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"Nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario"
George Orwell
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venerdì 22 febbraio 2008

Il futuro di Pristina nelle parole di Sanda Raskovic-Ivic

di Andrea Perrone

Il quotidiano Rinascita ha incontrato ieri l’ambasciatrice della Repubblica di Serbia, Sanda Raskovic-Ivic, a cui ha rivolto alcune domande sulla situazione del Kosovo, dopo l’annunciata secessione. Il quotidiano “Rinascita” sostiene da anni la sovranità nazionale della Serbia e la sua integrità territoriale. Da tempo ci opponiamo dalle pagine del nostro giornale al tentativo secessionista messo in atto dai kosovaro-albanesi. Ora il dado è tratto.

Quali ritiene possano essere gli scenari che si apriranno dopo la dichiarazione di indipendenza del Kosovo?
“Dopo la dichiarazione di indipendenza del Kosovo non si interromperà il rapporto diplomatico con l’Italia, soltanto io sarò richiamata a Belgrado perché siamo delusi e arrabbiati del sostegno alla secessione. Torno a Belgrado per consultarmi con il governo e per decidere quali saranno le prossime mosse da intraprendere dopo le decisioni del vostro esecutivo. L’Italia è considerata un Paese amico dalla Serbia. Il vostro Paese ci ha sempre sostenuto nel nostro cammino e i rapporti bilaterali rimangono sempre molto buoni. Per questo abbiamo sperato che l’Italia non portasse avanti questo atto di riconoscimento unilaterale”.

Cosa pensa della missione Ue “Eulex”, che prevede l’invio di un contingente di circa 2.000 uomini tra forze di polizia, magistrati europei, ecc., nel Kosovo?
“È una missione verso la quale non abbiamo niente in contrario ma siamo contrari al modo in cui viene ad inserirsi nella regione. La missione Eulex è giunta in Kosovo senza una decisione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, e visto che la risoluzione 1244 del 1999 è nata in seno al Consiglio di Sicurezza, questa dovrebbe essere implementata per riportare lo Stato di diritto e garantire il ritorno dei rifugiati. D’altronde anche l’Unmik ha fallito non riuscendo ad ottemperare ai suoi doveri. Dopo l’espulsione di 250.000 serbi soltanto 1226 sono tornati in Kosovo, mentre 256 chiese sono state distrutte. A tutto questo bisogna aggiungere la terribile pulizia etnica compiuta a Pristina, una città che allora comprendeva 250.000 abitanti, di cui 41.000 serbi. Oggi invece i serbi rimasti sono soltanto 87 sugli attuali 600.000 abitanti. In sostanza, la presenza degli albanesi si è quasi triplicata mentre i serbi non esistono quasi più. Gli unici serbi rimasti sono molto anziani, incapaci di deambulare e di spostarsi fino in Serbia, non avendo neanche dei parenti nella madre patria. Gli albanesi a Pristina hanno occupato invece gli appartamenti e le terre dei serbi, e hanno costruito tutto senza dare un soldo ai legittimi proprietari serbi. Per quanto riguarda, Eulex ritengo che fallirà perché non ha gli strumenti per operare. Eulex sarà una missione completamente dipendente dalla volontà del governo di Pristina. Gli albanesi quando vorranno potranno dire agli europei grazie tante, andate a casa che non abbiamo più bisogno di voi. Ma c’è un’altra cosa, da sottolineare: Eulex sarà soltanto un sostegno per il governo albanese e nient’altro”.

In sostanza viene applicato il piano dell’inviato dell’Onu, Martti Ahtisaari?
“Sì è proprio questo il principio che muove la missione Eulex. Tutta la questione tirata fuori dal Consiglio di Sicurezza è molto pericolosa per quello che potrebbe causare. L’opposizione alla dichiarazione unilaterale di indipendenza non è portata avanti soltanto dalla Russia e dalla Serbia ma adesso anche dalla Cina e da altri otto Paesi. I contrari alle strategie albanesi ritengono che la soluzione migliore sia quella di continuare i negoziati. D’altronde le trattative nell’isola di Cipro che vedono contrapposte le due comunità quello greco-cipriota e quella turco-cipriota proseguono da quasi quarant’anni, come quelle per il Nagorno-Karabakh continuano da dieci anni, così come i negoziati fra israeliani e palestinesi proseguono anch’essi da alcuni decenni.

Ritiene che vi siano delle differenze nella politica estera dei governi europei che si sono succeduti in questi anni?
“Sono sicura di questo per quanto riguarda ad esempio la Francia. Visto che il presidente Jacques Chirac era molto diverso dall’attuale capo dell’Eliseo, Nicolas Sarkozy. La Francia è stato infatti uno dei primi Paesi a sostenere la secessione del Kosovo.
La Merkel è più cauta anche se ha mostrato di voler seguire la politica americana. La Germania non ha riconosciuto immediatamente l’indipendenza. I più disponibili alle richieste degli albanesi sono stati invece Francia e Gran Bretagna. Gli spagnoli hanno avuto un attitudine diversa, poiché devono rispettare il diritto internazionale e se non lo facessero aprirebbero il vaso di Pandora nella loro terra, con la Catalogna e i Paesi Baschi”.

