla crescita demografica normale, gli USA avrebbero dovuto contare una popolazione di 141.856 milioni», risponde Borisov: «Invece nel 1940 la popolazione americana risultava di 131.409 milioni. Se sottraiamo i 3 milioni e passa spiegabili col deflusso migratorio, restano 7.394.000 persone che non esistono più nel ‘40. E non c’è alcuna spiegazione ufficiale del fenomeno».

Borisov punta l’attenzione sul biennio 1931-1932: «Allora gli indici di crescita demografica cambiano due volte e in modo istantaneo, nel senso che scendono notevolmente, e restano allo stesso livello per il decennio seguente». Cosa accadde?

Per Borisov, quei 7 milioni di americani morirono di fame e di stenti. Lo studioso sottolinea la coincidenza, non solo temporale, con l’Holodmor, la grande carestia sovietica provocata dalle crudeli esazioni del regime contro i coltivatori diretti, le confische forzate dei grani e persino delle sementi, che si concluse con la deportazione dei kulaki ucraini nel 1932-33 accusati di «sabotaggio» (privi di sementi, non poterono garantire il raccolto). La repressione portò praticamente alla mancata produzione agricola per anni, la fame infuriò in tutto l’impero sovietico. In Ucraina, vi furono casi di contadini che mangiarono i loro figli nati morti.

Ma è possibile che qualcosa di simile sia avvenuto in America, in regime di libertà e di proprietà privata, con in più la politica sociale del New Deal rooseveltiano?

«Pochi sanno», replica Borisov, «che cinque milioni di coltivatori americani, circa un milione di famiglie, furono espulsi dai loro terreni: pignorati dalle banche, perchè non riuscivano a pagare i debiti contratti. Gente che dovette lasciare la propria casa ed errare qua e là senza meta, senza denaro e senza proprietà; che si trovò confusa tra le masse di milioni di disoccupati, impossibilitata a trovare un lavoro, preda di sfruttamento gangsteristico».

E’ esattamente il quadro, grandiosamente tragico, che il romanziere John Steinbeck ha descritto nel suo «Grapes of Wrath» (in italiano «Furore»): una povera famiglia di mezzadri, i Joads, cacciata dalla sua terra dai debiti, dalla miseria e dal Dust Bowl (in quegli anni, per giunta, le terre troppo sfruttate dalla nuova agro-industria si isterilirono, tutto il Midwest agricolo divenne una «scodella di polvere») vagano in cerca di lavoro e di dignità; e si ritrovano nella Central Valley californiana insieme a migliaia di altri disgraziati privati di tutto, angariati e sfruttati da padroni che hanno a loro disposizione, per mantenere l’ordine, dei criminali.

Un autore americano di quegli anni, Jack Griffin, ha rievocato la sua infanzia in questo modo: «Ricordo che avevamo cambiato il solito cibo, ora mangiavamo quello disponibile. Invece dei cavoli, cucinavamo foglie. Abbiamo anche mangiato rane. Mia madre e la mia sorella maggiore morirono nel giro di un anno».

Nelle città la situazione non era migliore, come mostra il film di Charlie Chaplin e la storia dell’attricetta di King Kong che ruba una mela. Anzi. A New York, i negozi esibivano in abbondanza ogni ghiottoneria a basso costo (c’era la deflazione), ma era solo per i ricchi. La gente comune, disoccupata, non aveva i soldi per comprare. Centinaia di miglia di persone restavano a stomaco vuoto per giorni, davanti a vetrine rigurgitanti di carni, pollami, salumi. L’abbondanza era tale, che tonnellate di alimenti venivano regolarmente distrutte.

Ciò perchè, anche durante il New Deal restarono in vigore le strette regole del «mercato»: i generi alimentari, che restavano in venduti in quantità per la crisi, venivano obbligatoriamente eliminati come «surplus». Distribuirli ai milioni di poveri affamati avrebbe turbato il mercato, facendo calare ulteriormente i prezzi. Dalle statistiche, risulta che 6,5 milioni di maiali furono uccisi e inceneriti nei crematori. Interi raccolti furono incendiati nei campi, migliaia di tonnellate di grano affondate in mare. Dieci milioni di ettari di terra agraria furono lasciati incolti per legge, perchè la «offerta» superava la «domanda» solvibile.

Vero è che le grandi opere pubbliche lanciate da Roosevelt furono la salvezza per 3,3 milioni di disoccupati e contadini privati della terra; nell’insieme, 8,5 milioni di americani lavorarono nel decennio per le grandi opere, senza contare i detenuti, messi a lavoro forzato.

