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"Nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario"
George Orwell
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giovedì 22 maggio 2008

Inflazione e deflazione: collettività in scacco matto


Tutti bene o male sanno cos’è l’inflazione. Per citare una fonte autorevole, ad esempio, l’enciclopedia Zanichelli ne da questa definizione, considerandola come un: “Aumento prolungato del livello dei prezzi o diminuzione del potere d'acquisto della moneta.” In parole povere l’inflazione non è l’origine di un problema, bensì è da considerarsi un effetto, come conseguenza di azioni compiute a monte. Perché aumenta il livello dei prezzi e diminuisce il nostro potere d’acquisto? E’ ciò che ci si dovrebbe domandare prima di comparare numeri e grafici.
Mi soffermerei prima sulla causa che porta all’aumento del livello generale dei prezzi.

La principale causa generante l’inflazione, definita anche come “inflazione per eccesso di liquidità” è da imputare ad un eccessivo aumento di moneta in circolazione rispetto ai beni e servizi da acquistare.
Ciò significa che è avvenuto un deprezzamento della moneta, ovvero si richiedono più soldi per acquistare beni\servizi, perché ogni unità di denaro vale meno di quanto valesse prima: se prima i consumatori pagavano 1€ per comprare un chilo di pane, adesso ne pagano 2,50 €, tutto ciò perché nonostante si acquisti la stessa quantità di bene (un chilo), la moneta (l’euro in tal caso) ha perso valore, si è deprezzata.

Conseguenza diretta risulterà naturalmente la cosiddetta “perdita del potere d’acquisto”: nei casi di retribuzione fissa se prima con 1000€ al mese di salario potevo assicurarmi un paniere di 300 beni\servizi, adesso me ne potrò assicurare un paniere di 200 beni\servizi, ovvero la mia moneta ha perso potere d’acquisto e mi permette di godere di minor benefici rispetto a prima.
Tanto per citare qualche previsione sul “caro-vita” le associazioni dei consumatori, come Adusbef e Federconsumatori, hanno valutato rincari per l’anno 2008 fino a circa 1.700 euro a famiglia, valutando un nucleo familiare che ha un reddito annuo disponibile pari a € 28.500.

Fatta questa breve premessa, torniamo all’apice del problema.
Se è vero ed ammesso da tutti che l'inflazione è l'aumento continuo del livello generale dei prezzi determinato da un aumento abnorme della massa monetaria in circolazione, con la conseguenza che il medio circolante aumenta oltre i limiti rappresentati dai bisogni degli scambi generando così un aumento persistente dei prezzi dei beni … allora viene spontaneo chiedersi: chi genera l’abnorme aumento della massa monetaria?

Risposta: lo genera chi ha il potere di emettere moneta.
Domanda: chi ha il potere di emettere moneta, creandola dal nulla?
Risposta: le Banche Centrali, capaci di emettere banconote ex nihilo generando così un'esuberanza dei mezzi di pagamento rispetto ai beni disponibili.

Negli ultimi 300 anni di storia le Banche Centrali hanno eroso ai singoli Stati uno dei poteri fondamentali per un Paese, ovvero emettere la moneta di cui ha bisogno per gestire la spesa pubblica e di conseguenza i bisogni dei cittadini. Questo potere fondamentale adesso appartiene alle Banche Centrali, come la Banca Centrale Europea o la Federal Reserve , gruppi privatistici che si celano sotto la parvenza di istituzioni pubbliche e che continuano ad indebitare rispettivamente i Paesi di Eurolandia e Usa sotto la morsa di un crescente debito pubblico.
Le banche centrali e le banche commerciali sono in grado di emettere credito e denaro e grazie a questa forma di monopolio la massa monetaria viene contratta o espansa a tutto vantaggio di pochi potentissimi gruppi di potere.

L’inflazione e la deflazione, ossia l’espansione e la contrazione di credito e denaro, sono due strumenti monetari letali affidati alle banche, strumenti collegati a loro volta al potere di modificare il tasso di riferimento: questo tasso (prima deciso dalla Banca d’Italia, mentre dal 2004 è determinato con provvedimento della Banca Centrale Europea) rappresenta il tasso con cui la Banca centrale concede prestiti alle altre banche (dal 13/06/2007 è determinato al 4%) e sulla base di questo vengono determinati il tasso d'interesse, applicato dalle banche commerciali ai propri clienti che chiedono prestiti e mutui. Più i tassi sono bassi e più aumenterà la massa monetaria provocando inflazione, viceversa con tassi alti si generano fenomeni deflattivi.

