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"Nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario"
George Orwell
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venerdì 28 marzo 2008

C'era una volta in Europa...


Se vi dicessi che c'è in Europa un Paese dove non esiste la disoccupazione, non esiste il lavoro precario, non esiste il problema dei pendolari, non esiste l'inflazione, dove le tasse sono al 10\%, dove ognuno possiede una casa e quanto basta per vivere e quindi non ci sono poveri, mi prendereste per matto. E avreste ragione. Perchè questo è il Paese che non c'è. Ma è esistito. E' esistito un mondo fatto così. E si chiama Medioevo Europeo.
La disoccupazione appare, come fenomeno sociale, con la Rivoluzione industriale. Prima, con una popolazione formata al 90/95\% da agricoltori e artigiani, ognuno, o quasi, viveva sul suo e del suo, aveva, nelle forme della proprietà o del possesso perpetuo, una casa e un terreno da coltivare. E anche i famigerati 'servi della gleba' (i servi casati), comunque una realtà marginale, se è vero che non possono lasciare la terra del padrone non ne possono essere nemmeno cacciati. Non esisteva il precariato perchè il contadino lavora tutta la vita sulla sua terra e l'artigiano nella sua bottega che è anche la sua casa (per questo non esiste nemmeno il pendolarismo). Il giovane apprendista non percepisce un salario, ma il Maestro ha il dovere, oltre che di insegnargli il mestiere, di fornirgli alloggio, vitto e vestiti (due, uno per la festa, l'altro per i giorni lavorativi; ma, in fondo, abbiamo davvero bisogno di più di due vestiti?). Dopo i sette anni di apprendistato il giovane o rimarrà in bottega, pagato, o ne aprirà una propria. Senza difficoltà perchè c'è posto per tutti. Gli statuti artigiani infatti proibiscono ogni forma di concorrenza e quindi, di fatto, la formazione di posizioni oligopoliste. Per tutelare però l'acquirente (oggi diremo 'il consumatore') gli statuti stabiliscono regole rigidissime per garantire la qualità del prodotto.

Nelle campagne il fenomeno del bracciantato si creò quasi a ridosso della Rivoluzione industriale quando i grandi proprietari terrieri cominciarono a recintare i loro campi (enclosure) rompendo così il regime delle 'terre aperte' (open fields) e delle servitù comunitarie (ad uso di tutti) su cui si era retto per secoli lo straordinario ma delicato equilibrio del mondo agricolo. Per molti contadini, non avendo più il supporto delle servitù, la propria terra non era più sufficiente a sostentarli. Ma fu un fenomeno tardo. Perchè la concezione di quel mondo, contadino o artigiano, era che ogni nucleo familiare doveva avere il proprio spazio vitale. Scrive lo storico Giuseppe Felloni: "Le terre sono divise con criteri che antepongono l'equità distributiva all'efficenza economica".

Le imposte, comprendendovi quelle statali, quelle dovute al feudatario, nella forma di prelievo sul raccolto e di corvèes personali, la 'decima' alla Chiesa, non superarono mai il 10\%. E' vero che anche i servizi erano minimi, ma per molti aspetti di quello che noi oggi chiamiamo 'welfare' sovveniva la Chiesa, naturalmente nei modi consentiti dai tempi.

Non esisteva l'inflazione. I prezzi rimanevano stabili per decenni. Una delle rare eccezioni fu la Spagna degli inizi del XVII secolo a causa dell'oro e dell'argento rapinati agli indios d'America. E nel suo 'Memorial' Gonzales de Collerigo scrisse con sarcastica lucidità: "Se la Spagna è povera è perchè è ricca". Che è poi la paradossale condizione in cui si trovano molti Paesi industrializzati di oggi.