Vi sono differenze in politica estera fra il governo Berlusconi e quello guidato da Prodi?
“È molto difficile notare delle differenze. In un’intervista al quotidiano serbo Vecernje Novosti, il presidente Berlusconi aveva dichiarato che mai avrebbe riconosciuto l’indipendenza del Kosovo. Lo stesso aveva fatto due anni fa il ministro degli Esteri Gianfranco Fini, durante un nostro incontro con lui. In quel contesto aveva affermato di avere molti dubbi sul riconoscimento dell’indipendenza. L’altro giorno però Fini ha appoggiato il ministro D’Alema e il capogruppo di Forza Italia non voleva firmare la richiesta di un gruppo di senatori che avevano chiesto la presenza del capo della Farnesina alla Camera per discutere della questione. Prodi è sempre stato un grande amico della Serbia e ha spinto il nostro Paese verso l’Unione europea, lo stesso ha fatto D’Alema. Ma in queste ultime settimane a causa della grande pressione statunitense il governo dimissionario ha deciso di seguire la politica americana”.

Cosa pensa di fare il governo serbo anche a livello diplomatico per affrontare la situazione attuale in Kosovo?
“Innanzitutto, verranno ritirati gli ambasciatori dai vari Paesi per consultazioni, ma non solo. Siamo arrabbiati e vogliamo studiare le prossime mosse per fare fronte alla situazione. Il ritiro avverrà soltanto in quei Paesi che hanno approvato la secessione, con gli altri non avverrà la stessa cosa. C’è una cosa che pavento però: il popolo serbo è molto ferito e per questo temo il boicottaggio dei beni albanesi in Serbia, come il denaro nelle banche, ecc. Spero tuttavia che questo non avvenga”.

Alcuni hanno parlato persino di un piano della Serbia per tagliare l’elettricità al Kosovo qualora realizzasse la secessione.
“Il Kosovo è una piccola regione che dipende dalla Serbia per quanto riguarda cibo, acqua ed elettricità. L’attuale Stato fantoccio è legato però agli Stati Uniti che hanno scritto tutte le sue leggi. Gli Usa hanno redatto la dichiarazione di indipendenza e adesso scriveranno anche la Costituzione. Washington fa di tutto per raggiungere i suoi obiettivi. E questa è una cosa molto triste perché quelli che erano i criminali di guerra, i ricercati, i terroristi, i contrabbandieri di sigarette sono diventati i più importanti uomini politici del Kosovo. Mentre per il nostro governo democratico questo non è avvenuto. Stati Uniti e Unione europea preferiscono la mafia albanese e questo è molto preoccupante”.

Il ministro degli Esteri serbo, Vuk Jeremic, ha dichiarato che Belgrado farà di tutto per impedire che il Kosovo secessionista possa avere la sua rappresentanza all’Osce o in seno all’Onu.
“Certamente, è questo ciò che ha dichiarato Jeremic. Non vedo come il Kosovo possa sedere alle Nazioni Unite visto che Cina e Russia hanno detto che bloccheranno qualsiasi progetto di adesione. Non capisco il sostegno degli Stati Uniti e dell’Ue. In particolar modo, quello dell’Unione europea che equivale al sostegno ad un progetto condannato al fallimento. Il Kosovo sarà uno Stato fantoccio per sempre, poiché Cina e Russia non lasceranno che entri a far parte delle Nazioni Unite. E per l’Osce il problema è simile”.

C’è ancora uno spiraglio per giungere ad una soluzione, anche sul piano diplomatico?
“Lavoreremo molto sul piano diplomatico. Il pericolo vero è che è stato aperto il vaso di Pandora ed in particolare è nato il sogno della “Grande Albania”. Un sogno questo che ha più di 130 anni. È stato il presidente Usa George W. Bush in visita a Tirana nei mesi scorsi a puntare a questo progetto dicendo che adesso che gli albanesi hanno guadagnato l’indipendenza del Kosovo possono credere nella nascita della Grande Albania. Penso che se un giorno il Kosovo dovesse unirsi all’Albania questo potrebbe provocare un’enorme pressione su Macedonia occidentale e Grecia. Abbiamo visto infatti gli striscioni degli albanesi della Grecia, giunti a Pristina, che dichiaravano che non può esistere l’Albania senza Ciamuria (regione del nord della Grecia)”.

Quale sarà il futuro dei serbi rimasti in Kosovo?
“La questione del Kosovo settentrionale è ancora aperta. Il diritto all’autodeterminazione è stato garantito dall’Onu soltanto al popolo albanese ma non a quello serbo. A nord del fiume Ibar - in un’area geografica equivalente al 10% del Kosovo-Metohija - vivono 55.000 serbi e 3.000 albanesi. Per questo, i kosovaro-serbi non vogliono sottostare al dominio di Pristina così come i kosovaro-albanesi non accettano quello di Belgrado. Vi sarà poi un’enorme pressione sulle piccole enclave e questo è già iniziato. Per esempio, in villaggio è stata picchiata brutalmente una donna anziana e intimidita, distruggendo tutte le suppellettili della sua casa. In un’altra piccola enclave un anziano è stato malmenato e per questo la gente è spaventata. I serbi temono la violenza e pensano di fuggire via. D’altronde questo è il modus operandi degli albanesi. Venti anni prima che Milosevic diventasse presidente, quando era ancora uno studente, queste cose già avvenivano”.

