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"Nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario"
George Orwell
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giovedì 7 agosto 2008

USA: comincia il grande esproprio, fase 2


La crisi dei sub-prime e la recessione in USA ha un effetto paradossale: gli speculatori finanziari che hanno provocato il collasso del sistema si buttano a comprare infrastrutture pubbliche. Aeroporti, autostrade, ponti e acquedotti dei governi locali, Stati e municipi, che sono disperatamente a corto di fondi e sono ben contenti di fare cassa (1).

Ma più contenti sono gli speculatori, attanagliati dalla crisi del credito, e che non vedono più i profitti favolosi di quando inondavano il mondo di prodotti derivati e di altre creazioni dell’ingegneria finanziaria. Prima si sono buttati sulle materie prime, lucrando sui rincari del petrolio e dei grani (da loro stessi provocati). Ora che anche le materie prime calano, dove investire per profitto?

«Quando non sei sicuro di alcun altro investimento, metti i soldi in una strada a pedaggio», dice John Schmidt, della Mayer Brown LLP di Chicago (indovinate a quale piccolo popolo appartiene la ditta): «Gli introiti sono stabili e prevedibili. Non diventi ricco sfondato, ma hai un flusso di cassa continuo».

Così, le infrastrutture pubbliche, costruite col denaro dei contribuenti, diventano private. E gli introiti di tariffe e pedaggi di tali infrastrutture sono privatizzati anch’essi.

Il caso più paradossale è quello di New York. Dove gli introiti fiscali sono diminuiti drasticamente, perchè sono diminuti i profitti della speculazione di Wall Street, primo contribuente della metropoli. Il governatore, David Paterson, ora spera che Wall Street compri quote di infrastrutture, per non aumentare le tasse, ed ha battezzato l’operazione «partecipazioni pubblico-private». Goldman Sachs è molto interessata, ed ha offerto la sua consulenza (a pagamento). Ci sono, spiega Greg Carey, capo della sezione infrastrutture della Goldman, da 75 a 150 miliardi di dollari pronta cassa da investire in «attivi fisici».

Dall’altra parte, 29 Stati degli USA più il District of Columbia (il distretto della capitale Washington) avranno un deficit fiscale di 49 miliardi di dollari nel 2009. E secondo la American Society of Civil Engineers, le infrastrutture americane hanno bisogno di 1,6 trilioni di dollari in 5 anni per la manutenzione ordinaria e straordinaria (sono state parecchio trascurate negli ultimi anni di boom finanziario).

Già la superbanca spagnola Abertis insieme a Cititgroup hanno offerto 12,8 miliardi di dollari per prendere in affitto per 75 anni il «Pennsylvania Turnpike», il sistema di autostrade (855 chilometri) che unisce i maggiori centri della Pennsylvania. Del resto il Chicago Skyway, un ponte stradale a pedaggio, è stato già ceduto nel 2005 dal municipio per 1,8 miliardi, ed ora il sindaco di Chicago si prepara a cedere in affitto il Midway Airport, il principale aeroporto. Già dal 2006 è finito ai privati (in affitto) l’«Indiana Toll Road», arteria a pedaggio dell’Indiana. Morgan Stanley sta dando la sua consulenza ad Akron, città dell’Ohio, per la cessione a privati del suo sistema di riciclaggio delle acque sporche e per la privatizzazione della lotteria di Stato.

«Le lotterie hanno un flusso di cassa stabile e alte barriere all’entrata (ossia: sono monopoli)», si entusiasma Rob Collins della Morgan sezione infrastrutture, «si auto-finanziano e richiedono spese capitali minime».

L’ultima frase è rivelatrice: le lotterie sono meglio delle strade, per i banchieri d’affari, perchè non ci sono spese di manutenzione. Il che significa che i privati, per strade e ponti, lesineranno i «costi» di mantenimento. Più del settore pubblico. Che dire?

E’ un caso di scuola: le «grandi depressioni» vedono sempre grandi trasferimenti di ricchezza reale, pagata dai più, nelle mani di pochi. E sempre gli stessi.

Infatti, il grande esproprio del capitalismo irresponsabile avviene in due fasi:

• Nel ciclo di boom economico, tutti i trucchi della finanza creativa si riducono ad un fatto molto semplice: retribuire il capitale più del lavoro, anzi a spese del lavoro. La finanza speculativa è un gioco a somma zero; infatti se qualcuno guadagna è perchè qualcun altro sta perdendo. Nella fase di boom, i lavoratori ricevono meno salario di quanto meritano per il loro contributo alla crescita. Ciò avviene limando le paghe, riducendo il personale (ogni volta che un’impresa riduce il personale, le sue azioni salgono, premiate dalla speculazione), oppure delocalizzando i lavori nei Paesi a salari infimi. In questa fase, i lavoratori sottopagati si vedono offrire «credito» per i consumi che non si possono permettere, e così - dopo aver ceduto parte del loro salario al capitale in forma di mancati aumenti - ne cedono un’altra quota pagando gli interessi al capitale speculativo, che li incoraggia a indebitarsi. In questa fase inoltre il capitalismo ideologico sputa sul settore pubblico, «poco efficiente», le cui infrastrutture «rendono poco», sicchè «non interessano agli investitori».

• Nella fase della depressione, d’improvviso il capitale speculativo comincia a interessarsi delle infrastrutture. Strade e ponti a pedaggio rendono poco? Sì, ma meglio di niente; e in più garantiscono flussi di cassa costanti. Inoltre, autostrade e ponti sono già lì. Il privato non ha bisogno di investire per costruirli; anzi, sono già ammortizzate da decenni. Nella fase della depressione, le infrastrutture - il patrimonio dei cittadini accumulato nei decenni - sono inoltre in offerta a prezzi stracciati; i politici di governo le offrono perchè hanno bisogno di denaro.

Ovviamente, cedendo in affitto o in proprietà i beni pubblici (a loro affidati), si privano per il futuro dei canoni, pedaggi e tariffe che tali patrimoni pubblici rendono. Ma che volete farci? Dovrebbero aumentare le imposte, ma ciò li renderebbe impopolari; meglio dunque cedere i gioielli dei cittadini.

Questa si chiama «democrazia di massa», ideologia ausiliaria del capitalismo da saccheggio. Gli economisti - ossia i custodi dell’ideologia - sono lì a gridare che «il mercato» sarà più efficiente della mano pubblica, che il privato «ottimizzerà» i costi delle infrastrutture. Non ci dicono come farà, il cosiddetto privato: lesinando ancor più sulla manutenzione. Facendo pagare pedaggi sempre più esosi su autostrade sempre più piene di buche. E’ così semplice, l’efficienza del capitalismo. Tutti gli economisti in cattedra non fanno altro che questo: occultare la questione della distribuzione della ricchezza (2).

Infatti, chi potrebbe scongiurare il doppio saccheggio, il grande trasferimento di ricchezza dai cittadini-contribuenti ai pochi privati? Solo dei governanti integri, che sentano profondamente la missione per cui sono stati votati, conservare ed aumentare il bene pubblico; politici capaci di porre regole al capitale selvaggio in nome del bene comune. Ma decenni di liberismo ideologico hanno appunto «consumato» questo tipo di personalità, le hanno fatte sparire.

Come ha scritto Cornelius Castoriadis, «il capitalismo ha potuto sopravvivere soltanto perchè ha ereditato una serie di tipi antropologici che non ha creato e non avrebbe potuto creare da sè: giudici incorruttibili, funzionari integri di stampo weberiano, educatori che si consacrano alla loro missione, operai dotati di coscienza professionale e così via. Questi tipi non nascono spontaneamente, ma sono stati creati in epoche storiche precedenti, in cui si faceva riferimento a valori non economici, allora consacrati e incontestabili: l’onestà, il servizio allo Stato, la trasmissione del sapere, lo zelo lavorativo. Oggi, nelle nostre società (economiciste-liberiste), questi valori sono divenuti notoriamente risibili, le uniche cose che contano essendo la quantità del denaro che si è intascato non importa come, e il numero di volte che si è apparsi in TV» (3).

Ecco il peggiore dei grandi saccheggi: la dissipazione - in nome del consumismo con pagamento rateale - del patrimonio impalpabile ma decisivo, quello dell’onestà pubblica, della solidarietà civica, del senso di missione per la propria nazione, della responsabilità civica verso le generazioni passate e future. Valori costruiti da altre epoche, organiche e tradizionali: ossia da tutta una civiltà dove il profitto economico non era l’istanza suprema, epoche che il gergo della democrazia cumula e demonizza sotto un unico termine: più o meno, come «fascismo».

I governanti che eleggiamo sono ormai i maggiordomi del capitale, al suo servizio esclusivo. Se almeno i capitalisti pagassero i loro enormi stipendi; no, anche quelli li paghiamo noi.

Perchè non sfuggirà che quel che accade oggi in USA, la cessione di patrimoni pubblici, in Italia è già avvenuto da tempo. Dai tempi dello yacht Britannia, in cui Draghi salì per vendere la roba nostra a lorsignori. Con la benedizione di Ciampi e degli altri Venerati Maestri: e ciò mentre i sindacati più potenti e costosi del pianeta badavano a tenere bassi i salari italiani. Tutta gente che resta al potere per servire loro, ma che continuiamo a pagare noi. E tanto, troppo.


Maurizio Blondet
www.effedieffe.com


NOTE
1) Jonathan Stempel, «Wall Street to privatize US infrastructures», GlobalResearch, 1 agosto 2008.
2) Bernard Maris, «Anti-manuale di Economia», Tropea Editore, 2005, pagina 15. Da cui traggo la seguente citazione, che illustra come il mercato, per esistere, debba creare artificialmente la scarsità e i bisogni: «Si deve capire bene che la scarsità non è assolutamente un dato naturale che si possa misurare per mezzo di indicatori oggettivi (...). La scarsità designa una forma di organizzazione specifica istituita dal ‘mercato’. Essa fa dipendere, in misura sconosciuta alle altre società, l’esistenza di ciascuno dalla sua sola capacità di procurarsene i mezzi senza poter contare sull’aiuto di altri. Qui appare con evidenza il fatto che la «libertà» e l’indipendenza dagli altri, che separa con tanta forza gli esseri umani nella società mercantile, assume la forma della solitudine e dell’eslusione». Michel Aglietta e André Orléan, «La monnaie entre violence et confidence», Parigi 2002.
3) Cornelius Castoriadis, «Gli incroci del labirinto», Firenze, 1998. Citato da Bernard Maris nell’Anti-manuale di economia (vedi sopra).

giovedì 22 maggio 2008

Inflazione e deflazione: collettività in scacco matto


Tutti bene o male sanno cos’è l’inflazione. Per citare una fonte autorevole, ad esempio, l’enciclopedia Zanichelli ne da questa definizione, considerandola come un: “Aumento prolungato del livello dei prezzi o diminuzione del potere d'acquisto della moneta.” In parole povere l’inflazione non è l’origine di un problema, bensì è da considerarsi un effetto, come conseguenza di azioni compiute a monte. Perché aumenta il livello dei prezzi e diminuisce il nostro potere d’acquisto? E’ ciò che ci si dovrebbe domandare prima di comparare numeri e grafici.
Mi soffermerei prima sulla causa che porta all’aumento del livello generale dei prezzi.

La principale causa generante l’inflazione, definita anche come “inflazione per eccesso di liquidità” è da imputare ad un eccessivo aumento di moneta in circolazione rispetto ai beni e servizi da acquistare.
Ciò significa che è avvenuto un deprezzamento della moneta, ovvero si richiedono più soldi per acquistare beni\servizi, perché ogni unità di denaro vale meno di quanto valesse prima: se prima i consumatori pagavano 1€ per comprare un chilo di pane, adesso ne pagano 2,50 €, tutto ciò perché nonostante si acquisti la stessa quantità di bene (un chilo), la moneta (l’euro in tal caso) ha perso valore, si è deprezzata.

Conseguenza diretta risulterà naturalmente la cosiddetta “perdita del potere d’acquisto”: nei casi di retribuzione fissa se prima con 1000€ al mese di salario potevo assicurarmi un paniere di 300 beni\servizi, adesso me ne potrò assicurare un paniere di 200 beni\servizi, ovvero la mia moneta ha perso potere d’acquisto e mi permette di godere di minor benefici rispetto a prima.
Tanto per citare qualche previsione sul “caro-vita” le associazioni dei consumatori, come Adusbef e Federconsumatori, hanno valutato rincari per l’anno 2008 fino a circa 1.700 euro a famiglia, valutando un nucleo familiare che ha un reddito annuo disponibile pari a € 28.500.