Come direbbe Bukowski: “Dobbiamo rassegnarci ad annoverarci fra le perdite: qualsiasi mossa sulla scacchiera porta allo scacco matto.” Se noi cittadini rappresentiamo il re in scacco matto, di certo lo scenario generato dal sistema bancario è nettamente opposto, perché il “banco\a vince sempre”.
Le banche, generando inflazione, causano un aumento dei prezzi generalizzati e deprezzamento del denaro, ed incamerano il vantaggio di aver creato moneta ex nihilo; qualora invece le banche ci portano verso la deflazione generano insolvenza da parte della collettività ed una fase di recessione economica (se non c’è denaro non c’è scambio tra le controparti), traendo il vantaggio di appropriarsi di beni reali (aziende, case, terreni) messi come ipoteca o garanzia a fronte del debito contratto e divenuto insoluto.

Tutto questo scenario deprimente (negativo per noi, non certo per il cartello bancario) non accadrebbe se la sovranità monetaria fosse un potere gestito dallo Stato.
Già immagino i dubbi di alcuni lettori che si chiederebbero: “e chi mi dice che se lo Stato emettesse la propria moneta non si genererebbero pressioni inflazionistiche?”. A questa domanda cercherò di rispondere citando le teorie di un signore da molti considerato il più grande economista del XX secolo, John Maynard Keynes: l'aggiunta di nuova moneta all'economia non spinge al rialzo i prezzi fintanto che il denaro viene utilizzato per produrre nuovi beni e servizi perché l'offerta (beni\servizi) aumenterà insieme alla domanda (moneta).

Logico che se invece venga emessa moneta per arricchire i conti segreti a Panama o alle Cayman dei banchieri, anziché finanziare beni e servizi utili alla collettività, il tutto con la complicità di “burattini di facciata” e delle stanze di compensazione, qualsiasi mossa sulla scacchiera porterà sempre allo scacco matto. Si spera presto di acquisire la dote, o meglio la coscienza, di trasformarsi in giocatori di scacchi, non restare pezzi sulla scacchiera.
La gente non si rassegna alle piccole perdite; sono le grandi privazioni che inducono immediatamente alla rassegnazione … e il banco vince sempre.

Salvatore Tamburro

domenica 16 marzo 2008

Nella trappola della stupidità terminale


Con il crollo della Bear Stearns, una delle più colossali banche della globalizzazione, non sono più ammesse illusioni: è il nuovo ‘29. Moltiplicato però, in rapporto con il titanico moltiplicatore del debito (leverage) che la deregulation totale ha consentito ai predatori d’azzardo (1).

Adesso probabilmente sarà Lehman Brother a seguire Bear Stearns nel precipizio del nulla. Seguiranno «Fanny Mae» e Freddie Mac, le due agenzie semi-governative inventate durante il New Deal, che «garantiscono» il 60% del mercato dei mutui, pari a 11 trilioni di dollari (il PIL americano è sui 15 trilioni).

Quanto alle assicurazioni «monoline», che garantiscono i titoli di debito emessi dai municipi, Stati e contee americani, le loro azioni hanno perso il 90% dall’autunno: presto anche il mercati dei debiti pubblici locali, 2,6 trilioni di dollari, svanirà in una nube d’insolvenza: le autorità locali non avranno i mezzi per far funzionare scuole, servizi, ospedali, per assistere i poveri che cresceranno a milioni. I fondi pensione dovranno liquidare i loro portafogli azionari a mercato precipitante, azzerando le speranze di serena vecchiaia per altri milioni di persone.

Nel ‘29, la catastrofe fu molto meno rapida: fallirono 4 mila banche, per lo più piccole, e la cosa durò anni. Oggi la Union des Banques Suisses, è già nella morsa del crollo americano, prima ancora che Bear Stearns, la peste si espanda nel mondo fulminea. Alcune riflessioni si impongono.

