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"Nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario"
George Orwell
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sabato 6 settembre 2008

Stare con Putin?


Dalla prefazione di "Stare con Putin?" di Maurizio Blondet, ed. Effefieffe

Venti anni fa un avvenimento sensazionale scosse il mondo con il nome di perestroijka.
L’annuncio solenne di una «Nuova Era» di distensione e pace per tutti.
Lo fece Mikhail Gorbaciov, un uomo spigliato e sorridente, un conversatore.
Un segretario del Partito Comunista Russo dal comportamento anomalo, estraneo alla tradizione diplomatica sovietica fino ad allora conosciuta.
La sua curiosa popolarità conquistò il pianeta in brevissimo tempo.
Con il fascino del contrasto egli accese di entusiasmo enormi masse popolari, ad Est come ad Ovest, per mobilitarle verso una nuova creatività economica e politica nel nome di un ennesimo «Futuro».

Riuscì a proporre un ambizioso quanto distante obiettivo per il popolo dell’URSS: inventare il mercato in un Paese che non sapeva assolutamente cosa fosse, e dare un insospettabile compito programmatico al Partito più temuto del mondo: sciogliersi.
Ma mentre in Occidente i governi e le masse popolari, con gratificante stupore celebravano soddisfatti la novità, in Unione Sovietica si consumavano già le prime delusioni a seguito del «Grande Inganno».
Lo slancio legato alla speranza di un rinnovamento effettivo, la gioia e la fede in un ipotetico rilancio produttivo gonfiavano l’«Impegno per la Sfida», finché il pallone non scoppiò nella «Grande Delusione».
E la grande delusione, accompagnata da un «Crollo Mirato» dell’autostima nazionale, si rivelò come la più straordinaria risorsa per l’autodistruzione.
Perestroijka, glasnost e democrazia furono, alla fine dei conti, un pretesto inserito a tradimento nel desiderio reale di liberarsi da anni di oppressione ottusa e che portarono il suo frutto con calcolata puntualità.

Tutto il popolo sovietico cadde nell’enorme tranello: liberarsi dall’oppressione, uguale liberarsi da se stessi.
Milioni di famiglie in preda ad un «Sogno Immenso» fecero il tonfo nella realtà nemica.
Così l’URSS sparì dalla carta geografica.
Perché «Crollo Mirato»?
Perché sarebbe sbagliato, ingenuo e scorretto parlare esclusivamente di autodistruzione dell’Unione Sovietica.
La causa del suo crollo non fu dovuta solo a fattori interni.
Oggi ancora più di ieri si svelano con impressionante logicità i motivi di tanto industrioso e maniacale interesse, nell’«area ex sovietica», di organizzazioni occidentali tese all’insegnamento della «democrazia», con l’onnipresente sostegno finanziario ad iniziative sociali molto particolari,
nonché ad una rappresentazione all’estero di una Russia sempre lugubre e insistentemente misteriosa, pericolosa, inaccettabile.

Una pubblicità intenzionalmente negativa che dall’epoca della Perestroijka non conosce sosta.
«Operazioni Ausiliarie» decisive per il «Compimento dell’Opera» sono sempre state minuziosamente descritte e riferite pubblicamente dal bell’«Inizio».
Non solo Zbignew Brzezinsky o George Soros, ma molti altri personaggi più o meno noti, appartenenti all’instancabile fronte delle «Organizzazioni Non Governative», dei «Fondi Internazionali per Democrazia e il Libero Mercato», per l’«Ecologia», per i «Diritti Umani», per la «Libertà Religiosa», per il «Pluralismo», che pullulavano fino a poco tempo fa negli spazi ex sovietici, non hanno mai fatto mistero delle loro operazioni sovversive in quei territori.
E tuttavia nessun autore, prima di Maurizio Blondet, aveva mai descritto con tale cosciente precisione il ruolo di queste organizzazioni nello sviluppo dei grandi eventi geopolitici di questi ultimi anni.
Ai fervidi Paladini dell’«occidentalizzazione» ad oltranza della Russia e di tutti gli ex Stati sovietici, ideologi pagati per sopprimere gli interessi nazionali e quelli di Stato con farraginosi progetti economici e «democratici» sono state recentemente spuntate le unghie.

Il governo russo ha voluto veder più chiaro quanto i bilanci corrispondessero agli scopi statutari.
Questi «Curiosi Filantropi», infatti, legati ad artificiose idee di «Cambiamento Permanente», volontari della democratizzazione forzata, artefici di caos e disordine telecomandato, tra l’altro, si sono dimostrati in Russia e in tutti i Paesi dell’area ex sovietica efficaci catalizzatori dei disastri economico-sociali prodotti dai cambiamenti di regime legati alle «Rivoluzioni colorate» pagate dalla «Catena Oligarchica Trasversale Internazionale».
Tutte le tecnologie sovversive di importazione dall’Occidente hanno sempre mirato ad un indebolimento degli Enti Amministrativi per privatizzare con più efficacia le appetitose risorse energetiche locali.
Chiunque, con un occhio un po’ allenato, ne poteva notare il «Marchio di fabbrica».

Le manifestazioni di «protesta» in Ucraina, in Kirghisia, in Georgia e così via, che tanta eco interessata ebbero nei telegiornali occidentali, furono marchiate come tutto il resto.
Un «tocco» e uno stile estranei a qualunque mentalità locale di quei territori non si poteva non vedere nell’«oggettistica» e nell’«ideologia» movimentista (distintivi, coccarde, cappellini, sciarpe, bandiere).
Gli eventi di «Rottura» (destituzione dei governi in carica) puntualmente ripetuti, come da copione, fanno pensare all’esistenza di una «Centrale Comune» che «stampa» la «Storia» e, in forma programmata, «riscalda» o «raffredda» le emozioni politiche nelle aree strategiche del mondo.
Con impareggiabile candore, inoltre, provvede all’assistenza tecnica nelle operazioni pre elettorali e fornisce «consulenze» ai partiti scelti, esegue il «monitoraggio» pedissequo sulla libertà di stampa e di espressione, distribuisce borse di studio con temi tendenziosi atti a ricevere informazioni sulla popolazione e sul territorio sempre utili in un «Futuro di Ipotetica Occupazione».
Crea «opinione pubblica», «partiti», «movimenti», «democrazie», «dittature» e tutto ciò che, al momento, più conviene per mantenere le condizioni omeostatiche di ladrocinio generalizzato a Est ed a Ovest.

In Russia, oggi, questo «modello di democrazia» che camuffa e arraffa sta massicciamente deludendo la popolazione, perde fan.
E’ la reazione logica in risposta agli anni novanta, quando il Paese si trovava in preda al caos ed alla insicurezza del domani.
Vladimir Putin ne ha fatto tesoro con una risposta politica rigorosa.
I «frutti» detestati della civilizzazione «occidentalizzatrice», che in Russia ha falciato la vita di milioni di persone, stravolgendone i bilanci familiari e dello Stato, non potevano che generare in lui la volontà di assegnare al suo governo un’immagine legata più alla difesa degli interessi della
«Nazione Proprietaria» anziché a quella di ossequio al «libero arbitrio» dei famosi «Oligarchi».

La straordinaria e varia quantità di notizie ed informazioni contenute in questo libro di Maurizio Blondet è accompagnata, come sempre nei suoi testi, da un filo logico dipanato con magistrale esplicazione delle connessioni geopolitiche più nascoste sul perché, oggi, il presidente russo Vladimir Putin stia diventando sempre più una nuova e paradigmatica figura internazionale di riferimento, nonostante gli attacchi disperati della stampa «mondiale» e «libera» contro di lui.
II sapiente utilizzo, da parte del presidente russo, della dipendenza energetica dei Paesi «sviluppati» come argomento del dialogo politico-economico non è solo una «Novità Strategica».
E’ anche un’occasione tematica estremamente attuale, che può restituire modernità e concretezza alle politiche nazionali e internazionali.
Forse, con l’aiuto della Russia, si potrà tornare all’«Uomo» e alle sue esigenze primarie.
Quelle che in Occidente, calpestate e fraintese dal consumismo, si fa fatica a ricordare.
Così, superate le difficoltà della situazione evolutiva post sovietica, la Russia ritrova oggi una leadership indipendente e sovrana, capace di valorizzare in modo obiettivo le sue risorse nazionali, umane, tecnologiche e naturali.

Putin è, prima di tutto, colui che ha reso giustizia al dolore di milioni di russi ingannati da se stessi ma indotti a credere nella Perestroijka come nella «Salvezza», gettandosi con incoscienza nella perfida avventura del mercato liberista, soffocati dai debiti e dal blocco industriale.
Colui che ha compreso meglio di tutti la rabbia impotente di fronte ai risvolti economici e sociali prodotti dal cataclisma della scomparsa dell’URSS e ha saputo dare un senso politico al desiderio di tornare alla normalità, senza umiliazioni, pur con tutte le difficoltà della vita quotidiana.
Putin ha pagato tutti i debiti e ha restituito dignità alla valuta nazionale rendendo il rublo convertibile.
Putin è il presidente che, finalmente, ha restituito una «positività» alla nazione e sa perfettamente che per vincere non è solo importante come si è, ma soprattutto come ci si sente.
Con ciò ha fatto capire a tutti che nel mondo la vita continua, nel segno del «chi la fa, l’aspetti». Sotto a chi tocca.
Per questo l’opposizione a Putin è, «gloriosamente», internazionale.

Essa vede in testa gli zelanti custodi dei governi occidentali e dei loro «consulenti non governativi» che, appesantiti da una rigidità mentale rimasta ai luoghi comuni della Guerra Fredda, sono sempre più schiavi del «Sogno Senza Senso» sulla «esportazione della democrazia».
Un disco rotto, pagato dal «Contribuente», che porta solo instabilità, guerre, povertà, flussi migratori anomali.
Paradossalmente assistiamo oggi a una inspiegabile e «Storica Ammucchiata del Miracolo Democratico» dove «destre» e «sinistre», «liberali» e «conservatori», finalmente uniti si affannano in un isterico belato contro Putin il guastafeste, il rompiuova nel paniere bucato dei suoi ingenui persecutori.
Politici privi del senso dello Stato e feriti dall’enorme invidia per colui che, a differenza di loro, ha raggiunto in patria un consenso popolare indiscutibile.

Il «Consumatore di Informazione», oggi, si trova al centro di una guerra psicologica raffinata in uno scenario poliedrico.
Uno spazio in cui ogni informazione è calibrata in modo da dare sempre una visione distorta degli interessi nazionali perché importante è, sempre e comunque, che la «Discussione Democratica» sia vana ma che porti tanti soldi.
Tramite la radio, la televisione, i giornali.
Siamo arrivati così, tutti, nell’«Era Nuova», postsovietica, tanto annunciata, agognata, pagata.
Nell’«Era» dove, giocoforza, esiste il dominio dell’«ideologia»! di mercato e degli interessi
dell’«Oligarchia Trasversale».
Dove privata non è tanto la proprietà quanto la legge del più «forte».
E più è forte, più fa la guerra, crea la fame e le disgrazie locali e globali con ì soldi del «Contribuente Civilizzato», «Democratizzato».
Il contribuente occidentale non ci pensa, ma è lui che finanzia le «Grandi Missioni», gli «Aiuti Internazionali», i «Piani di Ricostruzione», oltre alla sua stessa personale «Quotidiana Disinformazione».
Quella che lo distanzia sempre più dal «capire» perché tanto «Ipotetico Bene» ci spinge ogni giorno sempre più nelle sabbie mobili dell’autodistruzione dell’identità nazionale, cioè di noi medesimi a Est come ad Ovest, a Sud come a Nord.
Il lancio diversificato per tempi e stili di «informazione» in aree del mondo differenti per geografia e cultura sta alla base della tecnica della reazione calcolata degli «informati».
Il risultato è un aggravarsi dell’offuscamento intellettuale su tutti i fronti.
Si chiama la «Civiltà dell’Informazione».

