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"Nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario"
George Orwell
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sabato 8 marzo 2008

Diverse percezioni dell'errore


GERUSALEMME: «Occhio per occhio, e tutto il mondo è cieco»: è necessario porre questo detto di Gandhi ad ogni commento sull’eccidio di otto israeliani nella scuola rabbinica Mirkaz Ha’rav. E tuttavia, nemmeno sarà possibile tacere la sproporzione della condanna e dell’orrore, nella percezione mediatica.

I 130 palestinesi, di cui cinque lattanti, massacrati a Gaza dall’esercito israeliano in una settimana, non hanno avuto i titoli cubitali in prima pagina, né le aperture agghiacciate dei TG mondiali che hanno avuto gli otto morti israeliani. Nessun reportage abbiamo visto dal carnaio di Gaza.

Gli uccisi israeliani erano civili; anche una sessantina di palestinesi erano civili. Per i media, un azione è «terrorismo», l’altra «autodifesa». E come tali resteranno etichettati nelle menti delle masse. Le diplomazie occidentali condannano ad una sola voce il «terrorismo»: uno solo, naturalmente. Il sottinteso è che ci sono vite umane più sacre di altre. Le altre, quelle dei prigionieri di Gaza, diventano sempre meno sacre, pesano sempre meno.

Dal 2000 al 2005, sono caduti in media 4 palestinesi per ogni israeliani ucciso; nel 2006, erano 30 ad uno; nel 2007 la proporzione è stata 40 ad uno. Nei tre mesi passati dalla «conferenza di pace» di Annapolis, Israele ha già ammazzato 323 palestinesi; gli israeliani uccisi sono stati 7, cinque dei quali soldati di Tsahal impegnati nelle incursioni contro la gente palestinese, due i civili.

Il massacro di arabi è «giustificato» perché a Gaza governa Hamas «terrorista», e da Gaza partono i razzi Kassam. Ma nessuna tv né alcuno giornale ha detto che in Cisgiordania, da cui non parte un solo razzo, e su cui governa Fatah che ha accettato una tregua permanente, negli ultimi tre mesi l’armata israeliana ha condotto 480 operazioni militari, uccidendo 26 palestinesi.

I lanci di razzi da Gaza hanno ucciso in tutto 14 persone in 7 (sette) anni. Di ciascuno di quei morti da Kassam è stata data notizia con il dovuto rilievo. Dei dei 323 morti di Gaza, dei 26 palestinesi della Cisgiordania i grandi giornali non hanno mai parlato. Pesi diversi. Le notizie delle atrocità israeliane commesse a Gaza, sotto l’etichetta «autodifesa», sono apparse al massimo sotto piccoli titoli in pagine interne. I morti sono stati per lo più definiti «militanti di Hamas». Nella scuola rabbinica di Gerusalemme, sono «civili» e «studenti».

Ma se è difficile distinguere tra «militanti» e «civili» fra i palestinesi, anche qui dovrebbe esserlo: quella «scuola» è, come ha spiegato un editorialista di Gerusalemme, Khalid Amaryeh, «il sistema nervoso centrale del sistema studenti-coloni-soldati», da lì vengono i persecutori formati «religiosamente» a considerare gli arabi esseri inferiori. E quegli «studenti rabbinici» sono militanti del Gush Emunim, il «Blocco dei Fedeli», il cui motto è: «L’integralità della terra per l’integralità dell’ebraismo».

Il Gush Emunim proclama la necessità dell’espulsione totale (pulizia etnica) degli arabi dalla terra «santa» che dio ha donato a Giuda. La yeshivah colpita è stata fondata da rabbi Avraham Kook, primo rabbino di Israele, che formò i militanti dei gruppi terroristico-religiosi noti come Irgun e Lehi o Banda Stern, che nel 1948 massacrarono senza provocazione 500 palestinesi a Deir Yasin provocando la fuga di centinaia di migliaia di terrorizzati arabi (1). Un capo della banda stern Ytzak Shamir, divenne poi primo ministro.

Per rabbi Kook, le azioni degli ebrei, «qualunque sia la forma, sacra o profana che assumono, attestano il disegno di Dio». Anche il massacro. Perché accelera la venuta del Messia, e la ricostruzione del Tempio. Ragion per cui invitava gli ebrei religiosi «a collaborare attivamente al progetto sionista, che è di ispirazione messianica». Difficile dire qui se lo «studente talmudico» è un «militante». Difficile negarlo.