Ma le ricerche di Borisov hanno messo in luce un dato finora sottovalutato: l’enorme peso della tassazione sui salari, dovuto appunto alla recessione, per contrastare gli introiti fiscali calati drammaticamente. Un lavoratore dei lavori pubblici riceveva 30 dollari al mese lordi, ma 25 andavano in tasse. Restavano 5 dollari al mese (allora con forte potere d’acquisto, ma non certo una buona paga) per scavare canali e costruire ponti e dighe in territori selvaggi e malarici, dormendo in baracche, dove gli incidenti sul lavoro erano all’ordine del giorno; praticamente quei poveracci lavoravano solo per aver da mangiare.

Tutto ciò consente a Borisov (con una certa Schadenfreude) di paragonare il programma di opere pubbliche rooseveltiano al Gulag sovietico, la rete di campi di concentramento gestitit dall’NKVD (poi KGB) dove in quegli stessi anni milioni di russi morirono scavando canali nel nulla, come il famigerato canale Mar Bianco-Mar Baltico. A 30 sottozero.

«La Public Works Administration (PWA) non era priva di somiglianza col Gulag sovietico», scrive infatti Borisov: «Aveva persino il suo Beria americano, nella persona del segretario al Tesoro Harold Ickes, che rinchiuse due milioni di giovani disoccupati in campi di raccolta».

Harold LeClair Ickes (1874-1952) avrebbe poi applicato questa sua specializzazione all’inizio della guerra mondiale, quando - nel giro di 72 ore - internò in campi di concentramento tutti i cittadini americani di origine o discendenza giapponese.

Un milione e centomila americani con gli occhi a mandorla furono istantaneamente rastrellati su ordine di Roosevelt (Executive order 9.066 del 1942), costretti a svendere i loro beni, e raccolti in dieci campi, donne, vecchi e bambini.

Maurizio Blondet
www.effedieffe.com

sabato 3 maggio 2008

Disneyland a Baghdad, finalmente!


«Ci sono molte opportunità d’investimento in Iraq, e mica tutte per il petrolio. Per esempio, metà della popolazione irachena ha meno di 15 anni»: così parlò al Times un certo mister Brinkley, capo di una fantomatica ditta di Los Angeles chiamata «C3», e che pare una filiazione del Pentagono.

Detto fatto: un parco di divertimenti Disneyland sorgerà a Baghdad, a poca distanza dalla Zona Verde. Sorgerà nel parco Al Zawra, creato da Saddam e fornito di laghetti, palme, fontane, sculture e scivoli per i bambini, ma oggi in via di privatizzazione (come tutto a Baghdad). Vi sorgeva anche lo zoo, saccheggiato dai liberatori - o liberalizzatori che dir si voglia (1).

Gli iracheni «lo accoglieranno a braccia aperte», assicura lo sponsor del nuovo business, tale Llewellyn Werner: «Lo vedranno come un’opportunità per i bambini, che siano sunniti o sciiti. Diranno: i nostri bambini meritano un posto dove giocare in pace».

Il parco sarà progettato dalla Ride and Show Engineering, la ditta fondata da Edward Feuers e William Watkins, che sono stati i fondatori di Imagineering, l’impresa consociata alla Walt Disney Company che costruisce i parchi di divertimento un po’ in tutto il mondo. Mister Werner, il «developer» immobiliare, conta di edificare attorno alla Disneyland irachena una quantità di alberghi di lusso, condomini sfarzosi e shopping center.

Ma tutta la magia del luogo sarà garantita dalla «Ride and Show Engineering», specialista in «simulazioni in movimento» (motion based simulation) e in «attrezzature da divertimento ad alta tecnologia»: effetti speciali alla Hollywood, con Paperino e Aladino, suoni e luci e fuochi artificiali, il misterioso Oriente visibile in gallerie percorse da trenini guidati da Topolino. La ditta si fa un punto d’onore - è il suo motto - di «superare le barriere tra la realtà e il sogno».

Ai bambini iracheni sarà dato un mondo dei sogni, così necessario per superare la realtà che si vedono intorno: luce ed acqua razionate, miseria e attentati-strage, cibo scarso, irruzioni di soldati USA nelle case a trascinare via il papà e i fratelli, e bombardamenti periodicamente in corso a Sadr City con bombe a frammentazione.

La speranza del Pentagono è che così, gli iracheni assorbiranno «i valori culturali americani», come già assorbono la polvere di uranio impoverito: senza accorgersene, anzi divertendosi.

E difatti, nonostante tutte le spese che l’America sostiene per liberare continuamente gli iracheni, la generosa nazione ha deciso di distribuire ai bambini iracheni qualcosa di cui hanno veramente bisogno: 200 mila skateboard.