In quel mondo, per quanto a noi appaia incredibile, non esistevano i poveri. Il termine 'pauperismo' nasce nell'opulenta Inghilterra degli anni '30 dell'Ottocento. Fu Alexis de Tocqueville, uno dei padri del mondo moderno, ad accorgersi per primo dello sconcertante fatto che nel Paese del massimo sforzo produttivo e industriale c'era un povero ogni sei abitanti mentre in Spagna e Portogallo, dove il processo era appena agli inizi, la proporzione era di 1 a 25 e che nei Paesi e nelle regioni non ancora toccate dalla Rivoluzione industriale non c'erano poveri. Perchè è la ricchezza dei molti, alzando il costo della vita, a rendere poveri tutti gli altri. Che è quanto sta accadendo oggi in Russia, in Cina, in Albania, in Afghanistan e persino in Italia.

Su tutto questo, credo, dovrebbero riflettere coloro che fra un mese saranno chiamati a governarci.

Massimo Fini

www.massimofini.it

giovedì 17 gennaio 2008

Pubertà accelerata da junk food

di Maurizio Blondet www.effedieffe.com

La mamma di Harley Tedds, un giorno, ha scoperto sgomenta sua figlia mentre in bagno si depilava le gambe. Le ascelle se l'era già depilate.
Harley ha cinque anni.
«Mi sono accorta che non era solo grassottella, le stava crescendo il seno», dice (1).
Mamma Tedds è una delle migliaia di mamme americane che segnalano, giustamente allarmate, i segni di precocissima pubertà nelle loro figlie.
Bambine che hanno la prima mestruazione a cinque anni.
Bambine di tre con comportamenti sessuali da adolescenti, sbalzi d'umore e ribellioni da sedicenni.
«Sbatteva la porta, cercava di picchiarmi», ricorda Hayley Haldin di sua figlia Ellie, che aveva tre anni.
Ha finito per portarla dal medico.
Che ha comunicato alla mamma che la bambina necessitava di iniezioni di ormoni per ritardare la pubertà.
E' un fenomeno che i medici americani conoscono bene, e che vedono aumentare dagli anni '90. Specie nel mondo anglosassone, le bambine tendono a raggiungere la pubertà prima degli 11 anni. Una ricerca sulla popolazione di Bristol ha appurato che una bambina su sei diventa pubere all'età di sei anni.
Naturalmente, la spiegazione scientistica collega il fenomeno con l'aumento della leptina, un ormone che è prodotto dai tessuti grassi: poiché i bambini diventano sempre più grassi ad ogni generazione, hanno anche alti livelli di leptina, che innesca il fenomeno della pubertà precoce.

Lo psicologo ebreo Aric Sigman ha spiegato alla BBC (2) che questo fenomeno è accentuato nelle ragazzine di genitori divorziati e risposati.
Gli ormoni «odorosi» emanati dal padrino (dal nuovo marito di mammà) «ecciterebbero» la risposta ormonale della bambina, è la sua teoria.
«Se una bambina sente che il suo ambiente familiare è instabile è possibile che un meccanismo evolutivo entri in gioco, per assicurare che i geni (della bambina) siano trasmessi prima, piuttosto che poi».
L'evoluzionismo, naturalmente.
Darwin ha sempre ragione.
Le bambine vogliono trasferire il loro corredo genetico.
Gli individui non sono altro che strumenti con cui i geni si trasmettono alle generazioni seguenti.
La vita è fatta per i geni, non i geni per la vita: è la grande intuizione dell'evoluzionismo.
Peter Clayton, endocrinologo pediatrico all'Università di Manchester: «Certo nella nostra pratica clinica curiamo più ragazzine in pubertà precoce che 10 anni fa, ma può essere una conseguenza di una aumentata attenzione al fenomeno, più che una crescita reale del fenomeno stesso».
«Dobbiamo ancora capire le ragioni profonde del fatto», dice Ilpo Huhtaniemi, docente di biologia riproduttiva all'Imperial college di Londra: «Per esempio, la massima incidenza di pubertà precoce si riscontra tra le bambine del terzo mondo adottate da famiglie del primo mondo».
Già, chissà perché.