Fatta questa breve premessa, torniamo all’apice del problema.
Se è vero ed ammesso da tutti che l'inflazione è l'aumento continuo del livello generale dei prezzi determinato da un aumento abnorme della massa monetaria in circolazione, con la conseguenza che il medio circolante aumenta oltre i limiti rappresentati dai bisogni degli scambi generando così un aumento persistente dei prezzi dei beni … allora viene spontaneo chiedersi: chi genera l’abnorme aumento della massa monetaria?

Risposta: lo genera chi ha il potere di emettere moneta.
Domanda: chi ha il potere di emettere moneta, creandola dal nulla?
Risposta: le Banche Centrali, capaci di emettere banconote ex nihilo generando così un'esuberanza dei mezzi di pagamento rispetto ai beni disponibili.

Negli ultimi 300 anni di storia le Banche Centrali hanno eroso ai singoli Stati uno dei poteri fondamentali per un Paese, ovvero emettere la moneta di cui ha bisogno per gestire la spesa pubblica e di conseguenza i bisogni dei cittadini. Questo potere fondamentale adesso appartiene alle Banche Centrali, come la Banca Centrale Europea o la Federal Reserve , gruppi privatistici che si celano sotto la parvenza di istituzioni pubbliche e che continuano ad indebitare rispettivamente i Paesi di Eurolandia e Usa sotto la morsa di un crescente debito pubblico.
Le banche centrali e le banche commerciali sono in grado di emettere credito e denaro e grazie a questa forma di monopolio la massa monetaria viene contratta o espansa a tutto vantaggio di pochi potentissimi gruppi di potere.

L’inflazione e la deflazione, ossia l’espansione e la contrazione di credito e denaro, sono due strumenti monetari letali affidati alle banche, strumenti collegati a loro volta al potere di modificare il tasso di riferimento: questo tasso (prima deciso dalla Banca d’Italia, mentre dal 2004 è determinato con provvedimento della Banca Centrale Europea) rappresenta il tasso con cui la Banca centrale concede prestiti alle altre banche (dal 13/06/2007 è determinato al 4%) e sulla base di questo vengono determinati il tasso d'interesse, applicato dalle banche commerciali ai propri clienti che chiedono prestiti e mutui. Più i tassi sono bassi e più aumenterà la massa monetaria provocando inflazione, viceversa con tassi alti si generano fenomeni deflattivi.

Come direbbe Bukowski: “Dobbiamo rassegnarci ad annoverarci fra le perdite: qualsiasi mossa sulla scacchiera porta allo scacco matto.” Se noi cittadini rappresentiamo il re in scacco matto, di certo lo scenario generato dal sistema bancario è nettamente opposto, perché il “banco\a vince sempre”.
Le banche, generando inflazione, causano un aumento dei prezzi generalizzati e deprezzamento del denaro, ed incamerano il vantaggio di aver creato moneta ex nihilo; qualora invece le banche ci portano verso la deflazione generano insolvenza da parte della collettività ed una fase di recessione economica (se non c’è denaro non c’è scambio tra le controparti), traendo il vantaggio di appropriarsi di beni reali (aziende, case, terreni) messi come ipoteca o garanzia a fronte del debito contratto e divenuto insoluto.

Tutto questo scenario deprimente (negativo per noi, non certo per il cartello bancario) non accadrebbe se la sovranità monetaria fosse un potere gestito dallo Stato.
Già immagino i dubbi di alcuni lettori che si chiederebbero: “e chi mi dice che se lo Stato emettesse la propria moneta non si genererebbero pressioni inflazionistiche?”. A questa domanda cercherò di rispondere citando le teorie di un signore da molti considerato il più grande economista del XX secolo, John Maynard Keynes: l'aggiunta di nuova moneta all'economia non spinge al rialzo i prezzi fintanto che il denaro viene utilizzato per produrre nuovi beni e servizi perché l'offerta (beni\servizi) aumenterà insieme alla domanda (moneta).

Logico che se invece venga emessa moneta per arricchire i conti segreti a Panama o alle Cayman dei banchieri, anziché finanziare beni e servizi utili alla collettività, il tutto con la complicità di “burattini di facciata” e delle stanze di compensazione, qualsiasi mossa sulla scacchiera porterà sempre allo scacco matto. Si spera presto di acquisire la dote, o meglio la coscienza, di trasformarsi in giocatori di scacchi, non restare pezzi sulla scacchiera.
La gente non si rassegna alle piccole perdite; sono le grandi privazioni che inducono immediatamente alla rassegnazione … e il banco vince sempre.

Salvatore Tamburro

lunedì 19 maggio 2008

Il grandre spreco


Il mercato finanziario globale è divenuto «un mostro che va domato»: l’ha detto Horst Koehler, il presidente della Germania. La carica è ornamentale; ma il fatto che Koehler sia stato capo del Fondo Monetario Internazionale dice che la vastità della devastazione provocata dal capitalismo terminale senza regole sta creando, persino fra i sacerdoti del dogma iperliberista, sgomento e forse qualche dubbio.

Persino il Financial Times comincia a dubitare della «razionalità» ed «efficienza» di un «mercato senza confini» dove «il gestore del più grande hedge fund ha guadagnato 3 miliardi di dollari l’anno scorso», mentre ponevano le basi per la rovina di migliaia di piccoli risparmiatori, lavoratori e famiglie col mutuo variabile, nonchè dei fallimenti bancari a catena e della restrizione mondiale del credito.

Il giornale della City riconosce che 25 anni di «libero flusso di capitali, massiccio, istantaneo, e controllato solo da poche istituzioni finanziarie di pochissimi Paesi» ha prodotto «un’era di inquità oscene», dove i 1.100 più ricchi del mondo si sono accaparrati il doppio della ricchezza distribuita fra i 2,5 miliardi di uomini dello strato più povero (1).

Hanno raccomandato e imposto lo smantellamento dello «Stato sociale» in Europa, additando come modello il privatismo assistenziale americano e la mancanza di costi del lavoro cinese, nonchè la «flessibilità» (precarizzazione) come soluzione ai problemi della «concorrenza». Lo Stato spreca, ripetevano, solo il mercato sa come «allocare le risorse nel mondo più efficace».

Ora constatano che il trionfo del liberismo privatistico ha dato come risultato immensi sprechi di ricchezze, e la depressione economica planetaria. I soldi risparmiati smantellando sistemi previdenziali e sanitari sono finiti in mano a pochissimi che erano già ultraricchi, e che li hanno dilapidati, in lussi e speculazioni rovinose.

«I capi di multinazionali, che 30 anni fa guadagnavano 35 volte il salario di un dipendente medio, oggi prendono più di 350 volte». Il liberismo aveva promesso il benessere diffuso.

Ora il Financial Times si accorge che ha prodotto una inaudita concentrazione di potere in pochissime mani: «Le prime 50 banche controllano quasi 50 mila miliardi di dollari, un terzo di tutti gli attivi del mondo». A causa di questa concentrazione, quando è scoppiata la bolla dei subprime che ha innescato a catena le altre crisi, i «regolatori», le Banche Centrali e i governi, si son trovati a trattare con poche banche che sono più potenti di grandi Stati, ed hanno dovuto chiederne «la collaborazione su base più o meno volontaria».

Stramiliardari che avrebbero dovuto immediatamente essere arrestati per bancarotta fraudolenta, «campioni del non-intervento dello Stato nell’economia, hanno convinto i governi a curare le loro ferite» con iniezioni colossali di denaro dei contribuenti. Troppo grossi per fallire.

Paul Krugman (per la verità uno dei pochi economisti critici anche prima) sul New York Times ha deriso un sistema di liberismo senza regole studiato a tavolino «nelle università», dove si suppone che «i mercati siano composti da individui ben-informati e da imprese che agiscono razionalmente nel miglior interesse proprio e dei propri clienti, massimizzando le opportunità di profitto, impegnati a mantenere l’integrità del sistema da cui dipendono loro e le loro economie nazionali».

Secondo la teoria della perfetta razionalità del mercato senza norme, dice Krugman, il prezzo del greggio quadruplicato dovrebbe ottenere effetti razionali: la gente dovrebbe andare meno in auto e abbassare il termostato del calorifero, i padroni di pozzi petroliferi marginali rimetterli in funzione, le grandi petrolifere spenderebbero di più in nuove esplorazioni e in nuove raffinerie, le ditte automobilistiche produrrebbero auto più piccole e risparmiose; in breve, il petrolio tornerebbe a prezzi decenti, per la nota legge della domanda ed offerta.

Questo in effetti avvenne nel 1973, quando fu l’OPEC a rialzare il prezzo del greggio. Ma adesso non funziona. E dov’è l’intoppo?

Nella titanica speculazione puramente finanziaria che si è buttata sul mercato dei derivati petroliferi. Oggi, scrive William Pfaff, «nessuno speculatore che tratta in greggio se lo fa consegnare; invece, lo accaparra finchè il prezzo sale», e siccome la speculazione stessa continua a far salire i prezzi, il petrolio non giunge al mercato del consumo (2).

«Il trading speculativo si avantaggia su quarti di punto. Uno compra un contratto mentre il petrolio rincara, e lo rivende tre minuti dopo a un altro convinto che rincarerà ancora di più. Non è ignoto che gli speculatori, dopo comprato il contratto, spargono voci che implicano la penuria del bene, cosa non difficile da quando ci sono TV con trasmissioni finanziarie non-stop, che si aggrappano ad ogni straccio di notizia».

Così le Borse-merci, nate per stabilizzare i prezzi, si sono trasformate in mostri che ne amplificano selvaggiamente le variazioni. Ciò grazie alla lievità dei «margini», che i fautori del libero mercato senza regole hanno impedito agli Stati di alzare.

«In genere, per comprare un contratto future si chiede un margine del 10%. Metti sul piatto 10 mila dollari e compri un documento che vale 100 mila dollari di greggio. Ma non essere tirchio: metti sul piatto 100 mila dollari, e compri un contratto da un milione. Cinque minuti dopo, se il greggio rincara di un dollaro, hai fatto un milione».

Queste «non sono più normali transazioni tra produttori e consumatori, previste dalle regole economiche classiche» elaborate dagli economisti da università. «Questi commerci, privi di regolamentazione, non hanno più alcun ruolo economico utile; sono una forma di gioco d’azzardo professionale, e parassitario, che distorce le transazioni tra produttori e utilizzatori», ossia che strangola l’economia reale; e mentre la strangola, ne ricava profitti indebiti ed astronomici.

Anche le banche italiane, assicurazioni e grandi gruppi privatizzati (ENI, ENEL, fate voi) vantano profitti in crescita del 30-50%; e ciò, sulla pelle di una popolazione produttiva che si impoverisce di giorno in giorno. Occorre che siano gli inglesi e gli americani ad accorgersi che nel sistema c’è qualcosa di sbagliato, altrimenti i nostri Padoa Schioppa, Ciampi e simili continuano a ripetere la lezione che gli hanno insegnato. E le sinistre, insieme ai grandi media, a deridere Tremonti come «protezionista».

Le bancarotte fraudolente sempre più gigantesche - Enron, Parlamat, Société Generale, Northern Rock - non bastano a convincere questi servi sciocchi dei poteri forti. Deve venire Kenneth Griffin, gestore di uno dei più grossi fondi speculativi, il Citadel Investment Group (20 miliardi di dollari gestiti) a rivelare che la finanza internazionale è stata abbandonata al giudizio di «ragazzini appena usciti dalla business school, che controllano il mercato dei capitali in America», mentre i loro super-capi e amministratori delegati «capiscono solo in parte» il tipo di affari che questi ventenni stanno facendo.

Bisogna che sia il Financial Times, non Liberazione, a scrivere: «I pochi pesci grossi fanno miliardi sia che i mercati salgano o che scendano, e le loro banche strappano il sostegno dello Stato mentre i pesci piccoli perdono la casa». Griffin e il Financial Times, non Veltroni nè Berlusconi, parlano, ora, della necessità di «porre regole al mercato».

L’ex capo del fondo Monetario, Koehler, attacca le «grottesche remunerazioni» dei banchieri d’affari responsabili «della massiccia distruzione di ricchezza» che stiamo vedendo e soffrendo. E invoca il ristabilimento di «una coltura bancaria continentale europea».

Questo è il problema. La cultura economica europea c’era, si chiamava Stato sociale di mercato, si chiamava «modello renano». Creato da Stati autoritari (Bismarck, fu il primo a introdurre la previdenza obbligatoria per gli operai; Mussolini fu il primo a fare altrettanto in Italia), e adottato poi dalle cosiddette «democrazie» come dai socialismi riformisti, mirava a compensare le più scandalose iniquità fornendo a tutti un minimo di sicurezza davanti alla malattia e alla vecchiaia.