giovedì 21 febbraio 2008

Kosovo: la Serbia condanna la secessione

di Andrea Perrone

La temuta secessione di Pristina è avvenuta. Il capo dell’esecutivo dello pseudo governo di Pristina ha proposto il Kosovo “Stato indipendente e sovrano”, e il Parlamento non ha fatto altro che proclamare la secessione. L’Assemblea ha risposto così con un voto unanime, 109 voti favorevoli su 109. Dopo pochi minuti è giunta la netta condanna della Serbia, prima con il presidente Boris Tadic e poi con il primo ministro, Voijslav Kostunica. La Serbia “non riconoscerà mai l’indipendenza del Kosovo”, ha tuonato il capo dello Stato. Belgrado, ha aggiunto, “ha reagito e reagirà con tutti i mezzi pacifici, diplomatici e legali per annullare quanto messo in atto dalle istituzioni del Kosovo”. Ancora più duro nelle sue dichiarazioni il primo ministro, che ha definito il Kosovo uno “Stato fantoccio”, la cui nascita è stata voluta dagli Stati Uniti “pronti a violare l’ordine internazionale per i propri interessi”. Per Kostunica il vero fondamento su cui poggia lo Stato del Kosovo sono le bombe con le quali la Nato ha distrutto la Serbia. Secondo il primo ministro gli interessi della Nato sono confermati dall’allegato numero undici al piano dell’inviato speciale dell’Onu Martti Athisaari.
Non appena annunciata la secessione di Pristina sono state immediate le reazioni dei serbi che hanno distrutto due fast food McDonald e attaccato le ambasciate statunitense e slovena. Il bilancio finale di una notte di incidenti è costituito dal ferimento di più di 65 persone, per la metà poliziotti e giornalisti.
A dimostrazione che tutto questo è il prodotto delle scelte strategiche del mondo atlantico sono giunte le felicitazioni del presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, che ha dichiarato che i kosovari “sono ora indipendenti”, ma che il riconoscimento da parte di Washington sarà guidato dal piano del mediatore delle Nazioni Unite, Ahtisaari.
“Il piano Ahtisaari è il nostro progetto d’ora in poi”, ha dichiarato Bush da Arusha, Tanzania. L’indipendenza del Kosovo, ha ricordato Bush, è fra gli obiettivi “che ho sostenuto insieme al mio governo”.
Le reazioni del governo di Belgrado si sono fatte sentire anche ieri. Il Ministero dell’Interno ha infatti accusato il presidente degli occupanti del Kosovo, Fatmir Sejdiu, il primo ministro dello pseudo governo, Hashim Thaci e il portavoce parlamentare di Pristina, Jakup Krasniqi, di “aver organizzato sul territorio serbo la proclamazione di indipendenza di un falso Stato”. I tre vertici di Pristina “hanno commesso seri atti criminali contro l’ordine costituzionale e contro la sicurezza della Serbia”, è scritto in una nota ministeriale. I capi di accusa saranno seguiti da un’indagine condotta dalla polizia e dai procuratori statali. Il ministro ha aggiunto che, conformemente alla Carta costituzionale, “il territorio serbo è unito ed indivisibile, mentre i confini della Serbia sono intoccabili e possono essere cambiati esclusivamente in conformità con le procedure di modifica della Costituzione”.
Per far fronte alla situazione intanto il presidente serbo è partito per New York per partecipare ad una nuova riunione del Consiglio di Sicurezza Onu sul Kosovo, dopo che quella di ieri l’altro si è chiusa senza trovare un accordo. Tadic, sostenuto dalla Russia, intende esprimere la sua ferma opposizione alla proclamazione unilaterale d’indipendenza degli albanesi sostenuti dall’occidente.
Una grande manifestazione popolare contro l’indipendenza proclamata dal Kosovo si terrà a Belgrado il 21 febbraio prossimo. L’annuncio al termine di una riunione fra Tadic, Kostunica e il leader del maggiore partito dell’opposizione, il nazionalista Tomislav Nikolic.

mercoledì 20 febbraio 2008

L’Europa sempre sottomessa

di Maurizio Blondet
Più di un lettore pone domande sull’evento storico, tremendo e grandioso, che si profila: la rapidissima caduta dell’unica superpotenza rimasta.

«Sono convinto quanto Lei», scrive uno, «che la superpotenza minidotata, gli Stati Uniti, siano sull’orlo del baratro, è altrettanto facile prevedere una (lunga?) fase di transizione confusa nel Paese, tale da poter portare a grossi disservizi, carenze e deficit anche nell’apparato militare.
Non credo sia uno scenario irreale il configurarsi di una fase di stallo, anche decisionale, nei vertici delle forze armate statunitensi; ebbene una situazione di questo tipo genera in me paura e una domanda, la paura è legata ad azioni sconsiderate da parte di singoli generali, un po’ alla ‘dottor Stranamore’.
La domanda invece riguarda le basi NATO sul nostro territorio, cosa ne faremo? Saranno mantenute in efficienza le postazioni di lancio, i missili, l’arsenale in genere presente sul nostro suolo?».

Difficile prevedere, caro amico.
Solo di una cosa sono abbastanza sicuro: non ci saranno fughe in avanti di generali-Stranamore.
I generali USA, umiliati dalla realtà, sono oggi i meno inclini ad impegnare le loro forze
(di cui conoscono l’usura) in una nuova guerra.
Il vero pericolo di avventurismi e fughe in avanti viene, come sempre, dai civili: quegli strateghi da tavolino che non avendo mai visto una guerra, credono ancora nelle fantastiche capacità delle super-armi di garantire un’egemonia già persa.

