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"Nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario"
George Orwell
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lunedì 14 luglio 2008

La «moralità» dell’Occidente


Teheran ha lanciato nove missili, fra cui uno Shahab con raggio presunto di 2 mila chilometri - e tutto l’Occidente grida di sdegno: «L’Iran ci minaccia!». La Rice in Bulgaria s’è stracciata le vesti: «Chi vuole parlare agli iraniani, chieda loro la portata dei missili che hanno sparato. Germania, Francia e Italia si sono uniti nella condanna». Il nostro ministro Frattini, parlando da Israele (è sempre lì, avete notato?) ha ripetuto la lezione: «Sono missili molto pericolosi, ecco perchè non solo Israele ma l’intero Occidente ha interesse a bloccare questa escalation in modo definitivo» (1). Con le bombe, insomma.

Come cittadini, dovremmo vergognarci, anzitutto, della nostra cortissima memoria. Non è passato nemmeno un mese da che Sion ha condotto una spettacolare esercitazione aerea sullo spazio greco-mediterraneo - con oltre cento caccia-bombardieri ripetutamente riforniti in volo per mille chilometri - lasciando capire che si sta preparando ad un attacco preventivo contro l’Iran.

Sono solo due settimane che Symour Hersh, il grande giornalista, ha rivelato come le forze armate USA, su ordine presidenziale, stiano conducendo già da un anno operazioni speciali nel territorio iraniano, sia con loro commandos che penetrano dal sud iracheno, sia armando gruppi etnici e sovversivi in Iran; operazioni che comprendono «assassinii mirati» contro personalità militari persiane, e la cattura di membri delle forze di elite della guardia rivoluzionaria iraniana, che vengono poi portati in Iraq per «interrogatorii» (2).

Questi israeliani e americani sono già atti di guerra, preventivi, illegali e non provocati, contro la Persia. Dovremmo ricordarcelo. E questi sì, dovrebbero sdegnarci e allarmarci. Invece ci sdegnamo e ci allarmiamo: l’Iran ci attacca. E’ l’Iran che provoca. Che cosa dovrebbe fare un Paese debole, senza alleati, quotidianamente minacciato dalla super-potenza e dal suo Agnello super-armato?

Ma i gestori della propaganda fidano della nostra ignoranza non meno che dei nostri pregiudizi e della nostra memoria corta. Sanno che possono farci paura raccontandoci che il Shahab-3 iraniano ha 2 mila chilometri di gittata, quanto basta per colpire Israele.

Non ci dicono il resto: che questo Shahab è la copia di un vecchio missile nordcoreano, il Nodong, la cui precisione è derisa da tutti coloro che se ne intendono. E ovviamente, sugli Shahab non c’è una testata nucleare: l’Iran non ne ha, e soprattutto non è in grado, e non lo sarà per molti decenni, di miniaturizzare un’arma atomica per adattarla a un missile. Dunque gli Shahab-3 hanno, al massimo, testate di esplosivi convenzionali. In caso di guerra, la loro efficacia sarà quella degli Scud errabondi di Saddam, nella prima guerra del Golfo. Militarmente zero.

I propagandisti non ci dicono nemmeno la frase pronunciata, dopo il lancio dimostrativo dei missili, da un’alta personalità militare, il generale di brigata Mohammad-Najjar: «La nostra capacità missilistica ha scopi soltanto difensivi, per la salvaguardia della pace in Iran e nel Golfo Persico... I nostri missili non saranno usati per minaccciare nessun Paese, sono solo per coloro che osassero attaccare l’Iran».

Questo si chiama, in buona strategia, «deterrenza». Dal latino «deterreo», dissuado facendo un po’ di paura. Deterrenza è l’atteggiamento non di chi attacca, ma di chi - sotto minaccia - cerca di dissuadere l’attacco altrui. Ma nella nostra moralità occidentale, l’Iran non ha diritto alla deterrenza; Israele ha diritto all’aggressione preventiva. A noi ignoranti senza memoria nemmeno di breve termine, non è chiara l’estrema disparità di forze tra USA-Israele e l’Iran.

Ci fanno credere che l’Iran possa davvero esercitare una qualche rappresaglia contro il volume di fuoco delle portaerei americane già nel Golfo (la USS Lincoln ci è stata spostata in questi giorni), di una potenza che dedica alle spese di armamenti due-trecento volte di più di Teheran.

Un ottimo giornalista conoscitore dell’area, Pepe Escobar, ci fornisce qualche informazione sulla forza militare di Teheran (3). Il generale Muhammad Ali Jafari, che è da settembre 2007 comandante supremo delle Guardie della Rivoluzione Iraniana (l’esercito), ha intrapreso - come ha spiegato lui stesso una settimana fa al giornale iraniano Jam e-Jam - una radicale riorganizzazione delle forze armate del Paese, con la sostituzione di molti comandanti regionali.

Essa consiste in una fusione fra forze regolari e milizie «rivoluzionarie», specialmente di Pasdaran (il gruppo di elite) e la milizia Bassij, e il radicale decentramento di queste unità. «In pratica, l’Iran ha ora 30 eserciti», scrive Escobar, «uno in ogni provincia, ciascuno con comando unificato per Pasdaran e Bassij, e i due corpi conducono esercitazioni insieme». Esfandiari Safari, che scrive per il giornale Rooz, ha spiegato che la riorganizzazione «è la risposta dell’alto comando delle Guardie della Rivoluzione all’attacco imminente che si attende».

Vi dice niente la natura di questa riorganizzazione? Il senso di un tale decentramento? Esso non ha nulla di offensivo; è l’assetto difensivo di chi si prepara ad una resistenza sulla propria terra, in vista di un’invasione; i comandi sono moltiplicati e resi autonomi in modo che non ci sia un quartier generale da schiacciare, e le unità possano operare senza ordini, vivendo del territorio, fra gli abitanti connazionali; è il tipico assetto della guerriglia partigiana.

Non c’è dubbio che possano combattere ad oltranza. Tanto più che la Guardia della Rivoluzione è stata dichiarata «organizzazione terroristica» dalla Casa Bianca, e dunque i suoi combattenti sanno che, se cadranno in mano al nemico, subiranno il destino degli «enemy combatants», come ad Abu Ghraib e a Guantanamo. «Interrogatori» con tortura, detenzione a vita, soppressioni mirate.

Ma naturalmente non ci sarà alcuna invasione, contro cui quest’armata partigiana possa provare il suo valore. L’attacco verrà dal cielo, dal cielo saranno liquidati; l’assetto guerrigliero ha qui qualcosa di commovente e patetico. E noi ci facciamo spaventare da quel che dice Frattini.

Che vergogna, la nostra. Nemmeno capiamo che questa guerra è contro di noi, sudditi occidentali (4).

Maurizio Blondet
www.effedieffe.com

NOTE
1) «Iran tests missiles, increasing tension with the West», Zaman, 10 luglio 2008.
2) Seymour Hersh, «Preparing the battlefield», New Yorker, 7 luglio 2008.
3) Pepe Escobar, «Iran’s missiles are just for show», Asia Times, 11 luglio 2008.
4) Anche la sanguinosa sparatoria avvenuta in Turchia contro l’ambasciata USA - non un attentato, men che meno suicida, ma un atto di guerriglia - viene più o meno allusivamente presentata come collegata ai missili di Teheran; un portavoce USA (l’ho sentito per radio) ha dichiarato che «non può nè smentire nè confermare» che gli attentatori fossero «di Al Qaeda». Ovviamente gli attentatori sono invece curdi; i quali hanno le loro buone ragioni per sentirsi traditi dagli americani. Questi hanno promesso loro uno Stato curdo ritagliato dall’Iraq, secondo il piano di smembramento del Paese per linee etnico-religiose; ma hanno dovuto acconsentire alla Turchia di violare questo staterello curdo, da cui partivano gli attentati anti-turchi. «Al Qaeda» non c’entra nulla, e men che meno l’Iran. L’Iran sta combattendo i curdi insieme alla Turchia, dalla parte opposta del confine.

venerdì 16 maggio 2008

Le minacce di Al-Qaeda alla Svizzera


Dall’agenzia ANSA - Roma, 15 maggio: «La polizia svizzera ritiene che la rete terroristica al Qaida stia preparando attentati per i Campionati europei di calcio 2008. Il torneo si terrà il mese prossimo in Svizzera e in Austria: lo ha dichiarato in un’intervista al quotidiano elvetico La libertè Jurg Buhler, responsabile dei servizi di analisi e di prevenzione della polizia federale svizzera, ricordando le ultime minacce di al Qaida: ‘Trasformeremo i due Paesi più sicuri d’Europa come gli inferni afghano e iracheno’».

Esaminiamo seriamente i motivi per cui Al Qaeda può avercela con «i due Paesi più sicuri d’Europa», tanto da volerli trasformare nell’inferno. Svizzera ed Austria hanno condannato entrambe l’invasione americana in Iraq. Nel marzo scorso, la Svizzera ha firmato con l’Iran un contratto con cui importerà cinque miliardi di metri cubi di gas iraniano, ogni anno e per i prossimi 25 anni. L’affare ha altamente irritato gli americani, che vedono violato l’embargo con cui contano di strangolare economicamente l’Iran.