La prima: gli Stati Uniti, e il loro «liberismo» propagandato come promotore di prosperità diffusa, hanno provocato i più gravi e ricorrenti danni economici della storia del mondo. La crisi del ‘29, che si trascinò fino al ‘39 quando la seconda guerra mondiale assunse il ruolo di «grande consumatrice» (di uomini, materiali e capitali), nacque in USA per le stesse identiche ragioni che hanno provocato la crisi incombente: deregulation, assenza di ogni controllo, vendite allo scoperto, corsa all’indebitamento di enti e famiglie, «creatività» finanziaria di Wall Street.

Lo hanno rifatto, ripetutamente, più volte: tutti sordi, economisti da cattedra e strateghi di Borsa, all’esperienza passata del distruttore americano. E tutte le volte, l’intervento pubblico, ideologicamente rigettato quando si trattava di privatizzare i profitti, fu invocato ed ottenuto dagli speculatori nel momento di rendere pubbliche le perdite loro.

Nel 1984 la Continental Illinois, che aveva puntato sul boom petrolifero del Texas proprio mentre stava esaurendosi, fu salvata con una iniezione di 4,5 miliardi di dollari. Nel 1998 il fondo speculativo Long Term Management Company, creato da due economisti-Nobel che sperimentarono le teorie per cui avevano ricevuto il premio, fu parimenti salvato dalla Federal Reserve e da un consorzio di banche: le teorie «razionali» premiate si rivelarono fallaci quando la Russia di Eltsin, saccheggiata dal capitalismo terminale, si rese insolvente.

Già allora la rovina coinvolse i BOT italiani e quelli spagnoli e danesi. Di mezzo ci sono state bancarotte argentine, thailandesi, messicane, indonesiane, indotte dai capitali roventi in cerca di profitti irreali in quei Paesi «emergenti». Come nulla fosse. L’ideologia liberista fu resa ancor più globale - interdipendenza totale delle economie nazionali, nessun dazio, nessuna paratia stagna contro l’alluvione americana.

Se ci sarà un futuro, gli storici del futuro racconteranno la triste storia di quando nel mondo «comandava» la più idiota delle superpotenze bottegaie mai apparse, la cui sete di profitti indebiti (tali sono quelli finanziari, se non lubrificano l’economia reale) ha oscurato ogni intelligenza ed ogni memoria. Si dovrà descrivere il liberismo planetario senza regole come l’epoca in cui chi guidava le cose pubbliche perse ogni senso di responsabilità, divenne un potere puramente criminale, volto a scremare profitti dal sangue di centinaia di milioni di lavoratori, di deboli che indebitava.

E non solo in America: la deregulation ha significato anzitutto l’abbandono di ogni dovere di responsabilità da parte delle classi dirigenti; in ogni luogo del pianeta la «privatizzazione» ha significato questo: ciascuno per sé, i meno forti vadano in rovina, a noi ricchi non importa. Questa è l’epoca in cui i popoli sono stati traditi dalla «democrazia».

Lo sapeva già il presidente Andrew Jackson, che disse nel 1828: «Il governo deve essere gestito nell’interesse del piantatore, del contadino, del meccanico, dell’operaio che formano il gran corpo della società degli Stati Uniti. Queste classi sanno che i loro successi dipendono dalla loro propria industriosità e risparmio, e non s’aspettano di diventare ricchi di colpo coi frutti delle loro fatiche. Ma questi sono in costante pericolo di perdere la loro onesta influenza sul potere a vantaggio degli interessi finanziari, che traggono il loro potere da una moneta cartacea che solo loro sono in grado di controllare». Parole inutili.

Dopo la guerra civile, gli interessi capitalistici formarono il Paese secondo i loro desideri, senza incontrare resistenza nei governi. In USA, tra il 1860 e il 1900 la produttività dei lavoratori crebbe di 15 volte (chi produceva per 1.540 dollari nel 1860 produsse nel ‘900 per 25 mila dollari), ma le loro paghe aumentarono nel quarantennio solo di 4 volte. Il salario annuale era di 297 dollari nel 1860, di 384 nel 1870, di 427 nel 1890. Nel decennio precedente il salario addirittura scese, a 345 dollari annui.