Lo scopo non era la massimizzazione razionale del profitto (individuale), bensì «dar fondamento ad un patto sociale che consenta la decente convivenza tra classi sociali differenti, e quindi un ordine che non sia solo costrittivo, di polizia» (3). Solo che, in mano alle «democrazie pluraliste», il modello s’è guastato: a causa della corruzione delle democrazie stesse.

Esempio: l’IRI, da ente di salvataggio di industrie e competenze nazionali strategiche, fu trasformato in distributore di tangenti ai partiti. Proprio questo ha consentito ai modellisti economisti anglo-americani di parlare di inefficienza del modello europeo-sociale, di additare l’aumento della spesa pubblica e gli sprechi, e di raccomandare (o imporre) il razionalismo iper-liberista, di stampo calvinista, dove il profitto è «l’oggettiva misura» della razionalità e della moralità. Ora, ricostruire quella cultura è possibile?

Un quarto di secolo di liberismo globale senza Stato ha devastato molto più che i beni materiali e reali. Ha devastato mentalità, cancellato anche la sola idea che il politico debba occuparsi di qualcosa chiamato «bene comune» e patto sociale; e se ancora qualcuno volesse nutrire una volontà di operare per regolamentare e ridistribuire, non avrebbe più le competenze per lanciare un New Deal del 21mo secolo.

Come dice benissimo Luigi Copertino nel suo ultimo saggio (4), nel liberismo mondiale «la flessibilità delle opzioni sociali, che dissolve ogni legame comunitario, rendendo a tempo determinato i rapporti di lavoro e quelli politici di cittadinanza», corrisponde perfettamente alla «flessibilità delle scelte morali che dissolve tutti i legami familiari, rendendoli assolutamente revocabili e temporanei».

Se volete il matrimonio temporaneo, perchè vi lamentate del vostro contratto di lavoro a termine? Se non vogliamo più gli obblighi che ci chiedeva la patria, perchè il gestore di fondi comuni dovrebbe sentirsi legato al bene dei concittadini poveri, e trattenuto dal ritagliarsi emolumenti di 3 miliardi di dollari l’anno, mentre milioni di suoi compatrioti perdono - per causa sua - la casa?

Nel liberismo globale, tout se tient. Ci ha voluti così, individualisti, sciolti da ogni obbligo durevole, perchè solo così diventavano efficienti «consumatori». Ora che ci ha lasciato poco da consumare, ci resta il precariato della vita, e - più irrimediabile - la perdita del senso del comune destino, e persino la capacità di ricostruirlo nella società.

Maurizio Blondet
www.effedieffe.com

giovedì 20 marzo 2008

L'Unione europea "fusa" nella Nato


Avverrà nel 2009. Tutto è già deciso, anche se come al solito sopra le teste dei cittadini europei e a loro insaputa. La UE sarà «integrata» nella NATO (1), o se volete la NATO nella UE: il che significa molte cose allarmati.

Anzitutto, in ogni caso, la militarizzazione dell’Europa per servire meglio agli Stati Uniti. Lo ha lasciato capire Jaap De Hoop Scheffer, segretario generale della NATO (tutta una carriera nell’eurocrazia a-democratica e mai votata) al German Marshall Fund di Bruxelles.

«Sono convinto che prendere sul serio la riforma della NATO significa cercare maggiori sinergie con l’Unione Europea», ha detto l’olandese: «Voglio vedere molta messa in comune delle nostre capacità, specialmente in aree come trasporti ed elicotteri, ricerca e sviluppo, armonizzazione e addestramento.…E’assolutamente essenziale che la totalità delle capacità che siamo capaci di generare da questo bacino di forze siano egualmente a disposizione della NATO e della UE».

Si legga bene l’ultima frase, la più inquietante, alla luce della insoddisfazione del Pentagono per la renitenza degli alleati europei a mandare rinforzi nelle zone di combattimento in Afghanistan. Nel progetto del massone olandese, uomo di fiducia delle entità sovrannazionali che l’hanno messo lì, le forze armate italiane o tedesche saranno automaticamente «a disposizione della NATO». Come anche della Unione Europea, dice mellifluo l’eurocrate olandese.
«Egualmente a disposizione».

E questo significa, tra le righe, qualcosa di ancora più inquietante: la trasformazione della NATO - che è nata come entità inter-statale, alleanza di Stati sovrani - in una UE burocratico-militare: e la UE è una entità non già inter-statale, ma sovra-nazionale; in essa gli Stati non hanno sovranità (2), e sono tenuti ad obbedire (ratificare) le normative confezionate dalle oligarchie di Bruxelles e dalle loro lobby di riferimento. La proposta di De Hoop Scheffer è dunque che la NATO diventi un nucleo militare sovrannazionale, i cui Paesi membri non possono negare «l’accesso» alle loro forze, soldati e armamenti.

Ma la NATO non è solo europea. E’ anche americana, anzi Washington esercita nella NATO la sua egemonia assoluta. Dunque, se De Hoop Scheffer l’avrà vinta, il Pentagono avrà «accesso diretto» alle forze armate dei venti Paesi europei della UE-NATO, senza possibilità per i Paesi membri di opporre un rifiuto. Da alleanza fra Stati sovrani a servitù totale, sovrannazionale.

Ciò che sta per nascere è un mostro geneticamente modificato, un ibrido «NEUTO» che unisce le peggiori caratteristiche oligarchico a-democratiche dell’Unione Europea con il militarismo neo-coloniale globale della NATO. Il peggio delle due cose. Sarà l’opaca oligarchia di Bruxelles a farci sapere che siamo in guerra, contro chi e a quale distanza dalla nostra area, e quali elementi delle forze armate ci toccherà fornire alle guerre decise non solo «altrove», ma non si sa bene dove, esattamente come non si sa dove e come la UE concepisca le sue «direttive» che dobbiamo applicare.

Questa opacità non è casuale, ma voluta. L’Unione Europea, che ha privato i governi della loro sovranità, non dichiara se stessa sovrana: è una entità di gestione, in qualche modo «a-politica», ed è proprio con questa scusa che può fare a meno del controllo democratico, di obbedire alla volontà popolare, di attenersi alle decisioni del parlamento (quello europeo è solo consultivo, ossia è niente).

Non ha potere legislativo, e il suo potere esecutivo è la «Commissione», nome che evoca non decisione politica, ma amministrazione burocratica. La Commissione non «decide», emana «regolamenti» e «direttive». E’ irresponsabile. Non può essere chiamata a rendere conto, né bocciata con elezioni. Questa assenza di sovranità, comodissima per l’oligarchia burocratica i cui membri si cooptano a vicenda, è peggio di ogni totalitarismo classico.

Conosciamo i danni che ha prodotto la (volontaria) rinuncia alla sovranità monetaria degli Stati europei, non sostituita dalla sovranità della UE: la Banca Centrale è totalmente irresponsabile e le sue azioni sono dettate da automatismi, dedotti dall’ideologia economica corrente, nella più assoluta indifferenza alla realtà e ai problemi dei popoli.

Portata nel settore militare, questa perdita di sovranità non sostituita da una sovranità politica europea (l’Europa non è nemmeno una federazione, è qualcosa di politicamente e giuridicamente indefinibile), porta ad esiti anche più devastanti. I burocrati possono decidere - ma non parleranno mai di decisione, mai se ne assumeranno la responsabilità - quanti uomini, elicotteri e cingolati l’Italia deve mandare in Afghanistan o, domani, in Georgia per difendere questa nuova «democrazia» dalla Russia.

In fondo, già abbiamo visto questa militarizzazione burocratica in Kossovo: la cui indipendenza è stata riconosciuta da tutti gli Stati membri su ordine oscuro (americano), e che la NATO sta difendendo sul terreno. Senza una minima discussione, un dibattito aperto di cui le opinioni pubbliche abbiano avuto notizia. Ora, con il Trattato di Lisbona che surrettiziamente viene imposto ad ogni Paese senza referendum, viene eliminato il diritto di veto dei singoli Stati: un’altra rinuncia a un elemento di sovranità.

La «riforma» della NATO cui allude l’olandese contempla la stessa meccanica: anche qui per decidere una guerra, un intervento «fuori area», basterà un voto di maggioranza, e i singoli Stati non avranno diritto di veto.

«Le due istituzioni saranno fuse in un’unica struttura imperiale e nessuno Stato membro può permettersi di opporsi ai dispiegamenti militari», come ha scritto Helga Zepp LaRouche. Senza discussione - almeno senza discussione aperta, in un qualche parlamento, riportata sui giornali - questo avverrà nel 2009.

«Come stanno le cose», ha detto De Hoop Scheffer, «mi aspetto che il lavoro su un nuovo Concetto Strategico comincerà nel nostro vertice del 2009, il 60mo anniversario della NATO. Gli anniversari nella NATO non celebrano solo le passate realizzazioni; anzitutto e più di tutto, riguardano il futuro. Con un nuovo presidente USA in carica, un nuovo atteggiamento francese verso la NATO [Sarko sta facendo rientrare la Francia nell’Alleanza Atlantica da cui De Gaulle l’aveva fatta uscire appunto perché ‘solo un capo di Stato votato può ordinare di mandare in guerra i suoi cittadini’), e una nuova dinamica nel processo di integrazione europea, penso che il nostro vertice 2009 produrrà un breve ma potente documento che riaffermi i duraturi fondamenti della cooperazione transatlantica nella sicurezza, e delinei i parametri basilari del nuovo Concetto Strategico. In mancanza di un termine migliore, chiamerò questo documento Carta Atlantica».

Un nuovo Trattato di Lisbona, dunque: una Costituzione che non si dichiara tale. Quanto ai «duraturi fondamenti della cooperazione militare transatlantica», sono stati rovesciati dalle volontà oligarchiche: la NATO era una alleanza «difensiva», volta a difendere l’Europa su suolo europeo; oggi è diventata una unione di forze neo-imperiali, impegnate out-of-area, in occupazioni come in Afghanistan, a sostegno di governi-fantoccio insediati da Washington. Anche questo, naturalmente, senza alcuna discussione aperta (3).

Il nostro presidente Napolitano ci esorterà a cooperare a quelle guerre, come ha esortato a ratificare il Trattato di Lisbona senza dibattito e men che meno per referendum, lui e gli altri Venerati (Gran) Maestri tipo Ciampi.E poi criticavano Licio Gelli.

Questi sviluppi occulti assumono un senso anche più inquietante nel contesto della crisi sistemica e del collasso finanziario globale. Già nel 1974 il Club di Roma aveva elaborato un modello computeristico in cui aveva «previsto» i problemi che ora sembrano avventarcisi contro tutti insieme: sovrappopolazione, penuria alimentare, esaurimento delle risorse, degrado ambientale… e le aveva salutate come «una opportunità». Una opportunità per instaurare un governo mondiale - ma non un governo politico, sovrano e dunque responsabile.

Il governo di una tecnocrazia autonominatasi maestra di saggezza, che si impone insensibilmente, attraverso una «educazione» delle masse (leggi: propaganda), che imponga nuovi valori, adatti a una «nuova umanità». «Oggi sembra che i valori vigenti, che sono insiti nelle società umane di ogni ideologia e religione, sono responsabili dei nostri problemi. Se si dovranno evitare le future crisi, come ri-dirigere questi valori?»: così si chiedeva il Club di Roma (4).

Oggi, possiamo constatare quanta strada sia stata fatta: oggi i valori vigenti sono quelli di una «nuova coscienza ecologica», quelli favorevoli alla limitazione delle nascite e all’accettazione dei «diversi» con pari diritti. E questi valori del politicamente corretto hanno sostituito ogni ideologia ed ogni religione. «L’analisi dei problemi e delle crisi che ci attendono», diceva nel ‘74 il consesso oligarchico, «indicano che occorre
1) una ristruturazione ‘orizzontale’ del sistema mondiale, ossia un cambiamento nelle relazioni tra nazioni e regioni, e
2) una ristrutturazione ‘verticale’, ossia drastici cambiamenti nello strato normativo, cioè
nel sistema di valori e di fini dell’uomo, necessari per risolvere le crisi energetiche, alimentari, eccetera. Intendiamo con ciò cambiamenti sociali e cambiamenti negli atteggiamenti individuali, che sono necessari perché possa aver luogo la transizione alla crescita organica».

Per crescita «organica» dell’umanità, il Club di Roma intendeva crescita insieme «sostenibile» (non troppa) e «interdipendenza» della produzione e commercio globali, l’attuale liberismo instaurato con così grandi benefici, ma governato dietro le quinte da organi sovrannazionali e non-sovrani (ossia non controllabili dalla volontà popolare).