L’ambasciatore USA a Berna, Peter Conewey (fra parentesi, ex dirigente di Goldman Sachs) emise un comunicato furioso: «Abbiamo reso noto alla Svizzera che grandi accordi gas-petroliferi con l’Iran mandano precisamente il messaggio sbagliato, mentre l’Iran continua a sfidare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU».

Nello stesso mese, l’organizzazione ebraica americana Anti-Defamation League of B’Nai B’rith (ADL) ha attaccato pubblicamente il governo elvetico perchè «La Svizzera è il solo membro europeo dell’UNHRC (l’alto commissariato dell’ONU per i rifugiati) a votare in favore di una risoluzione di condanna delle azioni militari israeliane a Gaza», azione che aveva portato al massacro di oltre 120 palestinesi, per lo più civili. La sullodata ADL ha acquistato pagine sul New York Times, l’Herald Tribune e il Wall Street Journal, oltre che sui principali quotidiani svizzeri, accusando il governo elvetico di essere «il finanziatore del terrorismo» , per l’acquisto del gas iraniano.

Qualche settimana dopo, una cinquantina di ebrei hanno sporto querela presso un tribunale di New York contro la Union de Banques Suisses (UBS), la più grande banca elvetica, chiedendo 500 milioni di dollari in danni, sostenendo che la banca finanzia il terrorismo attraverso i suoi collegamenti finanziari con l’Iran.

I querelanti ragionano così: dal 1996 il Dipartimento di Stato USA ha definito l’Iran «sostenitore del terrorismo internazionale»; nonostante ciò, la UBS ha «fornito centinaia di milioni all’Iran tra il 1996 e il 2004». E ciò «ben sapendo che i dollari che forniva a uno Stato che sponsorizza il terrorismo sono usati per causare attacchi terroristici da parte di organizzazioni sostenute dall’Iran, come Hamas, Hezbollah e PIJ».

I querelanti, che si dicono familiari di israeliani colpiti da attentati in Israele, ritengono dunque che l’UBS sia complice di tutti quegli attentati, da chiunque commessi. Da qui la richiesta di danni miliardari.

Negli ambienti israelo-americani, che spingono per l’attacco preventivo alle installazioni atomiche iraniane, cresce il dispetto per la flemma con cui gli europei sembrano prendere la faccenda. Eppure anch Shimon Peres ha assicurato che «L’Iran nucleare non è una minaccia per Israele, è una minaccia per il mondo».

Il governo elvetico non pare del tutto convinto che Ahmadinejad, appena avuta dai suoi scienziati la sua Bomba, la userebbe per incenerire Berna. «Questi europei si sentono al sicuro», si ripetono i neocon, «credono di essere esenti dal terrorismo». Ci penserà Osama a dar loro una lezione.

Tutto ciò ci assicura dell’assoluta autenticità del minaccioso messsaggio di Al Qaeda (emanato da un «sito islamista» non meglio identificato e diffuso da Fox News). Viene sicuramente da Al-Zawahiri, se non dallo stesso Osama Bin Laden.

E’ ben noto che ciò che irrita Bush, l’ADL, il Mossad e i neocon israelio-americani irrita parimenti Al Qaeda. Osama bin Laden e i neocon hanno gli stessi nemici.

I servizi elvetici prendono molto sul serio le minacce di Al-Qatz, e fanno bene. Conoscono la capacità di Al-Mossad di mettere a segno stragi false flag.

Maurizio Blondet
www.effedieffe.com

sabato 3 maggio 2008

Disneyland a Baghdad, finalmente!


«Ci sono molte opportunità d’investimento in Iraq, e mica tutte per il petrolio. Per esempio, metà della popolazione irachena ha meno di 15 anni»: così parlò al Times un certo mister Brinkley, capo di una fantomatica ditta di Los Angeles chiamata «C3», e che pare una filiazione del Pentagono.

Detto fatto: un parco di divertimenti Disneyland sorgerà a Baghdad, a poca distanza dalla Zona Verde. Sorgerà nel parco Al Zawra, creato da Saddam e fornito di laghetti, palme, fontane, sculture e scivoli per i bambini, ma oggi in via di privatizzazione (come tutto a Baghdad). Vi sorgeva anche lo zoo, saccheggiato dai liberatori - o liberalizzatori che dir si voglia (1).

Gli iracheni «lo accoglieranno a braccia aperte», assicura lo sponsor del nuovo business, tale Llewellyn Werner: «Lo vedranno come un’opportunità per i bambini, che siano sunniti o sciiti. Diranno: i nostri bambini meritano un posto dove giocare in pace».

Il parco sarà progettato dalla Ride and Show Engineering, la ditta fondata da Edward Feuers e William Watkins, che sono stati i fondatori di Imagineering, l’impresa consociata alla Walt Disney Company che costruisce i parchi di divertimento un po’ in tutto il mondo. Mister Werner, il «developer» immobiliare, conta di edificare attorno alla Disneyland irachena una quantità di alberghi di lusso, condomini sfarzosi e shopping center.

Ma tutta la magia del luogo sarà garantita dalla «Ride and Show Engineering», specialista in «simulazioni in movimento» (motion based simulation) e in «attrezzature da divertimento ad alta tecnologia»: effetti speciali alla Hollywood, con Paperino e Aladino, suoni e luci e fuochi artificiali, il misterioso Oriente visibile in gallerie percorse da trenini guidati da Topolino. La ditta si fa un punto d’onore - è il suo motto - di «superare le barriere tra la realtà e il sogno».

Ai bambini iracheni sarà dato un mondo dei sogni, così necessario per superare la realtà che si vedono intorno: luce ed acqua razionate, miseria e attentati-strage, cibo scarso, irruzioni di soldati USA nelle case a trascinare via il papà e i fratelli, e bombardamenti periodicamente in corso a Sadr City con bombe a frammentazione.

La speranza del Pentagono è che così, gli iracheni assorbiranno «i valori culturali americani», come già assorbono la polvere di uranio impoverito: senza accorgersene, anzi divertendosi.

E difatti, nonostante tutte le spese che l’America sostiene per liberare continuamente gli iracheni, la generosa nazione ha deciso di distribuire ai bambini iracheni qualcosa di cui hanno veramente bisogno: 200 mila skateboard.

E’ il virtuale che vuole trionfare sul reale. In fondo, con il pubblico americano, ed anche europeo, ha funzionato benissimo. Il «controllo mentale» delle masse è una specialità ben studiata dal potere americano, come strumento ausiliario della democrazia.

Già nel 1928 lo psicologo Edward Bernay, un parente di Freud, scriveva: «La manipolazione cosciente e intelligente delle abitudini e delle opinioni della masse è un elemento importante nella società democratica. Coloro che manipolano questi meccanismi inavvertiti della società costituiscono un governo invisibile che è il vero padrone del nostro Paese».

Bernay non criticava il sistema: tant’è vero che già nel 1916 era stato assunto, insieme al giornalista ebreo Walter Lippman, nella Creel Commission, un organismo creato per «vendere» agli americani l’entrata nella grande guerra europea, cosa che fu fatta - a furor di popolo - nel 1917 (2).

Ma non si deve pensare a chissà quali mezzi sofisticati, a droghe sciolte nell’acqua potabile o lavaggi dei cervelli (anche se furono tentati in passato esperimenti con l’LSD e peggio, nel programma MK-Ultra).

Il metodo è più semplice e a portata di mano: la «immersione totale» delle cosiddette masse nel mondo fantastico radio-tv. L’Idea venne, probabilmente, dal catastrofico successo della trasmissione radiofonica «La guerra dei mondi», dove Orson Welles inscenò un finto reportage in cui fingeva di descrivere in diretta l’atterraggio di marziani distruttori.

Il panico fu immenso e reale: era già stata superata la barriera fra sogno e realtà, e ciò preparava benissimo l’opinione pubblica a combattere contro i prossimi marziani, i tedeschi.

Difatti subito dopo uno psicologo di nome Hadley Cantril pubblicò uno studio sugli effetti della falsa trasmissione-verità - «The invasion from Mars: a study in the psychology of Panic» - dove proponeva la messa a frutto propagandistica della paura indotta. Cantril era membro del Radio Research Project, creato a finanziato alla università di Princeton dalla Rockefeller Foundation un anno prima, nel 1937.

Frank Stanton, il direttore della CBS (che aveva trasmesso la Guerra dei Mondi) era anch’egli membro di quell’istituto, oltre che membro del Council on Foreign Relations di Rockefeller; più tardi sarebbe diventato presidente della RAND Corporation, il think-tank del settore militare-industriale.

Nel 1939, coi fondi Rockefeller, Cantril invece fondò, sempre a Princeton, l’Office of Public Opinion Research: giusto in tempo per la guerra. Quando l’Office si dedicò a controllare ed affinare le «psycho-political operations» (guerra psicologica) via via escogitate dall’OSS, l’organizzazione-madre da cui nacque la CIA.

Mentre la guerra procedeva, Cantril e il giornalista della CBS Edward R. Murrow (membro del Council on Foreign Relations) allestirono a Princeton - sempre con fondi dei Rockefeller - il «Princeton Listening Center», che ascoltava le trasmissioni naziste per apprendere le tecniche di propaganda di cui il Terzo Reich era ritenuto maestro, onde applicarle alle operazioni dell’OSS e al fronte interno.