E’ il virtuale che vuole trionfare sul reale. In fondo, con il pubblico americano, ed anche europeo, ha funzionato benissimo. Il «controllo mentale» delle masse è una specialità ben studiata dal potere americano, come strumento ausiliario della democrazia.

Già nel 1928 lo psicologo Edward Bernay, un parente di Freud, scriveva: «La manipolazione cosciente e intelligente delle abitudini e delle opinioni della masse è un elemento importante nella società democratica. Coloro che manipolano questi meccanismi inavvertiti della società costituiscono un governo invisibile che è il vero padrone del nostro Paese».

Bernay non criticava il sistema: tant’è vero che già nel 1916 era stato assunto, insieme al giornalista ebreo Walter Lippman, nella Creel Commission, un organismo creato per «vendere» agli americani l’entrata nella grande guerra europea, cosa che fu fatta - a furor di popolo - nel 1917 (2).

Ma non si deve pensare a chissà quali mezzi sofisticati, a droghe sciolte nell’acqua potabile o lavaggi dei cervelli (anche se furono tentati in passato esperimenti con l’LSD e peggio, nel programma MK-Ultra).

Il metodo è più semplice e a portata di mano: la «immersione totale» delle cosiddette masse nel mondo fantastico radio-tv. L’Idea venne, probabilmente, dal catastrofico successo della trasmissione radiofonica «La guerra dei mondi», dove Orson Welles inscenò un finto reportage in cui fingeva di descrivere in diretta l’atterraggio di marziani distruttori.

Il panico fu immenso e reale: era già stata superata la barriera fra sogno e realtà, e ciò preparava benissimo l’opinione pubblica a combattere contro i prossimi marziani, i tedeschi.

Difatti subito dopo uno psicologo di nome Hadley Cantril pubblicò uno studio sugli effetti della falsa trasmissione-verità - «The invasion from Mars: a study in the psychology of Panic» - dove proponeva la messa a frutto propagandistica della paura indotta. Cantril era membro del Radio Research Project, creato a finanziato alla università di Princeton dalla Rockefeller Foundation un anno prima, nel 1937.

Frank Stanton, il direttore della CBS (che aveva trasmesso la Guerra dei Mondi) era anch’egli membro di quell’istituto, oltre che membro del Council on Foreign Relations di Rockefeller; più tardi sarebbe diventato presidente della RAND Corporation, il think-tank del settore militare-industriale.

Nel 1939, coi fondi Rockefeller, Cantril invece fondò, sempre a Princeton, l’Office of Public Opinion Research: giusto in tempo per la guerra. Quando l’Office si dedicò a controllare ed affinare le «psycho-political operations» (guerra psicologica) via via escogitate dall’OSS, l’organizzazione-madre da cui nacque la CIA.

Mentre la guerra procedeva, Cantril e il giornalista della CBS Edward R. Murrow (membro del Council on Foreign Relations) allestirono a Princeton - sempre con fondi dei Rockefeller - il «Princeton Listening Center», che ascoltava le trasmissioni naziste per apprendere le tecniche di propaganda di cui il Terzo Reich era ritenuto maestro, onde applicarle alle operazioni dell’OSS e al fronte interno.

Da questo progetto nacque un ente pubblico, Foreign Broadcast Intelligence Service, il quale alla fine diventa lo «United states Information service», ossia l’USIS, che aveva sedi in tutto il mondo «liberato» e diffondeva «i valori culturali americani» tra le popolazioni.

Ma molte delle scoperte fatte durante la guerra furono impiegate massicciamente ad uso interno, per manipolare la propria opinione pubblica. Il cinema fu lo strumento ideale.

Come scrive David Robb, autore di «Operation Hollywood», «Hollywood e il Pentagono hanno una lunga storia di coproduzione cinematografica, che cominciò dal cinema muto e continua anche oggi. I produttori di Hollywood ottengono la disponibilità di materiali militari da miliardi di dollari - cingolati, caccia, sottomarini atomici e portaerei - e i generali ottengono quello che vogliono - film che ritraggono i militari sotto una luce positiva, il che aiuta - fra l’altro - nel reclutamento. Ma il Pentagono non è passivo: se una sceneggiatura non gli piace, suggerisce cambiamenti che ‘facilitano l’approvazione dei comandi’. A volte cambiano i dialoghi, a volte le figure della storia, a volte la storia stessa».

Oggi, tutto è ancora più facile, perchè la gente si immerge totalmente e di sua volontà nella fiction - verità (e chi può dirlo?) della TV.

