______________________________________________

"Nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario"
George Orwell
______________________________________________

Visualizzazione post con etichetta 11 Settembre. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 11 Settembre. Mostra tutti i post

sabato 3 maggio 2008

Disneyland a Baghdad, finalmente!


«Ci sono molte opportunità d’investimento in Iraq, e mica tutte per il petrolio. Per esempio, metà della popolazione irachena ha meno di 15 anni»: così parlò al Times un certo mister Brinkley, capo di una fantomatica ditta di Los Angeles chiamata «C3», e che pare una filiazione del Pentagono.

Detto fatto: un parco di divertimenti Disneyland sorgerà a Baghdad, a poca distanza dalla Zona Verde. Sorgerà nel parco Al Zawra, creato da Saddam e fornito di laghetti, palme, fontane, sculture e scivoli per i bambini, ma oggi in via di privatizzazione (come tutto a Baghdad). Vi sorgeva anche lo zoo, saccheggiato dai liberatori - o liberalizzatori che dir si voglia (1).

Gli iracheni «lo accoglieranno a braccia aperte», assicura lo sponsor del nuovo business, tale Llewellyn Werner: «Lo vedranno come un’opportunità per i bambini, che siano sunniti o sciiti. Diranno: i nostri bambini meritano un posto dove giocare in pace».

Il parco sarà progettato dalla Ride and Show Engineering, la ditta fondata da Edward Feuers e William Watkins, che sono stati i fondatori di Imagineering, l’impresa consociata alla Walt Disney Company che costruisce i parchi di divertimento un po’ in tutto il mondo. Mister Werner, il «developer» immobiliare, conta di edificare attorno alla Disneyland irachena una quantità di alberghi di lusso, condomini sfarzosi e shopping center.

Ma tutta la magia del luogo sarà garantita dalla «Ride and Show Engineering», specialista in «simulazioni in movimento» (motion based simulation) e in «attrezzature da divertimento ad alta tecnologia»: effetti speciali alla Hollywood, con Paperino e Aladino, suoni e luci e fuochi artificiali, il misterioso Oriente visibile in gallerie percorse da trenini guidati da Topolino. La ditta si fa un punto d’onore - è il suo motto - di «superare le barriere tra la realtà e il sogno».

Ai bambini iracheni sarà dato un mondo dei sogni, così necessario per superare la realtà che si vedono intorno: luce ed acqua razionate, miseria e attentati-strage, cibo scarso, irruzioni di soldati USA nelle case a trascinare via il papà e i fratelli, e bombardamenti periodicamente in corso a Sadr City con bombe a frammentazione.

La speranza del Pentagono è che così, gli iracheni assorbiranno «i valori culturali americani», come già assorbono la polvere di uranio impoverito: senza accorgersene, anzi divertendosi.

E difatti, nonostante tutte le spese che l’America sostiene per liberare continuamente gli iracheni, la generosa nazione ha deciso di distribuire ai bambini iracheni qualcosa di cui hanno veramente bisogno: 200 mila skateboard.

E’ il virtuale che vuole trionfare sul reale. In fondo, con il pubblico americano, ed anche europeo, ha funzionato benissimo. Il «controllo mentale» delle masse è una specialità ben studiata dal potere americano, come strumento ausiliario della democrazia.

Già nel 1928 lo psicologo Edward Bernay, un parente di Freud, scriveva: «La manipolazione cosciente e intelligente delle abitudini e delle opinioni della masse è un elemento importante nella società democratica. Coloro che manipolano questi meccanismi inavvertiti della società costituiscono un governo invisibile che è il vero padrone del nostro Paese».

Bernay non criticava il sistema: tant’è vero che già nel 1916 era stato assunto, insieme al giornalista ebreo Walter Lippman, nella Creel Commission, un organismo creato per «vendere» agli americani l’entrata nella grande guerra europea, cosa che fu fatta - a furor di popolo - nel 1917 (2).