Il prodotto è l’incomunicabilità tra tutti quelli, nei popoli dell’«Est» e dell’ «Ovest», a cui «non tornano i conti» ma non possono fare altro che sospettare, dubitare o... lasciar perdere.
In un clima del genere questo libro di Maurizio Blondet è un dono di chiarezza, uno strumento assolutamente insostituibile per tutti coloro che, assorbiti dallo scandalismo eclatante, desiderano invece rendersi indipendenti dalla sistematica disinformazione quotidiana su uno dei temi più
delicati e affascinanti di oggi e soprattutto di domani: il ruolo della Russia nel mondo.

Questo libro di Maurizio Blondet è uno strumento altrettanto indispensabile per chiunque voglia spendere le sue passioni politiche in modo più interessante e soprattutto meno ingenuo.
Il lettore occidentale, bersagliato dall’apparenza di una Russia «spaventosa», con un presidente spia, dittatore senza pari, sospettato mandante di omicidi plurimi dalla stampa internazionale delle «Oligarchie Trasversali», furbo oppressore della libertà del prossimo, chiunque esso sia, accusato di abuso illimitato di potere e quanto di peggio e truculento si possa immaginare nel nome di un eloquente «Passato», troverà qui, finalmente, una immagine «alternativa» di grande aiuto per uscire dal chiasso monocorde.
Il lettore potrà alla fine facilmente capire che la Russia di Putin non è una minaccia per i popoli della terra, ma una occasione unica per riposizionare i propri interessi in forma più razionale e conveniente.

L’azione di Vladimir Putin può, ovviamente, rappresentare un’ispirazione interessante per altri governi di nazioni ricche di «Risorse Reali» più che di cartamoneta o teorie necrofile e suicide sulla «democrazia».
Altrettanto per l’Europa si configura uno spunto obbligato nella ricerca della sua latitante identità, riscaldata, chissà, dalla Russia se per essa tutto ciò avrà un senso.

V.V. Konechnikh (economista)

Tratto da «Stare con Putin?» (EFFEDIEFFE edizioni, 2007)

giovedì 12 giugno 2008

Perchè tutti ce l’hanno con l’Innocente?


«La Gran Bretagna è diventata un ‘covo’ di estremismo anti-israeliano»: se n’è lamentato l’ambasciatore di Israele a Londra, Ron Prosor. Una volta l’Inghilterra era un campione di democrazia, ha detto. Ora non più.

«Israele vi è assoggettata a una intensa campagna di delegittimazione, demonizzazione e doppiopesismo. La Gran Bretagna è diventata un santuario per iprocriti appelli alla soluzione ‘uno Stato’ (ossia uno Stato con palestinesi ed ebrei), che non è che un eufemismo per il movimento che vuole la distruzione di Israele». Infatti coloro che premono per quella soluzione «negano il diritto all’esistenza di Israele come Stato ebreo-democratico (sic) liberale».

Le università inglesi soprattutto. Che avevano una «reputazione di libertà d’espressione e pluralismo delle idee», ora non più. Ora nelle università infuria «la licenza di molestare, umiliare e discriminare» gli studenti ebrei che vengono da Israele.

Bisogna ammetterlo: tutti ce l’hanno con Israele. Persino il Paese che si fece governare da Disraeli è divenuto antisemita. L’innocenza di Sion non viene più riconosciuta, tutti sono dalla parte dei palestinesi e non riconoscono le minacce che Israele affronta ogni giorno, sola al mondo, disarmata delle sue 300 testate nucleari, contro nemici potentissimi come Hamas. Finirà che Al Qaeda dovrà fare un altro attentato a Londra, per dare una lezione a questo covo di odio antisemita.

Anche l’ONU è diventata un covo di antisemitismo. Più precisamente; il Consiglio per i Diritti Umani, colpevole - ha denunciato Condoleezza Rice - di «aver accusato Israele di atrocità contro il popolo palestinese». La Rice ha annunciato perciò che gli USA si ritirano da tale organo. Il quale è nuovissimo: è nato nel 2006, dopo che gli USA avevano voluto liquidare il precedente Human Rights Council proprio perchè criticava Israele ed era poco atteno ai diritti umani di altri.

Ma anche il nuovo organo dell’ONU si è dimostrato «ripetutamente ingiusto contro Israele», secondo Israele. Il precedente inviato dell’ONU, il sudafricano John Dougard, dopo aver constatato sul campo il trattamento che l’Innocente fa subire ai palestinesi, ha denunciato «uno Stato di apartheid simile a quello sudafricano». Dougard non andava bene, ha voluto un altro inviato.

E’ arrivato Richard Falk, un celebre giurista americano, per di più (dato il cognome) probabilmente ebreo. Ebbene: ancor prima di essere nominato, Falk ha paragonato il trattamento inflitto ai palestinesi all’olocausto inflitto agli ebrei negli anni ‘40.

Si è arrivati al punto che l’Innocente ha dovuto negare il visto d’entrata nel Paese - lo «Stato ebreo-democratico liberale» - al Falk. Niente più inviati ONU, sono tutti pieni di pregiudizi, doppiopesisti e antisemiti. E anche negazionisti.

Un sito fa notare che anche la recente messa al bando delle cluster bombs (bombe a frammentazione) è un chiaro sintomo di antisemitismo mascherato da umanitarismo. Infatti, è Israele che usa di più queste bombe; dunque, il bando colpisce in modo sproporzionato gli ebrei.

Solo nell’attacco al Libano del 2006 (pardon, nella «difesa»), l’Innocente ha gettato sul Libano tante di queste cluster bombs, da totalizzare 4 milioni di «bomblets», ossia di ordigni piccoli e graziosi che paiono giocattoli, e sono pronti a scoppiare quando un bambino li prende in mano o un pastore ci inciampa sopra. Di questi 4 milioni, infatti, almeno un milione giacciono inesplosi tra campi e rocce libanesi, in attesa della loro occasione per affermare il diritto d’Israele all’esistenza, così continuamente negato. E dalla fine della guerra in Libano, hanno già ammazzato o mutilato e sfigurato 200 libanesi. «Higly useful battle devices», ossia «strumenti utilissimi sul campo di battaglia», dicono gli israeliani e gli americani che - a ragione - non hanno aderito alla messa al bando.

Chissà perchè tutti ce l’hanno con Israele. L’ambasciatore Ron Prosor dice bene: bisogna che «tutti quelli che credono nei valori britannici» di libertà e pluralismo «facciano tacere la frangia estremista che domina il dibattito su Israele». Questo è il pluralismo approvato: far tacere. E invece, raccontare di più le sofferenze del povero, inerme Innocente. Dov’è finito Magdi Allam?

Maurizio Blondet
www.effedieffe.com

venerdì 28 marzo 2008

C'era una volta in Europa...


Se vi dicessi che c'è in Europa un Paese dove non esiste la disoccupazione, non esiste il lavoro precario, non esiste il problema dei pendolari, non esiste l'inflazione, dove le tasse sono al 10\%, dove ognuno possiede una casa e quanto basta per vivere e quindi non ci sono poveri, mi prendereste per matto. E avreste ragione. Perchè questo è il Paese che non c'è. Ma è esistito. E' esistito un mondo fatto così. E si chiama Medioevo Europeo.
La disoccupazione appare, come fenomeno sociale, con la Rivoluzione industriale. Prima, con una popolazione formata al 90/95\% da agricoltori e artigiani, ognuno, o quasi, viveva sul suo e del suo, aveva, nelle forme della proprietà o del possesso perpetuo, una casa e un terreno da coltivare. E anche i famigerati 'servi della gleba' (i servi casati), comunque una realtà marginale, se è vero che non possono lasciare la terra del padrone non ne possono essere nemmeno cacciati. Non esisteva il precariato perchè il contadino lavora tutta la vita sulla sua terra e l'artigiano nella sua bottega che è anche la sua casa (per questo non esiste nemmeno il pendolarismo). Il giovane apprendista non percepisce un salario, ma il Maestro ha il dovere, oltre che di insegnargli il mestiere, di fornirgli alloggio, vitto e vestiti (due, uno per la festa, l'altro per i giorni lavorativi; ma, in fondo, abbiamo davvero bisogno di più di due vestiti?). Dopo i sette anni di apprendistato il giovane o rimarrà in bottega, pagato, o ne aprirà una propria. Senza difficoltà perchè c'è posto per tutti. Gli statuti artigiani infatti proibiscono ogni forma di concorrenza e quindi, di fatto, la formazione di posizioni oligopoliste. Per tutelare però l'acquirente (oggi diremo 'il consumatore') gli statuti stabiliscono regole rigidissime per garantire la qualità del prodotto.

Nelle campagne il fenomeno del bracciantato si creò quasi a ridosso della Rivoluzione industriale quando i grandi proprietari terrieri cominciarono a recintare i loro campi (enclosure) rompendo così il regime delle 'terre aperte' (open fields) e delle servitù comunitarie (ad uso di tutti) su cui si era retto per secoli lo straordinario ma delicato equilibrio del mondo agricolo. Per molti contadini, non avendo più il supporto delle servitù, la propria terra non era più sufficiente a sostentarli. Ma fu un fenomeno tardo. Perchè la concezione di quel mondo, contadino o artigiano, era che ogni nucleo familiare doveva avere il proprio spazio vitale. Scrive lo storico Giuseppe Felloni: "Le terre sono divise con criteri che antepongono l'equità distributiva all'efficenza economica".

Le imposte, comprendendovi quelle statali, quelle dovute al feudatario, nella forma di prelievo sul raccolto e di corvèes personali, la 'decima' alla Chiesa, non superarono mai il 10\%. E' vero che anche i servizi erano minimi, ma per molti aspetti di quello che noi oggi chiamiamo 'welfare' sovveniva la Chiesa, naturalmente nei modi consentiti dai tempi.

Non esisteva l'inflazione. I prezzi rimanevano stabili per decenni. Una delle rare eccezioni fu la Spagna degli inizi del XVII secolo a causa dell'oro e dell'argento rapinati agli indios d'America. E nel suo 'Memorial' Gonzales de Collerigo scrisse con sarcastica lucidità: "Se la Spagna è povera è perchè è ricca". Che è poi la paradossale condizione in cui si trovano molti Paesi industrializzati di oggi.

In quel mondo, per quanto a noi appaia incredibile, non esistevano i poveri. Il termine 'pauperismo' nasce nell'opulenta Inghilterra degli anni '30 dell'Ottocento. Fu Alexis de Tocqueville, uno dei padri del mondo moderno, ad accorgersi per primo dello sconcertante fatto che nel Paese del massimo sforzo produttivo e industriale c'era un povero ogni sei abitanti mentre in Spagna e Portogallo, dove il processo era appena agli inizi, la proporzione era di 1 a 25 e che nei Paesi e nelle regioni non ancora toccate dalla Rivoluzione industriale non c'erano poveri. Perchè è la ricchezza dei molti, alzando il costo della vita, a rendere poveri tutti gli altri. Che è quanto sta accadendo oggi in Russia, in Cina, in Albania, in Afghanistan e persino in Italia.

Su tutto questo, credo, dovrebbero riflettere coloro che fra un mese saranno chiamati a governarci.

Massimo Fini

www.massimofini.it

giovedì 20 marzo 2008

L'Unione europea "fusa" nella Nato


Avverrà nel 2009. Tutto è già deciso, anche se come al solito sopra le teste dei cittadini europei e a loro insaputa. La UE sarà «integrata» nella NATO (1), o se volete la NATO nella UE: il che significa molte cose allarmati.

Anzitutto, in ogni caso, la militarizzazione dell’Europa per servire meglio agli Stati Uniti. Lo ha lasciato capire Jaap De Hoop Scheffer, segretario generale della NATO (tutta una carriera nell’eurocrazia a-democratica e mai votata) al German Marshall Fund di Bruxelles.