E’ ben noto agli psicologi militari-industriali che quando una persona passa ore davanti alla TV, sia che guardi un TG o una telenovela, l’attività cerebrale passa dall’emisfero sinistro (dove ha sede la capacità di analisi logico-critica) all’emisfero destro, dove l’informazione-disinformazione (chi può dire cosa è?) viene accolta come un «tutto» e suscita risposte emotive anzichè ragionate. Tutto questo, il Pentagono lo chiama «disinfotainment».

I mega-attentati dell’11 settembre possono essere stati il miglior «disinfotainment» mai prodotto, con i più grandi mezzi e i più costosi effetti speciali disponibili alla scienza della «rottura delle barriere fra realtà e sogno». E con successo assicurato, visto che l’America tutta ha chiesto, poi, l’invasione di Afghanistan e Iraq.

Il lato spiacevole è che il «disinfotainment» non solo pare diventato la sola attività bellica di successo del Pentagono; è che ha «troppo» successo, nel senso che anche i generali USA finiscono per credere alla propria guerra virtuale.

Torniamo a Baghdad, dove - accanto alla futura Disneyland - già torreggia un esempio straordinario di «rottura fra realtà e sogno». La creatura ha persino un nome, Qassem Suleimani. E un grado, generale delle Forze Quds, ossia dei commandos iraniani delle Guardie della Rivoluzione.

Ebbene: tutti gli attentati, i disordini, le battaglie di Muktada Al Sadr, gli armistizi tra fazioni sciite che occorrono in Iraq dopo 5 anni d’occupazione, vengono attribuite a questo personaggio. Insomma all’Iran, che ha la colpa della incapacità dei generali USA di pacificare l’Iraq, e quindi va bombardato.

Secondo i giornali USA, il generale Suleimani sta andando su e giù per l’Iraq a suo piacimento, e «fornisce aiuto finanziario e militare alle fazioni irachene, frustrando gli sforzi USA di costruire una democrazia pro-occidentale».

E’ lui che «ha diretto e addestrato milizie sciite fornendole di denaro ed armamento, compresi i mortai e i razzi che hanno sparato nella Zona Verde, nonchè gli esplosivi conformati per la penetrazione che hanno causato centinaia di feriti e morti fra le truppe americane» (3). Fa tutto lui, Suleimani. Tutto quello che mostra gli occupanti americani come incapaci o scemi, è opera sua.

E’ persino più bravo di Osama bin Laden, l’altra nota figura del «disnfotainment» strategico, ormai alquanto dimenticata. Vedrete, presto cominceranno a parlarne anche Fede, Mentana, la Nirenstein e Magdi Allam.

La conclusione cui spontaneamente giungeremo noi spettatori sarà una sola: l’America deve attaccare l’Iran, e stavolta con le atomiche. Il sogno, finalmente, ridiventa realtà.


Maurizio Blondet
www.effedieffe.com

giovedì 20 marzo 2008

"Obama giuri fedeltà a Israele"


Persino il Washington Post presenta l’incredibile evento come «fin dove arriva la Chutzpah». Si tratta di un incontro in cui l’United Jewish Committee (1) ha convocato i rappresentanti dei tre candidati presidenziali - McCain, la Clinton e Barak Obama - per mettere alla prova la «fedeltà ad Israele» di ciascuno. Il termine usato, «fealty», indica l’atto di fedeltà del vassallo al signore.

Un vero processo, con i candidati in veste di imputati (in contumacia), ma rappresentati da tre avvocati difensori: l’ex segretario di Stato Lawrence Eagleburger per McCain, la ex dirigente della Casa Bianca Ann Lewis per Hillary Clinton. Quanto ad Obama, ha mandato come suo difensore un pezzo grosso della comunità, uno col curriculum più kosher che ci sia: Dan Kurtzer, ex ambasciatore in Israele, oggi docente a Princeton.

Kurtzer, secondo il resoconto del Washington Post, è andato subito al cuore dell’argomento in nome del suo cliente-imputato: «Nella comunità circolano voci che dicono che c’è qualcosa di sbagliato nell’atteggiamento di Obama verso gli ebrei e verso Israele. Voci che circolano in e-mails, allusioni che appaiono sui giornali… lo stesso tipo di cose che la nostra comunità ha subito da parte degli antisemiti».

Gli ebrei che voteranno democratico sono contro Obama, e non da oggi. Perché è negro. Perché ha espresso simpatie per i palestinesi e antipatia per il Likud. Perché s’è scelto come consigliere in politica estera Zbigniew Brzezinski (Council on Foreign Relations), che definisce la politica americana in Medio Oriente «moralmente ipocrita», ossia sempre dalla parte di Israele anche quando Giuda ha torto.

