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"Nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario"
George Orwell
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sabato 6 settembre 2008

Stare con Putin?


Dalla prefazione di "Stare con Putin?" di Maurizio Blondet, ed. Effefieffe

Venti anni fa un avvenimento sensazionale scosse il mondo con il nome di perestroijka.
L’annuncio solenne di una «Nuova Era» di distensione e pace per tutti.
Lo fece Mikhail Gorbaciov, un uomo spigliato e sorridente, un conversatore.
Un segretario del Partito Comunista Russo dal comportamento anomalo, estraneo alla tradizione diplomatica sovietica fino ad allora conosciuta.
La sua curiosa popolarità conquistò il pianeta in brevissimo tempo.
Con il fascino del contrasto egli accese di entusiasmo enormi masse popolari, ad Est come ad Ovest, per mobilitarle verso una nuova creatività economica e politica nel nome di un ennesimo «Futuro».

Riuscì a proporre un ambizioso quanto distante obiettivo per il popolo dell’URSS: inventare il mercato in un Paese che non sapeva assolutamente cosa fosse, e dare un insospettabile compito programmatico al Partito più temuto del mondo: sciogliersi.
Ma mentre in Occidente i governi e le masse popolari, con gratificante stupore celebravano soddisfatti la novità, in Unione Sovietica si consumavano già le prime delusioni a seguito del «Grande Inganno».
Lo slancio legato alla speranza di un rinnovamento effettivo, la gioia e la fede in un ipotetico rilancio produttivo gonfiavano l’«Impegno per la Sfida», finché il pallone non scoppiò nella «Grande Delusione».
E la grande delusione, accompagnata da un «Crollo Mirato» dell’autostima nazionale, si rivelò come la più straordinaria risorsa per l’autodistruzione.
Perestroijka, glasnost e democrazia furono, alla fine dei conti, un pretesto inserito a tradimento nel desiderio reale di liberarsi da anni di oppressione ottusa e che portarono il suo frutto con calcolata puntualità.

Tutto il popolo sovietico cadde nell’enorme tranello: liberarsi dall’oppressione, uguale liberarsi da se stessi.
Milioni di famiglie in preda ad un «Sogno Immenso» fecero il tonfo nella realtà nemica.
Così l’URSS sparì dalla carta geografica.
Perché «Crollo Mirato»?
Perché sarebbe sbagliato, ingenuo e scorretto parlare esclusivamente di autodistruzione dell’Unione Sovietica.
La causa del suo crollo non fu dovuta solo a fattori interni.
Oggi ancora più di ieri si svelano con impressionante logicità i motivi di tanto industrioso e maniacale interesse, nell’«area ex sovietica», di organizzazioni occidentali tese all’insegnamento della «democrazia», con l’onnipresente sostegno finanziario ad iniziative sociali molto particolari,
nonché ad una rappresentazione all’estero di una Russia sempre lugubre e insistentemente misteriosa, pericolosa, inaccettabile.

Una pubblicità intenzionalmente negativa che dall’epoca della Perestroijka non conosce sosta.
«Operazioni Ausiliarie» decisive per il «Compimento dell’Opera» sono sempre state minuziosamente descritte e riferite pubblicamente dal bell’«Inizio».
Non solo Zbignew Brzezinsky o George Soros, ma molti altri personaggi più o meno noti, appartenenti all’instancabile fronte delle «Organizzazioni Non Governative», dei «Fondi Internazionali per Democrazia e il Libero Mercato», per l’«Ecologia», per i «Diritti Umani», per la «Libertà Religiosa», per il «Pluralismo», che pullulavano fino a poco tempo fa negli spazi ex sovietici, non hanno mai fatto mistero delle loro operazioni sovversive in quei territori.
E tuttavia nessun autore, prima di Maurizio Blondet, aveva mai descritto con tale cosciente precisione il ruolo di queste organizzazioni nello sviluppo dei grandi eventi geopolitici di questi ultimi anni.
Ai fervidi Paladini dell’«occidentalizzazione» ad oltranza della Russia e di tutti gli ex Stati sovietici, ideologi pagati per sopprimere gli interessi nazionali e quelli di Stato con farraginosi progetti economici e «democratici» sono state recentemente spuntate le unghie.

Il governo russo ha voluto veder più chiaro quanto i bilanci corrispondessero agli scopi statutari.
Questi «Curiosi Filantropi», infatti, legati ad artificiose idee di «Cambiamento Permanente», volontari della democratizzazione forzata, artefici di caos e disordine telecomandato, tra l’altro, si sono dimostrati in Russia e in tutti i Paesi dell’area ex sovietica efficaci catalizzatori dei disastri economico-sociali prodotti dai cambiamenti di regime legati alle «Rivoluzioni colorate» pagate dalla «Catena Oligarchica Trasversale Internazionale».
Tutte le tecnologie sovversive di importazione dall’Occidente hanno sempre mirato ad un indebolimento degli Enti Amministrativi per privatizzare con più efficacia le appetitose risorse energetiche locali.
Chiunque, con un occhio un po’ allenato, ne poteva notare il «Marchio di fabbrica».

Le manifestazioni di «protesta» in Ucraina, in Kirghisia, in Georgia e così via, che tanta eco interessata ebbero nei telegiornali occidentali, furono marchiate come tutto il resto.
Un «tocco» e uno stile estranei a qualunque mentalità locale di quei territori non si poteva non vedere nell’«oggettistica» e nell’«ideologia» movimentista (distintivi, coccarde, cappellini, sciarpe, bandiere).
Gli eventi di «Rottura» (destituzione dei governi in carica) puntualmente ripetuti, come da copione, fanno pensare all’esistenza di una «Centrale Comune» che «stampa» la «Storia» e, in forma programmata, «riscalda» o «raffredda» le emozioni politiche nelle aree strategiche del mondo.
Con impareggiabile candore, inoltre, provvede all’assistenza tecnica nelle operazioni pre elettorali e fornisce «consulenze» ai partiti scelti, esegue il «monitoraggio» pedissequo sulla libertà di stampa e di espressione, distribuisce borse di studio con temi tendenziosi atti a ricevere informazioni sulla popolazione e sul territorio sempre utili in un «Futuro di Ipotetica Occupazione».
Crea «opinione pubblica», «partiti», «movimenti», «democrazie», «dittature» e tutto ciò che, al momento, più conviene per mantenere le condizioni omeostatiche di ladrocinio generalizzato a Est ed a Ovest.

In Russia, oggi, questo «modello di democrazia» che camuffa e arraffa sta massicciamente deludendo la popolazione, perde fan.
E’ la reazione logica in risposta agli anni novanta, quando il Paese si trovava in preda al caos ed alla insicurezza del domani.
Vladimir Putin ne ha fatto tesoro con una risposta politica rigorosa.
I «frutti» detestati della civilizzazione «occidentalizzatrice», che in Russia ha falciato la vita di milioni di persone, stravolgendone i bilanci familiari e dello Stato, non potevano che generare in lui la volontà di assegnare al suo governo un’immagine legata più alla difesa degli interessi della
«Nazione Proprietaria» anziché a quella di ossequio al «libero arbitrio» dei famosi «Oligarchi».