Forse sono gli alimenti, forse i panini McDonald, forse la carne che in USA e in Gran Bretagna viene da vitelli gonfiati di ormoni vietati nell'Europa continentale.
Ormoni della crescita, estrogeni vari che vengono somministrati agli animali per aumentarne rapidamente il peso e quindi i profitti per gli allevatori.
Naturalmente anche questo ha una parte, concede Sigman.
Ma non dimentichiamo, aggiunge, gli altri fattori: le bambine mangiano più dolci e merendine delle loro mamme e nonne, stanno troppo davanti alla TV, tutte cose che accrescono il grasso corporeo e dunque la produzione di leptina.
E non dimentichiamo «il fattore evolutivo».
Il fattore evolutivo, ovvio.
Darwin ha ragione.
Basta non discutere gli interessi dell'industria alimentare e del cibo-spazzatura di cui si gonfiano gli americani e gli inglesi.
E anche i piccoli italiani, sempre più.
I rischi della sessualizzazione precoce dei bambini hanno effetti sociali disastrosi, e parimenti sottovalutati.
Bambine che diventano donne a tre-sei anni sono meno capaci di controllare i loro impulsi di quelle che diventano puberi più tardi, quando la personalità è (relativamente) più adulta.
Le gravidanze precoci che sono la piaga sociale anglo-americana, con ragazze-madri quattordicenni che devono allevare un neonato, è una delle conseguenze.

Altra conseguenza: l'uso precocissimo di droghe e alcool, che segnala una vulnerabilità in bambini e bambine ai disturbi emotivi propri della pubertà, come la depressione, sbalzi d'umore e turbe del comportamento.
Si aggiunga l'educazione alla trasgressività edonista, veicolata dalla pubblicità e dalla TV: questo lo riconosce anche Sigman.
Senza dimenticare, però i «meccanismi evolutivi»: le bambine vogliono trasmettere i loro geni, per la sopravvivenza della specie. Meglio prima che poi, come insegna il darwinismo.
Sarà per dare ragione a Darwin che certe leggi americane tutelano gli allevamenti industriali e le aziende agricole che usano ormoni e altri fito-chimici contro quelle imprese agricole che cercano di produrre cibi sani e con pochi ausilii «scientifici».
Due aziende agricole della California, che producono e vendono latte allo stato naturale, hanno fatto ricorso contro una nuova legge di quello Stato, la AB1735, che stabilisce un limite di 10 batteri coliformi per il latte crudo, esattamente quello che è richiesto per il latte pastorizzato (ossia cotto e sterilizzato).
La legge è evidentemente passata per pressioni della lobby agro-industriale (3).
I batteri coliformi sono onnipresenti nell'ambiente e nel latte, e non provocano disturbi.
Per millenni l'umanità ha bevuto latte senza allarmarsi dei coliformi.
Ma naturalmente, la scienza ha stabilito l'equazione: microrganismi eguale malattia.
E' l'industria alimentare che ci libera dai microrganismi.
Già solo col latte pastorizzato, vi libera dai lactobacilli acidofili e i micro-nutrienti (vitamine, enzimi che aiutano la digestione del latte, grasso di panna che contiene i precursori della vitamina A, e che collabora all'assorbimento delle vitamine e minerali contenuti nella frazione acquea del latte).

In compenso però l'industria del latte alimentare vi aggiunge vitamina D sintetica.
E sul cartone strilla: «With vitamins added!».
Col punto esclamativo.
La pubblicità ci rende migliori.
Più grassi.
Più sensuali.

domenica 23 dicembre 2007

Quel Babbo Natale che vorrebbero farci scordare

Ora ci raccontano che Babbo Natale sarebbe un'invenzione moderna, figlia del consumismo e addirittura – fola tra le fole – che l'avrebbe creato la Coca Cola.
Nulla di strano. La lettura politica dello “scontro di civiltà” di Samuel Huntignton fa da sfondo a un forte rilancio veterotestamentario che tende ad annichilire, polverizzare, negare o calunniare tutte le tradizioni europee fino a rimuovere anche gli importanti elementi tradizionali accolti dal cattolicesimo e restati vivi anche nelle pieghe del protestantesimo nordico. Tra queste figure tradizionali e volk è presa di mira anche quella di Babbo Natale o Santa Klaus (Saint Nicolas) che per ragioni linguistiche, simboliche e temporali è legato alle concezioni di Vittoria e di Luce (e anche all'appellativo Licio di Apollo).