Ma il peggio è arrivato con la rivelazione che il capo carismatico della «chiesa» fanta-cristiana e negra che Barak Obama frequenta, il «reverendo» Jeremiah Wright, ha accusato Israele di «terrorismo di Stato contro i palestinesi», e per di più, alludono, è amico di Farrakhan, il capo dei black muslims, «antisemita» dichiarato. Invano Obama ha preso le distanze dal «reverendo»; egli è sospetto e dunque non avrà soldi ebraici, né sostegno propagandistico.

Gli ebrei gli preferiscono Hillary, a cui fanno avere appoggi e denaro. «Su Israele non ci sono differenze fra i tre candidati», ha cercato di dire Kurtzer, il difensore del negretto: risate, urla di «comunista»! dalla platea ebraica. Kurtzer ci ha riprovato.

A proposito degli spropositi del reverendo Wright di cui Obama è una pecorella, ha detto: «Anche molti di noi e di voi, che apparteniamo alla comunità e alla sinagoga, non vorremmo essere giudicati dalle parole di certi rabbini che a volte dicono cose ridicole» (come che gli altri uomini sono animali parlanti?). E’ stato subissato di proteste.

Anne Lewis, l’ebrea che rappresentava Hillary, è sbottata: «Ma se Obama ha dichiarato che nel suo primo anno di presidenza s’impegna a incontrare Ahmadinejad!». Lawrence Eagleburger, il difensore di McCain, ha rincarato: «McCain non parlerà coi siriani, non parlerà con gli iraniani, non parlerà con Hamas né Hezbollah… E non farà pressioni su Israele». Il giuramento di fedeltà-vassallaggio non poteva essere più esplicito.

Uno degli esponenti della comunità, tale Daroff: «Ho sentito dire nei corridoi che Obama non vede la questione di Israele come la vede la comunità ebraica o come il Senato». Altri hanno ricordato che Obama, di recente, ha detto: essere per Israele non significa essere per il Likud. Kurtzer ha cercato di difenderlo: «Ciò significa solo che vuol sentire una pluralità di voci» da Sion. Gelo in sala.

Poi Anne Lewis, la giudea che controlla Hillary, ha scandito: «Il compito del presidente degli Stati Uniti è di sostenere le decisioni che sono prese dal popolo d’Israele. Non spetta a lui distinguere o scegliere fra i partiti politici israeliani». Ecco il programma di vassallaggio dichiarato. Non spetta al presidente USA impicciarsi nella politica interna israeliana, ma gli ebrei possono impicciarsi della politica interna americana, distinguere e scegliere fra i candidati quelli che più sono sottomessi a Sion. Vivissimi applausi dalla platea kosher.

La decisione è presa: Obama non è abbastanza sottomesso agli ebrei, come hanno dimostrato con zelo non solo i giudei presenti, ma anche i rappresentanti della Clinton e di McCain. Qualcosa ci dice che Obama non vincerà le elezioni.

Ultimo particolare fornito dal Washington Post: «Addetti alla sicurezza con accento israeliano mandavano via la gente in quanto la stanza era sovraffollata». La stanza del Washington Hilton dove si è svolto il processo al negro che osa candidarsi e qualche volta criticare il Likud. Processo sommario, con guardie del Mossad alla porta. Forse non ci crederete. Chi sa l’inglese, legga per credere: Dana Milbank, «The audacity of Chutzpah», Washington Post, 18 marzo 2008, pagina 2.

Il giornalista Milbank, ovviamente ebreo, è noto per aver sobriamente definito «nazisti» i professori Walt e Mearsheimer, colpevoli di avere stilato il noto saggio «The Israeli Lobby». Milbank approva, naturalmente, la sottomissione (fealty) di McCain e della Clinton, e sbatte in prima pagina Obama come insubordinato.

E a proposito: il Dipartimento di Stato americano ha diffuso il suo annuale rapporto dal titolo «Contemporary Global Anti-Semitism», in cui espone la seguente tesi: ogni critica ad Israele è un atto di antisemitismo; oggi, l’antisemitisamo si cela nelle critiche allo Stato sionista. Strano, ma il nostro amato presidente Giorgio Napolitano aveva già detto la stessa identica cosa prima. Quando il vassallo indovina ed anticipa i desideri del suo signore, questa sì è vera fedeltà (fealty, sottomissione).

Ma c’è sempre qualcuno che ti supera in fealty: Roma, 19 marzo - (Adnkronos): Silvio Berlusconi condivide personalmente la sofferenza per gli attacchi terroristici in Israele. «Sento personalmente la sofferenza della gente in Israele, e questo mi fa sempre sentire più vicino», afferma il leader del PdL in un’intervista esclusiva al quotidiano israeliano Yedioth Ahronot. Ecco tra chi siamo chiamati a scegliere, noi occidentali.