«Lo sviluppo di cornici internazionali [….] essenziali per l’emergere di una nuova umanità diretta alla crescita organica diverrà una necessità da non lasciare alle buone volontà e alle preferenze. […] La NATO-Europa integrate sono appunto parte delle nuove cornici internazionali auspicate».

Ma si domandava il Club di Roma: «Avrà il genere umano la saggezza e la forza di volontà di mettere in atto una strategia adeguata a produrre la transizione? A considerare i precedenti storici, si possono avere legittimi dubbi - a meno che la transizione non avvenga per necessità. Ed è qui che le future crisi - nel campo dell’energia, dell’alimentazione e del resto - possono diventare catalizzatori del cambiamento, delle opportunità fortunate dietro le apparenze». Ed ecco che la Grande Crisi è qui. L’hanno provocata loro, per spingerci volenti o nolenti verso la «nuova umanità» necessaria?

Come minimo, l’hanno «prevista» da oltre trent’anni, ci hanno lavorato; il disastro che ci pare incontrollato e sparge il panico fra gli operatori di Borsa, può essere invece controllatissimo; le conseguenze di fame, disoccupazione, penuria, perdite di ricchezza e guerre, una «opportunità» da non perdere. Il governo mondiale avrà le forme extra-giuridiche dell’Europa: ossia delle azioni dietro le quinte, di entità che non rispondono a nessuno.

Il nuovo governo mondiale non sarà nemmeno un governo, ma un «ordine», una «direttiva», un insieme di «regolamenti».

Maurizio Blondet
www.effedieffe.com

1) Elaib Harvey, «NEUTO», The Brussels Journal, 16 marzo 2008.
2) Il concetto di «sovranità» non è ovviamente quantitativo: non ha alcuna relazione
con la maggiore o minor potenza di uno sStato. Uno Stato piccolo non è meno sovrano di uno Stato grosso e potente; la sua sovranità consiste nel fatto di potersi legare in alleanze ed accordi con altri Stati, o denunciare quegli accordi e ritirarsi da quelle alleanze. «Sovranità» è per gli Stati ciò che per gli individui è la libertà giuridica, libertà di assumere impegni contrattuali (e la responsabilità conseguente).
3) «Impedire la militarizzazione dell’Europa!», Eir Strategic Alert, 20 marzo 2008.
4) Tratto da «Mankind at the Turning Point: The Second Report to The Club of Rome (1974)», citato da Brent Jessop, «The transition to a totalitarian world government», .GlobalResearch, 18 marzo 2008.

domenica 16 marzo 2008

Nella trappola della stupidità terminale


Con il crollo della Bear Stearns, una delle più colossali banche della globalizzazione, non sono più ammesse illusioni: è il nuovo ‘29. Moltiplicato però, in rapporto con il titanico moltiplicatore del debito (leverage) che la deregulation totale ha consentito ai predatori d’azzardo (1).

Adesso probabilmente sarà Lehman Brother a seguire Bear Stearns nel precipizio del nulla. Seguiranno «Fanny Mae» e Freddie Mac, le due agenzie semi-governative inventate durante il New Deal, che «garantiscono» il 60% del mercato dei mutui, pari a 11 trilioni di dollari (il PIL americano è sui 15 trilioni).

Quanto alle assicurazioni «monoline», che garantiscono i titoli di debito emessi dai municipi, Stati e contee americani, le loro azioni hanno perso il 90% dall’autunno: presto anche il mercati dei debiti pubblici locali, 2,6 trilioni di dollari, svanirà in una nube d’insolvenza: le autorità locali non avranno i mezzi per far funzionare scuole, servizi, ospedali, per assistere i poveri che cresceranno a milioni. I fondi pensione dovranno liquidare i loro portafogli azionari a mercato precipitante, azzerando le speranze di serena vecchiaia per altri milioni di persone.

Nel ‘29, la catastrofe fu molto meno rapida: fallirono 4 mila banche, per lo più piccole, e la cosa durò anni. Oggi la Union des Banques Suisses, è già nella morsa del crollo americano, prima ancora che Bear Stearns, la peste si espanda nel mondo fulminea. Alcune riflessioni si impongono.

La prima: gli Stati Uniti, e il loro «liberismo» propagandato come promotore di prosperità diffusa, hanno provocato i più gravi e ricorrenti danni economici della storia del mondo. La crisi del ‘29, che si trascinò fino al ‘39 quando la seconda guerra mondiale assunse il ruolo di «grande consumatrice» (di uomini, materiali e capitali), nacque in USA per le stesse identiche ragioni che hanno provocato la crisi incombente: deregulation, assenza di ogni controllo, vendite allo scoperto, corsa all’indebitamento di enti e famiglie, «creatività» finanziaria di Wall Street.

Lo hanno rifatto, ripetutamente, più volte: tutti sordi, economisti da cattedra e strateghi di Borsa, all’esperienza passata del distruttore americano. E tutte le volte, l’intervento pubblico, ideologicamente rigettato quando si trattava di privatizzare i profitti, fu invocato ed ottenuto dagli speculatori nel momento di rendere pubbliche le perdite loro.

Nel 1984 la Continental Illinois, che aveva puntato sul boom petrolifero del Texas proprio mentre stava esaurendosi, fu salvata con una iniezione di 4,5 miliardi di dollari. Nel 1998 il fondo speculativo Long Term Management Company, creato da due economisti-Nobel che sperimentarono le teorie per cui avevano ricevuto il premio, fu parimenti salvato dalla Federal Reserve e da un consorzio di banche: le teorie «razionali» premiate si rivelarono fallaci quando la Russia di Eltsin, saccheggiata dal capitalismo terminale, si rese insolvente.

Già allora la rovina coinvolse i BOT italiani e quelli spagnoli e danesi. Di mezzo ci sono state bancarotte argentine, thailandesi, messicane, indonesiane, indotte dai capitali roventi in cerca di profitti irreali in quei Paesi «emergenti». Come nulla fosse. L’ideologia liberista fu resa ancor più globale - interdipendenza totale delle economie nazionali, nessun dazio, nessuna paratia stagna contro l’alluvione americana.

Se ci sarà un futuro, gli storici del futuro racconteranno la triste storia di quando nel mondo «comandava» la più idiota delle superpotenze bottegaie mai apparse, la cui sete di profitti indebiti (tali sono quelli finanziari, se non lubrificano l’economia reale) ha oscurato ogni intelligenza ed ogni memoria. Si dovrà descrivere il liberismo planetario senza regole come l’epoca in cui chi guidava le cose pubbliche perse ogni senso di responsabilità, divenne un potere puramente criminale, volto a scremare profitti dal sangue di centinaia di milioni di lavoratori, di deboli che indebitava.

E non solo in America: la deregulation ha significato anzitutto l’abbandono di ogni dovere di responsabilità da parte delle classi dirigenti; in ogni luogo del pianeta la «privatizzazione» ha significato questo: ciascuno per sé, i meno forti vadano in rovina, a noi ricchi non importa. Questa è l’epoca in cui i popoli sono stati traditi dalla «democrazia».

Lo sapeva già il presidente Andrew Jackson, che disse nel 1828: «Il governo deve essere gestito nell’interesse del piantatore, del contadino, del meccanico, dell’operaio che formano il gran corpo della società degli Stati Uniti. Queste classi sanno che i loro successi dipendono dalla loro propria industriosità e risparmio, e non s’aspettano di diventare ricchi di colpo coi frutti delle loro fatiche. Ma questi sono in costante pericolo di perdere la loro onesta influenza sul potere a vantaggio degli interessi finanziari, che traggono il loro potere da una moneta cartacea che solo loro sono in grado di controllare». Parole inutili.

Dopo la guerra civile, gli interessi capitalistici formarono il Paese secondo i loro desideri, senza incontrare resistenza nei governi. In USA, tra il 1860 e il 1900 la produttività dei lavoratori crebbe di 15 volte (chi produceva per 1.540 dollari nel 1860 produsse nel ‘900 per 25 mila dollari), ma le loro paghe aumentarono nel quarantennio solo di 4 volte. Il salario annuale era di 297 dollari nel 1860, di 384 nel 1870, di 427 nel 1890. Nel decennio precedente il salario addirittura scese, a 345 dollari annui.

Come oggi, anche allora il boom dei capitalisti non fu che questo, retribuzione massima del capitale a spese della retribuzione del lavoro. Da questo deriva il denaro per le speculazioni fantasiose dei capitalisti, che portano a ricorrenti rovine. Questo è il sistema che noi europei abbiamo voluto adottare alla fine del ventesimo secolo - nessuna resistenza contro la globalizzazione ultra-liberista s’è mai alzata dalla «sinistra» e dai sindacati - con gli stessi risultati.

Negli anni ‘30, la resistenza ci fu: fu il «populismo» (2), furono, almeno inizialmente, i fascismi, la cui forza nativa fu nella spinta socializzatrice. Ma oggi, il capitale ha trovato il modo di neutralizzare la volontà popolare degli sfruttati, e l’ha chiamato «democrazia». Una versione speciale di democrazia. Lo ha spiegato Henry Liu, un economista americano di origine cinese.

Ecco la sua citazione (3): «Le elite potenti e privilegiate hanno trovato uno scudo efficace contro il populismo attraverso la strumentalizzazione tortuosa del principio costituzione dei diritti delle minoranze, che originariamente era stato concepito come difesa dei deboli e dei senza-potere. il termine ‘minoranza’ fu originariamente inteso a denotare quelli con meno potere, non quelli in piccolo numero».

Ah già: questi nostri anni di irresponsabilità terminale saranno ricordati come quelli in cui ci si batteva per i diritti dei gay alle nozze, per i diritti degli ecologisti, o dei drogati, o degli immigrati clandestini, per l’eutanasia, per l’aborto, a difesa di speciali «minoranze» le cui rivendicazioni servirono solo ad oscurare i bisogni essenziali della maggioranza popolare, a dividere tale maggioranza con falsi problemi.

Gli anni del capitalismo sregolato sono quelli in cui gli speculatori promossero i «diritti delle minoranze», quelli in cui transessuali travestiti entrarono nei Parlamenti. A tradire la democrazia, applicandola ad absurdum. Mentre gli operai erano pagati sempre meno ed erano sempre più precari. Bravo Henry Liu. Ci sarebbe bisogno di lui in Cina.

Perché nella grande tempesta di idiozia che segna il capitalismo estremo, non bisogna dimenticare la Cina, col suo governo di nomenklatura autodefinitasi «comunista». Il «comunismo» mercantile ha abbracciato la globalizzazione con dissennato entusiasmo, facendosi il fornitore del consumismo americano più cretino. Ha guadagnato montagne di miliardi di dollari, le sue «riserve». A che cosa si sono ridotte le riserve cinesi, in dollari che hanno perso il 50% del loro valore nel giro di settimane, e che stanno per diventare carta verde buona da riciclare o bruciare?

Peter Schiff, l’economista che è consulente di Ron Paul, prevede un collasso totale del dollaro a breve termine come moneta di riserva mondiale (4). La Cina si è legata da sola al destino americano, del suo maggior cliente globale. Gli ha fornito i soldi per comprare le sue merci a credito, e ne ha ricevuto montagne di Buoni del Tesoro, carta da cesso che ha tesaurizzato. Ora, per salvare i suoi risparmi, tenta ridicolmente di sostenere il dollaro, la moneta del suo nemico teorico nella prossima grande guerra mondiale.

L’economia cinese è tanto incastrata con quella economia americana, che la sta per seguire nel precipizio, come un prigioniero incatenato ad una carcassa di bue obeso e morto. Chi comprerà le sue merci?

L’illusione di aver raggiunto lo status di superpotenza è stata breve: Cina e India insieme, i cui immensi popoli a bassi salari consumano meno di 600 milioni di dollari l’anno (una frazione ridicola del consumo degli americani) non possono certo sostenere la «domanda globale». Questi allievi ingenui del cattivo maestro globale hanno voluto le loro Borse: oggi sono bolle finanziarie gonfiate di valori irreali, che stanno cadendo a precipizio in sincronia con Wall Street.

Per la Cina, il risultato prevedibile sarà una recessione importata, con inflazione congiunta, e disordini sociali delle sue masse mal pagate che hanno appena odorato il falso paradiso dei «consumi» superflui e delle false griffes. La subalternità europea all’ideologia totalitaria ultima non ci stupisce, non più: siamo goym scodinzolanti. Ma due Paesi immensi, che avevano la forza demografica e culturale di imporre un nuovo modello di sviluppo sociale e un nuovo «comando» nel mondo, sono invece subalterni del cattivo maestro planetario.