«Sono convinto che prendere sul serio la riforma della NATO significa cercare maggiori sinergie con l’Unione Europea», ha detto l’olandese: «Voglio vedere molta messa in comune delle nostre capacità, specialmente in aree come trasporti ed elicotteri, ricerca e sviluppo, armonizzazione e addestramento.…E’assolutamente essenziale che la totalità delle capacità che siamo capaci di generare da questo bacino di forze siano egualmente a disposizione della NATO e della UE».

Si legga bene l’ultima frase, la più inquietante, alla luce della insoddisfazione del Pentagono per la renitenza degli alleati europei a mandare rinforzi nelle zone di combattimento in Afghanistan. Nel progetto del massone olandese, uomo di fiducia delle entità sovrannazionali che l’hanno messo lì, le forze armate italiane o tedesche saranno automaticamente «a disposizione della NATO». Come anche della Unione Europea, dice mellifluo l’eurocrate olandese.
«Egualmente a disposizione».

E questo significa, tra le righe, qualcosa di ancora più inquietante: la trasformazione della NATO - che è nata come entità inter-statale, alleanza di Stati sovrani - in una UE burocratico-militare: e la UE è una entità non già inter-statale, ma sovra-nazionale; in essa gli Stati non hanno sovranità (2), e sono tenuti ad obbedire (ratificare) le normative confezionate dalle oligarchie di Bruxelles e dalle loro lobby di riferimento. La proposta di De Hoop Scheffer è dunque che la NATO diventi un nucleo militare sovrannazionale, i cui Paesi membri non possono negare «l’accesso» alle loro forze, soldati e armamenti.

Ma la NATO non è solo europea. E’ anche americana, anzi Washington esercita nella NATO la sua egemonia assoluta. Dunque, se De Hoop Scheffer l’avrà vinta, il Pentagono avrà «accesso diretto» alle forze armate dei venti Paesi europei della UE-NATO, senza possibilità per i Paesi membri di opporre un rifiuto. Da alleanza fra Stati sovrani a servitù totale, sovrannazionale.

Ciò che sta per nascere è un mostro geneticamente modificato, un ibrido «NEUTO» che unisce le peggiori caratteristiche oligarchico a-democratiche dell’Unione Europea con il militarismo neo-coloniale globale della NATO. Il peggio delle due cose. Sarà l’opaca oligarchia di Bruxelles a farci sapere che siamo in guerra, contro chi e a quale distanza dalla nostra area, e quali elementi delle forze armate ci toccherà fornire alle guerre decise non solo «altrove», ma non si sa bene dove, esattamente come non si sa dove e come la UE concepisca le sue «direttive» che dobbiamo applicare.

Questa opacità non è casuale, ma voluta. L’Unione Europea, che ha privato i governi della loro sovranità, non dichiara se stessa sovrana: è una entità di gestione, in qualche modo «a-politica», ed è proprio con questa scusa che può fare a meno del controllo democratico, di obbedire alla volontà popolare, di attenersi alle decisioni del parlamento (quello europeo è solo consultivo, ossia è niente).

Non ha potere legislativo, e il suo potere esecutivo è la «Commissione», nome che evoca non decisione politica, ma amministrazione burocratica. La Commissione non «decide», emana «regolamenti» e «direttive». E’ irresponsabile. Non può essere chiamata a rendere conto, né bocciata con elezioni. Questa assenza di sovranità, comodissima per l’oligarchia burocratica i cui membri si cooptano a vicenda, è peggio di ogni totalitarismo classico.

Conosciamo i danni che ha prodotto la (volontaria) rinuncia alla sovranità monetaria degli Stati europei, non sostituita dalla sovranità della UE: la Banca Centrale è totalmente irresponsabile e le sue azioni sono dettate da automatismi, dedotti dall’ideologia economica corrente, nella più assoluta indifferenza alla realtà e ai problemi dei popoli.

Portata nel settore militare, questa perdita di sovranità non sostituita da una sovranità politica europea (l’Europa non è nemmeno una federazione, è qualcosa di politicamente e giuridicamente indefinibile), porta ad esiti anche più devastanti. I burocrati possono decidere - ma non parleranno mai di decisione, mai se ne assumeranno la responsabilità - quanti uomini, elicotteri e cingolati l’Italia deve mandare in Afghanistan o, domani, in Georgia per difendere questa nuova «democrazia» dalla Russia.

In fondo, già abbiamo visto questa militarizzazione burocratica in Kossovo: la cui indipendenza è stata riconosciuta da tutti gli Stati membri su ordine oscuro (americano), e che la NATO sta difendendo sul terreno. Senza una minima discussione, un dibattito aperto di cui le opinioni pubbliche abbiano avuto notizia. Ora, con il Trattato di Lisbona che surrettiziamente viene imposto ad ogni Paese senza referendum, viene eliminato il diritto di veto dei singoli Stati: un’altra rinuncia a un elemento di sovranità.

La «riforma» della NATO cui allude l’olandese contempla la stessa meccanica: anche qui per decidere una guerra, un intervento «fuori area», basterà un voto di maggioranza, e i singoli Stati non avranno diritto di veto.

«Le due istituzioni saranno fuse in un’unica struttura imperiale e nessuno Stato membro può permettersi di opporsi ai dispiegamenti militari», come ha scritto Helga Zepp LaRouche. Senza discussione - almeno senza discussione aperta, in un qualche parlamento, riportata sui giornali - questo avverrà nel 2009.

«Come stanno le cose», ha detto De Hoop Scheffer, «mi aspetto che il lavoro su un nuovo Concetto Strategico comincerà nel nostro vertice del 2009, il 60mo anniversario della NATO. Gli anniversari nella NATO non celebrano solo le passate realizzazioni; anzitutto e più di tutto, riguardano il futuro. Con un nuovo presidente USA in carica, un nuovo atteggiamento francese verso la NATO [Sarko sta facendo rientrare la Francia nell’Alleanza Atlantica da cui De Gaulle l’aveva fatta uscire appunto perché ‘solo un capo di Stato votato può ordinare di mandare in guerra i suoi cittadini’), e una nuova dinamica nel processo di integrazione europea, penso che il nostro vertice 2009 produrrà un breve ma potente documento che riaffermi i duraturi fondamenti della cooperazione transatlantica nella sicurezza, e delinei i parametri basilari del nuovo Concetto Strategico. In mancanza di un termine migliore, chiamerò questo documento Carta Atlantica».

Un nuovo Trattato di Lisbona, dunque: una Costituzione che non si dichiara tale. Quanto ai «duraturi fondamenti della cooperazione militare transatlantica», sono stati rovesciati dalle volontà oligarchiche: la NATO era una alleanza «difensiva», volta a difendere l’Europa su suolo europeo; oggi è diventata una unione di forze neo-imperiali, impegnate out-of-area, in occupazioni come in Afghanistan, a sostegno di governi-fantoccio insediati da Washington. Anche questo, naturalmente, senza alcuna discussione aperta (3).

Il nostro presidente Napolitano ci esorterà a cooperare a quelle guerre, come ha esortato a ratificare il Trattato di Lisbona senza dibattito e men che meno per referendum, lui e gli altri Venerati (Gran) Maestri tipo Ciampi.E poi criticavano Licio Gelli.

Questi sviluppi occulti assumono un senso anche più inquietante nel contesto della crisi sistemica e del collasso finanziario globale. Già nel 1974 il Club di Roma aveva elaborato un modello computeristico in cui aveva «previsto» i problemi che ora sembrano avventarcisi contro tutti insieme: sovrappopolazione, penuria alimentare, esaurimento delle risorse, degrado ambientale… e le aveva salutate come «una opportunità». Una opportunità per instaurare un governo mondiale - ma non un governo politico, sovrano e dunque responsabile.

Il governo di una tecnocrazia autonominatasi maestra di saggezza, che si impone insensibilmente, attraverso una «educazione» delle masse (leggi: propaganda), che imponga nuovi valori, adatti a una «nuova umanità». «Oggi sembra che i valori vigenti, che sono insiti nelle società umane di ogni ideologia e religione, sono responsabili dei nostri problemi. Se si dovranno evitare le future crisi, come ri-dirigere questi valori?»: così si chiedeva il Club di Roma (4).

Oggi, possiamo constatare quanta strada sia stata fatta: oggi i valori vigenti sono quelli di una «nuova coscienza ecologica», quelli favorevoli alla limitazione delle nascite e all’accettazione dei «diversi» con pari diritti. E questi valori del politicamente corretto hanno sostituito ogni ideologia ed ogni religione. «L’analisi dei problemi e delle crisi che ci attendono», diceva nel ‘74 il consesso oligarchico, «indicano che occorre
1) una ristruturazione ‘orizzontale’ del sistema mondiale, ossia un cambiamento nelle relazioni tra nazioni e regioni, e
2) una ristrutturazione ‘verticale’, ossia drastici cambiamenti nello strato normativo, cioè
nel sistema di valori e di fini dell’uomo, necessari per risolvere le crisi energetiche, alimentari, eccetera. Intendiamo con ciò cambiamenti sociali e cambiamenti negli atteggiamenti individuali, che sono necessari perché possa aver luogo la transizione alla crescita organica».

Per crescita «organica» dell’umanità, il Club di Roma intendeva crescita insieme «sostenibile» (non troppa) e «interdipendenza» della produzione e commercio globali, l’attuale liberismo instaurato con così grandi benefici, ma governato dietro le quinte da organi sovrannazionali e non-sovrani (ossia non controllabili dalla volontà popolare).

«Lo sviluppo di cornici internazionali [….] essenziali per l’emergere di una nuova umanità diretta alla crescita organica diverrà una necessità da non lasciare alle buone volontà e alle preferenze. […] La NATO-Europa integrate sono appunto parte delle nuove cornici internazionali auspicate».

Ma si domandava il Club di Roma: «Avrà il genere umano la saggezza e la forza di volontà di mettere in atto una strategia adeguata a produrre la transizione? A considerare i precedenti storici, si possono avere legittimi dubbi - a meno che la transizione non avvenga per necessità. Ed è qui che le future crisi - nel campo dell’energia, dell’alimentazione e del resto - possono diventare catalizzatori del cambiamento, delle opportunità fortunate dietro le apparenze». Ed ecco che la Grande Crisi è qui. L’hanno provocata loro, per spingerci volenti o nolenti verso la «nuova umanità» necessaria?

Come minimo, l’hanno «prevista» da oltre trent’anni, ci hanno lavorato; il disastro che ci pare incontrollato e sparge il panico fra gli operatori di Borsa, può essere invece controllatissimo; le conseguenze di fame, disoccupazione, penuria, perdite di ricchezza e guerre, una «opportunità» da non perdere. Il governo mondiale avrà le forme extra-giuridiche dell’Europa: ossia delle azioni dietro le quinte, di entità che non rispondono a nessuno.

Il nuovo governo mondiale non sarà nemmeno un governo, ma un «ordine», una «direttiva», un insieme di «regolamenti».

Maurizio Blondet
www.effedieffe.com

1) Elaib Harvey, «NEUTO», The Brussels Journal, 16 marzo 2008.
2) Il concetto di «sovranità» non è ovviamente quantitativo: non ha alcuna relazione
con la maggiore o minor potenza di uno sStato. Uno Stato piccolo non è meno sovrano di uno Stato grosso e potente; la sua sovranità consiste nel fatto di potersi legare in alleanze ed accordi con altri Stati, o denunciare quegli accordi e ritirarsi da quelle alleanze. «Sovranità» è per gli Stati ciò che per gli individui è la libertà giuridica, libertà di assumere impegni contrattuali (e la responsabilità conseguente).
3) «Impedire la militarizzazione dell’Europa!», Eir Strategic Alert, 20 marzo 2008.
4) Tratto da «Mankind at the Turning Point: The Second Report to The Club of Rome (1974)», citato da Brent Jessop, «The transition to a totalitarian world government», .GlobalResearch, 18 marzo 2008.

domenica 16 marzo 2008

Nella trappola della stupidità terminale


Con il crollo della Bear Stearns, una delle più colossali banche della globalizzazione, non sono più ammesse illusioni: è il nuovo ‘29. Moltiplicato però, in rapporto con il titanico moltiplicatore del debito (leverage) che la deregulation totale ha consentito ai predatori d’azzardo (1).