Maurizio Blondet
www.effedieffe.com

1) Dal sito dell’organizzazione: «The United Jewish Communities represents and serves 155 Jewish federations and 400 independent Jewish communities across North America. It reflects the values
of social justice and human rights that define the Jewish people. The values of caring that transform lives and perform miracles». Esiste anche una filiale della UJC in Israele: «UJC Israel acts as the liaison between Israel and the American Jewish community, interfacing with the government, the Jewish Agency for Israel (JAFI) and the Joint Distribution Committee (JDC), the business community, the voluntary sector, opinion makers, the media, and the general public».

L'Unione europea "fusa" nella Nato


Avverrà nel 2009. Tutto è già deciso, anche se come al solito sopra le teste dei cittadini europei e a loro insaputa. La UE sarà «integrata» nella NATO (1), o se volete la NATO nella UE: il che significa molte cose allarmati.

Anzitutto, in ogni caso, la militarizzazione dell’Europa per servire meglio agli Stati Uniti. Lo ha lasciato capire Jaap De Hoop Scheffer, segretario generale della NATO (tutta una carriera nell’eurocrazia a-democratica e mai votata) al German Marshall Fund di Bruxelles.

«Sono convinto che prendere sul serio la riforma della NATO significa cercare maggiori sinergie con l’Unione Europea», ha detto l’olandese: «Voglio vedere molta messa in comune delle nostre capacità, specialmente in aree come trasporti ed elicotteri, ricerca e sviluppo, armonizzazione e addestramento.…E’assolutamente essenziale che la totalità delle capacità che siamo capaci di generare da questo bacino di forze siano egualmente a disposizione della NATO e della UE».

Si legga bene l’ultima frase, la più inquietante, alla luce della insoddisfazione del Pentagono per la renitenza degli alleati europei a mandare rinforzi nelle zone di combattimento in Afghanistan. Nel progetto del massone olandese, uomo di fiducia delle entità sovrannazionali che l’hanno messo lì, le forze armate italiane o tedesche saranno automaticamente «a disposizione della NATO». Come anche della Unione Europea, dice mellifluo l’eurocrate olandese.
«Egualmente a disposizione».

E questo significa, tra le righe, qualcosa di ancora più inquietante: la trasformazione della NATO - che è nata come entità inter-statale, alleanza di Stati sovrani - in una UE burocratico-militare: e la UE è una entità non già inter-statale, ma sovra-nazionale; in essa gli Stati non hanno sovranità (2), e sono tenuti ad obbedire (ratificare) le normative confezionate dalle oligarchie di Bruxelles e dalle loro lobby di riferimento. La proposta di De Hoop Scheffer è dunque che la NATO diventi un nucleo militare sovrannazionale, i cui Paesi membri non possono negare «l’accesso» alle loro forze, soldati e armamenti.

Ma la NATO non è solo europea. E’ anche americana, anzi Washington esercita nella NATO la sua egemonia assoluta. Dunque, se De Hoop Scheffer l’avrà vinta, il Pentagono avrà «accesso diretto» alle forze armate dei venti Paesi europei della UE-NATO, senza possibilità per i Paesi membri di opporre un rifiuto. Da alleanza fra Stati sovrani a servitù totale, sovrannazionale.

Ciò che sta per nascere è un mostro geneticamente modificato, un ibrido «NEUTO» che unisce le peggiori caratteristiche oligarchico a-democratiche dell’Unione Europea con il militarismo neo-coloniale globale della NATO. Il peggio delle due cose. Sarà l’opaca oligarchia di Bruxelles a farci sapere che siamo in guerra, contro chi e a quale distanza dalla nostra area, e quali elementi delle forze armate ci toccherà fornire alle guerre decise non solo «altrove», ma non si sa bene dove, esattamente come non si sa dove e come la UE concepisca le sue «direttive» che dobbiamo applicare.

Questa opacità non è casuale, ma voluta. L’Unione Europea, che ha privato i governi della loro sovranità, non dichiara se stessa sovrana: è una entità di gestione, in qualche modo «a-politica», ed è proprio con questa scusa che può fare a meno del controllo democratico, di obbedire alla volontà popolare, di attenersi alle decisioni del parlamento (quello europeo è solo consultivo, ossia è niente).

Non ha potere legislativo, e il suo potere esecutivo è la «Commissione», nome che evoca non decisione politica, ma amministrazione burocratica. La Commissione non «decide», emana «regolamenti» e «direttive». E’ irresponsabile. Non può essere chiamata a rendere conto, né bocciata con elezioni. Questa assenza di sovranità, comodissima per l’oligarchia burocratica i cui membri si cooptano a vicenda, è peggio di ogni totalitarismo classico.