Infatti, come reagisce Pechino alla crisi? «Dopo una pausa di oltre un anno, il governo ha riaperto la porta della sua Borsa ai capitali esteri, contando così di rialzare i corsi delle azioni in yuan». Ciò, si noti, su pressione di Washington, di «aprire di più i suoi mercati» (5).

Il primo capitale estero cui Pechino ha aperto le porte è il Fondo Pensioni Norvegese, fondo sovrano, in cui sono ammassati gli introiti petroliferi del Mare del Nord. Comprerà azioni a Shanghai negli attuali prezzi bassi, farà buoni profitti e se ne andrà. E’ il fondo più colossale della storia, il norvegese: abbastanza grosso da manipolare i prezzi nella Borsa di Shanghai, proporzionalmente minuscola, a danno dei piccoli risparmiatori cinesi. D’altra parte che fare?

Sono le leggi del «mercato», cui la Cina aderisce. Quel «mercato» che sta crollando sotto i nostri occhi ciechi. Sì, ricorderemo questa come l’epoca in cui comandò la stupidità, e l’irresponsabilità guidò le nostre vite verso la penuria globale di cibo e di carburante, nell’eclisse del buonsenso.

Maurizio Blondet
www.effedieffe.com


1) Ambrose Evans-Pritchard, «Bear Stearns exposed as a bank saddled with toxic sub-prime debt», Telegraph, 14 marzo 2008.
2) Un People’s Party esistette in USA fin dal 1891, sin dall’inizio contrastò duramente il capitalismo di ventura in nome di un socialismo nazionale, di cui i detrattori avrebbero sottolineato in eterno le affinità col fascismo. I «populisti» ebbero molti leader, nessuno riuscì ad imporre una riforma del capitalismo americano, alcuni furono uccisi in attentati. Valga qui, per le concezioni del populismo, la frase che pronunciò William Jennings Bryan, un candidato democratico: «There are two ideas of government. There are those who believe that if you just legislate to make the well-to-do prosperous, their prosperity will leak through on those below. The Democratic idea has been that if you legislate to make the masses prosperous, their prosperity will find its way up and through every class that rests on it ... Having behind us the producing masses of this nation, and the world, supported by the commercial interests, the labor interests, and the toilers everywhere, we will answer their demand for a gold standard by saying to them: You shall not press down upon the brow of labor this crown of thorns, you shall not crucify mankind upon a cross of gold». (Ci sono due idee di Stato. Ci sono quelli convinti che se tu fai leggi per rendere più prosperi i benestanti, la loro prosperità finirà per gocciolare su quelli che stanno sotto. L’idea democratica è che se tu fai leggi per migliorare la vita delle masse, la loro prosperità salirà alle classi superiori che dal lavoro delle masse dipendono. Avendo dietro di noi le masse della nazione, e i lavoratori del mondo, noi rispondiamo alla domanda di un gold standard (che significava: cambi fissi, rigore tipo BCE, unità monetaria di fatto, ndr.) con queste parole: voi non calcherete sulla testa dei lavoratori questa corona di spine, non inchioderete l’umanità a una croce d’oro).
3) Henry C. Liu, «The shape of US populism», Asia Times, 14 marzo 2008.
4) Steve Watson, «Leading economist: dollar faces outright collapse», PrisonPlanet, 14 marzo. Schiff dice: «The decline could accelerate rapidly. The world is still holding a lot of dollars it doesn’t need». Schiff paventa la fuga dal dollaro simultanea dei Paesi con forti riserve (arabi petroliferi e Cina), anche attraverso l’abbandono del legame delle loro monete col dollaro, che sta facendo imbarcare inflazione all’interno.
5) Sally Wang, «China opens door wider to foreign funds», Asia Times, 14 marzo 2008. «The move seems to have renewed xenophobic feelings among many Chinese small investors and some market analysts, who say the move benefits foreigners who can buy Chinese shares cheap, given the current low prices, and sell them later to make profits». Segno che la sfiducia e il disprezzo della Casta - di ogni Casta locale - dilagano, vero fenomeno globale genuino.

lunedì 10 marzo 2008

USA: ora il ciclone sulle credit cards


STATI UNITI: Studente della Central Washington University, dunque senza reddito, Seth Woodworth ha ricevuto una carta di credito: American Express. Si è trovato con un debito di 3 mila dollari. Soltanto ora ha capito che anche solo per ripagare 500 dollari di debito contratto con la carta di credito, al 16% d’interesse, se versa solo il rateo minimo, ci vogliono tre anni. Figurarsi tremila dollari. Ma il giovane Woodworth non è il solo diventare debitore insolvente appena messi i pantaloni lunghi.

Gli studenti americani sono 17 milioni. E il 75% di loro hanno una carta di credito, o anche due o tre. Nei campus universitari sciamano promotori finanziari (spesso essi stessi studenti che arrotondano così: ricevono da 5 a 10 dollari per ogni contratto) che attraggono i compagni con piccoli omaggi, un frisbee, una T-shirt, anche un Ipod, per fargli firmare il contratto. La promozione viene diretta persino a quindicenni delle high schools: «Ragazzi che si trovano con un debito di 15 mila dollari prima di aver raggiunto l’età in cui possono ordinare una birra in un bar», dice Business Week.

«Ho conosciuto studenti di scuola media superiore che hanno una situazione debitoria tale, che quando mostrano la carta di credito si vedono rifiutare il noleggio di un’auto», racconta la deputata democratica di New York Luise Slaughter.

L’American Express e le altre finanziarie più attive nell’aprire linee di credito a studenti senza reddito (Banl of America, Morgan Chase, Citibank) dicono, naturalmente, che offrono un servizio utile ai giovani e alle famiglie. Dopotutto, molti studenti USA hanno già contratto un mutuo per pagarsi l’università, «garantito» dai loro redditi futuri di laureati. Sostengono anche, le finanziarie, che forniscono tutte le informazioni necessarie, e che dopotutto gli studenti sono responsabili delle loro azioni.

Lo studente Ryan Rhodes, Università di Pittsburg, ricorda di aver fatto presente alla banca, prima di firmare il contratto per la credit-card, di non essere occupato. «Non ti preoccupare», è la risposta. Il già citato Woodworth ricorda di aver fatto presente il suo stato di disoccupato all’American Express, quando gli consegnarono la carta di credito. Va bene, di faremo un limite di credito di 6 mila dollari, spiegarono loro. Tre mesi dopo, American Express alzò il limite a 10 mila dollari. Possono sembrare cifre relativamente modeste (non poi tanto, nell’America di oggi). Ma sono l’inizio di un precipizio senza fondo, per la pratica delle agenzie di emissione detta «universal default». Cosa significa?

Mettiamo che uno studente - o anche un adulto - abbia due carte di credito; paga regolarmente i ratei su una delle due, ma salta uno o due pagamenti sull’altra. Da quel momento, le due banche (che ovviamente si scambiano le informazioni sulle insolvenze) caricano interessi del 30% su entrambe le carte. E’ appunto il caso in cui è incappato Woodworth.

«Non dormivo la notte», dice. I suoi genitori, dissanguandosi, l’hanno tirato fuori dalle grinfie dell’usuraio elettronico. Secondo le associazioni dei consumatori, è questo il motivo per cui le banche inseguono gli studenti, mentre negano le loro carte di credito ad adulti disoccupati: perché i primi sono vulnerabili alla pubblicità e alle promozioni, e per di più i loro genitori li tirano fuori dai guai. Gli studenti sono considerati selvaggina buona dall’industria delle credit-cards perché hanno alle spalle un «prestatore d’ultima istanza», le famiglie.

Resta lo strano fatto che in USA è possibile rifilare una carta di credito a un minorenne e pretendere da lui il pagamento, quando lo stesso minorenne è considerato irresponsabile in quasi tutte le altre attività. Non può comprare un pacchetto di sigarette in un supermercato. Non gli viene consentito di ordinare una birra in un bar. Un imberbe che vuole ordinare un whisky deve mostrare la carta d’identità con la sua data di nascita. Il politicamente corretto trova evidentemente un limite nelle ragioni della finanza speculativa.

Ora, finalmente, di fronte alle implosioni a catena delle montagne di debiti (dai mutui subprime ai fondi speculativi «leveraged», cioè altamente indebitati), i politici vogliono correr ai ripari prima che esploda anche la bolla degli studenti debitori. Tanto più che è imminente lo scoppio delle carte di credito degli adulti americani, ciascuno dei quali ha un debito, sulle sue targhette di plastica, di 7 mila dollari - su cui paga interessi fra il 18% e il 30%.

I democratici che controllano il Congresso minacciano di sottoporre a supervisione e controlli l’attività dei rifilare carte di credito nei licei ed università. Il senato USA terrà una serie di audizioni sulle pratiche più discutibili di questa «industria» (in USA la chiamano così) questo autunno, senza fretta. Barney Frank, deputato democratico (Massachusetts) ha minacciato leggi durissime. E la deputata Skaughter ha già deposto un progetto che limita la linea di credito che può essere estesa agli studenti al 20% del loro introito o a 500 dollari, ma solo se i genitori firmano il contratto insieme ai loro figli.

Ovviamente American Express e Bank of America e Morgan Stanley si oppongono a limiti e regolamentazioni, in nome del «libero mercato» e dell’ostilità all’intervento pubblico in economia. Si offrono, invece di darsi un codice di auto-disciplina, ossia di regolarsi da sole. Vista l’autodisciplina che la finanza creativa ha mostrato nel concedere mutui a milioni di persone che palesemente non potevano pagarli, e poi di rifilarli sotto forma di obbligazioni ad altri investitori, si può nutrire qualche dubbio sul senso di responsabilità degli usurai con la plastica.

Un esempio di come si sono auto-regolamentate le istituzioni finanziarie sta emergendo in queste ore: una trentina di grossi fondi speculativi (hedge fund) rifiutano di restituire ai loro clienti il denaro che i clienti hanno affidato loro, e che ora - nel clima di restrizione generale del credito - la clientela rivuole indietro in massa. Ciò, in base ad un codicillo del contratto che hanno fatto firmare ai clienti stessi, ovviamente a caratteri microscopici.

Il motivo del rifiuto è evidente: per fare cassa da restituire ai clienti, gli hedge fund dovrebbero vendere in massa e tutti insieme i presunti «attivi», ossia azioni e obbligazioni e «derivati» vari che hanno in portafoglio, e che in questo momento hanno quotazioni bassissime; ciò porterebbe a perdite enormi dei portafogli, oltrechè un altro tracollo a Wall Street. In più, siccome gli hedge fund si sono super-indebitati con le grandi banche per darsi i mezzi come moltiplicatori per i loro giochi d’azzardo, le banche creditrici esigerebbero restituzioni, via via che il «collaterale» a garanzia del debito - azioni obbligazioni e derivati - vengono esitati a valori scadenti. Queste «chiamate a margine» (margin calls, nel gergo), innescherebbero un circolo vizioso che porterebbe a bancarotta i fondi, e poi anche le banche.

Così hanno trovato la soluzione più comoda: tenersi - a norma di contratto - i soldi della clientela che li chiede indietro, per guadagnar tempo nella speranza (vana) che i mercati finanziari risalgano. Nel frattempo, gli hedge fund continuano a scremarsi commissioni di gestione sui capitali bloccati, pari al 2%. Il guaio è che questo blocco dei ritiri - una specie di corsa agli sportelli tipo ‘29, solo più sofisticata - coinvolge nella implosione della finanza USA le famiglie agiate, quelle che appunto più investono in hedge fund le loro notevoli liquidità, e che di colpo si trovano senza i soldi sperati, esattamente come gli insolventi dei mutui subprime.

Sono colpiti da questo congelamento anche i fondi pensioni e gli «endowments», le dotazioni di cui vivono le grandi fondazioni culturali, ma anche gli ospedali e le università di prestigio: risultato di donazioni, che questi enti hanno investito almeno in parte nei fondi speculativi alla ricerca di maggiori rendimenti.

L’implosione dei debiti, cominciata dai poveri insolventi con mutuo a tasso variabile, comincia a far scricchiolare i piani alti della ricchezza americana. E’ quel che si dice una crisi sistemica.