Adesso probabilmente sarà Lehman Brother a seguire Bear Stearns nel precipizio del nulla. Seguiranno «Fanny Mae» e Freddie Mac, le due agenzie semi-governative inventate durante il New Deal, che «garantiscono» il 60% del mercato dei mutui, pari a 11 trilioni di dollari (il PIL americano è sui 15 trilioni).

Quanto alle assicurazioni «monoline», che garantiscono i titoli di debito emessi dai municipi, Stati e contee americani, le loro azioni hanno perso il 90% dall’autunno: presto anche il mercati dei debiti pubblici locali, 2,6 trilioni di dollari, svanirà in una nube d’insolvenza: le autorità locali non avranno i mezzi per far funzionare scuole, servizi, ospedali, per assistere i poveri che cresceranno a milioni. I fondi pensione dovranno liquidare i loro portafogli azionari a mercato precipitante, azzerando le speranze di serena vecchiaia per altri milioni di persone.

Nel ‘29, la catastrofe fu molto meno rapida: fallirono 4 mila banche, per lo più piccole, e la cosa durò anni. Oggi la Union des Banques Suisses, è già nella morsa del crollo americano, prima ancora che Bear Stearns, la peste si espanda nel mondo fulminea. Alcune riflessioni si impongono.

La prima: gli Stati Uniti, e il loro «liberismo» propagandato come promotore di prosperità diffusa, hanno provocato i più gravi e ricorrenti danni economici della storia del mondo. La crisi del ‘29, che si trascinò fino al ‘39 quando la seconda guerra mondiale assunse il ruolo di «grande consumatrice» (di uomini, materiali e capitali), nacque in USA per le stesse identiche ragioni che hanno provocato la crisi incombente: deregulation, assenza di ogni controllo, vendite allo scoperto, corsa all’indebitamento di enti e famiglie, «creatività» finanziaria di Wall Street.

Lo hanno rifatto, ripetutamente, più volte: tutti sordi, economisti da cattedra e strateghi di Borsa, all’esperienza passata del distruttore americano. E tutte le volte, l’intervento pubblico, ideologicamente rigettato quando si trattava di privatizzare i profitti, fu invocato ed ottenuto dagli speculatori nel momento di rendere pubbliche le perdite loro.

Nel 1984 la Continental Illinois, che aveva puntato sul boom petrolifero del Texas proprio mentre stava esaurendosi, fu salvata con una iniezione di 4,5 miliardi di dollari. Nel 1998 il fondo speculativo Long Term Management Company, creato da due economisti-Nobel che sperimentarono le teorie per cui avevano ricevuto il premio, fu parimenti salvato dalla Federal Reserve e da un consorzio di banche: le teorie «razionali» premiate si rivelarono fallaci quando la Russia di Eltsin, saccheggiata dal capitalismo terminale, si rese insolvente.

Già allora la rovina coinvolse i BOT italiani e quelli spagnoli e danesi. Di mezzo ci sono state bancarotte argentine, thailandesi, messicane, indonesiane, indotte dai capitali roventi in cerca di profitti irreali in quei Paesi «emergenti». Come nulla fosse. L’ideologia liberista fu resa ancor più globale - interdipendenza totale delle economie nazionali, nessun dazio, nessuna paratia stagna contro l’alluvione americana.

Se ci sarà un futuro, gli storici del futuro racconteranno la triste storia di quando nel mondo «comandava» la più idiota delle superpotenze bottegaie mai apparse, la cui sete di profitti indebiti (tali sono quelli finanziari, se non lubrificano l’economia reale) ha oscurato ogni intelligenza ed ogni memoria. Si dovrà descrivere il liberismo planetario senza regole come l’epoca in cui chi guidava le cose pubbliche perse ogni senso di responsabilità, divenne un potere puramente criminale, volto a scremare profitti dal sangue di centinaia di milioni di lavoratori, di deboli che indebitava.

E non solo in America: la deregulation ha significato anzitutto l’abbandono di ogni dovere di responsabilità da parte delle classi dirigenti; in ogni luogo del pianeta la «privatizzazione» ha significato questo: ciascuno per sé, i meno forti vadano in rovina, a noi ricchi non importa. Questa è l’epoca in cui i popoli sono stati traditi dalla «democrazia».

Lo sapeva già il presidente Andrew Jackson, che disse nel 1828: «Il governo deve essere gestito nell’interesse del piantatore, del contadino, del meccanico, dell’operaio che formano il gran corpo della società degli Stati Uniti. Queste classi sanno che i loro successi dipendono dalla loro propria industriosità e risparmio, e non s’aspettano di diventare ricchi di colpo coi frutti delle loro fatiche. Ma questi sono in costante pericolo di perdere la loro onesta influenza sul potere a vantaggio degli interessi finanziari, che traggono il loro potere da una moneta cartacea che solo loro sono in grado di controllare». Parole inutili.

Dopo la guerra civile, gli interessi capitalistici formarono il Paese secondo i loro desideri, senza incontrare resistenza nei governi. In USA, tra il 1860 e il 1900 la produttività dei lavoratori crebbe di 15 volte (chi produceva per 1.540 dollari nel 1860 produsse nel ‘900 per 25 mila dollari), ma le loro paghe aumentarono nel quarantennio solo di 4 volte. Il salario annuale era di 297 dollari nel 1860, di 384 nel 1870, di 427 nel 1890. Nel decennio precedente il salario addirittura scese, a 345 dollari annui.

Come oggi, anche allora il boom dei capitalisti non fu che questo, retribuzione massima del capitale a spese della retribuzione del lavoro. Da questo deriva il denaro per le speculazioni fantasiose dei capitalisti, che portano a ricorrenti rovine. Questo è il sistema che noi europei abbiamo voluto adottare alla fine del ventesimo secolo - nessuna resistenza contro la globalizzazione ultra-liberista s’è mai alzata dalla «sinistra» e dai sindacati - con gli stessi risultati.

Negli anni ‘30, la resistenza ci fu: fu il «populismo» (2), furono, almeno inizialmente, i fascismi, la cui forza nativa fu nella spinta socializzatrice. Ma oggi, il capitale ha trovato il modo di neutralizzare la volontà popolare degli sfruttati, e l’ha chiamato «democrazia». Una versione speciale di democrazia. Lo ha spiegato Henry Liu, un economista americano di origine cinese.

Ecco la sua citazione (3): «Le elite potenti e privilegiate hanno trovato uno scudo efficace contro il populismo attraverso la strumentalizzazione tortuosa del principio costituzione dei diritti delle minoranze, che originariamente era stato concepito come difesa dei deboli e dei senza-potere. il termine ‘minoranza’ fu originariamente inteso a denotare quelli con meno potere, non quelli in piccolo numero».

Ah già: questi nostri anni di irresponsabilità terminale saranno ricordati come quelli in cui ci si batteva per i diritti dei gay alle nozze, per i diritti degli ecologisti, o dei drogati, o degli immigrati clandestini, per l’eutanasia, per l’aborto, a difesa di speciali «minoranze» le cui rivendicazioni servirono solo ad oscurare i bisogni essenziali della maggioranza popolare, a dividere tale maggioranza con falsi problemi.

Gli anni del capitalismo sregolato sono quelli in cui gli speculatori promossero i «diritti delle minoranze», quelli in cui transessuali travestiti entrarono nei Parlamenti. A tradire la democrazia, applicandola ad absurdum. Mentre gli operai erano pagati sempre meno ed erano sempre più precari. Bravo Henry Liu. Ci sarebbe bisogno di lui in Cina.

Perché nella grande tempesta di idiozia che segna il capitalismo estremo, non bisogna dimenticare la Cina, col suo governo di nomenklatura autodefinitasi «comunista». Il «comunismo» mercantile ha abbracciato la globalizzazione con dissennato entusiasmo, facendosi il fornitore del consumismo americano più cretino. Ha guadagnato montagne di miliardi di dollari, le sue «riserve». A che cosa si sono ridotte le riserve cinesi, in dollari che hanno perso il 50% del loro valore nel giro di settimane, e che stanno per diventare carta verde buona da riciclare o bruciare?

Peter Schiff, l’economista che è consulente di Ron Paul, prevede un collasso totale del dollaro a breve termine come moneta di riserva mondiale (4). La Cina si è legata da sola al destino americano, del suo maggior cliente globale. Gli ha fornito i soldi per comprare le sue merci a credito, e ne ha ricevuto montagne di Buoni del Tesoro, carta da cesso che ha tesaurizzato. Ora, per salvare i suoi risparmi, tenta ridicolmente di sostenere il dollaro, la moneta del suo nemico teorico nella prossima grande guerra mondiale.

L’economia cinese è tanto incastrata con quella economia americana, che la sta per seguire nel precipizio, come un prigioniero incatenato ad una carcassa di bue obeso e morto. Chi comprerà le sue merci?

L’illusione di aver raggiunto lo status di superpotenza è stata breve: Cina e India insieme, i cui immensi popoli a bassi salari consumano meno di 600 milioni di dollari l’anno (una frazione ridicola del consumo degli americani) non possono certo sostenere la «domanda globale». Questi allievi ingenui del cattivo maestro globale hanno voluto le loro Borse: oggi sono bolle finanziarie gonfiate di valori irreali, che stanno cadendo a precipizio in sincronia con Wall Street.

Per la Cina, il risultato prevedibile sarà una recessione importata, con inflazione congiunta, e disordini sociali delle sue masse mal pagate che hanno appena odorato il falso paradiso dei «consumi» superflui e delle false griffes. La subalternità europea all’ideologia totalitaria ultima non ci stupisce, non più: siamo goym scodinzolanti. Ma due Paesi immensi, che avevano la forza demografica e culturale di imporre un nuovo modello di sviluppo sociale e un nuovo «comando» nel mondo, sono invece subalterni del cattivo maestro planetario.

Infatti, come reagisce Pechino alla crisi? «Dopo una pausa di oltre un anno, il governo ha riaperto la porta della sua Borsa ai capitali esteri, contando così di rialzare i corsi delle azioni in yuan». Ciò, si noti, su pressione di Washington, di «aprire di più i suoi mercati» (5).

Il primo capitale estero cui Pechino ha aperto le porte è il Fondo Pensioni Norvegese, fondo sovrano, in cui sono ammassati gli introiti petroliferi del Mare del Nord. Comprerà azioni a Shanghai negli attuali prezzi bassi, farà buoni profitti e se ne andrà. E’ il fondo più colossale della storia, il norvegese: abbastanza grosso da manipolare i prezzi nella Borsa di Shanghai, proporzionalmente minuscola, a danno dei piccoli risparmiatori cinesi. D’altra parte che fare?

Sono le leggi del «mercato», cui la Cina aderisce. Quel «mercato» che sta crollando sotto i nostri occhi ciechi. Sì, ricorderemo questa come l’epoca in cui comandò la stupidità, e l’irresponsabilità guidò le nostre vite verso la penuria globale di cibo e di carburante, nell’eclisse del buonsenso.