Conosciamo i danni che ha prodotto la (volontaria) rinuncia alla sovranità monetaria degli Stati europei, non sostituita dalla sovranità della UE: la Banca Centrale è totalmente irresponsabile e le sue azioni sono dettate da automatismi, dedotti dall’ideologia economica corrente, nella più assoluta indifferenza alla realtà e ai problemi dei popoli.

Portata nel settore militare, questa perdita di sovranità non sostituita da una sovranità politica europea (l’Europa non è nemmeno una federazione, è qualcosa di politicamente e giuridicamente indefinibile), porta ad esiti anche più devastanti. I burocrati possono decidere - ma non parleranno mai di decisione, mai se ne assumeranno la responsabilità - quanti uomini, elicotteri e cingolati l’Italia deve mandare in Afghanistan o, domani, in Georgia per difendere questa nuova «democrazia» dalla Russia.

In fondo, già abbiamo visto questa militarizzazione burocratica in Kossovo: la cui indipendenza è stata riconosciuta da tutti gli Stati membri su ordine oscuro (americano), e che la NATO sta difendendo sul terreno. Senza una minima discussione, un dibattito aperto di cui le opinioni pubbliche abbiano avuto notizia. Ora, con il Trattato di Lisbona che surrettiziamente viene imposto ad ogni Paese senza referendum, viene eliminato il diritto di veto dei singoli Stati: un’altra rinuncia a un elemento di sovranità.

La «riforma» della NATO cui allude l’olandese contempla la stessa meccanica: anche qui per decidere una guerra, un intervento «fuori area», basterà un voto di maggioranza, e i singoli Stati non avranno diritto di veto.

«Le due istituzioni saranno fuse in un’unica struttura imperiale e nessuno Stato membro può permettersi di opporsi ai dispiegamenti militari», come ha scritto Helga Zepp LaRouche. Senza discussione - almeno senza discussione aperta, in un qualche parlamento, riportata sui giornali - questo avverrà nel 2009.

«Come stanno le cose», ha detto De Hoop Scheffer, «mi aspetto che il lavoro su un nuovo Concetto Strategico comincerà nel nostro vertice del 2009, il 60mo anniversario della NATO. Gli anniversari nella NATO non celebrano solo le passate realizzazioni; anzitutto e più di tutto, riguardano il futuro. Con un nuovo presidente USA in carica, un nuovo atteggiamento francese verso la NATO [Sarko sta facendo rientrare la Francia nell’Alleanza Atlantica da cui De Gaulle l’aveva fatta uscire appunto perché ‘solo un capo di Stato votato può ordinare di mandare in guerra i suoi cittadini’), e una nuova dinamica nel processo di integrazione europea, penso che il nostro vertice 2009 produrrà un breve ma potente documento che riaffermi i duraturi fondamenti della cooperazione transatlantica nella sicurezza, e delinei i parametri basilari del nuovo Concetto Strategico. In mancanza di un termine migliore, chiamerò questo documento Carta Atlantica».

Un nuovo Trattato di Lisbona, dunque: una Costituzione che non si dichiara tale. Quanto ai «duraturi fondamenti della cooperazione militare transatlantica», sono stati rovesciati dalle volontà oligarchiche: la NATO era una alleanza «difensiva», volta a difendere l’Europa su suolo europeo; oggi è diventata una unione di forze neo-imperiali, impegnate out-of-area, in occupazioni come in Afghanistan, a sostegno di governi-fantoccio insediati da Washington. Anche questo, naturalmente, senza alcuna discussione aperta (3).

Il nostro presidente Napolitano ci esorterà a cooperare a quelle guerre, come ha esortato a ratificare il Trattato di Lisbona senza dibattito e men che meno per referendum, lui e gli altri Venerati (Gran) Maestri tipo Ciampi.E poi criticavano Licio Gelli.

Questi sviluppi occulti assumono un senso anche più inquietante nel contesto della crisi sistemica e del collasso finanziario globale. Già nel 1974 il Club di Roma aveva elaborato un modello computeristico in cui aveva «previsto» i problemi che ora sembrano avventarcisi contro tutti insieme: sovrappopolazione, penuria alimentare, esaurimento delle risorse, degrado ambientale… e le aveva salutate come «una opportunità». Una opportunità per instaurare un governo mondiale - ma non un governo politico, sovrano e dunque responsabile.

Il governo di una tecnocrazia autonominatasi maestra di saggezza, che si impone insensibilmente, attraverso una «educazione» delle masse (leggi: propaganda), che imponga nuovi valori, adatti a una «nuova umanità». «Oggi sembra che i valori vigenti, che sono insiti nelle società umane di ogni ideologia e religione, sono responsabili dei nostri problemi. Se si dovranno evitare le future crisi, come ri-dirigere questi valori?»: così si chiedeva il Club di Roma (4).