Ma non si deve pensare a chissà quali mezzi sofisticati, a droghe sciolte nell’acqua potabile o lavaggi dei cervelli (anche se furono tentati in passato esperimenti con l’LSD e peggio, nel programma MK-Ultra).

Il metodo è più semplice e a portata di mano: la «immersione totale» delle cosiddette masse nel mondo fantastico radio-tv. L’Idea venne, probabilmente, dal catastrofico successo della trasmissione radiofonica «La guerra dei mondi», dove Orson Welles inscenò un finto reportage in cui fingeva di descrivere in diretta l’atterraggio di marziani distruttori.

Il panico fu immenso e reale: era già stata superata la barriera fra sogno e realtà, e ciò preparava benissimo l’opinione pubblica a combattere contro i prossimi marziani, i tedeschi.

Difatti subito dopo uno psicologo di nome Hadley Cantril pubblicò uno studio sugli effetti della falsa trasmissione-verità - «The invasion from Mars: a study in the psychology of Panic» - dove proponeva la messa a frutto propagandistica della paura indotta. Cantril era membro del Radio Research Project, creato a finanziato alla università di Princeton dalla Rockefeller Foundation un anno prima, nel 1937.

Frank Stanton, il direttore della CBS (che aveva trasmesso la Guerra dei Mondi) era anch’egli membro di quell’istituto, oltre che membro del Council on Foreign Relations di Rockefeller; più tardi sarebbe diventato presidente della RAND Corporation, il think-tank del settore militare-industriale.

Nel 1939, coi fondi Rockefeller, Cantril invece fondò, sempre a Princeton, l’Office of Public Opinion Research: giusto in tempo per la guerra. Quando l’Office si dedicò a controllare ed affinare le «psycho-political operations» (guerra psicologica) via via escogitate dall’OSS, l’organizzazione-madre da cui nacque la CIA.

Mentre la guerra procedeva, Cantril e il giornalista della CBS Edward R. Murrow (membro del Council on Foreign Relations) allestirono a Princeton - sempre con fondi dei Rockefeller - il «Princeton Listening Center», che ascoltava le trasmissioni naziste per apprendere le tecniche di propaganda di cui il Terzo Reich era ritenuto maestro, onde applicarle alle operazioni dell’OSS e al fronte interno.

Da questo progetto nacque un ente pubblico, Foreign Broadcast Intelligence Service, il quale alla fine diventa lo «United states Information service», ossia l’USIS, che aveva sedi in tutto il mondo «liberato» e diffondeva «i valori culturali americani» tra le popolazioni.

Ma molte delle scoperte fatte durante la guerra furono impiegate massicciamente ad uso interno, per manipolare la propria opinione pubblica. Il cinema fu lo strumento ideale.

Come scrive David Robb, autore di «Operation Hollywood», «Hollywood e il Pentagono hanno una lunga storia di coproduzione cinematografica, che cominciò dal cinema muto e continua anche oggi. I produttori di Hollywood ottengono la disponibilità di materiali militari da miliardi di dollari - cingolati, caccia, sottomarini atomici e portaerei - e i generali ottengono quello che vogliono - film che ritraggono i militari sotto una luce positiva, il che aiuta - fra l’altro - nel reclutamento. Ma il Pentagono non è passivo: se una sceneggiatura non gli piace, suggerisce cambiamenti che ‘facilitano l’approvazione dei comandi’. A volte cambiano i dialoghi, a volte le figure della storia, a volte la storia stessa».

Oggi, tutto è ancora più facile, perchè la gente si immerge totalmente e di sua volontà nella fiction - verità (e chi può dirlo?) della TV.

E’ ben noto agli psicologi militari-industriali che quando una persona passa ore davanti alla TV, sia che guardi un TG o una telenovela, l’attività cerebrale passa dall’emisfero sinistro (dove ha sede la capacità di analisi logico-critica) all’emisfero destro, dove l’informazione-disinformazione (chi può dire cosa è?) viene accolta come un «tutto» e suscita risposte emotive anzichè ragionate. Tutto questo, il Pentagono lo chiama «disinfotainment».