Come oggi, anche allora il boom dei capitalisti non fu che questo, retribuzione massima del capitale a spese della retribuzione del lavoro. Da questo deriva il denaro per le speculazioni fantasiose dei capitalisti, che portano a ricorrenti rovine. Questo è il sistema che noi europei abbiamo voluto adottare alla fine del ventesimo secolo - nessuna resistenza contro la globalizzazione ultra-liberista s’è mai alzata dalla «sinistra» e dai sindacati - con gli stessi risultati.

Negli anni ‘30, la resistenza ci fu: fu il «populismo» (2), furono, almeno inizialmente, i fascismi, la cui forza nativa fu nella spinta socializzatrice. Ma oggi, il capitale ha trovato il modo di neutralizzare la volontà popolare degli sfruttati, e l’ha chiamato «democrazia». Una versione speciale di democrazia. Lo ha spiegato Henry Liu, un economista americano di origine cinese.

Ecco la sua citazione (3): «Le elite potenti e privilegiate hanno trovato uno scudo efficace contro il populismo attraverso la strumentalizzazione tortuosa del principio costituzione dei diritti delle minoranze, che originariamente era stato concepito come difesa dei deboli e dei senza-potere. il termine ‘minoranza’ fu originariamente inteso a denotare quelli con meno potere, non quelli in piccolo numero».

Ah già: questi nostri anni di irresponsabilità terminale saranno ricordati come quelli in cui ci si batteva per i diritti dei gay alle nozze, per i diritti degli ecologisti, o dei drogati, o degli immigrati clandestini, per l’eutanasia, per l’aborto, a difesa di speciali «minoranze» le cui rivendicazioni servirono solo ad oscurare i bisogni essenziali della maggioranza popolare, a dividere tale maggioranza con falsi problemi.

Gli anni del capitalismo sregolato sono quelli in cui gli speculatori promossero i «diritti delle minoranze», quelli in cui transessuali travestiti entrarono nei Parlamenti. A tradire la democrazia, applicandola ad absurdum. Mentre gli operai erano pagati sempre meno ed erano sempre più precari. Bravo Henry Liu. Ci sarebbe bisogno di lui in Cina.

Perché nella grande tempesta di idiozia che segna il capitalismo estremo, non bisogna dimenticare la Cina, col suo governo di nomenklatura autodefinitasi «comunista». Il «comunismo» mercantile ha abbracciato la globalizzazione con dissennato entusiasmo, facendosi il fornitore del consumismo americano più cretino. Ha guadagnato montagne di miliardi di dollari, le sue «riserve». A che cosa si sono ridotte le riserve cinesi, in dollari che hanno perso il 50% del loro valore nel giro di settimane, e che stanno per diventare carta verde buona da riciclare o bruciare?

Peter Schiff, l’economista che è consulente di Ron Paul, prevede un collasso totale del dollaro a breve termine come moneta di riserva mondiale (4). La Cina si è legata da sola al destino americano, del suo maggior cliente globale. Gli ha fornito i soldi per comprare le sue merci a credito, e ne ha ricevuto montagne di Buoni del Tesoro, carta da cesso che ha tesaurizzato. Ora, per salvare i suoi risparmi, tenta ridicolmente di sostenere il dollaro, la moneta del suo nemico teorico nella prossima grande guerra mondiale.

L’economia cinese è tanto incastrata con quella economia americana, che la sta per seguire nel precipizio, come un prigioniero incatenato ad una carcassa di bue obeso e morto. Chi comprerà le sue merci?

L’illusione di aver raggiunto lo status di superpotenza è stata breve: Cina e India insieme, i cui immensi popoli a bassi salari consumano meno di 600 milioni di dollari l’anno (una frazione ridicola del consumo degli americani) non possono certo sostenere la «domanda globale». Questi allievi ingenui del cattivo maestro globale hanno voluto le loro Borse: oggi sono bolle finanziarie gonfiate di valori irreali, che stanno cadendo a precipizio in sincronia con Wall Street.