Quel vecchio che porta doni annunciando la gioa della vittoria della luce è davvero antico, gli americani non lo hanno affatto importato in Europa perché c'era ben prima di loro e della loro Coca Cola (vedasi foto per togliersi ogni dubbio). L'unico merito inconsapevole della Coca Cola è quello di averne imposto il colore. Dal verde che era il più usuale, si è infatti passati al rosso a causa della campagna propagandistica della bibita americana. Ma non è stato un guaio; inconsapevole, la Coca Cola ha riportato in auge il colore alchemico più alto, facendosi quindi asino delle reliquie.

Le vie metafisiche sono imperscrutabili e se, spesso, sono quelli con le migliori intenzioni a lastricare la via dell'inferno, sono sovente proprio i peggiori, i più ottusi, a farsi ignari portatori di eruzioni irroratrici. Si pensi ad esempio ai mercanti spiritualmente confusi che ci hanno riportato, nella formula di Halloween, un'antica festa europea legata al rapporto con l'oltretomba; festa che non era affatto morta, e non solo nel mondo celtico come si pensa ma anche in diverse regioni italiane, specie nell'Italia centrale.

Che venga, quindi, Babbo Natale e che porti i suoi doni!

domenica 2 dicembre 2007

La favola del pescatore di salmoni che resiste al potere dei soldi di Trump

di Massimo Fini www.massimofini.it


Fa piacere commentare, una volta tanto, una bella storia. Ci arriva dalla Scozia profonda e il nostro giornale - l'unico, mi pare - ne ha dato conto nei giorni scorsi. Ma val la pena di ripercorrerla per i lettori cui fosse sfuggita.Dunque, la storia è questa. Il supermiliardario americano Donald Trump, come se i soldi che ha non gli bastassero, come se non gli occorressero dieci vite per poterseli godere, si è lanciato nell'ennesima speculazione. Ha comprato un vastissimo terreno sulla costa scozzese, a Balmedie, a nord di Aberdeen, e vi sta costruendo un enorme campo da golf, un albergo a cinque stelle (il Trump International Resort) e tutti i lussuosi annessi e connessi che accompagnano questo tipo di insediamenti. Ma ha fatto i conti senza l'oste. Che in questo caso si chiama Michael Forbes, un pescatore di salmoni di 55 anni che è proprietario di nove ettari di terreno su cui vive, insieme a polli, galline, oche, conigli, con la vecchia madre 83enne, lui in una modestissima casa, lei addirittura in una roulotte. E la sua proprietà Forbes non la vuole vendere.Il guaio è che quei nove ettari tagliano proprio a metà il progettato e favoloso campo da golf e sono inoltre essenziali per tutta la logistica dell'insediamento. Quando gli emissari di Trump si sono trovati davanti al no di Forbes, un pescatorucolo la cui esistenza non avevano nemmeno messo in considerazione, si sono messi a ridere. Sapevano che il magnate aveva argomenti molto convincenti. E infatti Trump ha innalzato gradualmente l'offerta fino a portarla a una cifra venti volte superiore al valore economico del terreno. Ma non c'è stato niente da fare. Ha spiegato Forbes al Guardian: " Per me questo posto non ha prezzo. Non lo venderei mai. Tutta la mia famiglia viene da qui. Mio nonno pescava qui, mio padre pescava qui e così anche mio zio. Io sono l'ultimo e custodirò questo luogo".Una bella lezione per il magnate americano, abituato a ragionare in dollari, in euro, in sterline, in barili di petrolio. Non tutto è denaro. Non tutto si può comprare con il denaro. Ci sono valori, per quei pochi ancora che li custodiscono e li onorano (magari ormai solo, in Occidente, nella remota e tradizionale Scozia), che non hanno prezzo: l'identità, la dignità, il senso. Vivendo della propria abilità di pescatore e della perizia di allevatore, sulla terra dei propri avi, l'esistenza di Michael Forbes ha una dignità e un senso, con le tasche piene di dollari e una camicia a fiori a Miami Beach li perderebbe.Di fronte al no, per lui incomprensibile, di Forbes, Donald Trump ha reagito nel solo modo in cui sono capaci questi individui: con la violenza dell'economico. Ha scagliato contro il pescatore le televisioni e i giornali locali perchè sostengano che Forbes danneggia lo sviluppo della zona. Ma forse anche gli altri abitanti di Balmedie hanno capito che un complesso come quello progettato da Trump, oltre a distruggere l'equilibrio della loro terra, su cui hanno vissuto serenamente per secoli, porta un benessere solo apparente. Se infatti il progetto di Trump dovesse andare comunque in porto i prezzi nell'intera zona salirebbero alle stelle e quella gente da povera, ma dignitosa, che era, diventerebbe miserabile, come è successo a tutte le popolazione del Terzo Mondo dove abbiamo portato lo 'sviluppo'.Non sapendo quali altri pesci pigliare Trump ha mobilitato contro Forbes anche gli ambientalisti. E ci vuole davvero una bella faccia tosta . Perchè non si capisce come un pescatore di salmoni, che usa la propria energia fisica, possa inquinare più di un albergo a cinque stelle e dei suoi ricchi e viziati ospiti.
di Massimo Fini www.massimofini.it