Specificamente, i neocon, quelli che hanno trascinato l’America nei pantani afghani e iracheni: questa gente approfitta del vuoto di leadership americano (indice primario della crisi: alla Casa Bianca c’è il vuoto) per agitare fantastici scenari o sogni di potere globale, che per quanto irreali non sono meno pericolosi.
Di recente un guru dei neoconservatori, Robert Kagan, si rallegrava della tensione fra Europa e Russia, creata da questioni come i missili (USA) piazzati in Polonia e il riconoscimento
del Kosovo (1).

La sua proposta: trasformare queste tensioni in «fratture», onde arrivare ad un conflitto armato con la Russia sul suolo europeo.
«Una crisi in Ucraina, che vuole unirsi alla NATO», scrive il fanatico, «può portare ad un faccia a faccia diretto con la Russia. E le dispute tra il governo georgiano e le forze separatiste di Abkhazia e sud-Ossetia, sostenute dalla Russia, possono salire fino a un conflitto militare tra Tbilisi e Mosca. Allora, un conflitto più vasto può essere preordinato».

Questo conflitto è benvenuto, sottintende Kagan, perché assicurerà la sottomissione dell’Europa disarmata al suo protettore storico (Washington) compensando la perdite di egemonia americana in Asia.
E’ per questo, in fondo, che Washington ha voluto fortemente, con pressioni inaudite sugli europei, il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo: creare problemi e ferite aperte in Europa, onde perpetuare il bisogno di «sicurezza», fornitoci - presuntivamente - dagli Stati Uniti.
Praticamente ogni attrito dell’Europa con Mosca è stato causato non dall’Europa (né da Mosca), bensì da decisioni americane.

Washington capisce che non può più esercitare il controllo sul mondo, e rafforza il suo controllo sulla UE, il suo cane d’appartamento, già domestico.
Solo con la UE, con il suo enorme mercato, gli USA sono ancora qualcosa di fronte alla Cina.
Non siamo noi che abbiamo bisogno di loro, ma loro ad aver bisogno di noi.

Si noti: questo Kagan può diventare un ministro nell’amministrazione McCain, se il repubblicano preferito dall’industria degli armamenti verrà eletto.
Folli ma lucidi, i neocon conoscono bene il riflesso cui cede l’America quando cade - com’è già accaduto nel ‘29 - in una «très grande dépression» economica: il riflesso dell’isolazionismo, del ritirarsi dagli affari del mondo, a curare le sue ferite sociali ed economiche nazionali.
Il ridimensionamento delle ambizioni globali.
Essi sono decisi a impedirlo, in nome del business multinazionale, della finanza, del complesso militare-industriale e del «destino manifesto».

Oggi, Bush implora l’Arabia Saudita di aumentare la produzione di greggio («Danneggia le nostre famiglie, la benzina cara fa male alle nostre famiglie»), e ne riceve un rifiuto.
Robert Gates, il capo del Pentagono, esige con arroganza dall’Europa che mandi più truppe a morire in Afghanistan, nella guerra voluta dagli USA e in cui l’Europa non ha nulla da guadagnare.
Sei anni fa, Rumsfeld rifiutò l’aiuto militare europeo.
Oggi gli eurocrati sarebbero ben lieti di obbedire scodinzolando, ma le opinioni pubbliche europee non lo tollererebbero.

Ecco l’altra parte del problema del tramonto della superpotenza: l’Europa resta, nei suoi «governanti», servile.
Il rischio è che obbedirà anche a Kagan, se diventa ministro.
Nonostante la palese impotenza crescente della superpotenza, la UE e gli staterelli-membri continuano a piegarsi alle sue arroganze.
Il sito Dedefensa, con le sue ottime entrature a Bruxelles, ne dà un esempio (2).

Particolarmente penoso per noi, perché riguarda «una fonte italiana di alto livello vicina a Prodi», «una fonte che fu vicina al primo ministro, nel suo governo, lungo tutta la durata del governo».
A questa fonte italiana ministeriale (Parisi? D’Alema? Ricardo Franco Levi?) il giornalista fa domande a proposito del Joint Strike Fighter, il supercaccia fortemente voluto dagli americani, che altri Paesi europei hanno rifiutato (inutilmente costoso, per le minacce presenti e del tutto superfluo nelle guerre coloniali che paiono essere il nostro destino), ma che Berlusconi ha abbracciato con entusiasmo, e Prodi non ha affatto cancellato.
Ebbene: la «fonte», invece di pronunciare le frasi diplomatiche d’uso («E’ un buon programma, ovvio che lo abbiamo proseguito») si mette a piagnucolare sulle pressioni che il governo Prodi ha ricevuto da Washington.

Le frasi testuali, riportate da Dedefensa: «Non potevamo fare niente; c’è stata una tale pressione, una tale costanza nella pressione, che ha impregnato tutto il nostro sistema politico. Siamo letteralmente prigionieri. E’ molto più che una normale situazione di ‘influenza’. E’ una situazione che è insita nella psicologia e nella stessa sostanza del nostro sistema politico».
E' una agghiacciante confessione, da leggere su più livelli.
Si ha paura di un «alleato» di cui s’indovina la follia, l’irrazionalismo disperato, ma ne «siamo letteralmente prigionieri».
E questa prigionia non viene dalla potenza dell’alleato, ma dalla «psicologia e dalla sostanza stessa» del nostro sistema politico.