Per la Cina, il risultato prevedibile sarà una recessione importata, con inflazione congiunta, e disordini sociali delle sue masse mal pagate che hanno appena odorato il falso paradiso dei «consumi» superflui e delle false griffes. La subalternità europea all’ideologia totalitaria ultima non ci stupisce, non più: siamo goym scodinzolanti. Ma due Paesi immensi, che avevano la forza demografica e culturale di imporre un nuovo modello di sviluppo sociale e un nuovo «comando» nel mondo, sono invece subalterni del cattivo maestro planetario.

Infatti, come reagisce Pechino alla crisi? «Dopo una pausa di oltre un anno, il governo ha riaperto la porta della sua Borsa ai capitali esteri, contando così di rialzare i corsi delle azioni in yuan». Ciò, si noti, su pressione di Washington, di «aprire di più i suoi mercati» (5).

Il primo capitale estero cui Pechino ha aperto le porte è il Fondo Pensioni Norvegese, fondo sovrano, in cui sono ammassati gli introiti petroliferi del Mare del Nord. Comprerà azioni a Shanghai negli attuali prezzi bassi, farà buoni profitti e se ne andrà. E’ il fondo più colossale della storia, il norvegese: abbastanza grosso da manipolare i prezzi nella Borsa di Shanghai, proporzionalmente minuscola, a danno dei piccoli risparmiatori cinesi. D’altra parte che fare?

Sono le leggi del «mercato», cui la Cina aderisce. Quel «mercato» che sta crollando sotto i nostri occhi ciechi. Sì, ricorderemo questa come l’epoca in cui comandò la stupidità, e l’irresponsabilità guidò le nostre vite verso la penuria globale di cibo e di carburante, nell’eclisse del buonsenso.

Maurizio Blondet
www.effedieffe.com


1) Ambrose Evans-Pritchard, «Bear Stearns exposed as a bank saddled with toxic sub-prime debt», Telegraph, 14 marzo 2008.
2) Un People’s Party esistette in USA fin dal 1891, sin dall’inizio contrastò duramente il capitalismo di ventura in nome di un socialismo nazionale, di cui i detrattori avrebbero sottolineato in eterno le affinità col fascismo. I «populisti» ebbero molti leader, nessuno riuscì ad imporre una riforma del capitalismo americano, alcuni furono uccisi in attentati. Valga qui, per le concezioni del populismo, la frase che pronunciò William Jennings Bryan, un candidato democratico: «There are two ideas of government. There are those who believe that if you just legislate to make the well-to-do prosperous, their prosperity will leak through on those below. The Democratic idea has been that if you legislate to make the masses prosperous, their prosperity will find its way up and through every class that rests on it ... Having behind us the producing masses of this nation, and the world, supported by the commercial interests, the labor interests, and the toilers everywhere, we will answer their demand for a gold standard by saying to them: You shall not press down upon the brow of labor this crown of thorns, you shall not crucify mankind upon a cross of gold». (Ci sono due idee di Stato. Ci sono quelli convinti che se tu fai leggi per rendere più prosperi i benestanti, la loro prosperità finirà per gocciolare su quelli che stanno sotto. L’idea democratica è che se tu fai leggi per migliorare la vita delle masse, la loro prosperità salirà alle classi superiori che dal lavoro delle masse dipendono. Avendo dietro di noi le masse della nazione, e i lavoratori del mondo, noi rispondiamo alla domanda di un gold standard (che significava: cambi fissi, rigore tipo BCE, unità monetaria di fatto, ndr.) con queste parole: voi non calcherete sulla testa dei lavoratori questa corona di spine, non inchioderete l’umanità a una croce d’oro).
3) Henry C. Liu, «The shape of US populism», Asia Times, 14 marzo 2008.
4) Steve Watson, «Leading economist: dollar faces outright collapse», PrisonPlanet, 14 marzo. Schiff dice: «The decline could accelerate rapidly. The world is still holding a lot of dollars it doesn’t need». Schiff paventa la fuga dal dollaro simultanea dei Paesi con forti riserve (arabi petroliferi e Cina), anche attraverso l’abbandono del legame delle loro monete col dollaro, che sta facendo imbarcare inflazione all’interno.
5) Sally Wang, «China opens door wider to foreign funds», Asia Times, 14 marzo 2008. «The move seems to have renewed xenophobic feelings among many Chinese small investors and some market analysts, who say the move benefits foreigners who can buy Chinese shares cheap, given the current low prices, and sell them later to make profits». Segno che la sfiducia e il disprezzo della Casta - di ogni Casta locale - dilagano, vero fenomeno globale genuino.