La straordinaria e varia quantità di notizie ed informazioni contenute in questo libro di Maurizio Blondet è accompagnata, come sempre nei suoi testi, da un filo logico dipanato con magistrale esplicazione delle connessioni geopolitiche più nascoste sul perché, oggi, il presidente russo Vladimir Putin stia diventando sempre più una nuova e paradigmatica figura internazionale di riferimento, nonostante gli attacchi disperati della stampa «mondiale» e «libera» contro di lui.
II sapiente utilizzo, da parte del presidente russo, della dipendenza energetica dei Paesi «sviluppati» come argomento del dialogo politico-economico non è solo una «Novità Strategica».
E’ anche un’occasione tematica estremamente attuale, che può restituire modernità e concretezza alle politiche nazionali e internazionali.
Forse, con l’aiuto della Russia, si potrà tornare all’«Uomo» e alle sue esigenze primarie.
Quelle che in Occidente, calpestate e fraintese dal consumismo, si fa fatica a ricordare.
Così, superate le difficoltà della situazione evolutiva post sovietica, la Russia ritrova oggi una leadership indipendente e sovrana, capace di valorizzare in modo obiettivo le sue risorse nazionali, umane, tecnologiche e naturali.

Putin è, prima di tutto, colui che ha reso giustizia al dolore di milioni di russi ingannati da se stessi ma indotti a credere nella Perestroijka come nella «Salvezza», gettandosi con incoscienza nella perfida avventura del mercato liberista, soffocati dai debiti e dal blocco industriale.
Colui che ha compreso meglio di tutti la rabbia impotente di fronte ai risvolti economici e sociali prodotti dal cataclisma della scomparsa dell’URSS e ha saputo dare un senso politico al desiderio di tornare alla normalità, senza umiliazioni, pur con tutte le difficoltà della vita quotidiana.
Putin ha pagato tutti i debiti e ha restituito dignità alla valuta nazionale rendendo il rublo convertibile.
Putin è il presidente che, finalmente, ha restituito una «positività» alla nazione e sa perfettamente che per vincere non è solo importante come si è, ma soprattutto come ci si sente.
Con ciò ha fatto capire a tutti che nel mondo la vita continua, nel segno del «chi la fa, l’aspetti». Sotto a chi tocca.
Per questo l’opposizione a Putin è, «gloriosamente», internazionale.

Essa vede in testa gli zelanti custodi dei governi occidentali e dei loro «consulenti non governativi» che, appesantiti da una rigidità mentale rimasta ai luoghi comuni della Guerra Fredda, sono sempre più schiavi del «Sogno Senza Senso» sulla «esportazione della democrazia».
Un disco rotto, pagato dal «Contribuente», che porta solo instabilità, guerre, povertà, flussi migratori anomali.
Paradossalmente assistiamo oggi a una inspiegabile e «Storica Ammucchiata del Miracolo Democratico» dove «destre» e «sinistre», «liberali» e «conservatori», finalmente uniti si affannano in un isterico belato contro Putin il guastafeste, il rompiuova nel paniere bucato dei suoi ingenui persecutori.
Politici privi del senso dello Stato e feriti dall’enorme invidia per colui che, a differenza di loro, ha raggiunto in patria un consenso popolare indiscutibile.

Il «Consumatore di Informazione», oggi, si trova al centro di una guerra psicologica raffinata in uno scenario poliedrico.
Uno spazio in cui ogni informazione è calibrata in modo da dare sempre una visione distorta degli interessi nazionali perché importante è, sempre e comunque, che la «Discussione Democratica» sia vana ma che porti tanti soldi.
Tramite la radio, la televisione, i giornali.
Siamo arrivati così, tutti, nell’«Era Nuova», postsovietica, tanto annunciata, agognata, pagata.
Nell’«Era» dove, giocoforza, esiste il dominio dell’«ideologia»! di mercato e degli interessi
dell’«Oligarchia Trasversale».
Dove privata non è tanto la proprietà quanto la legge del più «forte».
E più è forte, più fa la guerra, crea la fame e le disgrazie locali e globali con ì soldi del «Contribuente Civilizzato», «Democratizzato».
Il contribuente occidentale non ci pensa, ma è lui che finanzia le «Grandi Missioni», gli «Aiuti Internazionali», i «Piani di Ricostruzione», oltre alla sua stessa personale «Quotidiana Disinformazione».
Quella che lo distanzia sempre più dal «capire» perché tanto «Ipotetico Bene» ci spinge ogni giorno sempre più nelle sabbie mobili dell’autodistruzione dell’identità nazionale, cioè di noi medesimi a Est come ad Ovest, a Sud come a Nord.
Il lancio diversificato per tempi e stili di «informazione» in aree del mondo differenti per geografia e cultura sta alla base della tecnica della reazione calcolata degli «informati».
Il risultato è un aggravarsi dell’offuscamento intellettuale su tutti i fronti.
Si chiama la «Civiltà dell’Informazione».

Il prodotto è l’incomunicabilità tra tutti quelli, nei popoli dell’«Est» e dell’ «Ovest», a cui «non tornano i conti» ma non possono fare altro che sospettare, dubitare o... lasciar perdere.
In un clima del genere questo libro di Maurizio Blondet è un dono di chiarezza, uno strumento assolutamente insostituibile per tutti coloro che, assorbiti dallo scandalismo eclatante, desiderano invece rendersi indipendenti dalla sistematica disinformazione quotidiana su uno dei temi più
delicati e affascinanti di oggi e soprattutto di domani: il ruolo della Russia nel mondo.

Questo libro di Maurizio Blondet è uno strumento altrettanto indispensabile per chiunque voglia spendere le sue passioni politiche in modo più interessante e soprattutto meno ingenuo.
Il lettore occidentale, bersagliato dall’apparenza di una Russia «spaventosa», con un presidente spia, dittatore senza pari, sospettato mandante di omicidi plurimi dalla stampa internazionale delle «Oligarchie Trasversali», furbo oppressore della libertà del prossimo, chiunque esso sia, accusato di abuso illimitato di potere e quanto di peggio e truculento si possa immaginare nel nome di un eloquente «Passato», troverà qui, finalmente, una immagine «alternativa» di grande aiuto per uscire dal chiasso monocorde.
Il lettore potrà alla fine facilmente capire che la Russia di Putin non è una minaccia per i popoli della terra, ma una occasione unica per riposizionare i propri interessi in forma più razionale e conveniente.

L’azione di Vladimir Putin può, ovviamente, rappresentare un’ispirazione interessante per altri governi di nazioni ricche di «Risorse Reali» più che di cartamoneta o teorie necrofile e suicide sulla «democrazia».
Altrettanto per l’Europa si configura uno spunto obbligato nella ricerca della sua latitante identità, riscaldata, chissà, dalla Russia se per essa tutto ciò avrà un senso.