I mega-attentati dell’11 settembre possono essere stati il miglior «disinfotainment» mai prodotto, con i più grandi mezzi e i più costosi effetti speciali disponibili alla scienza della «rottura delle barriere fra realtà e sogno». E con successo assicurato, visto che l’America tutta ha chiesto, poi, l’invasione di Afghanistan e Iraq.

Il lato spiacevole è che il «disinfotainment» non solo pare diventato la sola attività bellica di successo del Pentagono; è che ha «troppo» successo, nel senso che anche i generali USA finiscono per credere alla propria guerra virtuale.

Torniamo a Baghdad, dove - accanto alla futura Disneyland - già torreggia un esempio straordinario di «rottura fra realtà e sogno». La creatura ha persino un nome, Qassem Suleimani. E un grado, generale delle Forze Quds, ossia dei commandos iraniani delle Guardie della Rivoluzione.

Ebbene: tutti gli attentati, i disordini, le battaglie di Muktada Al Sadr, gli armistizi tra fazioni sciite che occorrono in Iraq dopo 5 anni d’occupazione, vengono attribuite a questo personaggio. Insomma all’Iran, che ha la colpa della incapacità dei generali USA di pacificare l’Iraq, e quindi va bombardato.

Secondo i giornali USA, il generale Suleimani sta andando su e giù per l’Iraq a suo piacimento, e «fornisce aiuto finanziario e militare alle fazioni irachene, frustrando gli sforzi USA di costruire una democrazia pro-occidentale».

E’ lui che «ha diretto e addestrato milizie sciite fornendole di denaro ed armamento, compresi i mortai e i razzi che hanno sparato nella Zona Verde, nonchè gli esplosivi conformati per la penetrazione che hanno causato centinaia di feriti e morti fra le truppe americane» (3). Fa tutto lui, Suleimani. Tutto quello che mostra gli occupanti americani come incapaci o scemi, è opera sua.

E’ persino più bravo di Osama bin Laden, l’altra nota figura del «disnfotainment» strategico, ormai alquanto dimenticata. Vedrete, presto cominceranno a parlarne anche Fede, Mentana, la Nirenstein e Magdi Allam.

La conclusione cui spontaneamente giungeremo noi spettatori sarà una sola: l’America deve attaccare l’Iran, e stavolta con le atomiche. Il sogno, finalmente, ridiventa realtà.


Maurizio Blondet
www.effedieffe.com

martedì 5 febbraio 2008

Pentagono: il web è un sistema d’arma nemico

di Maurizio Blondet www.effedieffe.com
Il documento del Pentagono si chiama «Information Operations Roadmap»: stilato nel 2003, segretato con la classe noforn (not for release to foreign nationals, including allies: non diffondere a stranieri, alleati inclusi), è stato declassificato il gennaio 2006 - in base alla legge sulla libertà d'informazione (Freedom of Information Act - su richiesta del National Security Archive della George Washington University (1).
Si tratta delle operazioni militari da condurre nella sfera dell'informazione, guerra elettronica, propaganda, operazioni psicologiche, coinvolgimento di giornali esteri.
In questo documento, si dice che internet deve essere trattato come un sistema d'arma nemico.

Al punto 6 si legge: «Dobbiamo combattere la Rete (We must fight the Net). Il Dipartimento Difesa sta creando una forza 'information-centric'. Le reti sono sempre più centri di gravità operativi, e il Dipartimento deve essere pronto a combattere la Rete».
Al punto 7 su parla di «migliorare le capacità IO (information operations) per la guerra guerreggiata», fra cui un «nutrito arsenale di capacità offensive che comprendano l'attacco a tutto campo all'elettronica e alla rete di computer». […] «Quando applicate, queste raccomandazioni innescheranno efficacemente un rapido miglioramento della capacità di attacco delle reti di computer».
Al punto 13: «La strategia di 'difesa in profondità' del ministero Difesa deve agire sul presupposto che il Dipartimento 'combatterà la Rete' come fosse un sistema d'arma».
Lo scopo è raggiungere «la superiorità nella guerra d'informazione».