Oggi, possiamo constatare quanta strada sia stata fatta: oggi i valori vigenti sono quelli di una «nuova coscienza ecologica», quelli favorevoli alla limitazione delle nascite e all’accettazione dei «diversi» con pari diritti. E questi valori del politicamente corretto hanno sostituito ogni ideologia ed ogni religione. «L’analisi dei problemi e delle crisi che ci attendono», diceva nel ‘74 il consesso oligarchico, «indicano che occorre
1) una ristruturazione ‘orizzontale’ del sistema mondiale, ossia un cambiamento nelle relazioni tra nazioni e regioni, e
2) una ristrutturazione ‘verticale’, ossia drastici cambiamenti nello strato normativo, cioè
nel sistema di valori e di fini dell’uomo, necessari per risolvere le crisi energetiche, alimentari, eccetera. Intendiamo con ciò cambiamenti sociali e cambiamenti negli atteggiamenti individuali, che sono necessari perché possa aver luogo la transizione alla crescita organica».

Per crescita «organica» dell’umanità, il Club di Roma intendeva crescita insieme «sostenibile» (non troppa) e «interdipendenza» della produzione e commercio globali, l’attuale liberismo instaurato con così grandi benefici, ma governato dietro le quinte da organi sovrannazionali e non-sovrani (ossia non controllabili dalla volontà popolare).

«Lo sviluppo di cornici internazionali [….] essenziali per l’emergere di una nuova umanità diretta alla crescita organica diverrà una necessità da non lasciare alle buone volontà e alle preferenze. […] La NATO-Europa integrate sono appunto parte delle nuove cornici internazionali auspicate».

Ma si domandava il Club di Roma: «Avrà il genere umano la saggezza e la forza di volontà di mettere in atto una strategia adeguata a produrre la transizione? A considerare i precedenti storici, si possono avere legittimi dubbi - a meno che la transizione non avvenga per necessità. Ed è qui che le future crisi - nel campo dell’energia, dell’alimentazione e del resto - possono diventare catalizzatori del cambiamento, delle opportunità fortunate dietro le apparenze». Ed ecco che la Grande Crisi è qui. L’hanno provocata loro, per spingerci volenti o nolenti verso la «nuova umanità» necessaria?

Come minimo, l’hanno «prevista» da oltre trent’anni, ci hanno lavorato; il disastro che ci pare incontrollato e sparge il panico fra gli operatori di Borsa, può essere invece controllatissimo; le conseguenze di fame, disoccupazione, penuria, perdite di ricchezza e guerre, una «opportunità» da non perdere. Il governo mondiale avrà le forme extra-giuridiche dell’Europa: ossia delle azioni dietro le quinte, di entità che non rispondono a nessuno.

Il nuovo governo mondiale non sarà nemmeno un governo, ma un «ordine», una «direttiva», un insieme di «regolamenti».

Maurizio Blondet
www.effedieffe.com

1) Elaib Harvey, «NEUTO», The Brussels Journal, 16 marzo 2008.
2) Il concetto di «sovranità» non è ovviamente quantitativo: non ha alcuna relazione
con la maggiore o minor potenza di uno sStato. Uno Stato piccolo non è meno sovrano di uno Stato grosso e potente; la sua sovranità consiste nel fatto di potersi legare in alleanze ed accordi con altri Stati, o denunciare quegli accordi e ritirarsi da quelle alleanze. «Sovranità» è per gli Stati ciò che per gli individui è la libertà giuridica, libertà di assumere impegni contrattuali (e la responsabilità conseguente).
3) «Impedire la militarizzazione dell’Europa!», Eir Strategic Alert, 20 marzo 2008.
4) Tratto da «Mankind at the Turning Point: The Second Report to The Club of Rome (1974)», citato da Brent Jessop, «The transition to a totalitarian world government», .GlobalResearch, 18 marzo 2008.

__________________________________________________________________________

La verità è quella che vi dicono. E poi il problema in Italia non è mai stato tanto di saperla, ma che saputala tutto resta uguale. Credete forse oggi voi di essere liberi? Votate per dieci volte l'anno gente che a volte neanche conoscete e che una volta eletta fa ciò che vuole, acciuccia e si spartisce.
Sempre comanderà un'oligarchia che vi inganna col gioco delle parti.

E allora? Dov'è povero postero il guadagno?
La dittatura è un sistema per opprimere il popolo.
La democrazia è un sistema per costringere il popolo a opprimersi da solo.

Ma ricordate: un popolo che perde la sua memoria...
_____________________________________________________________________________