V.V. Konechnikh (economista)

Tratto da «Stare con Putin?» (EFFEDIEFFE edizioni, 2007)

giovedì 4 settembre 2008

Perche' ho dovuto riconoscere le regioni separatiste della Georgia


Martedì, la Russia ha riconosciuto l'indipendenza dei territori della Ossezia del sud e dell'Abkhazia. Non è stata una decisione presa a cuor leggero, o senza la piena considerazione delle possibili conseguenze. Ma tutti i possibili esiti della mia decisione han dovuto essere pesati contro una sobria conoscenza della situazione - le storie degli Osseti e
degli Abkhazi, il loro desiderio di indipendenza liberamente espresso, i tragici eventi delle scorse settimane e i precedenti internazionali a simile iniziativa.

Non tutte le nazioni del mondo hanno il proprio stato. Molte esistono felicemente entro confini condivisi con altre nazioni. La federazione Russa è un esempio di vasta ed armoniosa coesistenza di molte dozzine di nazioni e nazionalità. Ma certe nazioni trovano impossibile vivere sotto la tutela di qualcun'altro. Le relazioni tra nazioni che vivono "sotto lo stesso tetto" necessitano di essere maneggiate con estrema sensibilità.

Dopo il collasso del comunismo, la Russia si è riconciliata con se stessa dopo la "perdita" di 14 ex repubbliche sovietice, che diventarono stati avendone i dirittti, nonostante qualcosa come 25 milioni di russi fossero stati lasciati con i piedi in paesi non più loro. Alcune di queste nazioni funrono incapaci di trattare le proprie minoranze con il dovuto rispetto. La Georgia spogliò le sue "regioni autonome", Ossezia del sud ed Abkhazia, della loro autonomia.

Potete immaginare cosa poteva essere per gli Abkhazi veder chiusa la propria università, a Sukhumi, da parte del governo di Tbilisi, sulla base che loro, a quanto si dice, non avevano una propria lingua o storia o cultura e perciò non
necessitavano di una università? L'appena indipendente Georgia inflisse una brutale guerra contro le sue nazioni di minoranza, spiazzando migliaia di persone e gettando i semi del malcontento che potevano solo crescere. Questi erano focolai, accesi alle porte della Russia, che i pacificatori russi hanno cercato di tenere spenti.

Ma l'occidente, ignorando la delicatezza della situazione, ha inconsapevolmente (o consapevolmente) alimentato le speranze di libertà dei sud-osseti e degli abkhaziani. Hanno stretto al proprio capezzale un presidente Georgiano, Mikheil Saakashvili, la cui prima mossa fu di schiacciare un'altra autonomia, quella della regione dell'Adjaria, senza nascondere i suoi intenti di schiacciare gli osseti e gli Abkhaziani.

Nel frattempo, ignorando gli avvertimenti russi, le nazioni occidentali si sono affrettate a riconoscere la dichiarazione ILLEGALE di indipendenza del Kosovo dalla Serbia. Abbiamo vivacemente sostenuto che sarebbe stato impossibile, dopo tale avvenimento, dire ad Abkhazi e Osseti (e dozzine di altri gruppi nel mondo) che ciò che era cosa buona per gli albanesi del Kosovo non avrebbe potuto esserlo per loro.

Vedendo i segni premonitori, abbiamo insistentemente tentato di persuadere i georgiani a firmare un accordo sul non-utilizzo della forza con gli osseti e gli abkhazi. Il sig. Saakashvili SI E' RIFIUTATO.

La notte del 7-8 agosto abbiamo capito il perchè!

Solo un pazzo schizofenico avrebbe potuto commettere un simile azzardo. Credeva che la Russia sarebbe rimasta ad oziare sugli allori mentre lanciava un assalto a tutta potenza sulla dormiente città di Tshvinkali, uccidendo centinaia di civili pacifici, molti dei quali cittadini russi? Credeva davvero che la Russia sarebbe restata ferma mentre le sue forze "di pace" (ndt: quelle Georgiane) sparavano sui loro compagni russi, e sottolineo compagni, coi quali dovevano, almeno si suppone, evitare l'insorgere di problemi in Ossezia del sud?

La Russia non ha avuto altra opzione se non quella di irrompere nell'attacco per salvare le vite. Questa guerra non è stata una nostra scelta. Non abbiamo progetti o mire sul territorio Georgiano. Le nostre truppe sono entrate in Georgia per distruggere le basi dalle quali è partito l'attacco, e poi se ne sono andate. Abbiamo riportato la pace ma non potevamo, a questo punto, calmare le paure e le aspirazioni dei popoli sud-osseti ed abkhazi - non quando il sig. Saakashvili ha continuato (con la complicità degli USA e di alcuni membri della NATO) a parlare di riarmarsi e reclamando "il territorio georgiano". I presidenti delle due repubbliche si sono appellati alla Russia per riconoscere la loro indipendenza.

Una decisione pesante poggiava sulle mie spalle. Tenendo in conto le liberamente espresse opinioni dei popoli osseti ed abkhazi, e in base ai principi della carta delle nazioni unite ed altri documenti di legge internazionale, ho firmato un decreto in cui la Federzione Russa riconosce l'indipendenza dell'Ossezia del sud e dell'Abkhazia.

Spero sinceramente che il popolo eorgiano, per il quale proviamo storica amicizia e simpatia, possa un giorno avere i capi che si merita, che si prendano cura del proprio Paese e che sviluppino rispettose e mutue relazioni con tutti i popoli del Caucaso. La Russia è pronta a supportare il conseguimento di tale obiettivo.

Lo scrivente è il presidente della Federazione Russa, Dmitry Medvedev

tradotto da effedieffe.com

Intervista del primo ministro Putin sul Caucaso


Nell’intervista sul primo canale della televisione tedesca ARD il primo ministro russo V. V. Putin ha espresso le sue valutazioni sulla questione dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia e sulle loro conseguenze internazionali. Una delle prime domande del corrispondente signor Tim Roth ha riguardato il pericolo di isolamento internazionale di Mosca attribuito a vari politici occidentali.

D.
Egregio signor primo ministro, dopo l’escalation della situazione in Georgia nell’opinione pubblica occidentale, cioe’ non solo a livello dei circoli politici, ma anche della stampa, la gente ha l’idea che voi con la violenza abbiate creato una situazione per la quale la Russia è contro il mondo intero.