Non è difficile riconoscere qui il gergo buro-militaresco di Donald Rumsfeld e la sua utopia bellica ipertecnologica, la Revolution in Military Affairs.
Non a caso la firma di Rumsfeld, con quella di Cheney e di Paul Wolfowitz si trova in calce del rapporto al presidente, intitolato «Rebuilding the american Defense» (ricostruire la difesa americana) dove costoro - riuniti nella fondazione chiamata PNAC (Project for a New American Century), auspicavano «una nuova Pearl Harbour» come «evento catalizzatore» necessario per convincere i contribuenti americani a pagare per le future guerre per «estendere la leadership globale americana».

In questo documento, diffuso nel 2001 (un anno prima della auspicata nuova Pearl Harbour dell'11 settembre) un intero paragrafo è consacrato alla lo spazio «e cyberspazio» come nuovo teatro di operazioni: (2) «E' oggi comune la consapevolezza che l'informazione e le nuove tecnologie […] stanno creando una dinamica che minaccia la capacità americana di esercitare la sua superiore potenza militare» (pagina 4).
«[…] Controllo dello spazio e del cyberspazio: come il controllo dei mari aperti e la protezione della navigazione internazionale definiva in passato le potenze globali, così il controllo dei nuovi 'spazi comuni internazionali' sarà essenziale per il potere mondiale del futuro. Un'America incapace di proteggere i suoi interessi […] nello spazio o nella 'info-sfera' avrà difficoltà ad esercitare la leadership politica globale» (pagina 51).
«Benchè il processo di trasformazione possa occupare decenni […] ad un certo punto […] il combattimento avrà luogo in nuove dimensioni: lo spazio, il cyberspazio, e forse il mondo dei batteri» (pagina 60).

Nel documento del 2003, Information Operation Roadmap, si accenna a progetti per «assicurare la garbata degradazione (sic) della Rete, piuttosto che la sua interruzione» (pagina 45), evidentemente per non allarmare l'opinione pubblica con il puro e semplice accecamento della fonte di informazioni incontrollate.
Di questo progetto fa parte probabilmente «Internet 2», che farà deperire «spontaneamente» il sistema aperto e gratuito che conosciamo, costringendo le centinaia di milioni di internauti a servirsi della nuova - rete, a pagamento, tassabile, e di conseguenza censurabile e non più anonima.

E' lo stesso processo già da anni in corso per la TV: le TV captabili per onde vengono sempre più svuotate di contenuti, sempre più stupide e ripetitive, onde obbligare ad iscriversi alle TV via cavo o con decoder: ciò che permette non solo di assoggettare a canoni dispendiosi, ma anche
(e soprattutto) di stabilire l'identità dell'abbonato, il suo indirizzo e il suo «profilo», le sue preferenze e i suoi gusti.

Già in Cina chi si connette a siti sgraditi al regime vede comparire sul video un poliziotto-cartoon, sistema efficace per intimidire gli audaci tentati dal dissenso.

Nel documento del Pentagono decretato si legge esplicitamente: «L'informazione, sempre importante in guerra, è oggi essenziale al successo militare e lo diverrà sempre più. […] La capacità di disseminare rapidamente 'informazioni persuasive' [ossia propaganda] a pubblici diversi onde influenzare direttamente le loro decisioni è un mezzo sempre più potente di dissuasione degli aggressori».
La disseminazione di «informazioni persuasive», si aggiunge, deve essere centralizzata «sotto la responsabilità del segretario alla Difesa».
L'informazione, né più né meno, diventa «una competenza militare diretta alla pari con le operazioni d'aria, di terra, di mare e speciali».

E' un passo avanti decisivo nel totalitarismo: dopotutto Goebbels, il mago della propaganda hitleriana, era un civile.
Qui si propone la diretta sottomissione delle informazioni all'apparato militare.