giovedì 29 novembre 2007

L'identità comunitaria contro la società moderna

di Aurelio Cocco www.puntozero.tk

L’identità culturale di un popolo, la sua lingua e i suoi costumi, la riscoperta delle tradizioni locali sono valori che oggi stiamo perdendo in quanto non funzionali alla società che viviamo e al suo consequenziale sistema economico qual è appunto il liberismo. La società moderna, che corrisponde ad una concezione puramente materialistica dell’esistenza, trova le sue radici culturali nell’Illuminismo ed in particolare nella “ teoria del contratto” formulata da Hobbes nel suo “Leviatano”. Secondo il materialismo meccanicistico di Hobbes la ragione e la scienza possono conoscere e spiegare soltanto gli oggetti di cui si può apprendere la causa produttrice, tali oggetti sono quelli generabili. Siccome gli unici oggetti generabili sono i corpi ne consegue che gli oggetti estesi o materiali sono, sempre secondo Hobbes, i soli oggetti possibili della ragione. Lo spirito umano non viene considerato come qualcosa di incorporeo ma come un’immagine apparente dell’oggetto corporeo che la produce nei nostri organi di senso. Tutto viene spiegato in termini di movimento e corpo cioè materia (1) . Hobbes intende per “corpo” qualsiasi cosa che possa venir divisa in parti e da queste ricomposta. L’essenza di ogni corpo, sia fisico sia sociale, si può capire soltanto attraverso questa separazione e reintegrazione di parti (2) . La società è quindi un corpo e come tale è formato da parti che prima dell’unione sono dei singoli elementi, quest’ultimi corrispondono alle volontà individuali di ogni uomo che incontrandosi segnano il passaggio dallo stato di natura allo stato civile. Il processo che porta alla volontà collettiva, come risultato delle volontà individuali, è costituito dal contratto attraverso cui gli individui entrano in un rapporto di obblighi reciproci dando vita ad una “ associazione spontanea (che) nasce o dal bisogno reciproco o dall’ambizione, mai dall’amore o dalla benevolenza verso gli altri” (3) . La rinuncia alla volontà assoluta viene compiuta sotto la spinta del timore reciproco esistente in ogni Homo Homini lupus e al fine soltanto di poter godere tranquillamente dei propri beni materiali. Il principio “la mia libertà finisce dove inizia la tua” consiste proprio nel porsi dei limiti vicendevolmente per trarre da questo “pactum subiectionis” i vantaggi economici e amministrativi dell’interdipendenza sociale. Lo Stato diventa una “persona artificialis” creata dagli individui che sono gli unici soggetti originari della legge. Come viene fatto osservare lucidamente in alcuni scritti del Gruppo di Ar (4) lo Stato per il Contrattualismo “ è un complesso burocratico amministrativo atto a garantire la sopravvivenza materiale e la libertà individuale (e la proprietà privata) dei soggetti sociali” ed è “ in questo terreno (che) affondano le radici dell’economia politica e della teoria dello Stato capitalistico-borghese” . Continua ancora il Gruppo di AR : “L’individuo è considerato al di fuori, astratto dalla comunità di stirpe…la vera caratteristica di questa concezione del mondo è il prescindere da una parte della realtà dell’uomo, ossia da tutti i fattori autenticamente qualitativi, spirituali, che sono “i fattori significanti” dell’umano, per considerare unicamente il livello meccanico-passionale, la dinamica degli interessi”. Ecco