R. Lei cosa pensa? Chi ha iniziato la guerra?

D. L’ultimo dei motivi e’ stata l’aggressione della Georgia a Tskhinvali.

R. Grazie per la sua risposta. Questo e’ vero. E’ stato proprio cosi’. E di questo parleremo ancora piu’ tardi. Voglio semplicemente rilevare che non siamo stati noi a creare questa situazione.
E ora per quanto riguarda la questione dell’autorita’ della Russia. Io sono convinto che l’autorita’ di qualunque Paese, capace di proteggere la vita e la dignita’ dei suoi cittadini, di un Paese, capace di avere una politica estera indipendente, nel lungo e nel medio termine avra’ un’autorita che potra’ solo crescere. Al contrario, l’autorita’ di quei Paesi, che hanno assunto come regola quella di servire gli interessi esteri di altri Stati, senza tener conto dei propri interessi nazionali, indipendentemente da ogni loro giustificazione, calera’ nel tempo.

D. E pero’ lei non ha risposta alla domanda: perche’ voi siete andati incontro al rischio di isolare il vostro Paese?

R. Mi pareva di aver risposto. Ma se ha bisogno di ulteriori spiegazioni, gliele darò. Io ritengo che un Paese, in questo caso la Russia, che può difendere l’onore e la dignità dei suoi cittadini, proteggere le loro vite, ottemperare ai propri obblighi giuridici internazionali nell’ambito di un mandato internazionale, un Paese cosi’ non sarà isolato, checchè ne dicano, con una mentalita’ da “blocco”, i nostri partner in Europa o negli Stati Uniti. Il mondo non finisce in Europa e negli Stati Uniti. Anzi, voglio affermare ancora una volta che se ci sono Stati che possono trascurare gli interessi nazionali propri servendo quelli esteri di altri, l’autorità di simili Stati, per quali sforzi non facciano per giustificarsi, la loro autorità nel mondo calerà di continuo. In questo senso se gli Stati europei vogliono servire gli interessi internazionali degli Stati Uniti, secondo me, non ci guadagneranno niente. Adesso prendiamo i nostri obblighi giuridici internazionali. Come da accordi internazionali, i contingenti di pace russi hanno acconsentito all’obbligo di difendere la popolazione civile dell’Ossezia del Sud. E ora ricordiamoci del 1985. La Bosnia. Come sappiamo bene, il contingente di pace europeo, rappresentato da soldati olandesi, non ha ritenuto di reagire contro uno degli aggressori rendendo possibile in questo modo la rasatura al suolo di una intero Paese. Ci sono stati dei morti e hanno sofferto centinaia di persone. Il problema e la tragedia di Serebreniza sono ben noti. Lei per caso voleva che noi facessimo la stessa cosa? Che ce ne andassimo lasciando il campo all’esercito giorgiano perchè ammazzasse gli abitanti di Tskhinvali?

D. I suoi critici dicono che lo scopo della Russia in realtà non fosse la difesa della popolazione civile di Tskhinvali, ma il tentativo di rovesciare il presidente Saakashvili, contribuire ad una ulteriore destabilizzazione della Georgia e in questo modo ostacolare la sua entrata nella NATO. E’ così?

R. No, non e’ così. Questa e’ semplicemente una alterazione dei fatti. E’ una bugia. Se questo fosse stato il nostro scopo, evidentemente avremmo iniziato noi il conflitto. Invece, come ha detto anche lei, il conflitto l’ha iniziato la parte georgiana. Ora voglio ricordare alcuni fatti di storia recente. Dopo la decisione illegale del riconoscimento del Kosovo, tutti hanno atteso che la Russia riconoscesse l’indipendenza e la sovranità dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia. E' vero, fu così, tutti hanno atteso questa decisione da parte della Russia. Noi ne avremmo avuto il diritto morale, ma noi non l’abbiamo fatto. Noi ci siamo comportati in modo più che contenuto, cosa che non vorrei nemmeno commentare, in effetti abbiamo “ingoiato” la questione. E cosa abbiamo ottenuto? Un escalation del conflitto, l’aggressione dei nostri soldati di pace, l’aggressione e l’uccisione della popolazione civile nell’Ossezia del Sud. Lei conosce i fatti, come sono avvenuti, cosa di cui si è già parlato. Il ministro degli Esteri della Francia è stato nell’Ossezia del Nord, e si è incontrato con i profughi. I testimoni oculari hanno raccontato che parti dell’esercito georgiano con i carri armati sono andati contro donne e bambini, hanno spinto la popolazione nelle case e poi gli hanno dato fuoco con la gente viva dentro. E i soldati georgiani quando sono entrati a Tskhinvali, tra l’altro, passando vicino alle case, vicino agli scantinati dove si nascondevano donne e bambini, ci buttavano dentro le granate. Che cos’e tutto questo se non genocidio? Ora, per ciò che riguarda il governo della Georgia. gente, che ha portato alla catastrofe il proprio Paese – e con le proprie azioni il governo della Georgia ha fatto saltare la propria integrità territoriale e statale, - certo che gente del genere, secondo me, non può governare Stati ne piccoli, ne grandi. Se queste fossero persone per bene, si sarebbero immediatamente dovute dimettere.

D. Questa non è la sua decisione, ma la decisione georgiana.

R. Certo. Ma noi conosciamo anche precedenti di altro tipo. Ricordiamoci come i soldati americani sono entrati in Iraq e come si sono comportati con Saddam Hussein per il fatto che lui avesse annientato alcuni Paesi sciiti. E qui nelle prime ore della battaglia sono stati eliminate dalla faccia della terra dieci paesini ossetini nell’Ossezia del Sud.

D. Signor primo ministro, lei crede in virtù di ciò che sia vostro diritto invadere il territorio di un Paese sovrano, cioè non rimanere nella zona del conflitto, ma bombardarlo? Io stesso oggi siedo accanto a lei grazie per un caso perchè in un quartiere abitativo di Gori, a 100 metri da me, sono scoppiati degli ordigni, una bomba lanciata da un vostro aereo. Non è questa una violazione del diritto internazionale, cioè proprio del fatto che voi di fatto occupate un piccolo Paese? Da dove vi viene questo diritto?

R. Certamente che noi abbiamo diritto…

D. Preciso ancora una volta, che la bomba è stata gettata su una abitazione civile.

R. Certmente, noi abbiamo agito in base al diritto internazinale. Le aggressioni alle nostre postazioni del contingente di pace, l’uccisione dei nostri soldati e dei nostri cittadini, tutto ciò senza ombra di dubbio, l’abbiamo considerate come una aggressione alla Russia. Nelle prime ore dell’azione bellica con i propri colpi l’esercito georgiano ha ucciso subito alcune decine di soldati del contingente di pace. Hanno circondato la nostra cittadella “del Sud” ( zona sud) (lì c’erano le cittadelle della “zona Sud” e della “zona Nord”), con carri armati e hanno iniziato a sparare con colpi diretti. Quando i nostri soldati hanno fatto il tentativo di tirare fuori l’apparecchiatura dai garage, sono stati sferrati i colpi con sistemi “Grad”. Dieci persone che sono entrate nell’angar sono morte sul posto, arsi vivi. Dopo di che l’aviazione georgiana ha inferto colpi in più luoghi nel territorio dell’Ossezia del Sud, non a Tskhinvali, ma nel bel mezzo dell’Ossezia del Sud. Noi siamo stati costretti a rispondere punto per punto al fuoco, punti che si trovavano nelle zone dei combattimenti e nella zona di sicurezza. Ma questi sono stati i punti dai quali operava l’esercito che ha colpito i soldati russi e i contingenti di pace.