mercoledì 30 gennaio 2008

Sistema bancario e riforma fascista

di Raffaele Ragni www.rinascita.info
Le prime forme di attività bancaria risalgono alle antiche civiltà mediorientali e mediterranee. Già presso gli assiro-babilonesi e gli egiziani vi erano particolari luoghi, in genere templi, dove venivano ammassati i metalli preziosi allo scopo, non solo di custodia, ma anche di deposito per i pagamenti a distanza. Nelle città greche operavano banchieri privati - i cosiddetti trapeziti - che ricevevano moneta in deposito, effettuavano cambio di valute, pagamenti e riscossioni per conto terzi, concedevano prestiti su pegno e crediti di tipo ipotecario. In età ellenistica sorsero banche pubbliche con funzioni di tesoreria. Nel mondo romano i banchieri - detti argentarii, nummullarii, collectarii - oltre alle operazioni in uso presso i greci, effettuavano speculazioni su prodotti agricoli ed appalto di imposte.
Con l’affermazione della civiltà feudale e dell’economia curtense, l’attività creditizia assunse forme nuove. Dal secolo XIII, accanto ai cambiavalute, si diffusero in tutta Europa le figure del mercante-banchiere e dell’orafo. Essi custodivano le monete affidate loro dai clienti, accertandone il titolo e il valore, ed effettuavano operazioni di prestito e pagamenti anche in località lontane tramite propri corrispondenti in loco. L’insicurezza delle strade e la grande confusione monetaria causata dall’esistenza di più monete di diverso titolo, insieme alle frequenti alterazioni del contenuto di metallo fino apportate dai principi e dai privati, accrebbero la rilevanza sociale dell’attività svolta dalle nascenti imprese creditizie.
Fin dal XII secolo, i banchieri privati accoglievano depositi in moneta metallica, con impegno di rimborso a richiesta del cliente, ed erano disposti a trasferire la disponibilità dei depositi da una persona all’altra mediante annotazioni contabili, da cui la denominazione di banchi di deposito e di giro. Nei secoli XVI e XVII, sia per garantire i depositanti che per finanziare lo Stato, fiorirono in tutta Europa banchi pubblici di deposito e di giro. Dopo la nascita della Banca d’Inghilterra (1694) si assisterà nei secoli seguenti alla progressiva differenziazione delle funzioni bancarie: da un lato gli istituti di emissione, ad un tempo organi della circolazione monetaria e banche centrali, dall’altro le banche commerciali e le banche di deposito che svolgevano funzione di intermediazione creditizia a vantaggio del mondo produttivo.
Per molti secoli il diritto di battere moneta fu riservato allo Stato. Questo fondamentale requisito della sovranità consisteva nel coniare monete metalliche in apposite fonderie pubbliche chiamate zecche e metterle in circolazione con valore di moneta legale. I titoli di credito all’ordine di natura cartacea emessi dai banchieri privati, previa annotazione contabile nei rispettivi registri, erano utilizzati nelle transazioni commerciali, ma non avevano funzione di moneta. Potevano sostituirla solo perché vi era fiducia presso il pubblico che il banchiere, a richiesta, li avrebbe convertiti in moneta metallica. In seguito, con l’evolversi delle prime lettere di cambio e delle note di credito in banconote, queste ottennero il riconoscimento dallo Stato come mezzi di pagamento dotati di potere liberatorio generale, ed entrarono a far parte della moneta legale, che divenne quindi di tue tipi: metallica e cartacea.
Le lontane origini degli attuali istituti di emissione si possono rinvenire, quanto alla funzione, negli antichi banchi di deposito e di giro sorti nel XII secolo, ed in particolare in quelli pubblici del XVI secolo. La loro struttura è invece assimilabile a quella delle banche private che ottennero il privilegio dell’emissione di biglietti in cambio dell’aiuto finanziario offerto allo Stato, e precisamente la Banca d’Inghilterra (1694) e la Banca di Francia (1800). La facoltà di emettere banconote con valore di moneta legale inizialmente fu estesa a molteplici istituti in concorrenza tra loro, che si organizzarono tutti sul modello inglese e francese. In seguito, prevalse l’orientamento di limitare il privilegio dell’emissione a poche banche, e col tempo affidare il monopolio ad un unico istituto.