L’attentato alla scuola rabbinica offre ora la «giustificazione» per il progetto che Ehud Barak, ministro della guerra israeliano, aveva in realtà già reso noto il 5 marzo, come ha rivelato il Canale 2 della tv israeliana: farla finita con il lancio di Kassam evacuando a forza tutti i palestinesi che abitano nella zona nord di Gaza, da cui apparentemente vengono lanciati i razzi.

Ottenute le autorizzazioni «legali», ha detto la tv israeliana, l’operazione comincerà immediatamente: dapprima con lancio di volantini per avvisare i residenti ad abbandonare le case, poi – su quelli che restano – i bombardamenti aerei per distruggere le case e costringere tutti a fuggire. Dove andranno, in una striscia di terra sovraffollata di un milione e mezzo di abitanti, queste decine di migliaia di civili, non è cosa che interessi le nostre coscienze dalla percezione sproporzionata: sono «terroristi», hanno massacrato degli «studenti religiosi».

Non si parlerà di deportazione di massa, sarà un atto di giustificata autodifesa. Resterà una striscia di terra bruciata, di terra desolata e quindi purificata. La pace e sicurezza, finalmente.


Maurizio Blondet
www.effedieffe.com

1) Da Wikipedia:
Nel 1940 e nel 1941, il Lehi propose d’intervenire nella Seconda guerra mondiale accanto alla Germania nazista per ottenere il suo aiuto nella cacciata della Gran Bretagna dalla Palestina sotto Mandato e per offrirle assistenza nell’«evacuare» gli Ebrei dell’Europa in base all’argomento che «comuni interessi potrebbero esistere fra l’insediamento di un nuovo ordine in Europa in conformità con le concezioni della Germania, e le reali aspirazioni nazionali del popolo ebraico.» Alla fine del 1940, il rappresentante del Lehi Naftali Lubenchik fu inviato a Beirut dove incontrò il funzionario tedesco Werner Otto von Hentig cui consegnò una lettera in cui il Lehi offriva di »prendere parte attiva alla guerra dalla parte della Germania» in cambio del sostegno germanico per «l’instaurazione di uno storico Stato ebraico su una base nazionale e totalitaria, connesso a un trattato con il Reich germanico». Il Lehi provò a stabilire contatti con la Germania ancora nel dicembre 1941, ancora una volta senza successo. […] Un articolo intitolato «Terrore» su He Khazit («Il Fronte», un giornale del Lehi in clandestinità), n. 2, Agosto 1943, portava le seguenti argomentazioni [1]:
Né la moralità, né la tradizione ebraica possono negare l’uso del terrore come mezzo di battaglia. Noi siamo decisamente lontani da esitazioni di ordine morale sui campi di battaglia nazionali. Noi vediamo davanti a noi il comando della Torah, il più alto insegnamento morale del mondo: Cancellate - fino alla distruzione.nNoi siamo in particolare lontani da ogni sorta di esitazione nei confronti del nemico, la cui perversione morale è accettata da tutti».


giovedì 6 marzo 2008

I morti di Gaza non esistono: evviva la "libera informazione", evviva la "cultura"