D. Ma io ho già detto che sono state bombardate zone abitative. Forse lei non è in possesso di tutte le informazioni?

R. Io, forse, non ho tutte le informazioni. E’ possible che vi siano stati anche degli errori nel corso delle operazioni militari. Per l’appunto proprio ora in Afganistan l’aviazione americana ha inferto un colpo, si dice ai talebani e con un colpo solo ha fatto fuori quasi cento civili. Questa è la prima delle possibilità. Ma la seconda è piu’ verosimile, e cioè che i punti di comando del fuoco dell’aviazione e delle stazioni radio la parte georgiana li ha dislocati proprio nelle abitazioni civili per ridurre la possibilità che noi usassimo l’aviazione prendendo la popolazione e lei medesimo in ostaggio.

D. Il ministro degli Esteri della Francia, presidente di turno della UE, signor Kuchner ha recentemente manifestato la sua preoccupazione che il prossimo conflitto potrebbe riguardare l’Ucraina, e in particolare la Crimea e Sebastopoli, come anche la base della flotta russa. Rientrano la Crimea e Sebastopoli nei piani della Russia?

R. Lei ha detto, il prossimo scopo. Noi non abbiamo neanche qui scopo alcuno. Per cui penso che dire prossimo scopo non sia corretto. Questo come prima cosa.

D. Lei lo esclude?

R. Se Lei mi permette di risponderLe, sara’ soddisfatto. La Crimea non rappresenta una zona di contestazione. Lì non c’è mai stato un conflitto etnico, a differenza del conflitto tra Ossezia del Sud e Georgia. La Russia ha da tempo riconosciuto gli attuali confine dell’ Ucraina. Noi di fatto riguardo ai confini abbiamo terminato le nostre trattative. Si parla di demarcazione, ma questa è una faccenda tecnica. La domanda su scopi simili per la Russia, ritengo cha abbia carattere provocatorio. Lì, in Crimea, all’interno della società, hanno luogo processi complicati. Ci sono i problemi dei tatari di Crimea, della popolazione ucraina, della popolazione russa e in generale della popolazione slava. Ma questo è un problema interno dell’Ucraina. Noi abbiamo un accordo con l’Ucraina riguardo alla nostra flotta valido fino al 2017 e noi terremo fede a questo accordo.

D. Un altro ministro degli Esteri, questa volta della Gran Bretagna, il signor Millibend ultimamente ha espresso preoccupazione per l’inizio di una nuova “Guerra fredda”, ricomincia la corsa agli armamenti. Come giudica lei la situazione? Siamo noi adesso sulla soglia di un nuova “era glaciale”, di una nuova “Guerra fredda”, di una nuova corsa agli armamenti? Qual’e’ il suo punto di vista?

R. La Russia non promuove nessun inasprimento, o tensione con chicchessia. Noi desideriamo dei rapporti buoni, di buon vicinato e di partnership con tutti. Ma se permette dirò cosa penso di tutto ciò. C’era l’URSS e il Patto di Varsavia. E c’erano le truppe sovietiche in Germania, per la verità, bisogna essere onesti, quelle erano contingenti di occupazione, le truppe che sono rimaste in Germania dopo la seconda Guerra mondiale, con il fregio di truppe alleate. Queste forze di occupazione sono andate via. L’Unione Sovietica si e’ sciolta, il Patto di Varsavia non c’e’ piu’. Minaccie dall’Unione Sovietica non ce ne sono. Ma la NATO, le truppe americane sono rimaste in Europa. Come mai? Per richiamare e fare ordine nel proprio Paese, per richiamare all’ordine i propri alleati, per mantenerli nei limiti della disciplina del blocco ci vuole una minaccia esterna. L’Iran in questo senso non è abbastanza credibile. E si vorrebbe molto resuscitare l’idea del nemico russo. Ma in Europa non ha più paura nessuno.

D. Lunedi si terrà la riunione del Consiglio della UE a Bruxelles. Lì parleranno della Russia, delle sanzioni nei confronti della Russia, perlomeno queste questioni saranno all’ordine del giorno. Come vi ponete in confronto a tutto ciò? Vi è indifferente? Lei pensa comunque che l’Unione Europea parla in molte lingue?

R. Se dicessi che ci sputiamo sopra, che la cosa ci è indifferente, direi una bugia. Ovviamente la cosa non ci è indifferente. Ovviamente seguiremo con attenzione tutto ciò che succederà. Speriamo semplicemente che prenda il sopravvento il buon senso. Speriamo che non verrà data una valutazione politicizzata, ma una valutazione oggettiva di quanto è accaduto in Ossezia del Sud e in Abkhazia. Noi speriamo che l’azione del contingente di pace russo trovi sostegno, mentre le azioni della parte gieorgiana, che ha portato avanti questa azione criminale, venga messa a giudizio.

D. Ecco, in rapporto a questo vorrei chiederle. Come vi apprestate a risolvere il seguente dilemma? Da una parte la Russia è interessata a continuare la sua collaborazione con l’Unione Europea. E non può agire diversamente in virtù dei compiti economici che si è posta. Dall’altra la Russia vuole portare avanti il gioco con sue regole proprie, russe. Cioè da una parte c’è l’attenersi a valori europei e dall’altra quello di comportarsi con regole russe. Ma non è possible soddisfare contemporaneamente le due posizioni.

R. Sappia che noi non abbiamo intenzione di avere regole del gioco nostre. Noi desideriamo che tutti lavorino con regole comuni, che si chiamano diritto internazionale. Ma noi non vogliamo che qualcuno manipoli questi concetti. In una regione del mondo ci saranno regole del gioco di un certo tipo e in un altra, altre. Tanto per soddisfare i nostri interessi. Noi vogliamo che ci siano regole uniche, che soddisfino gli interessi di tutti i membri del dialogo internazionale.

D. In questo modo, lei vorrebbe dire che nelle distinte zone del mondo l’Unione Europea si comporta in modi diversi, che non corrispondono alle regole del gioco internazionale?

R. Eccome! Come hanno riconosciuto il Kosovo? Hanno dimenticato tutto sull’integrita’ dello Stato. Hanno dimenticato la risoluzione 1.244, che loro stessi avevano sanzionato e sostenuto. Liì questo si poteva fare, ma in Abkhazia e in Ossezia del Sud non si può! Perchè?

D. Cioè la Russia è l’unico arbitro del diritto internazionale? Tutti gli altri fanno manipolazioni. Ma non ne sono coscienti. Essi hanno altri interessi e non gli importa. L’ho capita bene?