Maurizio Blondet
www.effedieffe.com


1) Ambrose Evans-Pritchard, «Bear Stearns exposed as a bank saddled with toxic sub-prime debt», Telegraph, 14 marzo 2008.
2) Un People’s Party esistette in USA fin dal 1891, sin dall’inizio contrastò duramente il capitalismo di ventura in nome di un socialismo nazionale, di cui i detrattori avrebbero sottolineato in eterno le affinità col fascismo. I «populisti» ebbero molti leader, nessuno riuscì ad imporre una riforma del capitalismo americano, alcuni furono uccisi in attentati. Valga qui, per le concezioni del populismo, la frase che pronunciò William Jennings Bryan, un candidato democratico: «There are two ideas of government. There are those who believe that if you just legislate to make the well-to-do prosperous, their prosperity will leak through on those below. The Democratic idea has been that if you legislate to make the masses prosperous, their prosperity will find its way up and through every class that rests on it ... Having behind us the producing masses of this nation, and the world, supported by the commercial interests, the labor interests, and the toilers everywhere, we will answer their demand for a gold standard by saying to them: You shall not press down upon the brow of labor this crown of thorns, you shall not crucify mankind upon a cross of gold». (Ci sono due idee di Stato. Ci sono quelli convinti che se tu fai leggi per rendere più prosperi i benestanti, la loro prosperità finirà per gocciolare su quelli che stanno sotto. L’idea democratica è che se tu fai leggi per migliorare la vita delle masse, la loro prosperità salirà alle classi superiori che dal lavoro delle masse dipendono. Avendo dietro di noi le masse della nazione, e i lavoratori del mondo, noi rispondiamo alla domanda di un gold standard (che significava: cambi fissi, rigore tipo BCE, unità monetaria di fatto, ndr.) con queste parole: voi non calcherete sulla testa dei lavoratori questa corona di spine, non inchioderete l’umanità a una croce d’oro).
3) Henry C. Liu, «The shape of US populism», Asia Times, 14 marzo 2008.
4) Steve Watson, «Leading economist: dollar faces outright collapse», PrisonPlanet, 14 marzo. Schiff dice: «The decline could accelerate rapidly. The world is still holding a lot of dollars it doesn’t need». Schiff paventa la fuga dal dollaro simultanea dei Paesi con forti riserve (arabi petroliferi e Cina), anche attraverso l’abbandono del legame delle loro monete col dollaro, che sta facendo imbarcare inflazione all’interno.
5) Sally Wang, «China opens door wider to foreign funds», Asia Times, 14 marzo 2008. «The move seems to have renewed xenophobic feelings among many Chinese small investors and some market analysts, who say the move benefits foreigners who can buy Chinese shares cheap, given the current low prices, and sell them later to make profits». Segno che la sfiducia e il disprezzo della Casta - di ogni Casta locale - dilagano, vero fenomeno globale genuino.

giovedì 6 marzo 2008

Le nostre elezioni sono più libere che in Russia?

di Maurizio Blondet
Si pone la domanda Justin Raimondo, famoso blogger-giornalista (1).
Si sa, viene indicata come strisciante tendenza al totalitarismo il fatto che Putin resti al potere, ora da primo ministro, mentre il suo successore alla presidenza, Medvedev, riceverà ordini da Putin.

Ma è poi davvero diverso in America, dove si sospetta che Bill Clinton farà da suggeritore ad Hillary, se questa vincerà le elezioni?

Almeno in Russia manca l’elemento dinastico, diventato tipico della «democrazia» americana: Putin almeno non ha dato la presidenza a suo figlio, come Bush senior ha comprato la presidenza a Bush junior.
Praticamente, la terra delle libertà è piena di famiglie reali: «i» Bush, «i» Clinton, «i» Kennedy...

Gli elettori russi non avevano una vera scelta tra partiti, dicono gli accusatori di Putin.
I comitati elettorali hanno rifiutato di registrare certi candidati invisi al Cremlino.
D’accordo, ma in USA nessuno da decenni riesce mai a fondare un terzo partito, e con questo arrivare a sottoporsi al giudizio delle urne.

Se le TV di Mosca non danno notizie sul candidato Kasparov, le libere TV americane non fanno menzione di Ron Paul, e dei suoi primi buoni piazzamenti alle primarie: Ron Paul è una non-persona.

Nonostante tutte le restrizioni alle candidature nel regime putiniano, i russi hanno avuto più scelta degli americani.
Il che vale anche per noi italiani, se ci si pensa.

Possiamo scegliere fra due partiti quasi identici fin nel nome (PD e PDL) con programmi quasi uguali.
Nemmeno possiamo esercitare le preferenze: andranno in Parlamento i primi nomi che appaiono nelle liste, lo vogliate o no.
E l’ordine dei nomi nelle liste l’hanno deciso Veltrusconi e Beltroni.
Sono loro che decidono per chi dovete votare.

Impagabile la critica che gli «osservatori» europei hanno diretto alle elezioni russe: i media sono «pregiudizialmente» orientati, hanno detto.
Manca la libertà di stampa.
E in USA?

Mica erano giornalisti russi quei famosi anchormen che aprivano i TG, ai tempi dell’invasione dell’Iraq, esibendo all’occhiello il distintivo patriottico a stelle e strisce.
Mica è russa Judith Miller, famosa giornalista del New York Times, che sul New York Times, il più grosso e indipendente dei giornali americani, raccontò come Saddam, avesse le armi di distruzione di massa, panzana fedelmente ripetuta da tutti quanti i media americani ed europei; poi si è scoperto che la Miller (ebrea) prendeva l’imbeccata su quel che doveva scrivere direttamente da Cheney e da Bush.

I media «indipendenti» occidentali demonizzano chi contesta la versione ufficiale sull’11 settembre, lo definiscono «negazionista e antisemita» (chissà perché), gli negano la parola.

I media occidentali hanno incolpato senza prove Putin di essere il mandante di assassinii vari (la Politkovskaya, uccisa in realtà da gangster ceceni) e l’ex-spia Litvinenko; ancora due giorni fa m’è capitato personalmente di sentire un giornalista italiota accusare Putin della strage nella scuola di Beslan, perpetrata da terroristi ceceni al soldo dell’oligarca Berezovski.

E ovviamente, se l’Ucraina, per una contestazione sul prezzo con Gazprom, minaccia di far mancare all’Europa il gas proveniente dalla Russia, la colpa è di Putin - anche se l’Ucraina ha un obbligo contrattuale a far passare il gas, essendo pagata per questo con ricche royalty.

Insomma, Putin è aggressivo.

Ma allora come definire il presidente Bush, che ha decretato l’invasione di Afghanistan ed Iraq, occupati da sei e quattro anni da truppe USA, che manda a bombardare villaggi in Somalia (in Somalia!), che vuole installare missili a ridosso della Russia in Polonia, i cui commandos si preparano a fare incursioni in Pakistan per impadronirsi delle testate nucleari di quel Paese, le cui flotte belliche assediano minacciosamente le coste iraniane, e il cui massimo alleato (la sola democrazia del Medio Oriente) ha aggredito tre nazioni negli ultimi tre anni, Libano nel 2006, Siria nel 2007, Gaza nel 2008.

Bisogna riconoscere che c’è un certo disordine nel nuovo ordine mondiale: Israele bombarda le famiglie a Gaza dopo averle affamate, la Turchia compie incursioni in profondità in Iraq, la Colombia compie incursioni armate in Ecuador, sicchè sta per scoppiare una guerra fra la Colombia da una parte e l’Ecuador e il Venezuela dall’altra; tutto il mondo si riarma freneticamente (la Cina ha aumentato decisamente le sue spese militari), la NATO progetta di fornirsi di testate atomiche adatte ad un attacco nucleare preventivo.

Ma se il mondo si riarma non è perché ha paura di Putin; lo fa perché ha paura dell’America e della sua attitudine all’aggressione preventiva e non provocata, e alla sua decisione di «diffondere la democrazia» e «fare la guerra globale al terrorismo».

E’ l’America che ha schedato come sospette di «terrorismo» o simpatie per il terrorismo 700 mila persone, non solo stranieri ma cittadini americani; e a queste persone nega il visto d’entrata, e vieta persino di salire su un aereo di linea.

Non è la Russia ad essersi data un nuovo ministero che si chiama «Dipartimento per la Sicurezza della Terra Patria» (Homeland Security), né che ha legalizzato la tortura per interrogare dei sospetti.

E che dire dell’Europa?
Gli osservatori europei che hanno fatto le pulci alle elezioni russe hanno poi dovuto concludere che i risultati «riflettono la volontà di un elettorato il cui potenziale democratico purtroppo resta inespresso».

Potessimo dire lo stesso noi europei degli osservatori europei: membri di un Parlamento Europeo di cui vi sfido a ricordare i nomi di dieci membri (l’abbiamo votato? Sì, ma sono stati i partiti a decidere chi dei loro doveva «andare in Europa»), un parlamento del resto che ha solo poteri consultivi, mentre il potere di governo appartiene alla Commissione, che mai si sottopone ad elezioni.

E’ un’Europa che evita in tutti i modi di sottoporre a referendum la Costituzione (cosiddetta) europea, per non vedersela bocciare.
Sicchè possiamo dire che anche in Europa «il potenziale democratico dell’elettorato resta purtroppo inespresso», ma - al contrario dei russi - non possiamo dire che «i risultati riflettono la volontà dell’elettorato» medesimo.

O forse avete scelto voi Solana, Frattini, Trichet, perché vi piacciono?
I russi, Putin, se lo sono scelto e lo vogliono tenere dov’è.

Forse perché Putin ha tirato fuori la Russia dall’abisso economico-sociale, ha recuperato dal saccheggio degli «oligarchi» finanziati da Wall Stret e dalla City che s’erano accaparrati le materie prime nazionali, e l’ha liberata dalle ricette liberiste suggerite dalla Scuola di Chicago, che l’avevano portata al collasso («liberalizzazione» costata sei milioni di morti, soprattutto fra i pensionati, e il sorgere di una criminalità ferocissima e ricchissima).

Sotto il non-democratico Putin, la Russia è cresciuta economicamente al ritmo del 7% annuo (8,1% nel 2007), mentre i democratici Stati Uniti stanno crollando in una depressione storica a forza di debiti e fantasie finanziarie, con 2 milioni di famiglie che probabilmente nel 2008 perderanno la casa ipotecata.

La Russia, sotto Putin, ha pagato in anticipo tutti i suoi debiti, ed ora ha riserve per 480 miliardi di dollari (nel 1998 le sue riserve erano zero); ha un attivo di bilancio pari al 6% del PIL (l’Italia ha un passivo di… lasciamo perdere); in Russia, l’imposta sul reddito è del 13% (in Italia del 43%, più IVA 20%) (2).

E non è vero, come ripetono i soliti maestri di democrazia, che la Russia è un’economia basata sul petrolio come l’Arabia Saudita.
La sua industria edilizia cresce del 16% annuo, le vendite al dettaglio del 13%, gli investimenti interni del 20% (Putin sta rinnovando le vecchie cadenti infrastrutture sovietiche).
Il suo settore scientifico-tecnologico è di prim’ordine, deve essere solo messo a profitto nel civile, cosa che prima o poi accadrà.

Vero che ci sono inconvenienti (inflazione, corruzione, poca trasparenza, commistione del politico con l’economico).
Vero anche che lo slancio iniziale per la ripresa Putin l’ha tratto da una decisione di aumentare del 50% la produzione annuale di greggio.

Ma questo è stato un vantaggio anche per noi europei: se avesse bloccato la produzione, rifiutandosi come fa l’OPEC di aumentarla e magari associandosi all’OPEC, oggi il petrolio ci costerebbe 150, non 100 dollari al barile.

L’Italia però ha la democrazia.
Forse per questo era la quarta economia mondiale ai tempi di Craxi, ed è oggi la settima.
Sarà perché ancora 15 anni fa il 70% dell’economia italiana era controllata dallo Stato - o meglio dai partiti, siamo in democrazia - ed ancor oggi le privatizzazioni ci hanno dato aziende come Alitalia, Trenitalia e Telecom, dei monopoli più inefficienti e avidi di prima, più incapaci di fornire servizi, solo coi «manager» pagati il triplo di prima, perché ora questi marpioni messi a quelle poltrone da Prodi sono «dirigenti privati».