In Palestina sono decenni che, quando più quando meno, l’esercito di un’impresa occupante per conto dell’Occidente chiamata “Stato d’Israele” (ma la cui esatta definizione, non ci stancheremo mai di dirlo, è “Entità Sionista”) sottopone la popolazione locale ad ogni tipo di vessazione, dalla distruzione di case, infrastrutture, uliveti e coltivazioni all’assassinio puro e semplice (meglio se di famiglie intere), passando per quelle “misure di sicurezza” come il sistema di “muri” che hanno ridotto la Palestina ad un enorme campo di concentramento, o quei “provvedimenti amministrativi” ordinari (quali le discriminazioni sull’accesso alla proprietà o alle vie di transito a seconda se si è “israeliani” o “palestinesi”) ed eccezionali (quali l’embargo che ha ridotto di recente la popolazione di Gaza né più né meno come quella del celebre Ghetto di Varsavia) che fanno della vita quotidiana degli autoctoni un autentico calvario.
In alcuni frangenti, poi, va in scena l’orrore allo stato puro. Il “male assoluto” già evocato da ometti di nessuno spessore politico per i loro opportunistici calcoli mirati ad ingraziarsi i potenti…
Al termine di un periodo che ha visto la popolazione di Gaza (rea di sostenere Hamas, a sua volta reo di non “riconoscere Israele”, il moderno ‘vitello d’oro’) al freddo, al buio e alla fame a causa della privazione da parte del governo israeliano (in combutta con Usa ed Ue) dei basilari mezzi di sostentamento (e di cura), e che l’ha vista protagonista di memorabili pagine di “resistenza pacifica” come lo sfondamento del muro che separa Gaza dall’Egitto per andare a prendersi il necessario per vivere o la catena umana di circa 40 km che ha visto uniti uomini, donne, vecchi, bambini reclamare un briciolo di pietà e di coerenza da parte di chi dei “diritti umani” ha fatto uno stendardo (agitato quando fa brodo), al termine dunque di questa Via Crucis è arrivata, tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo, una tempesta di fuoco (con la consueta sadica denominazione parabiblica) che non ha risparmiato niente e nessuno: oltre cento i morti, tra cui donne, ragazzini, bambini di sei mesi e addirittura di due giorni! Sacrifici umani del terzo millennio nel silenzio totale della cosiddetta “libera informazione”, così solerte nel farci conoscere il nome degli artigianali “razzi Qassam” palestinesi, onde creare correnti d’opinione favorevoli a comprendere le ragioni della “rappresaglia”, mentre non ci è dato di sapere come si chiamano i missili e i colpi di carro armato, altamente tecnologici, che sventrano le case dei palestinesi (i parenti degli immigrati che dovremmo “rispettare”!) e le donne incinte di Ràfah, Khan Yùnis, Jabàliya.
I giornali e le tv “autorevoli” fanno a gara a chi nasconde meglio la verità (e i cadaveri). Prendiamo un esempio tra i tanti che compongono una “storia d’ordinaria censura”.
“La Stampa”, il 3 marzo, a mattanza (quasi) conclusa, ha avuto la faccia tosta di pubblicare, a corredo del solito insulso articolo che gira intorno alla cosa (e, soprattutto, giustifica l’operato di Tel Aviv con ragioni di “sicurezza”), la foto di un “militante palestinese” con la kefia da “terrorista” e il sasso in mano. Ecco, “Israele si difende”, penserà il lettore sprovveduto…
Non mancavano poi le foto delle solite bandiere israeliane e americane bruciate, come se bruciare una bandiera equivalesse a bruciare vive delle persone in casa loro. E che dire dei triti e ritriti appelli affinché “si plachi la violenza”, la “spirale di violenza” cara agli arcobalenisti bertinottiani e, ci riporta lo stesso giornale, anche al Papa?
La palma del ‘disinformatore professionista numero 1’ l’ha guadagnata sul campo l’inviato della Rai Claudio Pagliara, coi denti digrignati e l’aspirata iniziale di “Hamas” che raschia quel tanto da tradire da chi ne ha appreso l’errata pronuncia… messo lì dopo il siluramento di Riccardo Cristiano e lo sbolognamento in Cina dell’“imparziale” Paolo Longo; invece Filippo Landi, altro inviato in zona, non si sa come stia occupando il suo tempo, dato che lo si vede sì e no una volta al mese, mentre Neliana Tersigni, anch’essa poco “affidabile” per Sion, dall’ufficio del Cairo ormai compare solo per raccontare delle innocue banalità. Questo Pagliara, ricordiamolo, è un giornalista della Rai, quindi un dipendente pubblico e perciò responsabile di fronte ai contribuenti del suo operato, che dovrebbe essere “deontologicamente” imparziale e non del tutto assimilabile alla trombetta del 7° Cavalleggeri dei film di John Wayne in versione kippata.