R. Lei non mi ha capito bene. Voi siete stati d’accordo con l’indipendenza del Kosovo? Si o no?

D. Io personalmente…, io sono un giornalista

R. No, I Paesi occidentali.

D. Si

R. Fondamentalmente tutti l’hanno riconosciuto. Ma se avete riconosciuto lì, riconoscete allora l’indipendenza della Abkhazia e dell’Ossezia del Sud. Non c’è nessuna differenza. Non c’è alcuna differenza in queste due posizioni. E’ una differenza inventata. Lì c’era un conflitto etnico, e qui c’è un conflitto etnico. Lì c’erano azioni violente praticamente da ambo le parti, e anche qui probabilemente si possono trovare. Se si cercano, probailmente si trovano. E’ verosimile. Lì è stata presa la decisione che quei popoli non possono vivere insieme in uno Stato unico, e qui non vogliono vivere insieme in uno Stato unico. Non c’è nessuna differenza, lo capiscono tutti. Sono tutte chiacchiere. Per coprire decisioni illegali. E’ il diritto della forza. Il diritto del pugno forte. E con tutto ciò la Russia non può trovarsi d’accordo. Signor Roth, lei vive in Russia già da molto tempo. Lei parla molto bene il russo, quasi senza accento. Che lei personalmente mi abbia capito, non è una sorpresa. Ma io vorrei che mi capissero anche i nostri, i miei colleghi europei, quelli che si riuniranno il primo e penseranno a questo conflitto. Fu presa la risoluzione 1.244? Lo fu. Lì era scritto e sottolineato: l’integrità territoriale della Serbia. Hanno buttato nell’immondizia quella risoluzione, l’hanno dimenticata. Hanno tentato di svincolarsi. E non era possible svincolarsi L’hanno semplicemente dimenticata. Perchè? Alla Casa Bianca hanno comandato così e tutti hanno ubbidito. Se i Paesi europei continueranno così la propria politica, allora delle questioni europee ci toccherà parlare direttamente con Washington.

D. Vorrei farle una domanda, che riguarda lo sviluppo dei rapporti russo-germanici indipendentemente dalle valutazioni e proposte fatte qui. Ma, considerando i rapporti particolari tra i nostri due Paesi, può la Germania in questa situazione avere un ruolo di mediazione speciale?

R. Noi con la Germania abbiamo rapporti molto buoni, di grande fiducia, nel campo della politica e della sfera economica. Quando abbiamo parlato con il signor Sarkozy durante la sua visita a Mosca, gli abbiamo detto in faccia che noi non abbiamo intenzione di annetterci alcun territorio georgiano e che ovviamente andremo via da quei punti nei quali ci troviamo ora. Ma andremo nella zona di sicurezza, quella designata precedentemente negli accordi internazionali. E nemmeno lì abbiamo intenzione di rimanere in eterno. Noi riteniamo che quello sia territorio georgiano. Il nostro scopo è unicamente quello di provvedere alla sicurezza in quella regione, non permettere che di nuovo si collochino, segretamente, come è stato fatto questa volta, armi, strumenti, per impedire il ripetersi di nuove occasioni di conflitto armato. E dirò che la partecipazione lì di osservatori internazionali, osservatori dell’OSCE, della Comunita’ Europea verranno salutati positivamente. Bisogna solo accordarsi sui principi del lavoro comune.

D. E questo significa che voi comunque porterete via i vostri contingenti militari?

R. Certamente. Per noi la cosa importante è garantire la sicurezza in questa zona. Nella tappa successiva, aiutare l’Ossezia del Sud a salvaguardare i propri confini. E non avremo altri motivi per restare in questa zona di sicurezza. Nel corso di questo lavoro, saluteremo con piacere la collaborazione con le strutture europee e anche con l ‘OSCE.

D. Rispetto alla crisi di rapporti che ora, senza ombra di dubbio, è sorta (rapporti con gli USA e con l’Europa), quale contributo potete dare perchè questa crisi si concluda?

R. Intanto di tutto ciò, ne ho parlato ieri con i suoi colleghi della CNN. Mi pare che sostanzialmente la crisi sia stata provocata anche dai nostri amici americani durante la campagna elettorale, proprio per garantire un vantaggio a uno dei candidati, in questo caso quello del partito reggente.

D. Lei ha dei fatti?

R. Noi sappiamo che li, c’erano molti consiglieri americani. E’ molto male armare una delle parti, tra due che si trovano in conflitto etnico per poi spingerla a risolvere questi problemi etnici con le armi. A prima vista sembrerebbe piu’ semplice che condurre trattative per anni e cercare compromessi, ma è un modo molto pericoloso. Lo sviluppo dei fatti, l’ha dimostrato. Ma gli istruttori, i “maestri”, in senso largo, il personale insegna a lavorare con l’apparecchiatura bellica fornita nei poligoni e nei “centri di istruzione”, e dove si trovava invece? Nelle zone di scontro. E ciò fa pensare al fatto che il governo degli Stati Uniti sapeva dell’azione che si andava per compiere e anzi ha partecipato a tutto ciò, semplicemente perchè senza il comando dei ranghi superiori dei cittadini americani nella zona del conflitto non avevano il diritto di trovarsi. Nella zona di sicurezza si potevano trovare solo cittadini del luogo, si potevano trovare osservatori dell’OSCE e forze del contingente di pace. Ma lì noi abbiamo trovato tracce di cittadini americani, che non rientravano nè nella prima, nè nella seconda e nè nella terza categoria. E qui sorge la questione. Perchè i governanti americani hanno permesso che lì si trovassero dei propri cittadini, che non avevano il diritto di trovarsi in questa zona di sicurezza? E se loro lo hanno permesso allora a me viene il dubbio che tutto questo sia stato fatto appositamente per organizzare una piccolo guerra vittoriosa. E siccome non è riuscita, ora si deve fare della Russia un nemico e su questo terreno di cultura unire l’elettorato attorno a uno dei candidati alla presidenza. Ovviamente intorno al candidato del partito al potere. Ecco le mie riflessioni e le mie supposizioni. Sarà affar suo, essere o non essere d’accordo con quanto detto. Ma tutto ciò ha diritto di esistere, poichè noi abbiamo trovato tracce di cittadini americani nella zona del conflitto.

D. Un’ultima domanda. Non crede lei, che lei personalmente si trovi nella trappola di un regime autoritario? Nel sistema attuale lei riceve l’informazione dai vostri servizi segreti. Lei riceve informazioni da varie fonti, e anche dall’ambiente economico, ma a volte perfino i mezzi di informazione hanno paura di dire qualcosa di diverso, che contraddica ciò che lei vuole sentire. Non puo’ essere succeso che il sistema che lei ha creato, le chiude la possibilita’ di avere una visione piu’ larga, non le dia la possibilità di vedere per davvero ciò che succede oggi in Europa e in altri Paesi?