Da questo progetto nacque un ente pubblico, Foreign Broadcast Intelligence Service, il quale alla fine diventa lo «United states Information service», ossia l’USIS, che aveva sedi in tutto il mondo «liberato» e diffondeva «i valori culturali americani» tra le popolazioni.

Ma molte delle scoperte fatte durante la guerra furono impiegate massicciamente ad uso interno, per manipolare la propria opinione pubblica. Il cinema fu lo strumento ideale.

Come scrive David Robb, autore di «Operation Hollywood», «Hollywood e il Pentagono hanno una lunga storia di coproduzione cinematografica, che cominciò dal cinema muto e continua anche oggi. I produttori di Hollywood ottengono la disponibilità di materiali militari da miliardi di dollari - cingolati, caccia, sottomarini atomici e portaerei - e i generali ottengono quello che vogliono - film che ritraggono i militari sotto una luce positiva, il che aiuta - fra l’altro - nel reclutamento. Ma il Pentagono non è passivo: se una sceneggiatura non gli piace, suggerisce cambiamenti che ‘facilitano l’approvazione dei comandi’. A volte cambiano i dialoghi, a volte le figure della storia, a volte la storia stessa».

Oggi, tutto è ancora più facile, perchè la gente si immerge totalmente e di sua volontà nella fiction - verità (e chi può dirlo?) della TV.

E’ ben noto agli psicologi militari-industriali che quando una persona passa ore davanti alla TV, sia che guardi un TG o una telenovela, l’attività cerebrale passa dall’emisfero sinistro (dove ha sede la capacità di analisi logico-critica) all’emisfero destro, dove l’informazione-disinformazione (chi può dire cosa è?) viene accolta come un «tutto» e suscita risposte emotive anzichè ragionate. Tutto questo, il Pentagono lo chiama «disinfotainment».

I mega-attentati dell’11 settembre possono essere stati il miglior «disinfotainment» mai prodotto, con i più grandi mezzi e i più costosi effetti speciali disponibili alla scienza della «rottura delle barriere fra realtà e sogno». E con successo assicurato, visto che l’America tutta ha chiesto, poi, l’invasione di Afghanistan e Iraq.

Il lato spiacevole è che il «disinfotainment» non solo pare diventato la sola attività bellica di successo del Pentagono; è che ha «troppo» successo, nel senso che anche i generali USA finiscono per credere alla propria guerra virtuale.

Torniamo a Baghdad, dove - accanto alla futura Disneyland - già torreggia un esempio straordinario di «rottura fra realtà e sogno». La creatura ha persino un nome, Qassem Suleimani. E un grado, generale delle Forze Quds, ossia dei commandos iraniani delle Guardie della Rivoluzione.

Ebbene: tutti gli attentati, i disordini, le battaglie di Muktada Al Sadr, gli armistizi tra fazioni sciite che occorrono in Iraq dopo 5 anni d’occupazione, vengono attribuite a questo personaggio. Insomma all’Iran, che ha la colpa della incapacità dei generali USA di pacificare l’Iraq, e quindi va bombardato.

Secondo i giornali USA, il generale Suleimani sta andando su e giù per l’Iraq a suo piacimento, e «fornisce aiuto finanziario e militare alle fazioni irachene, frustrando gli sforzi USA di costruire una democrazia pro-occidentale».

E’ lui che «ha diretto e addestrato milizie sciite fornendole di denaro ed armamento, compresi i mortai e i razzi che hanno sparato nella Zona Verde, nonchè gli esplosivi conformati per la penetrazione che hanno causato centinaia di feriti e morti fra le truppe americane» (3). Fa tutto lui, Suleimani. Tutto quello che mostra gli occupanti americani come incapaci o scemi, è opera sua.

E’ persino più bravo di Osama bin Laden, l’altra nota figura del «disnfotainment» strategico, ormai alquanto dimenticata. Vedrete, presto cominceranno a parlarne anche Fede, Mentana, la Nirenstein e Magdi Allam.

La conclusione cui spontaneamente giungeremo noi spettatori sarà una sola: l’America deve attaccare l’Iran, e stavolta con le atomiche. Il sogno, finalmente, ridiventa realtà.


Maurizio Blondet
www.effedieffe.com

martedì 4 marzo 2008

E’ uno Stato normale?

di Maurizio Blondet

«Questa operazione è finita, ma ce ne sono molte altre in arrivo», ha detto una fonte militare israeliana d’alto livello all’agenzia ebraica YnetNews.
Certo, naturalmente.
E’questa la vita normale di uno Stato normale: spargere morte e distruzione su i vicini, periodicamente.
Con armamento e volume di fuoco da terza guerra mondiale, caccia-bombardieri, artiglieria pesante aeronavale e missili contro «nemici» selezionati fra i peggio armati, o preferibilmente inermi.
Ebrei e israeliani dovrebbero fare un breve conto sugli ultimi anni di quello Stato normale.

Gli ultimi atti: luglio 2006, Israele attacca il Libano per dare una lezione ad Hezbollah, che crede impreparato.
L’attacco, scatenato col pretesto dei quattro soldati «rapiti» dagli sciiti, è in realtà stato pianificato dal marzo precedente, come ammetterà Olmert alla Commissione Winograd.
Errore di valutazione: Hezbollah infligge gravi perdite a Tsahal.
Per rappresaglia, Israele bombarda il Libano intero, Beirut compresa, distruggendone interamente
le infrastrutture: è normale, è così che si protegge lo Stato d’Israele.
Nessuno oserà chiedere i danni per la centrale del latte devastata, per la centrale elettrica, le strade e i ponti distrutti, per il petrolio finito a mare dai serbatoi sventrati.

Oltre mille libanesi, che nulla hanno a che vedere con Hezbollah, vengono massacrati.
E dopo il cessate il fuoco che mette fine momentanea ai 34 giorni di fuoco, Israele lancia
sul territorio sud-Libanese bombe a frammentazione, che spargono oltre un milione di shrapnel esplosivi negli orti e nei campi libanesi.
Questi ordigni, che scoppiano al minimo tocco, stanno ancora uccidendo civili: almeno 40 da allora, per lo più donne e bambini.
Passa poco più di un anno.

Settembre 2007: aerei israeliani violano lo spazio aereo siriano - non è affatto la prima volta, queste intrusioni sono continue, caccia israeliani amano sorvolare a bassa quota i palazzi del governo
di Damasco - ma stavolta attaccano una installazione che indicherà poi (improbabilmente) come nucleare.
Non c’è reazione, se non verbale: la Siria non è nemmeno lontanamente armata come Israele.

E adesso Gaza, febbraio 2008.
Quei Kassam, quelle kathiusce che partono da Gaza autorizzano a bombardare un milione e mezzo di civili.
Un attacco che secondo Amnesty International ha sferrato «con sconsiderato disprezzo per la vita dei civili».
In pochi giorni, Israele massacra 113 palestinesi, «di cui almeno dieci bambini, ed altri civili disarmati non attivi nel conflitto».
Anche gli osservatori dell’ONU protestano per la «sproporzione» della reazione israeliana.
Ma non è questo che fa uno Stato normale?

Contro un kalashnikov, due carri armati Merkava; contro un Kassam, un bombardamento con F-16 da grande guerra globale.
Su gente che lo Stato normale ha previamente affamato da un anno, bloccando ogni merce, strangolando ogni possibilità di vita.
Un «nemico» che non è uno Stato, e a cui non riconosce alcuna dignità.

La nostra memoria labile, sforacchiata dalla propaganda, non ricorda che Hamas ha più volte offerto un cessate il fuoco; ignorata dal regime israeliano, che non vuole avviare alcuna trattativa
con «i terroristi».
Sicchè l’unica opzione resta lo strangolamento di un milione e mezzo di persone (sono colpevoli, hanno votato Hamas), e il bastone bellico, le bombe, le esecuzioni di «militanti di Hamas» eseguite dal cielo con missili che ammazzano ogni volta anche una mezza dozzina di passanti.
E’ così che fa uno Stato normale: ad ogni proposta, risponde col ferro e col fuoco.
Libano 2006, Siria 2007, Gaza 2008, una «guerra» asimmetrica (super-armati contro inermi) almeno una volta l’anno.

Ma nelle pause, nessuna tregua: continue violazioni dello spazio aereo in Libano, provocazioni contro la Siria, assassinii al missile in Gaza; e stringere ancora un po’ l’anello di ferro della fame e della penuria, ancora un po’ di punizione collettiva contro bambini denutriti e ridotti a mangiare pane e thè; ancora un po’ di disprezzo per gente a cui distruggi gli oliveti di tanto in tanto, giusto per tenerti in esercizio; o a cui fai mancare la luce, o i medicinali agli ospedali; a cui togli ogni speranza di vita economica, bloccando le povere merci in uscita, bloccando le povere cose
in entrata.
Uno Stato normale si circonda di un muro di 700 chilometri.
Si arma di 500 bombe atomiche e missili intercontinentali.
Progetta e studia come bombardare le installazioni nucleari dell’Iran, a duemila chilometri
di distanza.
E non si sente mai abbastanza sicuro, e vuole sempre più armi dal suo colossale servo, dal Golem americano.