Maurizio Blondet
www.effedieffe.com

(Fonte: Business Week, «Majoring in credit-card debt», 6 marzo 2008)

mercoledì 30 gennaio 2008

Sistema bancario e riforma fascista

di Raffaele Ragni www.rinascita.info
Le prime forme di attività bancaria risalgono alle antiche civiltà mediorientali e mediterranee. Già presso gli assiro-babilonesi e gli egiziani vi erano particolari luoghi, in genere templi, dove venivano ammassati i metalli preziosi allo scopo, non solo di custodia, ma anche di deposito per i pagamenti a distanza. Nelle città greche operavano banchieri privati - i cosiddetti trapeziti - che ricevevano moneta in deposito, effettuavano cambio di valute, pagamenti e riscossioni per conto terzi, concedevano prestiti su pegno e crediti di tipo ipotecario. In età ellenistica sorsero banche pubbliche con funzioni di tesoreria. Nel mondo romano i banchieri - detti argentarii, nummullarii, collectarii - oltre alle operazioni in uso presso i greci, effettuavano speculazioni su prodotti agricoli ed appalto di imposte.
Con l’affermazione della civiltà feudale e dell’economia curtense, l’attività creditizia assunse forme nuove. Dal secolo XIII, accanto ai cambiavalute, si diffusero in tutta Europa le figure del mercante-banchiere e dell’orafo. Essi custodivano le monete affidate loro dai clienti, accertandone il titolo e il valore, ed effettuavano operazioni di prestito e pagamenti anche in località lontane tramite propri corrispondenti in loco. L’insicurezza delle strade e la grande confusione monetaria causata dall’esistenza di più monete di diverso titolo, insieme alle frequenti alterazioni del contenuto di metallo fino apportate dai principi e dai privati, accrebbero la rilevanza sociale dell’attività svolta dalle nascenti imprese creditizie.
Fin dal XII secolo, i banchieri privati accoglievano depositi in moneta metallica, con impegno di rimborso a richiesta del cliente, ed erano disposti a trasferire la disponibilità dei depositi da una persona all’altra mediante annotazioni contabili, da cui la denominazione di banchi di deposito e di giro. Nei secoli XVI e XVII, sia per garantire i depositanti che per finanziare lo Stato, fiorirono in tutta Europa banchi pubblici di deposito e di giro. Dopo la nascita della Banca d’Inghilterra (1694) si assisterà nei secoli seguenti alla progressiva differenziazione delle funzioni bancarie: da un lato gli istituti di emissione, ad un tempo organi della circolazione monetaria e banche centrali, dall’altro le banche commerciali e le banche di deposito che svolgevano funzione di intermediazione creditizia a vantaggio del mondo produttivo.
Per molti secoli il diritto di battere moneta fu riservato allo Stato. Questo fondamentale requisito della sovranità consisteva nel coniare monete metalliche in apposite fonderie pubbliche chiamate zecche e metterle in circolazione con valore di moneta legale. I titoli di credito all’ordine di natura cartacea emessi dai banchieri privati, previa annotazione contabile nei rispettivi registri, erano utilizzati nelle transazioni commerciali, ma non avevano funzione di moneta. Potevano sostituirla solo perché vi era fiducia presso il pubblico che il banchiere, a richiesta, li avrebbe convertiti in moneta metallica. In seguito, con l’evolversi delle prime lettere di cambio e delle note di credito in banconote, queste ottennero il riconoscimento dallo Stato come mezzi di pagamento dotati di potere liberatorio generale, ed entrarono a far parte della moneta legale, che divenne quindi di tue tipi: metallica e cartacea.
Le lontane origini degli attuali istituti di emissione si possono rinvenire, quanto alla funzione, negli antichi banchi di deposito e di giro sorti nel XII secolo, ed in particolare in quelli pubblici del XVI secolo. La loro struttura è invece assimilabile a quella delle banche private che ottennero il privilegio dell’emissione di biglietti in cambio dell’aiuto finanziario offerto allo Stato, e precisamente la Banca d’Inghilterra (1694) e la Banca di Francia (1800). La facoltà di emettere banconote con valore di moneta legale inizialmente fu estesa a molteplici istituti in concorrenza tra loro, che si organizzarono tutti sul modello inglese e francese. In seguito, prevalse l’orientamento di limitare il privilegio dell’emissione a poche banche, e col tempo affidare il monopolio ad un unico istituto.
In Italia, nel primo decennio di storia unitaria, operavano cinque banche di emissione: la Banca Nazionale del Regno d’Italia, la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di Credito, il Banco di Napoli ed il Banco di Sicilia. Dal 1870 fu riconosciuta la facoltà di emissione anche alla Banca Romana, per cui gli istituti con tale privilegio divennero sei. Nel 1893 la Banca Romana, travolta da un celebre scandalo, fu messa in liquidazione ed assorbita dalla Banca Nazionale del Regno d’Italia. Nello stesso anno fu istituita la Banca d’Italia, in seguito alla fusione tra Banca Nazionale del Regno d’Italia, Banca Nazionale Toscana e Banca Toscana di Credito. Al nuovo istituto fu attribuita la facoltà di emettere moneta, già spettante al Banco di Napoli ed al Banco di Sicilia, per cui le banche d’emissione si ridussero a tre.
Fino all’avvento del fascismo, il sistema bancario italiano si caratterizzava per l’assenza di una specifica normativa di settore. L’attività creditizia era assimilata alle altre attività commerciali. Non c’era distinzione tra attività creditizie ed attività di emissione. Qualsiasi impresa bancaria, previa autorizzazione del governo, poteva emettere titoli al portatore pagabili agli sportelli. Una regolamentazione giuridica speciale era prevista soltanto per gli istituti di credito fondiario, gli istituti di credito agrario, gli istituti di credito per le imprese di pubblica utilità. Nel 1888 le casse di risparmio ottennero la qualifica di enti creditizi e furono staccate dalle Pubbliche Amministrazioni che le avevano costituite.
Lo Stato liberale, per attrarre capitali stranieri sia nel settore creditizio che in quello industriale, perseguì una politica di deregolamentazione. Fino al 1865 un minimo di vigilanza era affidato a commissari facenti capo ad una divisione del Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio. Nel 1866 fu istituito il Sindacato delle società commerciali ed istituti di credito, con compiti di istruttoria per il rilascio dell’autorizzazione governativa e di vigilanza delle società costituite. Nel 1869 il sindacato fu soppresso e sostituito da Uffici provinciali di ispezione, composti dal Prefetto e da due membri eletti ogni biennio dalla locale Camera di Commercio. Tale regime fu abolito dal nuovo codice di commercio (1882) che equiparò le imprese esercenti il credito alle altre imprese commerciali, con in più l’obbligo di presentare al Tribunale del Commercio una relazione mensile sulle operazione svolte. Il denaro prodotto servì a finanziare le concentrazioni monopolistiche in diversi settori industriali, ma non a sanare il divario economico tra regioni italiane.
Appena giunto al potere, il fascismo riorganizzò il sistema creditizio italiano secondo un profilo gerarchico che subordinava l’economia alla politica. La legge bancaria del 1926 razionalizzò i rapporti di vertice. La facoltà di emissione fu sottratta al Banco di Napoli ed al Banco di Sicilia e concentrata nella Banca d’Italia, che divenne così l’unico istituto di emissione dello Stato italiano. Il Ministro per le Finanze ed il Ministro per l’Economia Nazionale avevano il potere di concedere e ritirare l’autorizzazione per la costituzione di nuove banche, l’apertura di filiali e la fusione di banche già esistenti. La Banca d’Italia assunse il ruolo di banca centrale e le fu riconosciuta la natura di ente pubblico. Oltre a diventare l’unico istituto di emissione, svolgeva funzioni di vigilanza su tutte le banche: riceveva rapporti periodici ed aveva potere di ispezione. In seguito acquisì anche la vigilanza sui cambi.
La successiva legge bancaria del 1936 sottopose il sistema bancario italiano al potere di indirizzo e di controllo del governo, riducendo fortemente i margini di autonomia e indipendenza della stessa Banca d’Italia. Al vertice del sistema creditizio fu posto un Comitato di Ministri - diretto dal presidente del Consiglio, cioè da Benito Mussolini, e composto dai Ministri di Finanza, Agricoltura, Economia Nazionale - che poteva perseguire scopi di politica economica anche attraverso interventi selettivi sulle scelte delle imprese bancarie. La funzione di vigilanza fu sottratta alla Banca d’Italia ed attribuita ad un organo della Pubblica Amministrazione definito Ispettorato per la difesa del risparmio e l’esercizio del credito, che era presieduto dal Governatore della Banca d’Italia, ma svolgeva soltanto funzioni ausiliarie del comitato diretto dal Duce.
La normativa del 1936 confermò la distinzione, introdotta dalla precedente legge del 1926, tra istituti di credito - che raccoglievano risparmio a medio e lungo termine - ed aziende di credito - che raccoglievano risparmio a breve termine. Il fine era di bandire dal sistema uno dei principali amplificatori della crisi del 1929, cioè la banca mista - che utilizzava fondi raccolti a breve dai risparmiatori per finanziare a medio e lungo termine la costituzione e l’aumento del capitale fisso delle imprese – e di affermare una rigida specializzazione dell’attività creditizia basata sulla indicazione formale della durata delle operazioni. Fu tuttavia accentuata l’impostazione pluralista del sistema, conservando una disciplina speciale per alcune categorie di banche: istituti di credito di diritto pubblico, banche di interesse nazionale, casse di risparmio, monti di credito su pegno, banche popolari, casse rurali e artigiane.
La classe politica del dopoguerra ha dapprima snaturato e poi cancellato la riforma bancaria fascista. Per finanziare la ricostruzione postbellica, le aziende di credito - che avrebbero dovuto esercitare solo il credito a breve termine - finirono con l’esercitare anche il credito a medio e lungo termine attraverso sezioni speciali, dotate di autonomia organizzativa, o istituti giuridicamente autonomi ed appositamente costituiti, verso cui le banche fungevano da agenzie per la raccolta dei fondi da essi amministrati. Di fatto rinasceva la banca mista. Le sue appendici, oltre che a finanziare lo sviluppo - ciò almeno in teoria - servivano a dare posti di lavoro alle clientele partitiche. La dottrina si adeguò alla nuova logica clientelare. Fu abbandonata la distinzione basata sulla durata delle operazioni, che distingueva le imprese bancarie in aziende o istituti, e fu accolta la distinzione basata sulla natura del credito, che definiva ordinario quello a breve termine e speciale quello a medio e lungo termine.
Fino al Testo Unico del 1993, che ha epurato il sistema bancario italiano da ogni residuo della legislazione fascista. Hanno prevalso la specializzazione ed il pluralismo dei soggetti, con normative differenziate in base al tipo di banca.
Con la progressiva attenuazione della specializzazione funzionale e l’allargamento della gamma di servizi offerti, la banca ha finito per configurarsi come un department store of finance, una sorta di grande magazzino dove si vende moneta - quindi sia denaro che capitale - in tutte le forme possibili: prodotti creditizi, finanziari, assicurativi. A livello mondiale è in atto un processo di concentrazione delle aziende di credito, attraverso fusioni ed incorporazioni, ciò al fine di conseguire economie di scala non diversamente da quanto avviene in ambito industriale. Con la formazione di potenti gruppi a dimensione planetaria, il settore creditizio - che è uno dei pochi settori realmente globale - ha assunto da tempo le caratteristiche tipiche dei mercati oligopolistici.

martedì 25 dicembre 2007

Maastricht ci strangola

di Maurizio Blondet www.effedieffe.com
Per Goldman Sachs, le perdite delle banche anglo-americane (prezzo delle loro follie) rischia di toccare i 500 miliardi di dollari.
Il che - aggiunge - significa che esse dovranno togliere dall’offerta di prestiti, mutui e fidi qualcosa come 2 mila miliardi di dollari (2 trilioni), essendo il credito un multiplo del capitale delle banche.
Qui è il problema: una restrizione mai vista del credito all’economia reale.
Ecco il motivo vero per cui le immense iniezioni di liquidità operate dalle Banche Centrali non hanno alcun effetto risanatore: le banche arraffano quei miliardi di euro e dollari ma, invece di prestarseli l’un l’altra nella consueta attività interbancaria a breve, se li tengono in cassa.
Per costituirsi riserve di fronte alle perdite che stanno imbarcando da più fronti: derivati e strutturati sub-prime, fallimenti probabili di imprese debitrici, crollo del mercato immobiliare gravato da mutui.
Solo le «commercial paper», gli strumenti con cui molte banche europee e privati (i dentisti tedeschi, come si dice) hanno partecipato alla roulette dei subprime americani, hanno perso il 36% del loro valore da agosto, perché nessuno le compra.
In pratica, gli investitori rifiutano di prolungare quei crediti, e quindi le banche se li devono riprendere nei loro libri contabili.
E non parliamo delle case valutate 100 e gravate da mutuo relativo, e che oggi valgono 80 o 70: d’accordo, esse vengono sequestrate dalle banche come collaterale, ma è un bene reale che nessuno compra, per paura e per mancanza di credito.
E’ già una prospettiva da incubo.
Si poteva peggiorarla?
Sì, si poteva.
E poteva farlo solo l’eurocrazia.
Come?