R. Egregio signor Roth. Lei ha caratterizzato il nostro assetto politico come un sistema autoritario. Lei, nel corso di questa nostra odierna discussione, ha ricordato diverse volte i valori comuni. Dov’è la lista di questi valori? Ci sono dei princìpi fondamentali. Diciamo, il diritto della persona alla vita. Ecco, per esempio in America c’è la pena di morte, da noi in Russia non c’è e in Europa non c’è. Significa questo che voi state per uscire dalla NATO perchè non c’è una perfetta coincidenza dei valori tra europei e americani? Adesso prendiamo questo conflitto, di cui stiamo parlando oggi con lei. Non Le è per caso noto quello che è successo in Georgia negli ultimi anni? La misteriosa morte del primo ministro Khvani. Il boicottaggio contro l’opposizione. La dispersione fisica delle manifestazione dell’opposizione.
La gestione delle elezioni nazionali in una situazione di emergenza. Dopo di che questa azione criminale nell’Ossezia del Sud con molte vittime umane. E questo, naturalmente è un Paese democratico, con cui bisogna avere un dialogo e che bisogna prendere nella NATO, e magari anche nella Comunita’ Europea. Ma se un altro Paese difende i propri interessi, semplicemente il diritto dei cittadini alla vita, cittadini che hanno subito un’aggressione, ci hanno ammazzatto subito 80 persone. 2.000 pacifiche persone come risultato sono state uccise. E noi non possiamo difendere le vite dei nostri cittadini, li’? E se noi difendiamo le nostre vite, ci portano via le salsicce? Che scelta abbiamo noi tra la vita e le salsicce? Noi scegliamo la vita, signor Roth. E ora, per cio’ che concerne un altro valore, la libertà di informazione. lei guardi un po’ come viene data l’informazione su questi fatti, sulla stampa degli Stati Uniti, che viene ritenuta il faro della democrazia. E’ iniziata la fucilazione di massa a Tskhinvali, erano già iniziate le operazioni di terra delle truppe georgiane, già c’erano molte vittime e nessuno ha detto una parola. La sua televisione ha taciuto e tutti canali americani hanno taciuto, come se non fosse successo niente, il silenzio. Ma come l’aggressore le ha beccate sul muso e gli hanno spaccato i denti, come ha abbandonato subito tutte le armi americane ed è fuggito senza neanche girarsi, tutti si sono ricordati del diritto internazionale e della Russia cattiva. Tutti hanno ritrovato la voce. Ed ora a proposito di salsicce e di economia. Noi desideriamo dei normali legami economici con i nostri partner. Noi siamo un partner molto affidabile. Noi non abbiamo mai ingannato nessuno. Quando noi abbiamo costruito il condotto nella Repubblica Federale di Germania all’inizio delgi anni ’60, li’ i nostri partner di oltreoceano hanno consigliato ai tedeschi di non concludere quel progetto. Lei queste cose le deve sapere.
Ma allora il governo della Germania prese la decisione giusta e con l’Unione Sovietica quel sistema fu costruito. Oggi quello è una delle fonti sicure di approvvigionamento di idrocarburi per l’economia tedesca. La Germania ne riceve annualmente 40 miliardi di metri cubi. Idem, l’anno scorso e quest’anno e garantiamo che riceverà tutto ciò. Ma adesso vediamo come stanno le cose più globalmente. Qual’è la struttura del nostro export nei Paesi europei, e anche nell’America del Nord? Per l’80% è merce che appartiene alla categoria della materia prima: petrolio, gas, prodotti chimici della raffinazione del petrolio, legname, metalli vari, concimi chimici. Questo è tutto, tutto ciò di cui ha estremamente bisogno l’economia mondiale ed europea. E’ merce estremamente richiesta sui mercati mondiali. Noi abbiamo possibilità anche nel campo della alta tecnologia, ma per ora esse sono limitate. E oltre a tutto ciò, perfino avendo un accordo con l’Unione Europea, diciamo, nel campo delle forniture del combustibile atomico, non ci danno uguale diritto di presenza in Europa sul mercato dei combustibili. Guarda caso, per la posizione di nostri amici francesi.
Loro lo sanno e noi con loro abbiamo discusso a lungo. Ma se qualcuno vuole distruggere questi legami, noi non possiamo farci niente. Noi questo non lo vogliamo. Noi speriamo vivamente che i nostri partner ottemperino in modo uguale ai loro obblighi come noi abbiamo ottemperato ai nostri e come siamo intenzionati a fare in futuro. Questo, per ciò che riguarda il nostro export. Ma per ciò riguarda il vostro export, cioè il nostro import, in Russia esiste un mercato grande e sicuro. Io adesso non ricordo le cifre, ma le forniture, diciamo, nel settore della metalmeccanica tedesca sul mercato russo crescono da un anno all’altro. E oggi sono molto grandi. Qualcuno vuole smettere di effettuare queste forniture? E noi le compreremo da altre parti. Chi ha bisogno di tutto questo, non capisco? Noi richiamiamo a una analisi obiettiva di quello che è successo. Noi speriamo che vincano il buon senso e la giustizia. Noi siamo vittima di una aggressione. Noi speriamo nel sostegno dei nostri partner europei.

D. La ringrazio cordialmente per questa intervista, signor primo ministro.

R. Grazie molte.

tradotto da effedieffe.com

giovedì 6 marzo 2008

Le nostre elezioni sono più libere che in Russia?

di Maurizio Blondet
Si pone la domanda Justin Raimondo, famoso blogger-giornalista (1).
Si sa, viene indicata come strisciante tendenza al totalitarismo il fatto che Putin resti al potere, ora da primo ministro, mentre il suo successore alla presidenza, Medvedev, riceverà ordini da Putin.

Ma è poi davvero diverso in America, dove si sospetta che Bill Clinton farà da suggeritore ad Hillary, se questa vincerà le elezioni?

Almeno in Russia manca l’elemento dinastico, diventato tipico della «democrazia» americana: Putin almeno non ha dato la presidenza a suo figlio, come Bush senior ha comprato la presidenza a Bush junior.
Praticamente, la terra delle libertà è piena di famiglie reali: «i» Bush, «i» Clinton, «i» Kennedy...

Gli elettori russi non avevano una vera scelta tra partiti, dicono gli accusatori di Putin.
I comitati elettorali hanno rifiutato di registrare certi candidati invisi al Cremlino.
D’accordo, ma in USA nessuno da decenni riesce mai a fondare un terzo partito, e con questo arrivare a sottoporsi al giudizio delle urne.

Se le TV di Mosca non danno notizie sul candidato Kasparov, le libere TV americane non fanno menzione di Ron Paul, e dei suoi primi buoni piazzamenti alle primarie: Ron Paul è una non-persona.

Nonostante tutte le restrizioni alle candidature nel regime putiniano, i russi hanno avuto più scelta degli americani.
Il che vale anche per noi italiani, se ci si pensa.