Uno Stato che pretende ossequio dall’Europa con l’intimidazione e la pressione, uno Stato che pretende azzittita ogni critica, che esige di imporre leggi agli Stati altrui.
Uno Stato perennemente ostile, che non vuole né amici né alleati, ma solo strumenti e servi.
Uno Stato che vive così da decenni, rubando terra ad inermi, e minacciando, e creando attorno a sé instabilità e rovina, per sentirsi tranquillo… senza mai riuscirci.
Uno Stato aguzzino, che commette atrocità e crimini contro i civili, ma che si dichiara vittima;
che attacca e si dice attaccato.
Uno Stato che manda dovunque le sue squadre d’assassinio, i suoi kidon, ad ammazzare nel mondo; sempre impunemente, perché tutti i governi del mondo ammutoliscono di fronte a questa «vittima», hanno paura dei suoi mezzi palesi ed occulti di nuocere.

Riusciamo a pensare per un momento: quale altro Stato, quale altro regime si è mai comportato così?
Ci pensino gli ebrei: uno Stato in guerra perpetua, che affida la sua durata alla guerra perpetua contro tutti i circostanti, quanto può durare?
E’ poi così strano che tra i perseguitati e gli affamati, tra i minacciati da questo Stato, se ne sogni e se ne voglia la fine?
Gli Stati sogliono durare secoli, magari millenni; ma sinceramente, potete immaginare Israele esistente fra un secolo?
Con la sua guerra perpetua, la sua ostilità e disprezzo di ogni altro Stato e di ogni negoziato?

No, per quanto i servi intimiditi lo ripetano, lo adulino, non è uno Stato normale.
E’ uno Stato malato.
E’ uno Stato suicida.

venerdì 8 febbraio 2008

Notizie dal Quarto Reich

di Maurizio Blondet www.effedieffe.com
Un nuovo programma scolastico parte in Inghilterra: almeno due studenti di ogni scuola, ogni anno, dovranno essere spediti a visitare Auschwitz.
Ciò per assicurarsi che «le lezioni del genocidio nazista vivano nella nuova generazione».
Gli studenti selezionati per la visita dovranno incontrare «almeno un sopravvissuto» che racconterà loro le storie di vita e di morte nel campo.
La visita si concluderà con «un solenne memorial service».
Al ritorno, gli studenti dovranno partecipare a un seminario per «riflettere sull’esperienza».
Liberamente, spontaneamente.

Ogni scuola - liberamente, spontaneamente - dovrà pagare un terzo del costo del viaggio, mentre
lo Stato coprirà il resto.
A questo scopo sono stati stanziati 1,5 milioni di sterline l’anno fino al 2011.

Lo scopo di queste visite, ha detto Karen Pollock, direttrice esecutiva dell’Holocaust Education Trust, è di «trasformare gli educati in educatori».
Il fatto è, ha spiegato, che «siamo ben consapevoli che presto non ci saranno più sopravvissuti per andare ad educare all’olocausto nelle scuole; così questi giovani, attraverso queste visite, diventano testimoni».
Infatti, ha detto la Pollock, «alcuni studenti che hanno fatto la visita sono stati ispirati a distribuire volantini contro il British National Party» (neofascista).
Liberamente, spontaneamente.

La signora Pollock deve aver tratto insegnamento dal «ragazzo Morozov», il giovane pioniere dal fazzoletto rosso che nell’URSS anni ‘30, durante la grande carestia, fu «ispirato» dall’educazione ricevuta nelle scuole sovietiche a denunciare il proprio padre per sottrazione di grano all’ammasso.
Il padre fu fucilato, il piccolo pioniere Morozov (si dice) ucciso dai parenti.
Lo Stato sovietico elevò un monumento al piccolo delatore, martire della missione che "trasforma gli educati in educatori».

Frattanto in Israele le autorità hanno ordinato la demolizione della moschea di Al-Omari nel villaggio di Umm Tuba, presso Gerusalemme, con la motivazione che l’edificio era stato costruito senza autorizzazione.
Il gran muftì di Gerusalemme, sceicco Muhammed Hussein, ha spiegato che la moschea Al-Omar è stata costruita 700 anni fa, quando non esisteva ancora il Quarto Reich.
Secondo lui, gli israeliani stanno cancellando ogni memoria storica dell’Islam in Palestina,
in violazione «di tutti i valori religiosi e dei trattati internazionali».

Per scongiurare la demolizione, ha fatto appello all’UNESCO.
Non si sa con quale effetto.
Perché, si sa, c’è memoria e «Memoria».
In Sion, un consesso di giudici capeggiato dal presidente Dorit Beinisch (una donna) ha stabilito che Israele ha il diritto legale di lesinare l’elettricità e i carburanti a Gaza «perché anche quelle piccole quantità sono sufficientemente adeguate ai bisogni umanitari».
Umanitari.

A New York sta per riunirsi l’annuale Rabbinical Assembly, e gli organizzatori ammettono di aver problemi a trovare conferenzieri progressisti, dato che la maggioranza schiacciante è di conservatori.
In teoria, per fare numero, avrebbero dovuto far parlare Stephen Brewer, giudice della Corte Suprema e di idee liberal, e Howard Dean, presidente del National Committee democratico.
Ma su questi due nomi c’è un divieto rabbinico: «E’ nostra politica non invitare conferenzieri che non sono sposati con ebrei», ha spiegato rabbi Joel Meyer, il vicepresidente.
E quelli sono «intermarried».
Meyer ha spiegato: «La Rabbinical Assembly è fortemente per l’endogamia».
Naturalmente, si tratta di preservare la purezza del sangue.

Dal 2006 i rabbini americani hanno compiuto un passo audace, ammettendo al rabbinato gli omosessuali e benedicendo le nozze fra persone dello stesso sesso.
Ma sul matrimonio etero, non transigono: i due devono essere entrambi ebrei.
«E’ un tema difficile, che trattiamo molto seriamente», ha spiegato rabbi Meyer ai giornalisti: «Noi siamo capaci di mantenere la tradizione in tensione con la modernità».

Nella galleria del delirio non può mancare Fiamma Nirenstein.
Su Il Giornale, ha scritto che il boicottaggio ad Israele alla Fiera del Libro di Torino «è una nuova Shoah».
E’ incerto se questo possa configurare una forma di vilipendio della memoria: perché se un boicottaggio è la nuova Shoah, ci si può chiedere se la «vecchia Shoah» non sia stata, in fondo, che una forma di boicottaggio.
Il che è negazionismo antisemita da cui prendiamo le distanze.
Decidano i rabbini.
In ogni caso, la Nirenstein è endogama, quindi può parlare.

Ariel Sharon, che aveva almeno il dono della franchezza, lo disse chiaro nel 1982: «Siamo giudeo-nazisti, e allora? Se i vostri dolci civilizzati padri, anziché scrivere libri sul loro amore per l’umanità, fossero venuti in Israele e avessero ammazzato sei milioni di arabi, cosa sarebbe accaduto? D’accordo, due o tre pagine cattive sui libri di storia, e ci avrebbero detto di tutto.
Ma oggi saremmo qui, una nazione di 25 milioni. Ciò che non volete capire è che il lavoro sporco del Sionismo non è ancora finito, lungi da quello».

martedì 5 febbraio 2008

Pentagono: il web è un sistema d’arma nemico

di Maurizio Blondet www.effedieffe.com
Il documento del Pentagono si chiama «Information Operations Roadmap»: stilato nel 2003, segretato con la classe noforn (not for release to foreign nationals, including allies: non diffondere a stranieri, alleati inclusi), è stato declassificato il gennaio 2006 - in base alla legge sulla libertà d'informazione (Freedom of Information Act - su richiesta del National Security Archive della George Washington University (1).
Si tratta delle operazioni militari da condurre nella sfera dell'informazione, guerra elettronica, propaganda, operazioni psicologiche, coinvolgimento di giornali esteri.
In questo documento, si dice che internet deve essere trattato come un sistema d'arma nemico.

Al punto 6 si legge: «Dobbiamo combattere la Rete (We must fight the Net). Il Dipartimento Difesa sta creando una forza 'information-centric'. Le reti sono sempre più centri di gravità operativi, e il Dipartimento deve essere pronto a combattere la Rete».
Al punto 7 su parla di «migliorare le capacità IO (information operations) per la guerra guerreggiata», fra cui un «nutrito arsenale di capacità offensive che comprendano l'attacco a tutto campo all'elettronica e alla rete di computer». […] «Quando applicate, queste raccomandazioni innescheranno efficacemente un rapido miglioramento della capacità di attacco delle reti di computer».
Al punto 13: «La strategia di 'difesa in profondità' del ministero Difesa deve agire sul presupposto che il Dipartimento 'combatterà la Rete' come fosse un sistema d'arma».
Lo scopo è raggiungere «la superiorità nella guerra d'informazione».

Non è difficile riconoscere qui il gergo buro-militaresco di Donald Rumsfeld e la sua utopia bellica ipertecnologica, la Revolution in Military Affairs.
Non a caso la firma di Rumsfeld, con quella di Cheney e di Paul Wolfowitz si trova in calce del rapporto al presidente, intitolato «Rebuilding the american Defense» (ricostruire la difesa americana) dove costoro - riuniti nella fondazione chiamata PNAC (Project for a New American Century), auspicavano «una nuova Pearl Harbour» come «evento catalizzatore» necessario per convincere i contribuenti americani a pagare per le future guerre per «estendere la leadership globale americana».