L’Italia è una democrazia, e perciò l’intrusione dello Stato è moltiplicata con l’intrusione delle Regioni, delle Province, dei Comuni e dei consigli di zona; le università sono moltiplicate in relazione diretta con l’ignoranza generale; la produttività è diminuita, la precarietà aumentata, e per trovare lavoro non ci si rivolge al libero mercato, ma alle raccomandazioni e alle tessere di partito, a Mastella e a De Mita o a Formigoni.

Pensate se al posto di Prodi ci fosse Putin: che rischio per la monnezza di Napoli!
Invece, la democrazia italiana è orgogliosa di poter dire al mondo che la sua terza città è sepolta nella sua stessa spazzature da sei mesi, senza soluzione in vista, grazie al fatto che nessuno esercita l’autoritarismo per costringere a lavorare i 20 mila spazzini-camorristi napoletani, o a costruire gli inceneritori contro la volontà dei numerosi verdi pro-monnezza.
Una splendida democrazia.

Che l’ISN di Zurigo (International Relations and Security Network) ha descritto ai suoi lettori così: «Le agenzie di rating hanno abbassato il debito pubblico a due punti al disopra dei junk-bond; i livelli di disoccupazione nel sud del Paese sono i più alti dell’Europa occidentale; le statistiche pubbliche sono notoriamente inaffidabili; le speranze dei cittadini nel governo sono al livello più basso della storia; la criminalità organizzata controlla vaste zone del territorio nazionale; il sistema giudiziario è privo di autorità; e le prospettive economiche sono di declino» (3).

E ancora: «In politica come in economia compaiono e ricompaiono le stesse facce e le stesse idee che sono in giro da anni».
«In aprile gli italiani andranno al voto con poca possibilità di eleggere un governo che duri per tutto il mandato».

«Non è un segreto che l’Italia ha da anni bisogno di un ampio ventaglio di cambiamenti strutturali, ma che non ha mai avuto un governo con la stabilità e il mandato per imporre questi cambiamenti».

«I problemi economici sono tutti assolutamente dovuti alla politica» (la Casta).
«L’Italia è da troppo anni una nazione ingovernabile come poche altre nel mondo».

L’Italia, prevede l’ISN, è sulla via di diventare un «failed state», uno Stato fallito.
Uno Stato fallito è «uno Stato in cui il governo centrale è troppo incapace (ineffective)
per esercitare il controllo pratico sul suo territorio».

La lista dei failed states ne comprende 32, con in testa «Sudan, Iraq e Somalia».
Ma noi, con le tasse più esose d’Europa, la legislazione più punitiva per gli onesti e più accomodante per i delinquenti, i servizi peggiori, il settore pubblico più pletorico e più pagato del mondo: uno Stato fallito pieno di «ricchi di Stato».

E’ il trionfo della democrazia secessionista permanente.
Mica siamo come i russi, che si tengono l’autoritario, il non-democratico Putin.

martedì 4 marzo 2008

E’ uno Stato normale?

di Maurizio Blondet

«Questa operazione è finita, ma ce ne sono molte altre in arrivo», ha detto una fonte militare israeliana d’alto livello all’agenzia ebraica YnetNews.
Certo, naturalmente.
E’questa la vita normale di uno Stato normale: spargere morte e distruzione su i vicini, periodicamente.
Con armamento e volume di fuoco da terza guerra mondiale, caccia-bombardieri, artiglieria pesante aeronavale e missili contro «nemici» selezionati fra i peggio armati, o preferibilmente inermi.
Ebrei e israeliani dovrebbero fare un breve conto sugli ultimi anni di quello Stato normale.

Gli ultimi atti: luglio 2006, Israele attacca il Libano per dare una lezione ad Hezbollah, che crede impreparato.
L’attacco, scatenato col pretesto dei quattro soldati «rapiti» dagli sciiti, è in realtà stato pianificato dal marzo precedente, come ammetterà Olmert alla Commissione Winograd.
Errore di valutazione: Hezbollah infligge gravi perdite a Tsahal.
Per rappresaglia, Israele bombarda il Libano intero, Beirut compresa, distruggendone interamente
le infrastrutture: è normale, è così che si protegge lo Stato d’Israele.
Nessuno oserà chiedere i danni per la centrale del latte devastata, per la centrale elettrica, le strade e i ponti distrutti, per il petrolio finito a mare dai serbatoi sventrati.

Oltre mille libanesi, che nulla hanno a che vedere con Hezbollah, vengono massacrati.
E dopo il cessate il fuoco che mette fine momentanea ai 34 giorni di fuoco, Israele lancia
sul territorio sud-Libanese bombe a frammentazione, che spargono oltre un milione di shrapnel esplosivi negli orti e nei campi libanesi.
Questi ordigni, che scoppiano al minimo tocco, stanno ancora uccidendo civili: almeno 40 da allora, per lo più donne e bambini.
Passa poco più di un anno.

Settembre 2007: aerei israeliani violano lo spazio aereo siriano - non è affatto la prima volta, queste intrusioni sono continue, caccia israeliani amano sorvolare a bassa quota i palazzi del governo
di Damasco - ma stavolta attaccano una installazione che indicherà poi (improbabilmente) come nucleare.
Non c’è reazione, se non verbale: la Siria non è nemmeno lontanamente armata come Israele.

E adesso Gaza, febbraio 2008.
Quei Kassam, quelle kathiusce che partono da Gaza autorizzano a bombardare un milione e mezzo di civili.
Un attacco che secondo Amnesty International ha sferrato «con sconsiderato disprezzo per la vita dei civili».
In pochi giorni, Israele massacra 113 palestinesi, «di cui almeno dieci bambini, ed altri civili disarmati non attivi nel conflitto».
Anche gli osservatori dell’ONU protestano per la «sproporzione» della reazione israeliana.
Ma non è questo che fa uno Stato normale?

Contro un kalashnikov, due carri armati Merkava; contro un Kassam, un bombardamento con F-16 da grande guerra globale.
Su gente che lo Stato normale ha previamente affamato da un anno, bloccando ogni merce, strangolando ogni possibilità di vita.
Un «nemico» che non è uno Stato, e a cui non riconosce alcuna dignità.

La nostra memoria labile, sforacchiata dalla propaganda, non ricorda che Hamas ha più volte offerto un cessate il fuoco; ignorata dal regime israeliano, che non vuole avviare alcuna trattativa
con «i terroristi».
Sicchè l’unica opzione resta lo strangolamento di un milione e mezzo di persone (sono colpevoli, hanno votato Hamas), e il bastone bellico, le bombe, le esecuzioni di «militanti di Hamas» eseguite dal cielo con missili che ammazzano ogni volta anche una mezza dozzina di passanti.
E’ così che fa uno Stato normale: ad ogni proposta, risponde col ferro e col fuoco.
Libano 2006, Siria 2007, Gaza 2008, una «guerra» asimmetrica (super-armati contro inermi) almeno una volta l’anno.

Ma nelle pause, nessuna tregua: continue violazioni dello spazio aereo in Libano, provocazioni contro la Siria, assassinii al missile in Gaza; e stringere ancora un po’ l’anello di ferro della fame e della penuria, ancora un po’ di punizione collettiva contro bambini denutriti e ridotti a mangiare pane e thè; ancora un po’ di disprezzo per gente a cui distruggi gli oliveti di tanto in tanto, giusto per tenerti in esercizio; o a cui fai mancare la luce, o i medicinali agli ospedali; a cui togli ogni speranza di vita economica, bloccando le povere merci in uscita, bloccando le povere cose
in entrata.
Uno Stato normale si circonda di un muro di 700 chilometri.
Si arma di 500 bombe atomiche e missili intercontinentali.
Progetta e studia come bombardare le installazioni nucleari dell’Iran, a duemila chilometri
di distanza.
E non si sente mai abbastanza sicuro, e vuole sempre più armi dal suo colossale servo, dal Golem americano.

Uno Stato che pretende ossequio dall’Europa con l’intimidazione e la pressione, uno Stato che pretende azzittita ogni critica, che esige di imporre leggi agli Stati altrui.
Uno Stato perennemente ostile, che non vuole né amici né alleati, ma solo strumenti e servi.
Uno Stato che vive così da decenni, rubando terra ad inermi, e minacciando, e creando attorno a sé instabilità e rovina, per sentirsi tranquillo… senza mai riuscirci.
Uno Stato aguzzino, che commette atrocità e crimini contro i civili, ma che si dichiara vittima;
che attacca e si dice attaccato.
Uno Stato che manda dovunque le sue squadre d’assassinio, i suoi kidon, ad ammazzare nel mondo; sempre impunemente, perché tutti i governi del mondo ammutoliscono di fronte a questa «vittima», hanno paura dei suoi mezzi palesi ed occulti di nuocere.

Riusciamo a pensare per un momento: quale altro Stato, quale altro regime si è mai comportato così?
Ci pensino gli ebrei: uno Stato in guerra perpetua, che affida la sua durata alla guerra perpetua contro tutti i circostanti, quanto può durare?
E’ poi così strano che tra i perseguitati e gli affamati, tra i minacciati da questo Stato, se ne sogni e se ne voglia la fine?
Gli Stati sogliono durare secoli, magari millenni; ma sinceramente, potete immaginare Israele esistente fra un secolo?
Con la sua guerra perpetua, la sua ostilità e disprezzo di ogni altro Stato e di ogni negoziato?

No, per quanto i servi intimiditi lo ripetano, lo adulino, non è uno Stato normale.
E’ uno Stato malato.
E’ uno Stato suicida.

venerdì 22 febbraio 2008

Il futuro di Pristina nelle parole di Sanda Raskovic-Ivic

di Andrea Perrone

Il quotidiano Rinascita ha incontrato ieri l’ambasciatrice della Repubblica di Serbia, Sanda Raskovic-Ivic, a cui ha rivolto alcune domande sulla situazione del Kosovo, dopo l’annunciata secessione. Il quotidiano “Rinascita” sostiene da anni la sovranità nazionale della Serbia e la sua integrità territoriale. Da tempo ci opponiamo dalle pagine del nostro giornale al tentativo secessionista messo in atto dai kosovaro-albanesi. Ora il dado è tratto.

Quali ritiene possano essere gli scenari che si apriranno dopo la dichiarazione di indipendenza del Kosovo?
“Dopo la dichiarazione di indipendenza del Kosovo non si interromperà il rapporto diplomatico con l’Italia, soltanto io sarò richiamata a Belgrado perché siamo delusi e arrabbiati del sostegno alla secessione. Torno a Belgrado per consultarmi con il governo e per decidere quali saranno le prossime mosse da intraprendere dopo le decisioni del vostro esecutivo. L’Italia è considerata un Paese amico dalla Serbia. Il vostro Paese ci ha sempre sostenuto nel nostro cammino e i rapporti bilaterali rimangono sempre molto buoni. Per questo abbiamo sperato che l’Italia non portasse avanti questo atto di riconoscimento unilaterale”.

Cosa pensa della missione Ue “Eulex”, che prevede l’invio di un contingente di circa 2.000 uomini tra forze di polizia, magistrati europei, ecc., nel Kosovo?
“È una missione verso la quale non abbiamo niente in contrario ma siamo contrari al modo in cui viene ad inserirsi nella regione. La missione Eulex è giunta in Kosovo senza una decisione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, e visto che la risoluzione 1244 del 1999 è nata in seno al Consiglio di Sicurezza, questa dovrebbe essere implementata per riportare lo Stato di diritto e garantire il ritorno dei rifugiati. D’altronde anche l’Unmik ha fallito non riuscendo ad ottemperare ai suoi doveri. Dopo l’espulsione di 250.000 serbi soltanto 1226 sono tornati in Kosovo, mentre 256 chiese sono state distrutte. A tutto questo bisogna aggiungere la terribile pulizia etnica compiuta a Pristina, una città che allora comprendeva 250.000 abitanti, di cui 41.000 serbi. Oggi invece i serbi rimasti sono soltanto 87 sugli attuali 600.000 abitanti. In sostanza, la presenza degli albanesi si è quasi triplicata mentre i serbi non esistono quasi più. Gli unici serbi rimasti sono molto anziani, incapaci di deambulare e di spostarsi fino in Serbia, non avendo neanche dei parenti nella madre patria. Gli albanesi a Pristina hanno occupato invece gli appartamenti e le terre dei serbi, e hanno costruito tutto senza dare un soldo ai legittimi proprietari serbi. Per quanto riguarda, Eulex ritengo che fallirà perché non ha gli strumenti per operare. Eulex sarà una missione completamente dipendente dalla volontà del governo di Pristina. Gli albanesi quando vorranno potranno dire agli europei grazie tante, andate a casa che non abbiamo più bisogno di voi. Ma c’è un’altra cosa, da sottolineare: Eulex sarà soltanto un sostegno per il governo albanese e nient’altro”.