Con le ferree regole di Masstricht.
Esse obbligano gli Stati europei, in piena recessione, ad aumentare le tasse e ridurre la spesa pubblica per pareggiare i bilanci.
Prendiamo il caso della Gran Bretagna, che soffrirà tantissimo perché tantissimo è esposta nelle follie finanziarie globali.
Il suo deficit di bilancio superava, al massimo del ciclo economico, il famigerato 3% del PIL.
Maastrich la obbliga a rientrare, magari aumentando la pressione tributaria, proprio mentre la capacità tributaria dei cittadini [le cui case stanno perdendo valore ogni giorno, la city non funziona più, e sono in vista licenziamenti in massa] si riduce in modo imponente.
L’alternativa è: tagliare la spesa pubblica, ma nella Gran Bretagna relativamente ben governata da «civil servants» onesti, c’è poco grasso da tagliare.
E soprattutto non in vista di una depressione, che imporrebbe di aumentare la spesa pubblica in deficit, non di stringerla.
Maastricht vieta agli europei politiche keynesiane.
Così ci strangola con i suoi riflessi automatici, che nessuno pensa di abolire in questi momenti precedenti alla tragedia.
Siamo strangolati dal cieco robot a cui abbiamo affidato i destini delle nazioni.
Londra si troverà entro poche settimana in una doppia stretta convergente, il crollo del credito bancario e la stretta fiscale.
Ma si poteva fare ancora peggio.
E chi poteva far peggio, se non le anonime entità globaliste e sovrannazionali, da nessuno elette, che ci guidano da anni?

Da gennaio, fra pochi giorni, entra in vigore il «Basilea 2».
Questa norma ferrea obbliga le banche ad aumentare le loro riserve fino all’8%.
Ciò che provoca di per sé una restrizione del credito.
Una misura che sarebbe stata utile un decennio fa, e forse avrebbe attenuato le follie finanziarie da credito facile, oggi è assolutamente controproducente.
Nessuna banca inglese ha riserve superiori al 3%, e non ha i mezzi per aumentare le riserve proprio adesso (1).
«Se non riescono a raccogliere capitali freschi, le banche dovranno restringere drasticamente
i loro bilanci», facendo meno prestiti, dice il professore Peter Spencer, dell’ITEM Club di New York.
Ancor meno di quelli che già «non» fanno.
Ed appunto, oggi le banche non riescono a radunare capitali freschi se non a prezzi esorbitanti, o chiedendo soccorso ai fondi sovrani dei paesi petroliferi o della Cina.
«Dobbiamo tentare di evitare il circolo vizioso in cui convergono e si rafforzano a vicenda la liquidità meno abbondante, i valori degli attivi (immobili) in calo, le risorse di capitale mutilate, l’offerta di credito ridotta, e la domanda aggregata di consumatori ed imprese», dice Paul Tucker, direttore dei mercato della Bank of England.
E’ proprio ciò che sta avvenendo.

La risposta pronta dei monetaristi britannici è: le Banche Centrali abbassino immediatamente i tassi primari, creino più denaro dal nulla e inondino la realtà con la carta.
E’ probabilmente la sola cosa da fare a breve, in attesa che sorga un nuovo Keynes o un nuovo Roosevelt, e che vengano ascoltati: passeranno anni comunque.
Ma naturalmente questo significa sciogliere il laccio all’inflazione più feroce.
Le banche devono scegliere e presto fra lo Scilla della insolvenza totale, e il Cariddi dell’inflazione galoppante.
La Federal Reserve lo sta già facendo: l’indice dei prezzi segna già 4,3 %.
E si appresta a fare anche di più.
Nel suo regolamento, esiste una sezione 13 che consente alla FED di agire in emergenza quando le banche duventano «molto riluttanti a fornire credito o ne perdono la volontà».
In quel caso, stanti le «circostanze che lo esigano», il voto di cinque governatori (su 12) basta ad autorizzare la FED a prestare denaro a chiunque, accollandosi (accollando al contribuente) il rischio di credito.
E’ una manovra demente, ma che sicuramente tenta ideologi del liberismo monetarista quali sono Bernanke e Paulson, il ministro del Tesoro: dal loro punto di vista, occorre «salvare il sistema finanziario globale» anche se è già morto e in putrefazione.
Ci vorranno anni prima che un qualche loro successore riprenda in mano Keynes o Schacht, autore del miracolo economico hitleriano, nel senso del più puro dirigismo.
Del resto, in USA già sorgono tendopoli di senzatetto, ex-piccolo borghesi rovinati dal mutuo variabile.
Ne è sorta una da 200 tende ai margini orientali di Los Angeles, un’altra a Cleveland, ed altre ancora non censite un po’ dappertutto (2).
Presto l’angoscia popolare imporrà ai dirigenti di «fare qualcosa», o di dare l’impressione di fare qualcosa.
Anche se i banchieri centrali non sanno cosa fare.
Bernanke ha in mente la crisi del ‘29 e le soluzioni che allora non furono decise, e che oggi forse non funzionano in questa nuova situazione.
Almeno la FED potrà far finta, perché è ancora sovrana sulla moneta nazionale.

Noi europei abbiamo ceduto la sovranità alla Banca Centrale.
E quella è governata da robot.
Mantiene ferme le regole di Maastricht, mantiene dura «Basilea 2».
Non c’è nessuno in grado di allentare questi automatismi-scorsoio, o che abbia l’autorità politica per farlo.
E dunque, lorsignori ci lasciano stringere il cappio che ci siamo messi al collo da soli.
Per questo la BCE ha inondato il sistema di mezzo miliardo di dollari, molto più che la FED.
Perché non può permettere un fallimento come quello della inglese Northern Rock nella zona euro: altrimenti si vedrebbe che la UE non ha un ministero del Tesoro, né un prestatore d’ultima istanza, né soprattutto una solidarietà comune europea, che tiene unite la nazioni in tempi di crisi.
Per la Northern Rock stanno pagando i contribuenti del Regno Unito.
Ma i contribuenti tedeschi non sono certo disposti a pagare il conto per gli spagnoli che hanno contratto mutui follemente superiori alla loro possibilità di pagarli, né per una Casta italiota che ingrassa mentre impoverisce il suo popolo e soffoca la gallina dalle uova d’oro.
Già 71 donne tedesche su 100, secondo un recente sondaggio, vogliono il ritorno al marco, perché l’inflazione dell’euro le esaspera.
Si vedrà se la falsa Europa dei burocrati e robot sarà in grado di non spaccarsi sotto questa tempesta, se i tedeschi e olandesi pagheranno per l’allegro «Club Med» del Sud, quando anche per loro andrà male davvero.
Questa cecità non è casuale.
Viene dall’ideologia liberista-globalista che è la dottrina accettata e il pensiero unico talmente dominante, da rendere lorsignori incapaci di pensare in altro modo.
Un giorno, gli storici rideranno dell’ostinazione con cui l’eurocrazia ha smantellato l’agricoltura europea, e con cui ancora in questi giorni i britannici, in funzione anti-francese, si producono in assalti contro quel che resta della PAC (Politica Agricola comunitaria).
Perché coltivare grano, ripetono, quando si può comprare sui mercati mondiali a meno?
Solo che il grano rincara, sui mercati mondiali.
E così tutti gli alimentari.
E non si tratta di rincari temporanei, dovuti ad una fluttuazione congiunturale di domanda e offerta.

L’agricoltura diventa il fattore strategico fondamentale del secolo (3).
E servirebbe un qualche politico che lo capisse in tempo, e che avesse abbastanza autorità da farsi ascoltare, onde approntare un programma europeo di autosufficienza alimentare, in termini di autarchia continentale.
Ma vedete voi in giro qualcuno che somigli a uno statista?
Sarà Mastella (o Berlusconi) a lanciare la prossima «battaglia del grano»?

Maurizio Blondet

Note
1) Ambrose Evans Pritchard, «Crisis may make 1929 look a ‘walk in the park’ », Telegraph, 22 dicembre 2007.
2) Dana Ford, «Tent city in suburbs is cost of home crisis», Reuters, 20 dicembre 2007.
3) «Une année de crise pour l’alimentation du monde - et un argument fondamental pour la France et pour la PAC», Dedefensa, 22 dicembre 2007. I dati sono della Fao: «The FAO’s food price index rose by 40 percent this year, on top of the already high 9 percent increase the year before, and the poorest countries spent 25 percent more this year on imported food. The prices for staple crops, including wheat, rice, corn and soybeans, all rose drastically in 2007, pushing up prices for grain-fed meat, eggs and dairy products and spurring inflation throughout the consumer food market. Worldwide food prices have risen sharply and supplies have dropped this year, according to the latest food outlook of the United Nations Food and Agriculture Organization. The agency warned December 17 that the changes represent an ‘unforeseen and unprecedented’ shift in the global food system, threatening billions with hunger and decreased access to food. Because of the long-term and compounding nature of all of these factors, the problems of rising prices and decreasing supplies in the food system are not temporary or one-time occurrences, and cannot be understood as cyclical fluctuations in supply and demand».

lunedì 17 dicembre 2007

I dipendenti di Bankitalia contro il piano Draghi

di Lorenzo Moore www.rinascita.info
Si sono astenuti dal lavoro ieri per l’intera giornata i dipendenti della Banca d’Italia, decisi a lottare contro il progetto di ristrutturazione dell’istituto che prevede la chiusura di quasi la metà delle filiali attualmente operative nello Stivale. Un piano che coinvolge quasi 1.200 dipendenti che saranno costretti a trasferirsi di sede o ad accettare una mobilità forzata con ammortizzatori di durata spesso inferiore all’anno. I sostenitori della ristrutturazione, per quanto riguarda le ricadute occupazionali, ha sottolineato il segretario generale della Falbi, Luigi Leone, “pensano di risolvere il problema sociale delle famiglie offrendo le mance in cambio del trasferimento di ufficio, dello sventramento delle famiglie e del peggioramento della qualità della vita”. Il progetto, come ha più volte sottolineato la Falbi, il sindacato più rappresentato a via Nazionale che ha proclamato lo sciopero, non avrebbe ricadute solo occupazionali ma anche in termini di sicurezza e aggravi di rischi e costi per imprese e famiglie nonché l’abbandono del territorio con un prevedibile aumento dei fenomeni criminali e dei rischi legati al ridotto controllo sulle crescenti società finanziarie, le Sgr.
Il governatore Mario Draghi, ha dichiarato ancora il leader del sindacato, pretende “di fare una riforma che danneggia il Paese e i cittadini”, con “costi indiretti” per gli italiani, in quanto sarebbero costretti ad andare in altre province per avere i servizi oggi forniti localmente, e “costi diretti”, perché i servizi forniti dalle altre banche e dalle Poste in sostituzione della Banca d’Italia sarebbero “a pagamento”.
Decisi a non mollare e ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle conseguenze del progetto, i dipendenti proseguiranno la protesta nei giorni 17, 19, 24, 27 e 31 dicembre con il blocco delle prestazioni straordinarie.
Questa modalità, inizialmente prevista in modo consecutivo dal 14 al 31 dicembre, è stata poi modificata a seguito di una dubbia iniziativa della Commissione di Garanzia dell’attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali che, lo scorso 7 dicembre, ha comunicato con lettera “urgente” che il “blocco delle prestazioni straordinarie” è “da ritenersi in contrasto con la vigente disciplina”. Una tesi “incredibile”, per la Falbi che ha evidenziato come la Commissione abbia equiparato il lavoro “straordinario” alle prestazioni lavorative “ordinarie”, assoggettandolo al divieto di astensione previsto in alcune giornate.
“Mai, nelle precedenti occasioni, la Commissione aveva assunto decisioni della specie”, lamenta in una nota il sindacato, sottolineando la “prepotenza” e invitando ad una riflessione sulla possibile esistenza di una “accorta regia” volta a creare ostacoli sul cammino dell’opposizione al “progetto di falcidia della rete periferica”.
L’ipotesi, a ben vedere, non è proprio peregrina se si considera che l’iniziativa fa seguito ad un anomalo ritardo da parte della Questura di Roma nell’autorizzare la manifestazione di ieri davanti a Palazzo Koch, nonostante Roma sia la città dove “con quotidiana frequenza, si svolgono cortei e manifestazioni in ogni luogo”. Per non parlare dei dubbi legati al sostanziale allineamento delle altre rappresentanze sindacali e all’incredibile coincidente e improvvisa loquacità che ha colpito molti dirigenti dell’istituto, favorevoli al progetto, che da qualche giorno esternano “contro il contante” togliendo visibilità allo sciopero, passato sotto silenzio da molti media, agenzie e giornali…
C’è poi un’altra cosa da dire: secondo il piano, elaborato per la prima volta da Padoa Schioppa nel 1993 e bloccato dall’ex governatore Antonio Fazio, a livello locale resterebbero attivi solo i capoluoghi di Regione più poche altre filiali. Le sedi degli altri uffici, in genere ubicate in palazzi di pregio delle città, verrebbero venduti monetizzando immobili che, essendo dell’istituto, appartengono ai cittadini. Risorse che, una volta incamerate, potrebbero finire nelle mani degli azionisti (banche comprese), in quelle della politica a copertura delle spese (e degli sprechi) o, peggio, in quelle della Bce che con l’unificazione dell’area Ue vedrà le banche centrali dei Paesi membri confluire nell’istituto di Francoforte...

giovedì 13 dicembre 2007

Le Banche Centrali salvano i criminali [cioè se stesse]

di Maurizio Blondet http://www.effedieffe.com/

«Un assalto coordinato contro la restrizione del credito», trionfa il Financial Times (1) a commento della decisione di cinque Banche Centrali - la FED, la BCE, la Bank of England, la Banca Centrale elvetica e quella canadese - di gettare altri 100 miliardi di dollari nelle tasche vuote delle banche.
Il tono usato è quello del rullo di tamburi: arrivano i nostri, vinceremo!
Ma è un tono troppo alto, che cela a malapena il dubbio opposto: anche stavolta non funzionerà.