In questo documento, diffuso nel 2001 (un anno prima della auspicata nuova Pearl Harbour dell'11 settembre) un intero paragrafo è consacrato alla lo spazio «e cyberspazio» come nuovo teatro di operazioni: (2) «E' oggi comune la consapevolezza che l'informazione e le nuove tecnologie […] stanno creando una dinamica che minaccia la capacità americana di esercitare la sua superiore potenza militare» (pagina 4).
«[…] Controllo dello spazio e del cyberspazio: come il controllo dei mari aperti e la protezione della navigazione internazionale definiva in passato le potenze globali, così il controllo dei nuovi 'spazi comuni internazionali' sarà essenziale per il potere mondiale del futuro. Un'America incapace di proteggere i suoi interessi […] nello spazio o nella 'info-sfera' avrà difficoltà ad esercitare la leadership politica globale» (pagina 51).
«Benchè il processo di trasformazione possa occupare decenni […] ad un certo punto […] il combattimento avrà luogo in nuove dimensioni: lo spazio, il cyberspazio, e forse il mondo dei batteri» (pagina 60).

Nel documento del 2003, Information Operation Roadmap, si accenna a progetti per «assicurare la garbata degradazione (sic) della Rete, piuttosto che la sua interruzione» (pagina 45), evidentemente per non allarmare l'opinione pubblica con il puro e semplice accecamento della fonte di informazioni incontrollate.
Di questo progetto fa parte probabilmente «Internet 2», che farà deperire «spontaneamente» il sistema aperto e gratuito che conosciamo, costringendo le centinaia di milioni di internauti a servirsi della nuova - rete, a pagamento, tassabile, e di conseguenza censurabile e non più anonima.

E' lo stesso processo già da anni in corso per la TV: le TV captabili per onde vengono sempre più svuotate di contenuti, sempre più stupide e ripetitive, onde obbligare ad iscriversi alle TV via cavo o con decoder: ciò che permette non solo di assoggettare a canoni dispendiosi, ma anche
(e soprattutto) di stabilire l'identità dell'abbonato, il suo indirizzo e il suo «profilo», le sue preferenze e i suoi gusti.

Già in Cina chi si connette a siti sgraditi al regime vede comparire sul video un poliziotto-cartoon, sistema efficace per intimidire gli audaci tentati dal dissenso.

Nel documento del Pentagono decretato si legge esplicitamente: «L'informazione, sempre importante in guerra, è oggi essenziale al successo militare e lo diverrà sempre più. […] La capacità di disseminare rapidamente 'informazioni persuasive' [ossia propaganda] a pubblici diversi onde influenzare direttamente le loro decisioni è un mezzo sempre più potente di dissuasione degli aggressori».
La disseminazione di «informazioni persuasive», si aggiunge, deve essere centralizzata «sotto la responsabilità del segretario alla Difesa».
L'informazione, né più né meno, diventa «una competenza militare diretta alla pari con le operazioni d'aria, di terra, di mare e speciali».

E' un passo avanti decisivo nel totalitarismo: dopotutto Goebbels, il mago della propaganda hitleriana, era un civile.
Qui si propone la diretta sottomissione delle informazioni all'apparato militare.

Infatti, Rumsfeld nel documento sottolinea la «necessità di assicurare la coerenza del messaggio» (pagina 23).
Ciò richiede «la coordinazione con gli affari pubblici e le operazioni civili-militari».
Sarebbe una sciagura se «i vari organi del governo diffondessero messaggi incoerenti a pubblici stranieri. Attualmente 'il Dipartimento di Stato (ossia gli Esteri) guida la diplomazia pubblica […] col ministero della Difesa ridotto a un ruolo di supporto'. Ciò deve cambiare. [Perciò] tutte le attività informative di questi enti e agenzie devono essere integrate e coordinate sotto il 'DOD', Dipartimento della Difesa, ossia dal Pentagono. Il solo che ha il diritto di 'formare i temi e i messaggi […] in coerenza con gli obbiettivi strategici e la sicurezza nazionale».
Insomma: censura militare e disinformazione militare.

Sotto il Pentagono, le notizie diventano «Information Operations»: le quali sono così definite: «L'impiego integrato di capacità di guerra elettronica, di operazioni su reti di computer, di operazioni psicologiche, di inganno militare e sicurezza […] per influenzare, interrompere, corrompere o usurpare il processo decisionale dell'avversario, mentre si protegge il proprio» (pagina 22).
La rilettura di questo testo assume un significato di fronte all'accidentale rottura di tre cavi coassiali nel Golfo, che hanno isolato dal web l'Iran e l'Egitto, ma non Israele e l'Iraq occupato.

Chi scrive, nella sua ingenuità, riteneva che la notizia sarebbe apparsa il giorno dopo sui principali giornali occidentali.
Invece, silenzio totale, il che è anche più allarmante.

L'allarme è cresciuto quando tutti i giornali hanno dato straordinario rilievo alla notizia della strage di Baghdad, compiuta mandandovi due povere ragazze mongoloidi: anziché trarne la conclusione che questo rivelava qualcosa di interessante sui cosiddetti «kamikaze islamici», hanno espresso il più vibrante sdegno per una poco identificata «guerriglia» islamica (nemmeno hanno precisato che è stata «al Qaeda in Iraq», come di solito) che sarebbe la mandante di questo orrore.
La fonte della notizia, con il particolare agghiacciante delle due down usate come strumenti telecomandati, è una sola: il governo iracheno sotto controllo del Pentagono.
Certe stragi indiscriminate che sembrano avere il solo scopo di screditare e suscitare disprezzo per
i mandanti si chiamavano, in Italia, «strategia della tensione» ed erano per lo più operazioni di Stato.

Bisogna ricordare che nessun giornale, tranne il britannico Guardian (3), diede notizia di una «information operation» con cui l'FBI chiuse - il 10 settembre 2001, «un giorno prima dell'attacco al World Trade Center» - ben 500 siti arabi o musulmani che facevano capo ad un server del Texas, la InfoCom Corporation.
Ottanta agenti fecero irruzione nella ditta, accecarono i siti (fra cui la pagina web di Al-Jazeera, di Al-Sharq giornale del Katar, e della università palestinese Birzeit in Cisgiordania, Territori Occupati), facendo poi copie di tutti gli hard-disk.
La InfoCom, proprietà di due fratelli di origine palestinese, Ghassan e Bayan Elashi, operava senza problemi dal 1982 in Texas.
Usava come dominio «iq», che sta per Iraq.
Secondo i due fratelli, l'irruzione dei poliziotti era dovuta ad una denuncia del noto neocon ebreo Daniel Pipes, autoproclamatosi esperto di Medio Oriente.

Costui, sul Wall Street Journal del 13 agosto 2001, aveva scritto: «Le autorità federali devono usare gli strumenti che hanno già a disposizione per chiudere quei siti web e le organizzazioni che ci stanno dietro… E' venuto il momento per gli USA di sostenere Israele».
Non era ancora venuto: venne un mese dopo, con la nuova Pearl Harbour dell'11 settembre.
Dunque c'è un precedente alla misteriosa tranciatura dei cavi nel Golfo Persico.
Anche allora, per la ovvia urgenza, non si aspettò il «degrado dolce» del web, ma si optò per la interruzione, il «collapse», di possibili fonti d'informazione alternative.

In questi giorni, il 2 febbraio, il generale israeliano Udi Shani, ha avvertito gli israeliani di preparare con urgenza un «rifugio anti-razzo» (rocket room) in ogni abitazione.
Non solo a Sderot o nelle zone del nord raggiunte dai missili Hezbollah nella campagna del Libano.
«La prossima guerra», ha detto il generale, «vedrà un uso massiccio di missili balistici sull'intero territorio di Israele» (4).
«Oggi si devono prevedere attacchi nella retrovia, e dobbiamo prepararci a questa eventualità in modo totalmente diverso».

Un altro ufficiale, colonnello Yehiel Kuperstein, ha aggiunto: «La protezione dei civili oggi deve essere assicurata dentro le loro abitazioni… oggi in Israele solo un terzo degli appartamenti hanno una camera capace di dare rifugio, con mura rinforzate. E non hanno né filtri d'aria né sistemi di ventilazione per potervi restare per lungo tempo».
Questi consigli sono stati dati per radio, nell'ambito di un programma militare di difesa passiva in vista di futuri conflitti «alla luce delle lezioni tratte dalla guerra in Libano».
Oltre a trasmissioni radio e TV, sono stati distribuiti opuscoli in sei lingue con le relative istruzioni.

Il primo febbraio, la Reuters ha reso noto un recente piano del Pentagono sulla «preparazione a rispondere ad un attentato chimico, biologico o nucleare all'interno degli Stati Uniti» (5).
Il rapporto prevede 15 scenari catastrofici, «un attacco nucleare, una serie di attentati con bombe sporche, un attentato con antrace aerosol o una serie di attentati chimici».

In coincidenza, il presidente Bush ha chiesto al Congresso di approvare un aumento del bilancio del Pentagono, per il 2009, del 7,50% rispetto al 2008: fino a 515,4 miliardi di dollari.
Il Congresso approverà, e il prossimo presidente, democratico o repubblicano, farà altrettanto.
Il ministro francese della Difesa, Hervè Morin (il nome è ebraico), ha assicurato che l'Iran continua ha tentare di costruirsi l'atomica (6).