In Italia, nel primo decennio di storia unitaria, operavano cinque banche di emissione: la Banca Nazionale del Regno d’Italia, la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di Credito, il Banco di Napoli ed il Banco di Sicilia. Dal 1870 fu riconosciuta la facoltà di emissione anche alla Banca Romana, per cui gli istituti con tale privilegio divennero sei. Nel 1893 la Banca Romana, travolta da un celebre scandalo, fu messa in liquidazione ed assorbita dalla Banca Nazionale del Regno d’Italia. Nello stesso anno fu istituita la Banca d’Italia, in seguito alla fusione tra Banca Nazionale del Regno d’Italia, Banca Nazionale Toscana e Banca Toscana di Credito. Al nuovo istituto fu attribuita la facoltà di emettere moneta, già spettante al Banco di Napoli ed al Banco di Sicilia, per cui le banche d’emissione si ridussero a tre.
Fino all’avvento del fascismo, il sistema bancario italiano si caratterizzava per l’assenza di una specifica normativa di settore. L’attività creditizia era assimilata alle altre attività commerciali. Non c’era distinzione tra attività creditizie ed attività di emissione. Qualsiasi impresa bancaria, previa autorizzazione del governo, poteva emettere titoli al portatore pagabili agli sportelli. Una regolamentazione giuridica speciale era prevista soltanto per gli istituti di credito fondiario, gli istituti di credito agrario, gli istituti di credito per le imprese di pubblica utilità. Nel 1888 le casse di risparmio ottennero la qualifica di enti creditizi e furono staccate dalle Pubbliche Amministrazioni che le avevano costituite.
Lo Stato liberale, per attrarre capitali stranieri sia nel settore creditizio che in quello industriale, perseguì una politica di deregolamentazione. Fino al 1865 un minimo di vigilanza era affidato a commissari facenti capo ad una divisione del Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio. Nel 1866 fu istituito il Sindacato delle società commerciali ed istituti di credito, con compiti di istruttoria per il rilascio dell’autorizzazione governativa e di vigilanza delle società costituite. Nel 1869 il sindacato fu soppresso e sostituito da Uffici provinciali di ispezione, composti dal Prefetto e da due membri eletti ogni biennio dalla locale Camera di Commercio. Tale regime fu abolito dal nuovo codice di commercio (1882) che equiparò le imprese esercenti il credito alle altre imprese commerciali, con in più l’obbligo di presentare al Tribunale del Commercio una relazione mensile sulle operazione svolte. Il denaro prodotto servì a finanziare le concentrazioni monopolistiche in diversi settori industriali, ma non a sanare il divario economico tra regioni italiane.
Appena giunto al potere, il fascismo riorganizzò il sistema creditizio italiano secondo un profilo gerarchico che subordinava l’economia alla politica. La legge bancaria del 1926 razionalizzò i rapporti di vertice. La facoltà di emissione fu sottratta al Banco di Napoli ed al Banco di Sicilia e concentrata nella Banca d’Italia, che divenne così l’unico istituto di emissione dello Stato italiano. Il Ministro per le Finanze ed il Ministro per l’Economia Nazionale avevano il potere di concedere e ritirare l’autorizzazione per la costituzione di nuove banche, l’apertura di filiali e la fusione di banche già esistenti. La Banca d’Italia assunse il ruolo di banca centrale e le fu riconosciuta la natura di ente pubblico. Oltre a diventare l’unico istituto di emissione, svolgeva funzioni di vigilanza su tutte le banche: riceveva rapporti periodici ed aveva potere di ispezione. In seguito acquisì anche la vigilanza sui cambi.
La successiva legge bancaria del 1936 sottopose il sistema bancario italiano al potere di indirizzo e di controllo del governo, riducendo fortemente i margini di autonomia e indipendenza della stessa Banca d’Italia. Al vertice del sistema creditizio fu posto un Comitato di Ministri - diretto dal presidente del Consiglio, cioè da Benito Mussolini, e composto dai Ministri di Finanza, Agricoltura, Economia Nazionale - che poteva perseguire scopi di politica economica anche attraverso interventi selettivi sulle scelte delle imprese bancarie. La funzione di vigilanza fu sottratta alla Banca d’Italia ed attribuita ad un organo della Pubblica Amministrazione definito Ispettorato per la difesa del risparmio e l’esercizio del credito, che era presieduto dal Governatore della Banca d’Italia, ma svolgeva soltanto funzioni ausiliarie del comitato diretto dal Duce.