allora che oggi assistiamo ad una caduta di livello dell’uomo da persona, e come tale appartenente ad una comunità di valori, di tradizioni e quindi di identità, a individuo-atomo cioè a corpo che ha per unico movimento la soddisfazione dei propri interessi in quanto consumatore, ridotto ad animale da ingrasso foraggiato all’infinito dall’economia industriale di sviluppo. I valori spirituali discendenti da una comune weltanschauung, tramandati in forma di simboli e miti, tralucentesi in un piano più materiale, ma sempre connesso con le origini, quale le tradizioni locali e i costumi sociali, costituiscono degli inceppi per il meccanismo economico. Le diversità etniche e culturali, ricchezza qualitativa del nostro pianeta, vengono viste dalla classe mercantile come degli steccati ostacolanti il loro allevamento di animali da macello, come dei limiti alla loro economia espansionistica che proprio perché è fondata sul plusvalore ha bisogno sempre più di nuovi consumatori soprattutto quando il loro mercato ha raggiunto il livello di saturazione nonostante l’invenzione di nuovi bisogni artificiali. In una società contrattualistica dove il ruolo sociale dell’individuo è legato al posto che occupa nei rapporti di produzione, dove l’uomo è sradicato dalla sua terra e dalla sua comunità perché ciò è utile alla logica del mercato, l’identità deve essere eliminata regnando ciò che già uno scrittore medievale disse dei mercanti “Quo avaritia promovet, eodem currunt mercatores, quos neque sanguis, neque caritas soli retinen”. Ma un meccanismo del genere non ha una stabilità permanente e per evitare che le volontà individuali ritornino allo stadio originario di forze centrifughe bisogna orientarle in direzione centripeta . Questo compito viene assolto dall’etica sociale che, perduto ogni legame col piano metafisico, diventa lo strumento per massificare gli uomini, renderli anodini e funzionali alla realtà economico-produttiva (5). I mass-media e la cultura che ci trasmettono sono significatavi a tal proposito: dalle reti televisive non facciamo altro che subire passivamente un modello di società che ci viene imposto, quello consumistico d’importazione americana. Di fronte all’insensatezza che ognuno avverte l’unico significato della propria vita è quello di raggiungere il successo in termini economici, trascinandosi in un vorticoso carrierismo di origine protestante che tanto ha impregnato la società americana. L’anonimato di cui soffrono le masse si cerca di risolverlo con i vari status symbol che il mercato propina, oggi per essere famosi bisogna apparire nei grandi schermi e diventare una star e cosa sconcertante è la moda dei Vip che ha “ficcato in testa alla piccola gente che le sue mediocri virtù valgono qualcosa”, l’uomo non vale più per ciò che è ma in base a quanto guadagna all’anno. L’ossessione del fare, del conquistare, del record corrisponde come ha rilevato Evola alla concezione attivistica e faustiana della vita (6). In termini metafisici si tratta della contrapposizione tra l’Esssere e il Divenire, dove la propensione per la seconda via denota uno spostamento dell’asse del sé al di fuori della propria persona e un continuo cambiare di forma in forma nel tentativo prometeico di appropriarsi di una coscienza del sé che non si raggiungerà mai proprio perché si compie la ricerca fuori di sé stessi. In tutto questo la riscoperta