Cinquant’anni di subordinazione hanno creato un’abitudine alla dipendenza, che non si sa né si vuole scuotere.
Perché bisognerebbe ripensare in termini di strategia e geopolitica, e non solo i nostri cosiddetti governanti non ne sono capaci, ma nemmeno sospettano che la geopolitica e il pensiero strategico mondiale servano a qualcosa: per loro «politica» è la sceneggiata tutta interna e meschina che ci offrono ogni giorno.

Berlusconi resta fisso nel suo filo-americanismo ormai insensato, senza nemmeno intuire che l’America presto si rimpicciolirà all’orizzonte, dopo chissà quali colpi di coda.
Veltroni non ha mai detto nulla in politica estera.
Entrambi, credo, pensano che l’alleanza-subordinazione con gli USA, e la durata della NATO, la fede nella invincibile potenza USA, e nella sua cosiddetta democrazia (che si è trasformata in uno Stato di repressione) «vadano da sé».
La consapevolezza che esprime il nostro lettore, e che rende fremente la sua preoccupata domanda: che cosa accadrà?, non li tocca nemmeno, i nostri politici.

Che cosa accade quando tramonta un impero, anzi precipita in una sorta di follia apocalittica, incapace di commisurare i fini ai mezzi, affidato ai Kagan e ai Wolfowitz?
Quali le conseguenze del fallimento della sua ideologia primaria, «l’internazionalismo capitalista» che ci ha travolto tutti nella globalizzazione speculativa?
Quali autarchie dobbiamo ristabilire rapidamente?
Quali instabilità e destabilizzazioni dobbiamo prevedere, per schivarle?
Quali alleanze stabilire?
Qual è, nel disordine mondiale, il nostro interesse nazionale?
I nostri politici non se lo domandano, e nemmeno sanno che devono domandarselo.

Uno torna al ponte di Messina, l’altro al «si può fare», al centrismo para-democristiano.
Chi dei due vincerà e ci governerà importa poco: sappiamo che saranno inadeguati al compito dei tempi nuovi e calamitosi che ci attendono.
Per esempio, le conseguenze di un dato che già si manifesta nel mondo, e che Flynt Leverett, analista di geopolitica dell’energia alla New America Foundation, ha espresso così (3):
«Una ‘comunità’ di potenze industriali e di esportatori d’energia largamente non democratici (secondo la concezione USA) sta già fondando le basi per una reciproca collaborazione strategica, intesa a limitare la capacità americana di adempiere ai suoi progetti egemonici».

Ecco un’analisi adatta ai tempi: di fronte a un’America indebolita e indebitata e schiacciata dalla sua stessa corazzatura militare, sale il blocco in formazione di potenze reali (industriali come la Cina, esportatrici d’energia come Russia e Iran e Paesi del Golfo) che già oggi contrastano insieme le pretese mondiali di Washington.
Questa è già la nuova figura del mondo: la forza reale sta in potenze «non democratiche» e ben consce del rischioso momento e del proprio interesse nazionale.
E noi?
Dovremmo chiederci con chi stare, come situarci.

Invece, riconosciamo il Kosovo, «Stato indipendente» che ha bisogno di assistenza e difesa, spina nel fianco che non serve a noi, ma alla superpotenza in precipitoso declino.
Perché è «l’alleato che ci ha liberato dal fascismo», come diceva Enzo Biagi.
Perché «ne siamo prigionieri»: prigionieri anzitutto psicologicamente.
Prigionieri, in fondo, della nostra stupidità, servilità, arretratezza intellettuale.

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Note
1) Citato da Ulrich Rippert, «NATO security conference: US demands more european troops in Afghanistan», WSW, 13 febbraio 2008. L’articolo di Robert Kagan si intitola «The battle of Century», «La battaglia del secolo». Kagan è quello che, mentre Bush innescava le sue guerra, ha inventato lo pseudo concetto che l’Europa è «Venere» imbelle, mentre l’America è «Marte».
S’è visto.
2) «L’impuissance, l’ingérence et le JSF italien», Dedefensa, 18 febbraio 2008.
3) Jim Lobe, «Can the US brace its fall?», Antiwar.com, 18 febbraio 2008. «A ‘community’ of largely non-democratic manufacturing powers and energy exporters is already laying the groundwork for real strategic collaboration, aimed at limiting America’s ability to carry out [its] hegemonic agendas, Leverett, who served in the National Security Council under Bill Clinton and Bush, wrote recently in the National Interest journal published by the Nixon Center. As a result, the degree to which Washington can slow its decline and preserve its primacy will depend increasingly on its willingness to suppress its unilateralist reflexes and ‘to take account of the perceptions and interests of others in its foreign-policy decision-making’, according to Leverett».

mercoledì 6 febbraio 2008

La Slovenia riceve le consegne da Washington

di Maurizio Blondet http://www.effedieffe.com/
La Slovenia (2 milioni di abitanti) ha assunto la presidenza dell’Unione Europea, e la terrà fino al 30 giugno.
Dirigerà la politica comunitaria per tutti noi.
O meglio: la dirigerà in nome e per conto degli Stati Uniti.