I principali spazi d’informazione presenti su internet, inoltre, non sono da meno: lo stesso “YouTube” sta già provvedendo a rimuovere, per “violazione delle condizioni d’utilizzo” (ma che c… vuol dire!?), alcuni filmati che mostrano cosa è realmente accaduto a Gaza: la censura e lo stravolgimento della realtà, condite dalla neolingua mediatica per cui l’aggredito è l’aggressore, la vittima il carnefice ecc., sono la regola aurea del mondo della pretesa “libera informazione”.
Morso dal dubbio di vivere in un incubo, c’è chi s’è messo a controllare come le principali testate europee hanno coperto i recenti fatti di Gaza ( http://sabbah.biz/mt/archives/2008/03/02/gaza-holocaust-free-media/): chi trova un trafiletto è fortunato!
Quando TUTTI si comportano allo stesso modo NON può essere un caso.
Il risultato è che il pubblico che crede di sapere tutto invece non sa un fico secco, perché basta seguire “Aljazeera” e cercare qualche foto sui siti delle agenzie in lingua araba (un’antologia è qui: http://www.cpeurasia.org/?read=6877) per rendersi conto che o tutto quel che fanno vedere questi “terroristi islamici” è frutto di qualche manipolazione al computer o siamo di fronte alla più grande operazione di sviamento delle coscienze mai vista prima: plotoni di giornalisti fabbricati in serie con l’autocensura incorporata fabbricano a loro volta le notizie e il consenso, ripetendo le solite frasi fatte ed infarcendo i loro ‘temini’ di fuorvianti termini-chiave messi in circolazione per dominare il discorso, e chi prova a dire come stanno le cose viene fatto fuori, additato come un pazzo e fatto oggetto di solerti attenzioni da parte della magistratura (v. la vicenda di Paolo Barnard, probabilmente reo d’aver profanato il ‘vitello d’oro’ col suo libro e la partecipazione a qualche iniziativa in odor di zolfo).
L’Occidente sprofonda in un mare d’ipocrisia e d’insensibilità: per tutti questi esseri umani trucidati da una barbarie, una perfidia e una malafede che non hanno eguali al mondo (si pensi al piagnisteo olocaustico), nessuna “guerra umanitaria” verrà scatenata dalla Nato (sono “affari interni”!), nessun “tribunale” e nessuna “alta corte di giustizia” pretenderà la testa di Olmert (il “premier”), con l’Onu - questo baraccone completamente inutile - che non è nemmeno in grado di emettere una misera “risoluzione” per allungare l’elenco, già chilometrico, di quelle diventate istantaneamente carta igienica alla faccia del “diritto internazionale”. E come se non bastasse, a Torino è tutto uno sbracciarsi da parte di chi ha un qualche ruolo istituzionale per accogliere “Israele” come ospite d’onore al Salone del libro. Ora avrei capito l’invito se si trattasse di un Festival del cinema dell’orrore, o dell’inaugurazione del museo della tortura, ma non si capisce che cosa abbia a che vedere con la “cultura” l’invito ad uno “Stato” con licenza di uccidere impunemente anche i bambini.
C’è chi ha detto “quando sento dire ‘cultura’ metto mano alla pistola”… ed è sempre stato dipinto come un mostro (anche se non voleva intendere quello che gli si attribuisce).
Ma celebrare la ‘cultura’ di chi mette mano alla pistola (contro dei bambini) non è forse altrettanto mostruoso?
Se ci fosse un po’ di decenza, e se a “cultura” corrispondesse ancora qualcosa di concreto, s’inviterebbero a parlare i superstiti delle famiglie palestinesi decimate (cioè quasi tutte!), e invece ci toccherà sorbire la solita sequela di “sopravvissuti” e ‘miracolati’ dell’Olocau-sto coi loro libri di “memorie”… “per non dimenticare” e affinché “non si ripeta mai più”.
In questo contesto sinceramente sconcertante, c’è un libro solo che, piuttosto, andrebbe presentato e discusso a Torino: il libro nero dell’informazione, dei giornali e delle tv, il libro nero della coscienza nera di chi non vuol vedere che oggi “si ripete” meglio e più di prima.

Enrico Galoppini
www.rinascita.info

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La verità è quella che vi dicono. E poi il problema in Italia non è mai stato tanto di saperla, ma che saputala tutto resta uguale. Credete forse oggi voi di essere liberi? Votate per dieci volte l'anno gente che a volte neanche conoscete e che una volta eletta fa ciò che vuole, acciuccia e si spartisce.
Sempre comanderà un'oligarchia che vi inganna col gioco delle parti.

E allora? Dov'è povero postero il guadagno?
La dittatura è un sistema per opprimere il popolo.
La democrazia è un sistema per costringere il popolo a opprimersi da solo.

Ma ricordate: un popolo che perde la sua memoria...
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