In sostanza viene applicato il piano dell’inviato dell’Onu, Martti Ahtisaari?
“Sì è proprio questo il principio che muove la missione Eulex. Tutta la questione tirata fuori dal Consiglio di Sicurezza è molto pericolosa per quello che potrebbe causare. L’opposizione alla dichiarazione unilaterale di indipendenza non è portata avanti soltanto dalla Russia e dalla Serbia ma adesso anche dalla Cina e da altri otto Paesi. I contrari alle strategie albanesi ritengono che la soluzione migliore sia quella di continuare i negoziati. D’altronde le trattative nell’isola di Cipro che vedono contrapposte le due comunità quello greco-cipriota e quella turco-cipriota proseguono da quasi quarant’anni, come quelle per il Nagorno-Karabakh continuano da dieci anni, così come i negoziati fra israeliani e palestinesi proseguono anch’essi da alcuni decenni.

Ritiene che vi siano delle differenze nella politica estera dei governi europei che si sono succeduti in questi anni?
“Sono sicura di questo per quanto riguarda ad esempio la Francia. Visto che il presidente Jacques Chirac era molto diverso dall’attuale capo dell’Eliseo, Nicolas Sarkozy. La Francia è stato infatti uno dei primi Paesi a sostenere la secessione del Kosovo.
La Merkel è più cauta anche se ha mostrato di voler seguire la politica americana. La Germania non ha riconosciuto immediatamente l’indipendenza. I più disponibili alle richieste degli albanesi sono stati invece Francia e Gran Bretagna. Gli spagnoli hanno avuto un attitudine diversa, poiché devono rispettare il diritto internazionale e se non lo facessero aprirebbero il vaso di Pandora nella loro terra, con la Catalogna e i Paesi Baschi”.

Vi sono differenze in politica estera fra il governo Berlusconi e quello guidato da Prodi?
“È molto difficile notare delle differenze. In un’intervista al quotidiano serbo Vecernje Novosti, il presidente Berlusconi aveva dichiarato che mai avrebbe riconosciuto l’indipendenza del Kosovo. Lo stesso aveva fatto due anni fa il ministro degli Esteri Gianfranco Fini, durante un nostro incontro con lui. In quel contesto aveva affermato di avere molti dubbi sul riconoscimento dell’indipendenza. L’altro giorno però Fini ha appoggiato il ministro D’Alema e il capogruppo di Forza Italia non voleva firmare la richiesta di un gruppo di senatori che avevano chiesto la presenza del capo della Farnesina alla Camera per discutere della questione. Prodi è sempre stato un grande amico della Serbia e ha spinto il nostro Paese verso l’Unione europea, lo stesso ha fatto D’Alema. Ma in queste ultime settimane a causa della grande pressione statunitense il governo dimissionario ha deciso di seguire la politica americana”.

Cosa pensa di fare il governo serbo anche a livello diplomatico per affrontare la situazione attuale in Kosovo?
“Innanzitutto, verranno ritirati gli ambasciatori dai vari Paesi per consultazioni, ma non solo. Siamo arrabbiati e vogliamo studiare le prossime mosse per fare fronte alla situazione. Il ritiro avverrà soltanto in quei Paesi che hanno approvato la secessione, con gli altri non avverrà la stessa cosa. C’è una cosa che pavento però: il popolo serbo è molto ferito e per questo temo il boicottaggio dei beni albanesi in Serbia, come il denaro nelle banche, ecc. Spero tuttavia che questo non avvenga”.

Alcuni hanno parlato persino di un piano della Serbia per tagliare l’elettricità al Kosovo qualora realizzasse la secessione.
“Il Kosovo è una piccola regione che dipende dalla Serbia per quanto riguarda cibo, acqua ed elettricità. L’attuale Stato fantoccio è legato però agli Stati Uniti che hanno scritto tutte le sue leggi. Gli Usa hanno redatto la dichiarazione di indipendenza e adesso scriveranno anche la Costituzione. Washington fa di tutto per raggiungere i suoi obiettivi. E questa è una cosa molto triste perché quelli che erano i criminali di guerra, i ricercati, i terroristi, i contrabbandieri di sigarette sono diventati i più importanti uomini politici del Kosovo. Mentre per il nostro governo democratico questo non è avvenuto. Stati Uniti e Unione europea preferiscono la mafia albanese e questo è molto preoccupante”.

Il ministro degli Esteri serbo, Vuk Jeremic, ha dichiarato che Belgrado farà di tutto per impedire che il Kosovo secessionista possa avere la sua rappresentanza all’Osce o in seno all’Onu.
“Certamente, è questo ciò che ha dichiarato Jeremic. Non vedo come il Kosovo possa sedere alle Nazioni Unite visto che Cina e Russia hanno detto che bloccheranno qualsiasi progetto di adesione. Non capisco il sostegno degli Stati Uniti e dell’Ue. In particolar modo, quello dell’Unione europea che equivale al sostegno ad un progetto condannato al fallimento. Il Kosovo sarà uno Stato fantoccio per sempre, poiché Cina e Russia non lasceranno che entri a far parte delle Nazioni Unite. E per l’Osce il problema è simile”.

C’è ancora uno spiraglio per giungere ad una soluzione, anche sul piano diplomatico?
“Lavoreremo molto sul piano diplomatico. Il pericolo vero è che è stato aperto il vaso di Pandora ed in particolare è nato il sogno della “Grande Albania”. Un sogno questo che ha più di 130 anni. È stato il presidente Usa George W. Bush in visita a Tirana nei mesi scorsi a puntare a questo progetto dicendo che adesso che gli albanesi hanno guadagnato l’indipendenza del Kosovo possono credere nella nascita della Grande Albania. Penso che se un giorno il Kosovo dovesse unirsi all’Albania questo potrebbe provocare un’enorme pressione su Macedonia occidentale e Grecia. Abbiamo visto infatti gli striscioni degli albanesi della Grecia, giunti a Pristina, che dichiaravano che non può esistere l’Albania senza Ciamuria (regione del nord della Grecia)”.

Quale sarà il futuro dei serbi rimasti in Kosovo?
“La questione del Kosovo settentrionale è ancora aperta. Il diritto all’autodeterminazione è stato garantito dall’Onu soltanto al popolo albanese ma non a quello serbo. A nord del fiume Ibar - in un’area geografica equivalente al 10% del Kosovo-Metohija - vivono 55.000 serbi e 3.000 albanesi. Per questo, i kosovaro-serbi non vogliono sottostare al dominio di Pristina così come i kosovaro-albanesi non accettano quello di Belgrado. Vi sarà poi un’enorme pressione sulle piccole enclave e questo è già iniziato. Per esempio, in villaggio è stata picchiata brutalmente una donna anziana e intimidita, distruggendo tutte le suppellettili della sua casa. In un’altra piccola enclave un anziano è stato malmenato e per questo la gente è spaventata. I serbi temono la violenza e pensano di fuggire via. D’altronde questo è il modus operandi degli albanesi. Venti anni prima che Milosevic diventasse presidente, quando era ancora uno studente, queste cose già avvenivano”.

giovedì 21 febbraio 2008

Kosovo: la Serbia condanna la secessione

di Andrea Perrone

La temuta secessione di Pristina è avvenuta. Il capo dell’esecutivo dello pseudo governo di Pristina ha proposto il Kosovo “Stato indipendente e sovrano”, e il Parlamento non ha fatto altro che proclamare la secessione. L’Assemblea ha risposto così con un voto unanime, 109 voti favorevoli su 109. Dopo pochi minuti è giunta la netta condanna della Serbia, prima con il presidente Boris Tadic e poi con il primo ministro, Voijslav Kostunica. La Serbia “non riconoscerà mai l’indipendenza del Kosovo”, ha tuonato il capo dello Stato. Belgrado, ha aggiunto, “ha reagito e reagirà con tutti i mezzi pacifici, diplomatici e legali per annullare quanto messo in atto dalle istituzioni del Kosovo”. Ancora più duro nelle sue dichiarazioni il primo ministro, che ha definito il Kosovo uno “Stato fantoccio”, la cui nascita è stata voluta dagli Stati Uniti “pronti a violare l’ordine internazionale per i propri interessi”. Per Kostunica il vero fondamento su cui poggia lo Stato del Kosovo sono le bombe con le quali la Nato ha distrutto la Serbia. Secondo il primo ministro gli interessi della Nato sono confermati dall’allegato numero undici al piano dell’inviato speciale dell’Onu Martti Athisaari.
Non appena annunciata la secessione di Pristina sono state immediate le reazioni dei serbi che hanno distrutto due fast food McDonald e attaccato le ambasciate statunitense e slovena. Il bilancio finale di una notte di incidenti è costituito dal ferimento di più di 65 persone, per la metà poliziotti e giornalisti.
A dimostrazione che tutto questo è il prodotto delle scelte strategiche del mondo atlantico sono giunte le felicitazioni del presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, che ha dichiarato che i kosovari “sono ora indipendenti”, ma che il riconoscimento da parte di Washington sarà guidato dal piano del mediatore delle Nazioni Unite, Ahtisaari.
“Il piano Ahtisaari è il nostro progetto d’ora in poi”, ha dichiarato Bush da Arusha, Tanzania. L’indipendenza del Kosovo, ha ricordato Bush, è fra gli obiettivi “che ho sostenuto insieme al mio governo”.
Le reazioni del governo di Belgrado si sono fatte sentire anche ieri. Il Ministero dell’Interno ha infatti accusato il presidente degli occupanti del Kosovo, Fatmir Sejdiu, il primo ministro dello pseudo governo, Hashim Thaci e il portavoce parlamentare di Pristina, Jakup Krasniqi, di “aver organizzato sul territorio serbo la proclamazione di indipendenza di un falso Stato”. I tre vertici di Pristina “hanno commesso seri atti criminali contro l’ordine costituzionale e contro la sicurezza della Serbia”, è scritto in una nota ministeriale. I capi di accusa saranno seguiti da un’indagine condotta dalla polizia e dai procuratori statali. Il ministro ha aggiunto che, conformemente alla Carta costituzionale, “il territorio serbo è unito ed indivisibile, mentre i confini della Serbia sono intoccabili e possono essere cambiati esclusivamente in conformità con le procedure di modifica della Costituzione”.
Per far fronte alla situazione intanto il presidente serbo è partito per New York per partecipare ad una nuova riunione del Consiglio di Sicurezza Onu sul Kosovo, dopo che quella di ieri l’altro si è chiusa senza trovare un accordo. Tadic, sostenuto dalla Russia, intende esprimere la sua ferma opposizione alla proclamazione unilaterale d’indipendenza degli albanesi sostenuti dall’occidente.
Una grande manifestazione popolare contro l’indipendenza proclamata dal Kosovo si terrà a Belgrado il 21 febbraio prossimo. L’annuncio al termine di una riunione fra Tadic, Kostunica e il leader del maggiore partito dell’opposizione, il nazionalista Tomislav Nikolic.

mercoledì 20 febbraio 2008

L’Europa sempre sottomessa

di Maurizio Blondet
Più di un lettore pone domande sull’evento storico, tremendo e grandioso, che si profila: la rapidissima caduta dell’unica superpotenza rimasta.