Lo ha rivelato in tutti i dettagli il quotidiano Dnevnik, che ha pubblicato un «documento interno» USA fatto avere ai responsabili sloveni con le direttive di Washington.

Daniel Fried, segretario di Stato aggiunto agli affari europei, ha consegnato le suddette consegne a Mitja Drobnic, direttore politico del ministero degli Esteri sloveno, mentre questi era a Washington il 24 dicembre scorso.

In esso, si suggerisce (o ordina) che Lubiana «sia fra i primi in seno alla UE a riconoscere l’indipendenza del Kossovo», per superare i dubbi di alcuni Paesi europei.
Ne bastano 15 su 27, dicono gli americani.

Fra le mosse, l’americano avrebbe suggerito il dispiegamento di poliziotti e giuristi dell’Unione Europea in Kossovo «nonostante le resistenze di Mosca e di Belgrado» onde accelerare l’indipendenza.

Si suggerisce anche che la UE, durante la presidenza del servitorello, condanni pubblicamente Iran, Siria, Cuba e Venezuela.
Ecco cosa succede ad ammettere nell’Unione ex Paesi satelliti: satelliti restano, cambiando padrone.

In seguito alle rivelazioni del giornale, il direttore Drobnic ha dovuto dimettersi, ma non si è dimesso il ministro degli Esteri del paesetto, Dimitrij Rupel.
Il quale ha invece deplorato la stampa per la fuga di notizie: «In seguito a questo avremo delle difficoltà coi nostri interlocuori, segnatamente americani» (sic).

Il capo di Stato, Danilo Turk, ha invitato il governo ad essere «più prudente», specie sulla questione del Kossovo.
Il primo ministro Jansaz ha invitato a non esagerare, la Slovenia non ha intenzione di eseguire tutte le direttive USA «per farne la politica della UE».
Ma sì, che cosa sarà, non facciamone uno scandalo.

E infatti la libera stampa europea non ha dedicato alla vergognosa scoperta nemmeno una riga; silenzio totale anche a Bruxelles, naturalmente.
Se veniamo a sapere di questa faccenda è perché ne parlano in rete anche vari siti italiani, e il sito belga Dedefensa, che ha buone fonti informative nell’alta eurocrazia.

Una di queste fonti (1) ha ammesso che lo scandalo sepolto crea tutta una tempesta di sussurri nei corridoi, alla Commissione, al Parlamento.

«L’affare sloveno è nella mente di tutti e in tutte le conversazioni, anche se l’agitazione rimane discreta», dice la fonte, segnalando però gli strani motivi del disagio eurocratico.
«Non è che venga accusata la Slovenia, che non è quasi mai nominata. Il fatto è che tutti si sentono colpevoli, presi con le mani nel sacco, come se quello che è accaduto alla Slovenia possa accadere a un qualunque altro Stato membro o a qualunque amministrazione comunitaria. Questo comportamento americano per pressioni, intromissioni, eccetera, è così ‘normale’, abituale… E l’Europa è così abituata a non reagire, a lasciar fare, ad ottemperare».

Il punto è che «è la prima volta» che accade «la fuga di un documento irrefutabile, da un canale diplomatico, che dimostra senza ombra di dubbio una ingerenza diretta e formale degli americani negli affari europei».

Nel palazzo della trasparenza europea, si teme che «si sia aperto il vaso di Pandora».
Che ad «altri diplomatici, di altri Paesi membri», la fuga slovena «dia delle idee», e che si mettano a rivelare i fogli d’ordine di Washington agli eurocrati-satelliti, perché allora «sarebbe macchiata l’immagine dell'Europa».

Perché, insomma, obbediscono («ottemperano») tutti.
Mica solo i Paesi di due milioni di abitanti abituati a leccare gli stivali, ma quelli delle grandi capitali storiche, antifascisti, liberisti e liberali, con la loro libera stampa.
Perciò, silenzio (il nemico ti ascolta), vigilanza sulle fughe, zitti con i media.

Benvenuti nell’Europa di Solana, Barroso, Padoa Schioppa, Monti e Frattini.
Benvenuti nell’Europa finalmente libera.
Da ogni sovranità.
E da ogni dignità.