Sanno qualcosa che noi non sappiamo, costoro?


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Note
1) Brent Jessop «Full spectrum information warfare», Knowledge Driven Revolution, 5 novembre 2007.
2) Brent Jessop, «Pentagon: The internet needs to be dealt with as if it were an enemy weapons ystem» GlobalResearch, 2 febbraio 2008.
3) Brian Whitaker, «US pulls the plug on Muslim websites», Guardian, 10 settembre 2001.
4) «Israelis told to prepare 'rocket rooms' for war». AFP, 2 febbraio 2008.
5) «Pentagon rejects report, says ready for WMD attack», Reuters, 1 febbraio 2008.
6) «French defence minister says Iran still pursuing nuclear arms», AFP, 1 febbraio 2008

sabato 2 febbraio 2008

Internet interrotto: prova generale?

di Maurizio Blondet http://www.effedieffe.com/
Da mercoledì le comunicazioni internet sono interrotte in gran parte dell'Asia, Nordafrica e Medio Oriente.
La causa: sono stati spezzati tre, forse quattro cavi sottomarini.
Secondo CNN, «Egitto, Arabia Saudita, Katar, gli Emirati, Bahrein, Pakistan ed India stanno subendo gravi danni economici» perché molti affari (fra cui le prenotazioni aeree) avvengono ormai via web.
Aggiunge sempre la CNN (1), e lo scrivo in grassetto: «Alcune nazioni sono state risparmiate dal caos: Israele - che usa una sua differente via di traffico - il Libano e l'Iraq».

Il primo cavo, FLAG (Fiber-Optic Link Around the Globe) è stato troncato alle ore 8 del 30, sembra al largo di Alessandria d'Egitto, causando la paralisi del 70% del traffico Internet in Egitto, e il 60% in India.
FLAG è un cavo che collega Australia e Giappone all'Europa via India e Medio Oriente, e si estende per 28 mila chilometri sotto il mare.

Un secondo cavo, SEA-ME-WE 4 (la sigla sta per South Easth Asia, Middle East West Europe) è stato spezzato poco dopo, all'altezza di Dubai, Golfo Persico.
Lo stesso giorno.
Navi di riparazione stanno giungendo sul punto della presunta rottura, ma non arriveranno prima del 5 febbraio.
A causa di questi «incidenti», tutto il traffico viene sopportato dal più vecchio cavo SEA-M-WE-3, che unisce l'Europa al Medio Oriente via Egitto, e che è molto più «lento».

Venerdì 1 febbraio un terzo cavo viene spezzato, il «Falcon», della stessa ditta che opera il FLAG, e apparentemente sempre nel Golfo Persico, stavolta tra Dubai e Muscat.
Il Falcon collega Sri Lanka a Suez (2).

Al Jazeera parla di un altro cavo spezzato «nel Mediterraneo, tra l'Egitto e la Francia»: non è chiaro se si tratti di un quarto «incidente», oppure del primo cavo danneggiato, visto che il FLAG tocca anche Palermo (3).

Ovviamente anche le comunicazioni voce e TV sono praticamente paralizzate nell'area, vastissima, che abbraccia due continenti ed ha come epicentro il Golfo Persico.
India ed altri Paesi per cui internet è la spina dorsale della nuova economia stanno compiendo sforzi enormi per riconvogliare il traffico sui cavi del Pacifico, oppure su satellite.

Il Dubai International Airport segnala problemi, e le linee aeree ritardi dei voli.
Le Borse dei Paesi musulmani sono chiuse il venerdì, e ciò ha attenuato i danni ai mercati.
Varie fonti attribuiscono le tre interruzioni a «tempeste tropicali» o a «una nave che ha gettato l'ancora».

Data la congestione di navi da guerra nel Golfo Persico (dove dovrebbero trovarsi due portaerei USA con le rispettive squadre d'appoggio) e la tensione strategica che interessa quel tratto di mare nel cuore dell'Oriente musulmano, è possibile immaginare altre ipotesi.
Due dei quattro sottomarini israeliani Made in Germany, e dotati di missili con testate atomiche, si troverebbero nel Golfo per minacciare l'Iran di rappresaglia nucleare.

Fatto degno di nota, mentre Israele è miracolosamente immune dal grave problema (dispone evidentemente di sue reti o satelliti protetti), l'Iran è il Paese che appare il più colpito: Teheran è completamente isolata dal mondo, come riporta il sito specializzato www.internettrafficreport.com/asia.htm
Per contro, l'Iraq occupato è esente da questi problemi, come Israele (e il Libano).
Fatto ancora più curioso, mentre Teheran è isolata, ci si può tuttavia collegare al blog personale di Ahmadinejad, «per quanto con lentezza».

Come sappiamo, immagini e blog hanno mostrato gli orrori dell'invasione dell'Iraq, che l'amministrazione USA avrebbe preferito il mondo non conoscesse.
Anche le foto delle torture di Abu Ghraib circolarono su internet, e così i video girati da soldati americani, smentendo la narrativa ufficiale della propaganda americana.

Ora le tre rotture - sicuramente deliberate - possono essere preordinate in vista di «qualcosa che sta per accadere», e che è meglio che il mondo non veda?
E che apprenda dalla narrativa dei media ufficiali e controllati?

La sola fonte alternativa potrebbe essere il blog di Ahmadinejad, o ciò che viene fatto passare per tale.
O forse è una prova generale di paralisi di Internet a livello globale, dato che la rete ha dato troppi dispiaceri alle «versioni ufficiali»?

Le due ipotesi non si escludono a vicenda.
Il fatto che l'interruzione sia in corso nel Golfo Persico giustifica le peggiori previsioni.


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Note
1) «Internet failure hits two continents», CNN, 31 gennaio 2008.
2) «New cable cut compounds net woes», BBC, 1 febbraio 2008.
3) «Internet outages hit Middle East», Al-Jazeera, 30 gennaio 2008.

giovedì 13 dicembre 2007

Quant'è "giusto e razionale" questo Occidente!

www.rinascita.info

“Esiste il pericolo reale di una guerra con l'Iran” perché Israele si sente minacciata dal programma di Teheran per l'arricchimento dell'uranio. Nicolas Sarkozy, impavido presidente anti-iraniano di una Francia che è già una reale potenza militare nucleare, ha letto al contrario il rapporto reso noto dalle sedici agenzie governative Usa che avevano di recente dichiarato inesistente il rischio di un uso bellico delle centrali in Iran. Al Nouvel Observateur, il restauratore di una Francia allineata all’occidente, ha disconosciuto il suo stesso placet a quel rapporto e, sulla linea di quanto già a suo tempo dichiarato dal suo guerrafondaio ministro degli Esteri Kouchner, ha evocato lo spettro di un conflitto. Naturalmente atomico.

domenica 9 dicembre 2007

Neocon schiumanti di rabbia

di Maurizio Blondet www.effedieffe.com

Dopo il rapporto NIE (National Intelligence Estimate) - in cui l’intera comunità di spionaggio USA ha assicurato che l’Iran ha cessato il suo programma nucleare militare dal 2003, e non l’ha più ripreso - accade un fenomeno strano: i più famosi neocon, quegli stessi che si scagliano contro i «complottisti» sull’11 settembre, gridano al complotto.

John Bolton ha accusato la comunità d’intelligence americana: «Mentre il presidente ed altri si sforzano di far capire il bisogno di mantenere l’Iran sotto pressione, questo preteso rapporto di ‘intelligence’ è un siluro che ha affondato gli sforzi fin qui fatti, già inadeguati. La comunità d’intelligence, anziché limitarsi all’analisi dei dati, sta dettando la direzione politica; e troppi nel Congresso e nei media ne sono felici».
Secondo Bolton il rapporto NIE è semplicemente sbagliato, contraddittorio e fallace.
Lo hanno stilato «non già professionisti dell’intelligence, ma profughi del Dipartimento di Stato» che hanno sempre mostrato «un pregiudizio favorevole all’Iran», insomma dei traditori di cui Bolton chiede l’epurazione.
E chiede l’epurazione anche di quelli che «al congresso e nei media» sono contenti di non dover fare una terza guerra per Giuda (1).

Norman Podhoretz, altro neocon d’assalto, a giugno aveva scritto un articolo dal titolo: «I motivi per bombardare l’Iran» (The case for bombing Iran).
Ora, letto il NIE, accusa la CIA di complottare contro la Casa Bianca: «Ho un altro sospetto nerissimo», scrive: «Che la comunità dell’intelligence, che da anni diffonde materiale calcolato apposta per colpire George Bush, lo abbia fatto di nuovo. Questa volta, per troncare la possibilità che il presidente ordini un attacco aereo contro le installazioni atomiche iraniane».

Il primo premio per la spudoratezza va al notorio Michael Leeden, membro permanente dell’American Enterprise Institute (la centrale neocon da cui sono uscite tutte le false informazioni e tutte le pressioni che hanno trascinato l’America in Iraq).
Egli ricorda che il NIE l’ha sfornato «quella stessa comunità d’intelligence che sosteneva di avere informazioni sicure sulle armi di distruzione di massa di Saddam».