Sono quattro mesi che le banche private, benchè ricevano o possano chiedere soldi dalle Banche Centrali, continuano a non prestarsi il denaro fra loro: il delinquente non si fida più del delinquente vicino, sapendo bene cosa ha fatto e cosa ha perduto, perché l'ha fatto anche lui.
In tutti i quattro mesi, le banche prestatrici hanno rifiutato alle debitrici di rinnovare i crediti a breve mentre venivano a scadenza, costringendo le debitrici a cercare altre fonti di liquidità: poco manca che le banche si rivolgano agli usurai.
Solo noi depositanti non sappiamo bene quanto è grande il buco, e se i nostri depositi stanno per scomparirvi.

La propaganda stridula inneggia alla coordinazione delle cinque Banche Centrali: ecco la quadrata legione che scende in campo, l'invincibile armada, chi può dubitare?
Ma la vera novità non sono tanto i nuovi miliardi gettati nell'arena, bensì altri elementi.

Primo: la Federal Reserve, da ieri, consente alle banche americane di andare al suo sportello a chiedere quel denaro «in forma anonima».
Perché nei quattro mesi precedenti, benchè la FED avesse spalancato quello sportello, le banche non ci sono andate.
Hanno troppa paura di far capire fino a che punto sono nei guai: le file di depositanti davanti alla Northern Rock che correvano a ritirare i depositi hanno messo i brividi a tutte.
Ora, come è tipico di criminali, possono arraffare denaro a viso mascherato.

Secondo: specialmente la Banca d'Inghilterra, ormai, per prestare alle banche accetta come «garanzia» o collaterale le più losche obbligazioni strutturate, i più tossici pacchetti di debiti «garantiti», si fa per dire, da mutui e carte di credito.
Sono titoli che non hanno oggi alcun valore, perché nessuno è disposto a comprarli nemmeno a un decimo del loro prezzo di carico.
Basti dire che le «commercial paper» americane hanno perso 400 miliardi di dollari di presunto valore in 17 settimane.

La Bank of England adesso accetta questi nulla fatti di insolvenze come fossero i gioielli di famiglia, e per di più fa sapere, chiede un tasso d'interesse inferiore a quello del 6,5% precedente.
Quel tasso mirava a punire, moralisticamente, le banche che si erano messe nei guai per irresponsabilità.
Ora si rinuncia anche alla morale: prendete, prendete, basta che continuiate ad esistere.

Uno si potrebbe chiedere perché questa manica larga non venga usata per salvare i debitori ultimi, quelli col mutuo a tasso variabile: che sarebbero ben contenti di pagare un 5%, e dopotutto hanno da offrire un collaterale più solido, la casa.
Un credito agevolato a loro, che consentirebbe loro di continuare a servire il loro debito, ridarebbe un qualche valore anche ai prodotti derivati e strutturati confezionati coi loro debiti.
Perché no?
Domanda ingenua.

Le Banche Centrali sono fatte dai banchieri, pagate dai banchieri privati, e composte da banchieri privati.
E l'ideologia del banchiere è questa: mai e poi mai mostrare alla gente che i suoi debiti possono essere condonati.
La gente deve continuare a pagare, mai sperare in una liberazione dal tasso d'interesse.
I condoni, i giubilei, i regali, sono riservati alle banche che hanno causato la rovina prestando ad insolventi e rifilando le insolvenze ad altri, per lo più ignari.
In questi intervento congiunto, una menzione di disonore speciale spetta alla nostra Banca Centrale Europea.

Dura, ha lasciato rincarare l'euro fino a strangolare l'economia europea.
Oggi apre la borsa per ordine della FED.
Il fatto è che nei mesi scorsi, allo sportello di prestiti d'emergenza aperto dalla FED, mentre le banche americane non ci andavano per paura di farsi vedere, si sono affollate soprattutto le banche europee, perché là era più facile avere i soldi, in dollari.
Ora, «gli europei si comportano come semplici filiali della FED», dice Neil MacKinnon, analista strategico di un fondo, l'Ecu Hedge Fund Group, riferendosi anche alla Banca Centrale svizzera (2).
Non è una novità, ma solo una conferma.

Pecore idiote, prive di ogni strategia e forse anche di comprensione della tragedia, seguono il montone-capo.
Dove?
Nell'abisso dell'inflazione, che Trichet (governatore nostro) si riteneva in obbligo di contrastare fino a ieri, al prezzo di milioni di disoccupati in più in Europa.
A Francoforte guardano con crescente irritazione al fatto che le banche inglesi sono state le prime ad affollarsi a chiedere soldi alla BCE, ora che ha allargato la manica: dicono che gli inglesi hanno la botte piena e la moglie ubriaca, sono «europei» quando serve a loro.
Di solito praticanti e predicatori del «libero mercato» selvaggio, contrastano tutte le proposte di regolamentazione dell'avventurismo speculativo, e poi si godono l'intervento pubblico della BCE.

Fatto singolare, è proprio questa la critica che su questa azione congiunta e disperata della Banche Centrali rivolge Martin Wolf, il condirettore del Financial Times: questo intervento non metterà in discussione il dogma liberista? (3)
«Gli elicotteri hanno cominciato a spargere denaro», ironizza Martin Wolf con allusione al proposito di Ben Bernanke, il capo della FED, che si dichiara da sempre pronto ad iniettare liquidità alle banche gettando dollari dall'elicottero.

«Ma funzionerà? Se il problema che travolge i mercati è di liquidità (ossia di panico) anziché di insolvenza, e se le Banche Centrali riescono a far credere di offrire liquidità alle istituzioni solventi senza limiti,… i sintomi della paura possono sparire», esordisce Wolf.
«Ma questi sono 'se' importanti. Ci sono buoni motivi per ritenere che parte della paura è causato da preoccupazioni di insolvenza… D'accordo, le Banche Centrali - o più precisamente i ministeri del Tesoro che stanno dietro ad esse - possono eliminare anche l'insolvenza [coi soldi dei contribuenti!] comprando pezzi di carta di ogni tipo, buoni e cattivi [ciò che sta facendo specialmente la Banl of England]. Ma questo sarà un salvataggio pubblico [di speculatori privati] di cui non si vede il termine, probabilmente molto costoso e certamente impopolare».
Martin Wolf finisce con una tirata a questa «grossissima operazione di salvataggio dei banchieri incompetenti».
Sì, con questa operazione possono «rimettere in moto i mercati», e forse «salvare le economie dalla recessione» (non proprio).
«Ma non finirà qui la storia: più è grosso il salvataggio che le banche private oggi accettano, più strette saranno le regolamentazioni che dovranno accettare in futuro».
Capito?

Per il guru del Financial Times, gran sacerdote del liberismo ideologico, il problema è che le banche e gli speculatori (ormai sono la stessa cosa) rischiano di vedersi imporre qualche regola dal potere pubblico.
Ed è questo che non bisogna permettere: le avventure, le usure e le truffe devono restare libere e senza controllo.
Invece proprio di questo c'è bisogno.

Conosco un piccolo imprenditore locale (fabbrica salumi) che, ritenendosi troppo esposto ed avendo 20 mila euro liquidi, è andato a chiudere un suo fido di pari importo con Banca Intesa (notate la modestia delle cifre, nel mondo reale).
Il bancario gli ha detto che comunque, dovrà pagare un interesse del 12%.
Ma per chi rientra, ha chiesto l'imprenditore, l'interesse non è dell'8%?
Risposta: «E' dell'8% per coloro a cui 'noi' chiediamo di rientrare, quando intimiamo noi la chiusura del fido. Siccome a chiedere la chiusura è lei spontaneamente, vuol dire che è un buon cliente: dunque paghi il 12%».
Gli usurai riescono a praticare l'usura anche a rovescio, a chi smette di indebitarsi.
Ma non basta.

Un minuto dopo, il bancario ha proposto all'imprenditore un «ottimo investimento»: un prodotto strutturato raffinatissimo, «che può rendere centinaia di migliaia di euro».
Confezionato con debiti raccolti… nello Sri Lanka.
Non m'interessa, ha risposto il micro imprenditore.
E di fronte alle insistenze del bancario («Costa solo 25 mila euro»), ha replicato: «Non ho soldi. Ve ne ho appena dati 20 mila per chiudere il fido…».
E l'altro: «Ma i 25 mila euro glieli prestiamo noi!».
Ecco com'è.

Anche di questi tempi, anche con questi chiari di luna, quando le banche si rifiutano i prestiti a vicenda, quando rifiutano credito alle imprese o chiedono tassi d'interesse usurari sui mutui, hanno però abbastanza liquidità da prestar soldi per rifilare un titolo di debito di Sri Lanka, un pacchetto in cui non si sa cosa c'è dentro, un genere di cose che ha già rovinato imprenditori e artigiani che andavano bene o benino, perché queste «cose» si rivelano invariabilmente perdite a leva, dieci volte il loro valore d'acquisto.
E' qui che occorre la regolamentazione.

Impedire alle banche di vendere a credito i loro veleni e le loro truffe: comminando pene gravi, per giunta.
Costringendole a rifondere i truffati.
Il piccolo imprenditore si rallegrava con se stesso dello scampato pericolo.
«Se fossi andato a chiedere un fido, anziché a chiuderlo, mi avrebbero imposto di comprare il prodotto Sri Lanka come condizione per concedermi il prestito», dice.
E' appunto ciò che continuano a fare le banche: ed è un delitto, un patto leonino, un contratto invalido perché imposto col ricatto.
Le Banche Centrali stanno salvando questi delinquenti, acciocchè continuino a delinquere, e a saccheggiare l'economia reale, uccidendola.
Le Banche Centrali non regoleranno nulla, perché i banchieri privati che le posseggono non vogliono.
Come salvarsi?

Facendo ciò che ha fatto il piccolo imprenditore: ritirarsi dai loro «servizi».
Per chi ha depositi attivi, si tratta di ritirare i contanti, e metterli in cassetta di sicurezza.
I delinquenti non si fidano tra loro, perché dovremmo fidarci noi?

Maurizio Blondet

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Note
1) «Central Bank make joint assaults», Financial Times, 13 dicembre 2007.
2) Ambrose Evans-Pritchard, «World bankers resort to firebreack», Telegraph, 13 dicembre 2007.
3) Martin Wolf, «Helicopters start to drop money», Financial Times, 13 dicembre 2007.

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La verità è quella che vi dicono. E poi il problema in Italia non è mai stato tanto di saperla, ma che saputala tutto resta uguale. Credete forse oggi voi di essere liberi? Votate per dieci volte l'anno gente che a volte neanche conoscete e che una volta eletta fa ciò che vuole, acciuccia e si spartisce.
Sempre comanderà un'oligarchia che vi inganna col gioco delle parti.

E allora? Dov'è povero postero il guadagno?
La dittatura è un sistema per opprimere il popolo.
La democrazia è un sistema per costringere il popolo a opprimersi da solo.

Ma ricordate: un popolo che perde la sua memoria...
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