La normativa del 1936 confermò la distinzione, introdotta dalla precedente legge del 1926, tra istituti di credito - che raccoglievano risparmio a medio e lungo termine - ed aziende di credito - che raccoglievano risparmio a breve termine. Il fine era di bandire dal sistema uno dei principali amplificatori della crisi del 1929, cioè la banca mista - che utilizzava fondi raccolti a breve dai risparmiatori per finanziare a medio e lungo termine la costituzione e l’aumento del capitale fisso delle imprese – e di affermare una rigida specializzazione dell’attività creditizia basata sulla indicazione formale della durata delle operazioni. Fu tuttavia accentuata l’impostazione pluralista del sistema, conservando una disciplina speciale per alcune categorie di banche: istituti di credito di diritto pubblico, banche di interesse nazionale, casse di risparmio, monti di credito su pegno, banche popolari, casse rurali e artigiane.
La classe politica del dopoguerra ha dapprima snaturato e poi cancellato la riforma bancaria fascista. Per finanziare la ricostruzione postbellica, le aziende di credito - che avrebbero dovuto esercitare solo il credito a breve termine - finirono con l’esercitare anche il credito a medio e lungo termine attraverso sezioni speciali, dotate di autonomia organizzativa, o istituti giuridicamente autonomi ed appositamente costituiti, verso cui le banche fungevano da agenzie per la raccolta dei fondi da essi amministrati. Di fatto rinasceva la banca mista. Le sue appendici, oltre che a finanziare lo sviluppo - ciò almeno in teoria - servivano a dare posti di lavoro alle clientele partitiche. La dottrina si adeguò alla nuova logica clientelare. Fu abbandonata la distinzione basata sulla durata delle operazioni, che distingueva le imprese bancarie in aziende o istituti, e fu accolta la distinzione basata sulla natura del credito, che definiva ordinario quello a breve termine e speciale quello a medio e lungo termine.
Fino al Testo Unico del 1993, che ha epurato il sistema bancario italiano da ogni residuo della legislazione fascista. Hanno prevalso la specializzazione ed il pluralismo dei soggetti, con normative differenziate in base al tipo di banca.
Con la progressiva attenuazione della specializzazione funzionale e l’allargamento della gamma di servizi offerti, la banca ha finito per configurarsi come un department store of finance, una sorta di grande magazzino dove si vende moneta - quindi sia denaro che capitale - in tutte le forme possibili: prodotti creditizi, finanziari, assicurativi. A livello mondiale è in atto un processo di concentrazione delle aziende di credito, attraverso fusioni ed incorporazioni, ciò al fine di conseguire economie di scala non diversamente da quanto avviene in ambito industriale. Con la formazione di potenti gruppi a dimensione planetaria, il settore creditizio - che è uno dei pochi settori realmente globale - ha assunto da tempo le caratteristiche tipiche dei mercati oligopolistici.

lunedì 24 dicembre 2007

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La verità è quella che vi dicono. E poi il problema in Italia non è mai stato tanto di saperla, ma che saputala tutto resta uguale. Credete forse oggi voi di essere liberi? Votate per dieci volte l'anno gente che a volte neanche conoscete e che una volta eletta fa ciò che vuole, acciuccia e si spartisce.
Sempre comanderà un'oligarchia che vi inganna col gioco delle parti.

E allora? Dov'è povero postero il guadagno?
La dittatura è un sistema per opprimere il popolo.
La democrazia è un sistema per costringere il popolo a opprimersi da solo.

Ma ricordate: un popolo che perde la sua memoria...
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