venerdì 7 dicembre 2007

Kosovo: Kostunica condanna le strategie atlantiche

di Andrea Perrone www.rinascita.info

I serbi si oppongono alla secessione del Kosovo e puntano il dito contro gli Usa e la Nato, favorevoli alle manovre indipendentiste dei loro sodali albanesi.
Con piglio deciso il primo ministro serbo, il filo-occidentale Vojislav Kostunica, ha tuonato all’indirizzo di Washington denunciando il ruolo perverso svolto, in tutti questi anni, dagli Usa contro la Serbia. In un’intervista all’agenzia serba Tanjug Kostunica ha osservato a ragion veduta che nel caso in cui gli Stati Uniti concedessero il loro assenso ai separatisti albanesi nel proclamare l’indipendenza di Pristina da Belgrado, diverrebbe completamente chiaro perché la Nato avrebbe bombardato in passato la Serbia e perché le truppe della Nato entrarono successivamente nel Kosovo.
“Lo scopo principale - ha asserito Kostunica nell’intervista - è la creazione di uno Stato-marionetta della Nato in cui come è stato specificato nell’allegato 11 del piano Ahtisaari, il cui supremo e definitivo organo di potere diverrebbe l’alleanza della Nato”.
Il primo ministro ha voluto poi puntualizzare come la Serbia abbia deciso invece di rivelare e resistere a questa violenza, rifiutando il piano Ahtisaari, respingendo così anche il progetto dello Stato-marionetta in mano alla Nato.
“Per la Serbia - ha proseguito Kostunica - c’è la risoluzione 1244, c’è la Carta dell’Onu e c’è la Costituzione serba, tutte garantiscono che la provincia del Kosovo-Metohija è parte integrale e inseparabile della Serbia”.
A rincarare la dose dopo Kostunica sulla questione del Kosovo e sulla volontà dei serbi di veder rispettati i loro legittimi diritti è intervenuto anche il suo consigliere, Srdjan Djuric, che ha voluto sottolineare come “tutti i cittadini serbi sanno che una decisione unilaterale di indipendenza non verrebbe realizzata dalla maggioranza nazionale albanese nella nostra provincia meridionale, ma che saranno gli Stati Uniti a decidere su tutto ciò”.
È un momento difficile questo per la regione serba del Kosovo e per la sovranità di Belgrado nell’area. I tentativi di ottenere la secessione da parte dei kosovari albanesi continua senza sosta, con l’aiuto di Washington, della Nato e naturalmente dei britannici, da sempre in prima fila nel garantire gli interessi statunitensi nel Vecchio Continente. A tale riguardo, infatti, il ministro britannico per l’Europa, Jim Murphy, ha sottolineato che il suo Paese sosterrà l’indipendenza del Kosovo.
“La Gran Bretagna appoggia l’indipendenza del Kosovo - ha dichiarato Murphy - ma quella indipendenza non ci dovrà prendere di sorpresa. La comunità internazionale vuole soddisfare la sua promessa al Kosovo, e ciò significa che il governo del Kosovo coopererà con la comunità internazionale affinché ogni elemento del processo sia definito con precisione. È importante che tanti Paesi quanto è possibile riconoscano l’indipendenza del Kosovo”. Proprio sul sito della BBC in lingua albanese Murphy ha sottolineato che la Gran Bretagna riconoscerà il Kosovo quando i tempi saranno maturi. Il ministro non si è fermato qui nei suoi progetti antiserbi e ha proseguito dichiarando che il Regno Unito e la maggioranza dei Paesi europei hanno affermato che non permetteranno che il veto di uno solo Paese possa fermare la comunità internazionale dal garantire le promesse fatte al Kosovo sull’indipendenza e la sua sovranità unilaterale.
Dichiarazioni in linea con quelle rilasciate ieri dallo stesso ministro degli Esteri di Londra, David Miliband, che anche lui ha confermato il progetto britannico di sostenere le strategie secessioniste degli occupanti albaneni. Per Miliband, inoltre, una dichiarazione unilaterale del Kosovo non metterebbe a rischio altre realtà identitarie presenti in Europa (Catalogna, Paesi Baschi e Irlanda del Nord) che puntano anche loro all’indipendenza da altri Stati. Intanto, sul quotidiano austriaco Die Presse, il diplomatico di Vienna, Albert Rohan, numero due dell’inviato dell’Onu Martti Ahtisaari, che ha collaborato con quest’ultimo all’odiosa stesura del piano sullo status della provincia, ha dichiarato in un’intervista: “Nessuno può impedire l’indipendenza del Kosovo”. Ogni ulteriore rinvio potrebbe “destabilizzare pericolosamente” i Balcani, ha ammonito Rohan, “e chiunque ne sia la causa dovrà assumersene la responsabilità”. “Ogni voce nell’Unione europea che si pronunci a favore di opzioni irrealistiche o di un rinvio di una decisione - ha avvertito ancora il diplomatico austriaco - rafforza la resistenza della Serbia e la posizione della Russia”. Dai Balcani, intanto, il generale John E. Daveron, comandante delle forze di occupazione della missione Nato Kfor, ha sottolineato che il suo contingente è pronto ad affrontare un potenziale conflitto in Kosovo. Una dichiarazione che evidenzia quanto sia grave la situazione nell’area. Pronta ad esplodere da un momento all’altro, in virtù delle strategie atlantiche del divide et impera.
Piuttosto sibilline sono state anche le dichiarazioni rilasciate sempre ieri dal rappresentante Ue della Troika, Wolfang Ischinger, che ha dichiarato l’esistenza di una “convergenza di vedute” su come affrontare l’annoso problema del Kosovo in seno all’Unione europea. Non è da escludere infatti che nonostante alcune resistenze dei Paesi che si oppongono a parole al progetto si stia per ottenere una silenziosa unanimità a Bruxelles sulla secessione di Pristina. Come sembra oramai circolare da giorni persino in ambienti diplomatici dell’Ue da gennaio 2008 anche Bruxelles darebbe il suo assenso alle manovre dei narco-atlantici albanesi per una secessione unilaterale. Ma la realtà è più complessa le presidenziali serbe costituirebbero un ostacolo immediato, superabile soltanto dopo il ballottaggio del 3 febbraio.
Da quel momento in poi quasi sicuramente gli occupanti albanesi del Kosovo avrebbero mano libera per “gentile concessione” dei loro gendarmi di Washington. Visto che se vincesse il leader dei nazionalisti serbi del Partito Radicale, Tomislav Nicolic, sul suo avversario l’attuale presidente Boris Tadic, invertendo così il trend dell’estate del 2004 quando quest’ultimo vinse al ballottaggio contro Nikolic con il 53,24% dei voti. In questo caso la situazione potrebbe cambiare ed avere dei risvolti diversi per gli alleati dell’impero a stelle e strisce.