delle identità costituisce un fattore essenziale per opporsi al depauperamento esistenziale che la civilizzazione e la società progressista hanno eretto a verità universale di una legge naturale, legge verso la quale tutti i soggetti hanno eguali diritti di pretesa e pertanto deve essere esportata ad ogni costo; è quella visione universalistica e intollerante che Massimo Fini chiama il “vizio oscuro dell’Occidente” . Il ritornare al livello locale, il recuperare ritmi di vita più lenti ma più intensi, indispensabili per mantenere dei legami personali e per ricostruire il tessuto sociale che ormai si sta sfaldando, il controllo dell’ambiente e il governo diretto nelle forme possibili del territorio, passano tutti per la strada dell’identità e della comunità. In una realtà come quella sarda che deriva da una civiltà millenaria e che fino a cinquanta anni fa era strutturata in comunità agro-pastorali il ritorno a stili di vita “umani” è ancora possibile. La lingua sarda (e non dialetto) che parliamo, ma stiamo perdendo, deve essere la nostra roccaforte contro il livellamento che l’insegnamento dell’inglese nelle scuole elementari già sta producendo. La lingua non è solo un codice alfabetico con cui due persone si capiscono, ma è anche e soprattutto il riflesso di una determinata “forma mentis” di un popolo, è la traduzione in suoni di una civiltà che la esprime. Questo è il punto di partenza e nell’insegnare la nostra lingua dobbiamo farlo riconnettendoci con lo spirito dei nostri antenati, perché solo così possiamo apprezzarne il valore e capirne l’essenza. Le nostre comunità erano rimaste essenzialmente agro-pastorali anche dopo l’industrializzazione, e il legame fra l’uomo e il suo gruppo di appartenenza era rimasto forte tanto che fino a qualche decennio scorso si veniva conosciuti e ci si faceva conoscere per il proprio parentado : “De sos cales ses ?” “di chi sei?”, “a quale gruppo appartieni?” e si rispondeva “so de sos tales” cioè “sono della famiglia dei Tali”. Il sardo non conosceva l’alienazione dell’uomo moderno perché viveva in comunità e in funzione di essa, la vita si svolgeva secondo i ritmi del lavoro che non era frenetico ma a sua volta seguiva i cicli della natura. Così a periodi di duro lavoro si alternavano momenti di riposo e di ritrovo per la comunità che consolidava i propri vincoli e si ricollegava alle sue origini ancestrali: “su ballu tundu” (il ballo tondo) non era una esibizione coreografica fine a sé stessa, alla quale molti assistono oggi con mero gusto da borghese, ma era un ballo di gruppo che si univa in cerchio, simbolo magico e forma di protezione per i membri della Comunità.
di Aurelio Cocco www.puntozero.tk

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La verità è quella che vi dicono. E poi il problema in Italia non è mai stato tanto di saperla, ma che saputala tutto resta uguale. Credete forse oggi voi di essere liberi? Votate per dieci volte l'anno gente che a volte neanche conoscete e che una volta eletta fa ciò che vuole, acciuccia e si spartisce.
Sempre comanderà un'oligarchia che vi inganna col gioco delle parti.

E allora? Dov'è povero postero il guadagno?
La dittatura è un sistema per opprimere il popolo.
La democrazia è un sistema per costringere il popolo a opprimersi da solo.

Ma ricordate: un popolo che perde la sua memoria...
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