«Sono convinto quanto Lei», scrive uno, «che la superpotenza minidotata, gli Stati Uniti, siano sull’orlo del baratro, è altrettanto facile prevedere una (lunga?) fase di transizione confusa nel Paese, tale da poter portare a grossi disservizi, carenze e deficit anche nell’apparato militare.
Non credo sia uno scenario irreale il configurarsi di una fase di stallo, anche decisionale, nei vertici delle forze armate statunitensi; ebbene una situazione di questo tipo genera in me paura e una domanda, la paura è legata ad azioni sconsiderate da parte di singoli generali, un po’ alla ‘dottor Stranamore’.
La domanda invece riguarda le basi NATO sul nostro territorio, cosa ne faremo? Saranno mantenute in efficienza le postazioni di lancio, i missili, l’arsenale in genere presente sul nostro suolo?».

Difficile prevedere, caro amico.
Solo di una cosa sono abbastanza sicuro: non ci saranno fughe in avanti di generali-Stranamore.
I generali USA, umiliati dalla realtà, sono oggi i meno inclini ad impegnare le loro forze
(di cui conoscono l’usura) in una nuova guerra.
Il vero pericolo di avventurismi e fughe in avanti viene, come sempre, dai civili: quegli strateghi da tavolino che non avendo mai visto una guerra, credono ancora nelle fantastiche capacità delle super-armi di garantire un’egemonia già persa.

Specificamente, i neocon, quelli che hanno trascinato l’America nei pantani afghani e iracheni: questa gente approfitta del vuoto di leadership americano (indice primario della crisi: alla Casa Bianca c’è il vuoto) per agitare fantastici scenari o sogni di potere globale, che per quanto irreali non sono meno pericolosi.
Di recente un guru dei neoconservatori, Robert Kagan, si rallegrava della tensione fra Europa e Russia, creata da questioni come i missili (USA) piazzati in Polonia e il riconoscimento
del Kosovo (1).

La sua proposta: trasformare queste tensioni in «fratture», onde arrivare ad un conflitto armato con la Russia sul suolo europeo.
«Una crisi in Ucraina, che vuole unirsi alla NATO», scrive il fanatico, «può portare ad un faccia a faccia diretto con la Russia. E le dispute tra il governo georgiano e le forze separatiste di Abkhazia e sud-Ossetia, sostenute dalla Russia, possono salire fino a un conflitto militare tra Tbilisi e Mosca. Allora, un conflitto più vasto può essere preordinato».

Questo conflitto è benvenuto, sottintende Kagan, perché assicurerà la sottomissione dell’Europa disarmata al suo protettore storico (Washington) compensando la perdite di egemonia americana in Asia.
E’ per questo, in fondo, che Washington ha voluto fortemente, con pressioni inaudite sugli europei, il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo: creare problemi e ferite aperte in Europa, onde perpetuare il bisogno di «sicurezza», fornitoci - presuntivamente - dagli Stati Uniti.
Praticamente ogni attrito dell’Europa con Mosca è stato causato non dall’Europa (né da Mosca), bensì da decisioni americane.

Washington capisce che non può più esercitare il controllo sul mondo, e rafforza il suo controllo sulla UE, il suo cane d’appartamento, già domestico.
Solo con la UE, con il suo enorme mercato, gli USA sono ancora qualcosa di fronte alla Cina.
Non siamo noi che abbiamo bisogno di loro, ma loro ad aver bisogno di noi.

Si noti: questo Kagan può diventare un ministro nell’amministrazione McCain, se il repubblicano preferito dall’industria degli armamenti verrà eletto.
Folli ma lucidi, i neocon conoscono bene il riflesso cui cede l’America quando cade - com’è già accaduto nel ‘29 - in una «très grande dépression» economica: il riflesso dell’isolazionismo, del ritirarsi dagli affari del mondo, a curare le sue ferite sociali ed economiche nazionali.
Il ridimensionamento delle ambizioni globali.
Essi sono decisi a impedirlo, in nome del business multinazionale, della finanza, del complesso militare-industriale e del «destino manifesto».

Oggi, Bush implora l’Arabia Saudita di aumentare la produzione di greggio («Danneggia le nostre famiglie, la benzina cara fa male alle nostre famiglie»), e ne riceve un rifiuto.
Robert Gates, il capo del Pentagono, esige con arroganza dall’Europa che mandi più truppe a morire in Afghanistan, nella guerra voluta dagli USA e in cui l’Europa non ha nulla da guadagnare.
Sei anni fa, Rumsfeld rifiutò l’aiuto militare europeo.
Oggi gli eurocrati sarebbero ben lieti di obbedire scodinzolando, ma le opinioni pubbliche europee non lo tollererebbero.

Ecco l’altra parte del problema del tramonto della superpotenza: l’Europa resta, nei suoi «governanti», servile.
Il rischio è che obbedirà anche a Kagan, se diventa ministro.
Nonostante la palese impotenza crescente della superpotenza, la UE e gli staterelli-membri continuano a piegarsi alle sue arroganze.
Il sito Dedefensa, con le sue ottime entrature a Bruxelles, ne dà un esempio (2).

Particolarmente penoso per noi, perché riguarda «una fonte italiana di alto livello vicina a Prodi», «una fonte che fu vicina al primo ministro, nel suo governo, lungo tutta la durata del governo».
A questa fonte italiana ministeriale (Parisi? D’Alema? Ricardo Franco Levi?) il giornalista fa domande a proposito del Joint Strike Fighter, il supercaccia fortemente voluto dagli americani, che altri Paesi europei hanno rifiutato (inutilmente costoso, per le minacce presenti e del tutto superfluo nelle guerre coloniali che paiono essere il nostro destino), ma che Berlusconi ha abbracciato con entusiasmo, e Prodi non ha affatto cancellato.
Ebbene: la «fonte», invece di pronunciare le frasi diplomatiche d’uso («E’ un buon programma, ovvio che lo abbiamo proseguito») si mette a piagnucolare sulle pressioni che il governo Prodi ha ricevuto da Washington.

Le frasi testuali, riportate da Dedefensa: «Non potevamo fare niente; c’è stata una tale pressione, una tale costanza nella pressione, che ha impregnato tutto il nostro sistema politico. Siamo letteralmente prigionieri. E’ molto più che una normale situazione di ‘influenza’. E’ una situazione che è insita nella psicologia e nella stessa sostanza del nostro sistema politico».
E' una agghiacciante confessione, da leggere su più livelli.
Si ha paura di un «alleato» di cui s’indovina la follia, l’irrazionalismo disperato, ma ne «siamo letteralmente prigionieri».
E questa prigionia non viene dalla potenza dell’alleato, ma dalla «psicologia e dalla sostanza stessa» del nostro sistema politico.

Cinquant’anni di subordinazione hanno creato un’abitudine alla dipendenza, che non si sa né si vuole scuotere.
Perché bisognerebbe ripensare in termini di strategia e geopolitica, e non solo i nostri cosiddetti governanti non ne sono capaci, ma nemmeno sospettano che la geopolitica e il pensiero strategico mondiale servano a qualcosa: per loro «politica» è la sceneggiata tutta interna e meschina che ci offrono ogni giorno.

Berlusconi resta fisso nel suo filo-americanismo ormai insensato, senza nemmeno intuire che l’America presto si rimpicciolirà all’orizzonte, dopo chissà quali colpi di coda.
Veltroni non ha mai detto nulla in politica estera.
Entrambi, credo, pensano che l’alleanza-subordinazione con gli USA, e la durata della NATO, la fede nella invincibile potenza USA, e nella sua cosiddetta democrazia (che si è trasformata in uno Stato di repressione) «vadano da sé».
La consapevolezza che esprime il nostro lettore, e che rende fremente la sua preoccupata domanda: che cosa accadrà?, non li tocca nemmeno, i nostri politici.

Che cosa accade quando tramonta un impero, anzi precipita in una sorta di follia apocalittica, incapace di commisurare i fini ai mezzi, affidato ai Kagan e ai Wolfowitz?
Quali le conseguenze del fallimento della sua ideologia primaria, «l’internazionalismo capitalista» che ci ha travolto tutti nella globalizzazione speculativa?
Quali autarchie dobbiamo ristabilire rapidamente?
Quali instabilità e destabilizzazioni dobbiamo prevedere, per schivarle?
Quali alleanze stabilire?
Qual è, nel disordine mondiale, il nostro interesse nazionale?
I nostri politici non se lo domandano, e nemmeno sanno che devono domandarselo.

Uno torna al ponte di Messina, l’altro al «si può fare», al centrismo para-democristiano.
Chi dei due vincerà e ci governerà importa poco: sappiamo che saranno inadeguati al compito dei tempi nuovi e calamitosi che ci attendono.
Per esempio, le conseguenze di un dato che già si manifesta nel mondo, e che Flynt Leverett, analista di geopolitica dell’energia alla New America Foundation, ha espresso così (3):
«Una ‘comunità’ di potenze industriali e di esportatori d’energia largamente non democratici (secondo la concezione USA) sta già fondando le basi per una reciproca collaborazione strategica, intesa a limitare la capacità americana di adempiere ai suoi progetti egemonici».

Ecco un’analisi adatta ai tempi: di fronte a un’America indebolita e indebitata e schiacciata dalla sua stessa corazzatura militare, sale il blocco in formazione di potenze reali (industriali come la Cina, esportatrici d’energia come Russia e Iran e Paesi del Golfo) che già oggi contrastano insieme le pretese mondiali di Washington.
Questa è già la nuova figura del mondo: la forza reale sta in potenze «non democratiche» e ben consce del rischioso momento e del proprio interesse nazionale.
E noi?
Dovremmo chiederci con chi stare, come situarci.

Invece, riconosciamo il Kosovo, «Stato indipendente» che ha bisogno di assistenza e difesa, spina nel fianco che non serve a noi, ma alla superpotenza in precipitoso declino.
Perché è «l’alleato che ci ha liberato dal fascismo», come diceva Enzo Biagi.
Perché «ne siamo prigionieri»: prigionieri anzitutto psicologicamente.
Prigionieri, in fondo, della nostra stupidità, servilità, arretratezza intellettuale.

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Note
1) Citato da Ulrich Rippert, «NATO security conference: US demands more european troops in Afghanistan», WSW, 13 febbraio 2008. L’articolo di Robert Kagan si intitola «The battle of Century», «La battaglia del secolo». Kagan è quello che, mentre Bush innescava le sue guerra, ha inventato lo pseudo concetto che l’Europa è «Venere» imbelle, mentre l’America è «Marte».
S’è visto.
2) «L’impuissance, l’ingérence et le JSF italien», Dedefensa, 18 febbraio 2008.
3) Jim Lobe, «Can the US brace its fall?», Antiwar.com, 18 febbraio 2008. «A ‘community’ of largely non-democratic manufacturing powers and energy exporters is already laying the groundwork for real strategic collaboration, aimed at limiting America’s ability to carry out [its] hegemonic agendas, Leverett, who served in the National Security Council under Bill Clinton and Bush, wrote recently in the National Interest journal published by the Nixon Center. As a result, the degree to which Washington can slow its decline and preserve its primacy will depend increasingly on its willingness to suppress its unilateralist reflexes and ‘to take account of the perceptions and interests of others in its foreign-policy decision-making’, according to Leverett».

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La verità è quella che vi dicono. E poi il problema in Italia non è mai stato tanto di saperla, ma che saputala tutto resta uguale. Credete forse oggi voi di essere liberi? Votate per dieci volte l'anno gente che a volte neanche conoscete e che una volta eletta fa ciò che vuole, acciuccia e si spartisce.
Sempre comanderà un'oligarchia che vi inganna col gioco delle parti.

E allora? Dov'è povero postero il guadagno?
La dittatura è un sistema per opprimere il popolo.
La democrazia è un sistema per costringere il popolo a opprimersi da solo.

Ma ricordate: un popolo che perde la sua memoria...
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