Infatti, Rumsfeld nel documento sottolinea la «necessità di assicurare la coerenza del messaggio» (pagina 23).
Ciò richiede «la coordinazione con gli affari pubblici e le operazioni civili-militari».
Sarebbe una sciagura se «i vari organi del governo diffondessero messaggi incoerenti a pubblici stranieri. Attualmente 'il Dipartimento di Stato (ossia gli Esteri) guida la diplomazia pubblica […] col ministero della Difesa ridotto a un ruolo di supporto'. Ciò deve cambiare. [Perciò] tutte le attività informative di questi enti e agenzie devono essere integrate e coordinate sotto il 'DOD', Dipartimento della Difesa, ossia dal Pentagono. Il solo che ha il diritto di 'formare i temi e i messaggi […] in coerenza con gli obbiettivi strategici e la sicurezza nazionale».
Insomma: censura militare e disinformazione militare.

Sotto il Pentagono, le notizie diventano «Information Operations»: le quali sono così definite: «L'impiego integrato di capacità di guerra elettronica, di operazioni su reti di computer, di operazioni psicologiche, di inganno militare e sicurezza […] per influenzare, interrompere, corrompere o usurpare il processo decisionale dell'avversario, mentre si protegge il proprio» (pagina 22).
La rilettura di questo testo assume un significato di fronte all'accidentale rottura di tre cavi coassiali nel Golfo, che hanno isolato dal web l'Iran e l'Egitto, ma non Israele e l'Iraq occupato.

Chi scrive, nella sua ingenuità, riteneva che la notizia sarebbe apparsa il giorno dopo sui principali giornali occidentali.
Invece, silenzio totale, il che è anche più allarmante.

L'allarme è cresciuto quando tutti i giornali hanno dato straordinario rilievo alla notizia della strage di Baghdad, compiuta mandandovi due povere ragazze mongoloidi: anziché trarne la conclusione che questo rivelava qualcosa di interessante sui cosiddetti «kamikaze islamici», hanno espresso il più vibrante sdegno per una poco identificata «guerriglia» islamica (nemmeno hanno precisato che è stata «al Qaeda in Iraq», come di solito) che sarebbe la mandante di questo orrore.
La fonte della notizia, con il particolare agghiacciante delle due down usate come strumenti telecomandati, è una sola: il governo iracheno sotto controllo del Pentagono.
Certe stragi indiscriminate che sembrano avere il solo scopo di screditare e suscitare disprezzo per
i mandanti si chiamavano, in Italia, «strategia della tensione» ed erano per lo più operazioni di Stato.

Bisogna ricordare che nessun giornale, tranne il britannico Guardian (3), diede notizia di una «information operation» con cui l'FBI chiuse - il 10 settembre 2001, «un giorno prima dell'attacco al World Trade Center» - ben 500 siti arabi o musulmani che facevano capo ad un server del Texas, la InfoCom Corporation.
Ottanta agenti fecero irruzione nella ditta, accecarono i siti (fra cui la pagina web di Al-Jazeera, di Al-Sharq giornale del Katar, e della università palestinese Birzeit in Cisgiordania, Territori Occupati), facendo poi copie di tutti gli hard-disk.
La InfoCom, proprietà di due fratelli di origine palestinese, Ghassan e Bayan Elashi, operava senza problemi dal 1982 in Texas.
Usava come dominio «iq», che sta per Iraq.
Secondo i due fratelli, l'irruzione dei poliziotti era dovuta ad una denuncia del noto neocon ebreo Daniel Pipes, autoproclamatosi esperto di Medio Oriente.