In realtà, è stata l’American Enterprise a fornire le «sicure informazioni» in proposito e ad imporle alla CIA, nel periodo in cui a fianco di Rumsfeld si creò uno strano ufficio di consulenza privata, ma interno al Pentagono, chiamato Defense Policy Board: sovraffollato di «esperti» ebrei provenienti dall’American Enterprise e capeggiato dal membro influente dell’AEI Richard Perle - già consigliere politico del Likud -, fu questo ufficio a far filtrare l’«intelligence ad hoc» di cui Bush, Cheney e Rumsfeld avevano bisogno per motivare l’invasione.
Ci furono forti opposizioni da parte della CIA, che venne non solo scavalcata ma epurata dei «dissidenti».
Michael Leeden non rinuncia a fornire la sua propria intelligence, di cui non si degna di rivelarci le fonti: «Teheran ha arruolato fisici nucleari sovietici, e gli iraniani sono molto furbi. E’ credibile che l’Iran non si sia costruito la bomba in vent’anni? Io non ci credo» (2).
Non solo l’Iran «può» costruirsi la bomba, ma l’ha già, nascosta da qualche parte.
Delirio.
La National Review, il periodico per cui Ledeen scrive le sue schiumanti note, accusa parimenti il complotto, con queste sobrie parole: «Non è un segreto che carrieristi della CIA e del Dipartimento di Stato sono sempre stati meno impegnati ad attuare le politiche del presidente in Iran, Iraq e Corea del Nord che nel sabotarle ad ogni occasione».
Di qui si vede la vecchia radice trotzkista dei neocon: se potessero, scatenerebbero una purga contro «traditori», una caccia alle streghe per smascherare i «sabotatori».
Del rapporto NIE come atto di «sabotaggio» parla anche il Wall Street Journal.
La stessa frenesia negazionista ha colto (ovviamente) la classe dirigente israeliana, impazzita dopo il rapporto NIE.
«Alti membri del governo israeliano hanno dichiarato che per loro l’opzione di un attacco militare contro l’Iran rimane in piedi».

Ehud Barak, il ministro della Difesa, ha fornito anche lui la sua propria intelligence: «Per quel che sappiamo, l’Iran ha ripreso il suo programma nucleare» militare.
Binyamin Netanyahu: «Preferiamo l’azione internazionale, sotto la guida degli USA, ma assicuriamo che siamo in grado di proteggere il nostro Paese con ogni mezzo».
Avigdor Lieberman, il capo del partito razzista ebreo-russo e vice capo del governo: Israele deve essere pronta ad agire da sé.

La stato d’animo in Israele è così frenetico dopo l’uscita del National Intelligence Estimate, che più di un osservatore teme che davvero - isolata e sbugiardata di fronte all’opinione pubblica mondiale - la razza eletta reagisca con un attacco unilaterale a sorpresa.
Lo pensa David Albright, ex ispettore nucleare dell’ONU: «Israele si sente con le spalle al muro, e può forzare un conflitto militare» per imporre il fatto compiuto.
I militari israeliani non si rassegnano, e si preparano ad esporre agli USA la loro propria intelligence, che naturalmente assicura che l’Iran si sta facendo la Bomba.
Lo hanno detto all’ammiraglio Michael Mullen, il capo di Stato Maggiore USA, arrivato in Israele domenica per un incontro di 24 ore con i colleghi di Sion.
Il generale Ashkenazi, capo di Stato Maggiore giudaico, gli mostrerà le segretissime prove del programma atomico iraniano, che smentiranno sicuramente il rapporto NIE.
Per intanto, Israele ha elevato contro Teheran una minaccia diretta: «O collabora con l’Occidente [nel mettere fine] al programma di arricchimento dell’uranio, o ne pagherà il prezzo».

«Deve essere chiaro che se non coopera, il conflitto militare è inevitabile: o cooperazione o conflitto», ha insistito Ron Prosor, ambasciatore israeliano in Gran Bretagna.
Visto che Sion minaccia a nome dell’Occidente intero, è curioso sapere quali reazioni ha suscitato in Europa il rapporto NIE.
Nessuna reazione ufficiale.
Anzi i principali politici europei hanno sottolineato la necessità di «proseguire nelle sanzioni e nelle pressioni su Teheran».
Sempre d’accordo con Bush.

Pascale Andréani, la portavoce Esteri, parlando a nome del presidente francese (Sarkozy) ha dichiarato dopo la pubblicazione del NIE che «l’Iran non sta rispettando i suoi obblighi internazionali, sicchè la nostra posizione non cambia».
Il ministro degli Esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier, s’è affrettato ad annuire: sanzioni come prima, perché «alla comunità internazionale resta la responsabilità di escludere le armi nucleare dal Medio Oriente».
Le 300-500 bombe atomiche di Israele non contano.
Da parte di Xavier Solana, silenzio: non ha nemmeno dato segno di aver letto il NIE, e sì che è il presunto ministro degli Esteri della UE, nonchè ex segretario generale della NATO, e fedelissimo del Pentagono (Solana è militante del Partito Socialista Operaio spagnolo, ma ormai i socialisti
sono così).
Tuttavia, una fonte sentita da Dedefensa parla di irritazione del socialista obrero.
Il fatto è che gli americani gli hanno fatto fare una figura barbina (2).

Il 30 novembre, l’obrero Solana aveva incontrato il negoziatore iraniano e aveva fatto la faccia feroce.
«E’ stato un incontro particolarmente duro», dice la fonte: «Solana era fermissimo, ha alzato la voce contro il programma nucleare iraniano, e gli iraniani rispondevano che non c’era nessun programma militare. Un incontro duro, molto duro».
Il 30 novembre.
E il 3 dicembre, Solana scopre dai giornali che gli americani hanno pubblicato il NIE, che conferma che gli iraniani hanno cessato il programma atomico militare dal 2003.
Scopre anche che Bush conosceva il contenuto del NIE almeno da agosto, e alla Casa bianca se ne discuteva da un anno.
«Solana è irritato», dice la fonte: «Tutta la campagna in corso sulla crisi iraniana è fondata su una solidarietà senza smagliature fra alleati, su una informazione costante, tutte cose espressamente richieste e volute dagli americani. E gli americani, alla vigilia di un incontro cruciale con gli iraniani, non informano il negoziatore europeo di una cosa come quella, che hanno prodotto loro!».
Il padrone ha messo Solana in una posizione ridicola: succede, ai maggiordomi più fedeli.

Ma secondo la fonte ascoltata da Dedefensa, questo atteggiamento europeo è causato da «spavento».
Il rapporto NIE è arrivato come una martellata.
«Bisogna vedere il clima alla Commissione Europea in questi giorni! Gli europei sono annichiliti dal NIE 2007 e da ciò che esso rivela dell’atteggiamento americano verso di loro. E’ uno choc.
Non sanno cosa dire né cosa fare… e allora dicono: continuiamo come prima, come se niente fosse successo. Come lo struzzo che mette la testa sotto la sabbia».

Eh sì.
E’ la grande politica mondiale europea governata da maggiordomi scelti a Washington.
Ora che il padrone si contraddice, sono perduti.
Sono «estremamente allarmati delle conseguenze di un attacco militare contro l’Iran», ma non sanno dirlo al padrone.
Non capiscono più come devono obbedirgli.
E’ una tragedia da camerieri.

Non tutti sono ugualmente abituati a servire, per fortuna.
Ecco un fatterello narrato dal più antico giornale di New York, il Poughkeepsie Journal, un foglio molto locale: ad Hide Park, i Cavalieri di Colombo hanno piazzato un presepio, come fanno da mezzo secolo.
Ma la cosa ha offeso tale Bonnie Meadow, direttrice della Federazione Ebraica della Contea, che ha ingiunto che l’offensivo allestimento natalizio fosse smantellato.
Il giorno dopo, l’ebrea federale è tornata sui suoi passi ed ha scritto al giornale: «Non potevo immaginare che la mia richiesta di rimuovere la scena della natività dal parco offendesse tanto tanta gente. Data la protesta pubblica, ritiro la mia richiesta e mi scuso per le difficoltà che ho creato, augurando a tutta la comunità buon Natale» (4).
Direte che questo fatterello c’entra poco con il National Intelligence Estimate.