martedì 27 novembre 2007

Indipendenza del Kosovo, uno scenario inquietante.

di Massimo Fini

Prima di Natale gli albanesi kosovari sono decisi a proclamare l'indipendenza del Kosovo. A prescindere da come vadano a finire le stanche trattative che si tengono da mesi a Vienna con la intermediazione della Ue. Del resto la proposta ultimativa che la Ue ha fatto ai serbi è che Belgrado firmi un trattato dove non si parla formalmente di indipendenza del Kosovo ma a quest'ultimo viene dato un seggio all'Onu (che è la soluzione adottata nel 1972 per la Ddr). Se non è zuppa è pan bagnato. E' giusto che il Kosovo diventi indipendente? Per capirlo bisogna rifarne la storia. Alla fine degli anni '90 in Kosovo si confrontavano due ragioni: quella dell'indipendentismo degli albanesi kosovari, diventati nel tempo, la maggioranza, perchè più prolifici, e quella della Serbia a mantenere la sovranità su un territorio che da secoli era, storicamente e giuridicamente, serbo, che era anzi considerato "la culla della Nazione serba".Il braccio armato dell'indipendentismo kosovaro, l'Uck, foraggiato dagli Stati Uniti, faceva guerra di guerriglia e uso, com'è in tutte le lotte partigiane, del terrorismo. La Serbia rispondeva con una dura repressione, poliziesca e militare. Ne aveva diritto? Facciamo un'ipotesi fantapolitica, ma neanche troppo.Poniamo che, fra cinquant'anni, in Piemonte gli islamici diventino la maggioranza e pretendano la separazione di quella regione dal nostro Paese e la sua indipendenza . Avrebbe l'Italia il diritto di difendere, anche con le armi, l'integrità del suo territorio? Io credo che non ci siano dubbi. Perchè un territorio non appartiene solo a coloro che lo abitano e ci vivono in quel momento, ma anche alle generazioni che lo hanno abitato, vissuto, lavorato nel passato e reso quello che è. E' vero che in un anno e mezzo c'erano stati, ad opera di gruppi paramilitari serbi, due eccidi di civili, a Racka e in un'altra cittadina kosovara, in cui erano morte 205 persone. Una brutta vicenda, ma niente di nemmeno lontanamente paragonabile a quanto avviene da decenni in Palestina o al genocidio perpetrato dai russi in Cecenia (un quarto della popolazione eliminato). Non importa, gli americani avevano deciso che il torto stava solo dalla parte dei serbi. Nella primavera del 1999 la Nato, con l'Italia di D'Alema nella poco dignitosa parte del 'palo', violando il principio di diritto internazionale fino ad allora mai messo in discussione, della non-ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano, bombardò per 72 giorni una grande capitale europea come Belgrado. Finchè i serbi furono costretti a cedere. In Kosovo fu imposta un'amministrazione neocoloniale, a guida Nato, che avrebbe dovuto garantire la convivenza fra le due etnie. Il progetto è miseramente fallito. In Kosovo si è realizzata (dopo quella del presidente croato Tudjman: ottocentomila serbi cacciati, in un sol giorno, dalle "Krajne") la più grande 'pulizia etnica' dei Balcani: di 360 mila serbi ne sono rimasti sessantamila, 150 chiese e monasteri ortodossi sono stati dati alle fiamme. Una guerra, quella scatenata nel 1999 dalla Nato contro la Serbia, che oltretutto ha favorito nei Balcani quella componente musulmana che oggi provoca tante reazioni "Fallaci style". Ma i serbi continuano ad essere "i cattivi". In un recente discorso a Tirana, Bush ha promesso agli albanesi l'indipendenza del Kosovo. Il presidente americano non sembra rendersi conto delle conseguenze. Con quale dirittto e con quale faccia ci si opporrà, d'ora in poi, all'indipendentismo dei curdi di Turchia che, a differenza degli albanesi kosovari, abitano una regione che è da sempre loro tanto che si chiama Kurdistan? O all'indipendentismo ceceno? O corso? O basco? O agli indipendentismi, serbi, bulgari, rumeni, valacchi, che serpeggiano in varie zone dei Balcani dove queste etnie sono minoranze all'interno dei rispettivi Stati ma maggioranze nelle loro specifiche regioni? L'indipendenza del Kosovo può essere il detonatore di una gigantesca polveriera in Europa. Gli Stati Uniti se ne possono fregare. Noi europei no.

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La verità è quella che vi dicono. E poi il problema in Italia non è mai stato tanto di saperla, ma che saputala tutto resta uguale. Credete forse oggi voi di essere liberi? Votate per dieci volte l'anno gente che a volte neanche conoscete e che una volta eletta fa ciò che vuole, acciuccia e si spartisce.
Sempre comanderà un'oligarchia che vi inganna col gioco delle parti.

E allora? Dov'è povero postero il guadagno?
La dittatura è un sistema per opprimere il popolo.
La democrazia è un sistema per costringere il popolo a opprimersi da solo.

Ma ricordate: un popolo che perde la sua memoria...
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