Costui, sul Wall Street Journal del 13 agosto 2001, aveva scritto: «Le autorità federali devono usare gli strumenti che hanno già a disposizione per chiudere quei siti web e le organizzazioni che ci stanno dietro… E' venuto il momento per gli USA di sostenere Israele».
Non era ancora venuto: venne un mese dopo, con la nuova Pearl Harbour dell'11 settembre.
Dunque c'è un precedente alla misteriosa tranciatura dei cavi nel Golfo Persico.
Anche allora, per la ovvia urgenza, non si aspettò il «degrado dolce» del web, ma si optò per la interruzione, il «collapse», di possibili fonti d'informazione alternative.

In questi giorni, il 2 febbraio, il generale israeliano Udi Shani, ha avvertito gli israeliani di preparare con urgenza un «rifugio anti-razzo» (rocket room) in ogni abitazione.
Non solo a Sderot o nelle zone del nord raggiunte dai missili Hezbollah nella campagna del Libano.
«La prossima guerra», ha detto il generale, «vedrà un uso massiccio di missili balistici sull'intero territorio di Israele» (4).
«Oggi si devono prevedere attacchi nella retrovia, e dobbiamo prepararci a questa eventualità in modo totalmente diverso».

Un altro ufficiale, colonnello Yehiel Kuperstein, ha aggiunto: «La protezione dei civili oggi deve essere assicurata dentro le loro abitazioni… oggi in Israele solo un terzo degli appartamenti hanno una camera capace di dare rifugio, con mura rinforzate. E non hanno né filtri d'aria né sistemi di ventilazione per potervi restare per lungo tempo».
Questi consigli sono stati dati per radio, nell'ambito di un programma militare di difesa passiva in vista di futuri conflitti «alla luce delle lezioni tratte dalla guerra in Libano».
Oltre a trasmissioni radio e TV, sono stati distribuiti opuscoli in sei lingue con le relative istruzioni.

Il primo febbraio, la Reuters ha reso noto un recente piano del Pentagono sulla «preparazione a rispondere ad un attentato chimico, biologico o nucleare all'interno degli Stati Uniti» (5).
Il rapporto prevede 15 scenari catastrofici, «un attacco nucleare, una serie di attentati con bombe sporche, un attentato con antrace aerosol o una serie di attentati chimici».

In coincidenza, il presidente Bush ha chiesto al Congresso di approvare un aumento del bilancio del Pentagono, per il 2009, del 7,50% rispetto al 2008: fino a 515,4 miliardi di dollari.
Il Congresso approverà, e il prossimo presidente, democratico o repubblicano, farà altrettanto.
Il ministro francese della Difesa, Hervè Morin (il nome è ebraico), ha assicurato che l'Iran continua ha tentare di costruirsi l'atomica (6).

Sanno qualcosa che noi non sappiamo, costoro?


--------------------------------------------------------------------------------
Note
1) Brent Jessop «Full spectrum information warfare», Knowledge Driven Revolution, 5 novembre 2007.
2) Brent Jessop, «Pentagon: The internet needs to be dealt with as if it were an enemy weapons ystem» GlobalResearch, 2 febbraio 2008.
3) Brian Whitaker, «US pulls the plug on Muslim websites», Guardian, 10 settembre 2001.
4) «Israelis told to prepare 'rocket rooms' for war». AFP, 2 febbraio 2008.
5) «Pentagon rejects report, says ready for WMD attack», Reuters, 1 febbraio 2008.
6) «French defence minister says Iran still pursuing nuclear arms», AFP, 1 febbraio 2008

venerdì 14 dicembre 2007

__________________________________________________________________________

La verità è quella che vi dicono. E poi il problema in Italia non è mai stato tanto di saperla, ma che saputala tutto resta uguale. Credete forse oggi voi di essere liberi? Votate per dieci volte l'anno gente che a volte neanche conoscete e che una volta eletta fa ciò che vuole, acciuccia e si spartisce.
Sempre comanderà un'oligarchia che vi inganna col gioco delle parti.

E allora? Dov'è povero postero il guadagno?
La dittatura è un sistema per opprimere il popolo.
La democrazia è un sistema per costringere il popolo a opprimersi da solo.

Ma ricordate: un popolo che perde la sua memoria...
_____________________________________________________________________________