Ma invece c’entra: indica una mentalità.
E indica come gli arroganti leoni di Sion diventino pecorelle, quando una decisa risposta popolare li rende edotti che stanno esagerando.
Si potrebbe applicare la stessa cura anche ad Israele, se avessimo meno maggiordomi al comando.

mercoledì 5 dicembre 2007

Contrordine in USA: l’Iran non si fa la Bomba

di Maurizio Blondet www.effedieffe.com

Gli USA si concedono un anno di tregua, aveva giusto scritto Thierry Meyssan.Ed ecco la conferma immediata.Un rapporto d'intelligence americano rassicura: «L'Iran ha interrotto il suo programma di armi nucleari del 2003».La frase si legge nel National Intelligence Estimate, (NIE) un documento ufficiale emesso lunedì, ed elaborato congiuntamente da tutte le agenzie d'intelligence USA.Inutile dire che esso smentisce apertamente, e con sfida, le ripetute affermazioni contrarie di Bush, Cheney, dei neocon e di Israele. Cambio di linea, dunque.
Il pericolo Iran è rimandato, e con esso la terza guerra mondiale minacciata dal presidente e tentata (col B-52) da Cheney in proprio.Anche se Bush smentisce la smentita («L'Iran resta un pericolo, tutte le opzioni restano sul tavolo»), in Israele ci si domanda: «Dobbiamo andare noi soli contro l'Iran?» (Jewish Telegraphic Agency). Ecco, giusto: vadano loro.
L'occasione è però preziosa per un altro motivo: ci consente di dare un'occhiata a come vengono create e diffuse le «informazioni sicure» dai liberi Stati Uniti ai media che se le bevono.Lo racconta il New York Times, con un titolo che dice tutto: «Gli USA hanno esibito l'indizio A al mondo, la minaccia nucleare iraniana; ora l'indizio B lo rovescia».L'allusione è all'esibizione delle prove (exhibits) che vediamo nei telefilm giudiziari: «Exhibit B» è il rapporto del National Intellligence Estimate.Ma cos'è l'exhibit A?
Ecco come lo racconta il New York Times: «Nell'estate del 2005, i più alti esponenti del controspionaggio americano cominciarono a percorrere il mondo con un segretissimo programma di diapositive, tratto da migliaia di pagine che dicevano scaricate da un computer portatile iraniano rubato, dove si provava che l'Iran mentiva quando diceva che non aveva alcun interesse a fabbricarsi un'atomica».Si mostravano addirittura delle foto di quella che sembrava una testata miniaturizzata o compatta da adattare ad un missile, e gli esperti americani spiegavano come le forze armate iraniane stessero lavorando a risolvere il problema tecnico relativo. Altissimi dirigenti dell'intelligence, perciò autorevolissimi, mostravano in giro per il mondo ad esponenti dei governi una «prova» in power point (diapositive) ben congegnata, che dicevano ricavata rubando un segretissimo laptop iraniano.Tutto falso e tutto fabbricato, non c'era nessun laptop, non c'era nessuna documentazione di fonte certa; ma tutto autorevolissimo.
Ora il rapporto del National Intelligence Estimate conferma la falsità: se l'Iran ha smesso ogni ambizione militare nucleare dal 2003, chi nel 2005 andava in giro a mostrare i documenti e le prove provate, mentiva sapendo di mentire ed esibiva prove deliberatamente false per ordine del governo americano. Può darsi che ad essere falso sia il rapporto più nuovo, e che questo sia stato diffuso giusto perché gli USA vogliono concedersi un anno di tregua, e magari sono riusciti a mettere sotto controllo Bush e Cheney. Ma siccome l'agente Magdi Allam è stato fatto apparire al TG di Canale 5 a proclamare che il rapporto nuovo non smentisce, ma «conferma la pericolosità dell'Iran» perchè afferma che «entro tre anni è in grado di farsi la bomba», sarà bene ricordare che questo tipo di giornalisti ha preso sempre per buone le notizie da quelle fonti autorevolissime.Ora Magdi Allam mette in dubbio l'autorevolezza del NIE, cui collaborano 16 enti di intelligence americani; ed anzi, ne distorce il senso.
Il NIE non dice che l'Iran si farà la bomba entro tre anni.Dice che non sarà tecnicamente in grado di produrre abbastanza materiale fissile – e non parliamo di una bomba – «fino almeno al 2010-2015».A nome di chi Magdi Allam si sente autorizzato a ridimensionare il senso delle parole del NIE?E perché non ha mai ridimensionato le menzogne allarmiste che venivano diffuse prima dalle stesse fonti autorevoli?Magari la risposta è nel titolo del suo libro di immenso successo: «Viva Israele»Fra un anno, a tregua finita, questi individui ci torneranno a cantare la canzone che avranno avuto l'ordine di cantare al momento.Sarà bene ricordarcelo.
Il febbraio 2005 fu ucciso da un mega-attentato in Libano il presidente Rafik Hariri.L'inchiesta fu condotta sotto mandato Onu (quindi autorevolissima) e il procuratore scelto dall'ONU fu il tedesco Detlev Mehlis, dunque assolutamente indipendente.Mehlis, casualmente ebreo, e il suo gruppo di investigatori, affermarono nel loro rapporto siglato ONU che «l'inchiesta ha stabilito che molti indizi puntano verso la sicurezza siriana come mandante dell'assassinio».Mehlis aggiunse che le autorità siriane «collaborano solo fino ad un certo punto», anzi «hanno cercato di sviare l'indagine».La Siria divenne il paria internazionale; dovette anche ritirarsi dal Libano. Accadde poi che Mehlis dovette andarsene perché aveva subornato testimoni, e fatto pressione ed offerto denaro ad alcuni di essi.Magdi Allam non diffuse la notizia.
Oggi che l'America si è concessa una tregua, e sta cercando di dividere la Siria dall'Iran fra le cui braccia l'ha gettata, ammette ufficialmente che la Siria non c'entra affatto.Lo ha detto Serge Braemmertz, il capo della missione investigativa ONU che ha sostituito il procuratore-falsario Mehlis: nessuna responsabilità di Damasco nell'omicidio di Hariri.Una fonte autorevole.Ma non risulta che Magdi Allam la consideri tale; la notizia, lui, non l'ha data.Sarà bene che ce lo ricordiamo, quando ricomincerà a ripetere, sulla base di autorevoli fonti d'intelligence, che l'Iran è pericolosissimo.
Il 5 febbraio del 2003, davanti all'assemblea dell'ONU, Colin Powell mostrò foto satellitari di un enorme autoarticolato iracheno, che assicurò essere un laboratorio per armi biologiche.Colin Powell era il ministro degli esteri USA: quale fonte più autorevole?Dopo l'invasione, l'auto-articolato della foto risultò essere un generatore di elio per gonfiare palloni aerostatici meteo, venduto a Saddam dagli inglesi. In quella sede, Colin Powell asserì «da fonti di intelligence» che Saddam nascondeva 8.500 litri di antrace liquido, mai trovato.Mostrò un flaconcino di antrace in polvere, prova suprema che nessuno osò mettere in dubbio (ma non era liquido?).Mostrò foto di supposti impianti iracheni di armi di distruzione di massa, prese da un satellite che – si scoprì poi – non era più operativo.Parlò di tubi speciali di alluminio con cui Saddam intendeva fare non si sa quali armi segrete, e che risultarono tubi di alluminio.Il presidente Bush, nel discorso sullo stato dell'Unione del 2003, citò «fonti di intelligence», anzi precisi «documenti», i quali provavano che l'Iraq aveva comprato tonnellate di uranio (in forma di yellow cake) dal Niger.I documenti erano stati scoperti dal nostro servizio, il SISMI, dunque erano autorevolissimi… ora sappiamo che fu tutto un falso orchestrato da Michael Leeden, Ahmad Chalabi ed altri, nel corso di una operazione sporchissima in cui fu «bruciata» l'agente Valerie Plame, che per la CIA indagava seriamente sul commercio clandestino di materiale fissile, la quale non aveva appoggiato la credibilità della rivelazione di Bush.Non c'era nessun uranio del Niger e nessun programma atomico di Saddam. Sarà bene ricordare che persone oneste sono state moralmente linciate perché non appoggiavano le «documentate verità dell'intelligence americano»: da El Baradei, il capo della AIEA, all'osservatore dell'Onu Hans Blix, che nelle sue ispezioni in Irak non aveva mai trovato segni di armi di distruzioni di massa, e che fu accusato di essere stato pagato da Saddam.
John Bolton l'ebreo-neocon fece espellere il capo della Organizzazione dell'ONU per le armi chimiche, perché Bustani voleva mandare altri ispettori a Baghdad. Ora sappiamo che ad avere le informazioni vere erano El Baradei, Hans Bilx, Bustani, e che le informazioni false erano quelle del governo americano.Non informazioni «sbagliate», ma false: con documenti falsificati, con prove fabbricate in perfetta malafede.
I grandi media non ne hanno preso atto.Magdi Allam non ne ha dato conto.Anzi i grandi media continuano a ripetere che l'attentato dell'11 settembre è opera di 17 terroristi armati di taglierini mandati da Bin Laden, e che coloro che affermano il contrario sono complottisti screditati, marginali, folli negazionisti dell'olocausto, antisemiti per giunta.Non ci aspettiamo che prendano atto che a mentire, sistematicamente e in piena coscienza, dall'11 settembre è il governo americano, lo steso che ora smentisce se stesso perché c'è la tregua.Ma basta che ce lo ricordiamo, quando verrà il momento.
I media mentono sapendo di mentire.Viva Israele, caro Magdi Allam.

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La verità è quella che vi dicono. E poi il problema in Italia non è mai stato tanto di saperla, ma che saputala tutto resta uguale. Credete forse oggi voi di essere liberi? Votate per dieci volte l'anno gente che a volte neanche conoscete e che una volta eletta fa ciò che vuole, acciuccia e si spartisce.
Sempre comanderà un'oligarchia che vi inganna col gioco delle parti.

E allora? Dov'è povero postero il guadagno?
La dittatura è un sistema per opprimere il popolo.
La democrazia è un sistema per costringere il popolo a opprimersi da solo.

Ma ricordate: un popolo che perde la sua memoria...
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