Possiamo scegliere fra due partiti quasi identici fin nel nome (PD e PDL) con programmi quasi uguali.
Nemmeno possiamo esercitare le preferenze: andranno in Parlamento i primi nomi che appaiono nelle liste, lo vogliate o no.
E l’ordine dei nomi nelle liste l’hanno deciso Veltrusconi e Beltroni.
Sono loro che decidono per chi dovete votare.

Impagabile la critica che gli «osservatori» europei hanno diretto alle elezioni russe: i media sono «pregiudizialmente» orientati, hanno detto.
Manca la libertà di stampa.
E in USA?

Mica erano giornalisti russi quei famosi anchormen che aprivano i TG, ai tempi dell’invasione dell’Iraq, esibendo all’occhiello il distintivo patriottico a stelle e strisce.
Mica è russa Judith Miller, famosa giornalista del New York Times, che sul New York Times, il più grosso e indipendente dei giornali americani, raccontò come Saddam, avesse le armi di distruzione di massa, panzana fedelmente ripetuta da tutti quanti i media americani ed europei; poi si è scoperto che la Miller (ebrea) prendeva l’imbeccata su quel che doveva scrivere direttamente da Cheney e da Bush.

I media «indipendenti» occidentali demonizzano chi contesta la versione ufficiale sull’11 settembre, lo definiscono «negazionista e antisemita» (chissà perché), gli negano la parola.

I media occidentali hanno incolpato senza prove Putin di essere il mandante di assassinii vari (la Politkovskaya, uccisa in realtà da gangster ceceni) e l’ex-spia Litvinenko; ancora due giorni fa m’è capitato personalmente di sentire un giornalista italiota accusare Putin della strage nella scuola di Beslan, perpetrata da terroristi ceceni al soldo dell’oligarca Berezovski.

E ovviamente, se l’Ucraina, per una contestazione sul prezzo con Gazprom, minaccia di far mancare all’Europa il gas proveniente dalla Russia, la colpa è di Putin - anche se l’Ucraina ha un obbligo contrattuale a far passare il gas, essendo pagata per questo con ricche royalty.

Insomma, Putin è aggressivo.

Ma allora come definire il presidente Bush, che ha decretato l’invasione di Afghanistan ed Iraq, occupati da sei e quattro anni da truppe USA, che manda a bombardare villaggi in Somalia (in Somalia!), che vuole installare missili a ridosso della Russia in Polonia, i cui commandos si preparano a fare incursioni in Pakistan per impadronirsi delle testate nucleari di quel Paese, le cui flotte belliche assediano minacciosamente le coste iraniane, e il cui massimo alleato (la sola democrazia del Medio Oriente) ha aggredito tre nazioni negli ultimi tre anni, Libano nel 2006, Siria nel 2007, Gaza nel 2008.

Bisogna riconoscere che c’è un certo disordine nel nuovo ordine mondiale: Israele bombarda le famiglie a Gaza dopo averle affamate, la Turchia compie incursioni in profondità in Iraq, la Colombia compie incursioni armate in Ecuador, sicchè sta per scoppiare una guerra fra la Colombia da una parte e l’Ecuador e il Venezuela dall’altra; tutto il mondo si riarma freneticamente (la Cina ha aumentato decisamente le sue spese militari), la NATO progetta di fornirsi di testate atomiche adatte ad un attacco nucleare preventivo.

Ma se il mondo si riarma non è perché ha paura di Putin; lo fa perché ha paura dell’America e della sua attitudine all’aggressione preventiva e non provocata, e alla sua decisione di «diffondere la democrazia» e «fare la guerra globale al terrorismo».

E’ l’America che ha schedato come sospette di «terrorismo» o simpatie per il terrorismo 700 mila persone, non solo stranieri ma cittadini americani; e a queste persone nega il visto d’entrata, e vieta persino di salire su un aereo di linea.

Non è la Russia ad essersi data un nuovo ministero che si chiama «Dipartimento per la Sicurezza della Terra Patria» (Homeland Security), né che ha legalizzato la tortura per interrogare dei sospetti.

E che dire dell’Europa?
Gli osservatori europei che hanno fatto le pulci alle elezioni russe hanno poi dovuto concludere che i risultati «riflettono la volontà di un elettorato il cui potenziale democratico purtroppo resta inespresso».

Potessimo dire lo stesso noi europei degli osservatori europei: membri di un Parlamento Europeo di cui vi sfido a ricordare i nomi di dieci membri (l’abbiamo votato? Sì, ma sono stati i partiti a decidere chi dei loro doveva «andare in Europa»), un parlamento del resto che ha solo poteri consultivi, mentre il potere di governo appartiene alla Commissione, che mai si sottopone ad elezioni.

E’ un’Europa che evita in tutti i modi di sottoporre a referendum la Costituzione (cosiddetta) europea, per non vedersela bocciare.
Sicchè possiamo dire che anche in Europa «il potenziale democratico dell’elettorato resta purtroppo inespresso», ma - al contrario dei russi - non possiamo dire che «i risultati riflettono la volontà dell’elettorato» medesimo.

O forse avete scelto voi Solana, Frattini, Trichet, perché vi piacciono?
I russi, Putin, se lo sono scelto e lo vogliono tenere dov’è.

Forse perché Putin ha tirato fuori la Russia dall’abisso economico-sociale, ha recuperato dal saccheggio degli «oligarchi» finanziati da Wall Stret e dalla City che s’erano accaparrati le materie prime nazionali, e l’ha liberata dalle ricette liberiste suggerite dalla Scuola di Chicago, che l’avevano portata al collasso («liberalizzazione» costata sei milioni di morti, soprattutto fra i pensionati, e il sorgere di una criminalità ferocissima e ricchissima).

Sotto il non-democratico Putin, la Russia è cresciuta economicamente al ritmo del 7% annuo (8,1% nel 2007), mentre i democratici Stati Uniti stanno crollando in una depressione storica a forza di debiti e fantasie finanziarie, con 2 milioni di famiglie che probabilmente nel 2008 perderanno la casa ipotecata.

La Russia, sotto Putin, ha pagato in anticipo tutti i suoi debiti, ed ora ha riserve per 480 miliardi di dollari (nel 1998 le sue riserve erano zero); ha un attivo di bilancio pari al 6% del PIL (l’Italia ha un passivo di… lasciamo perdere); in Russia, l’imposta sul reddito è del 13% (in Italia del 43%, più IVA 20%) (2).

E non è vero, come ripetono i soliti maestri di democrazia, che la Russia è un’economia basata sul petrolio come l’Arabia Saudita.
La sua industria edilizia cresce del 16% annuo, le vendite al dettaglio del 13%, gli investimenti interni del 20% (Putin sta rinnovando le vecchie cadenti infrastrutture sovietiche).
Il suo settore scientifico-tecnologico è di prim’ordine, deve essere solo messo a profitto nel civile, cosa che prima o poi accadrà.

Vero che ci sono inconvenienti (inflazione, corruzione, poca trasparenza, commistione del politico con l’economico).
Vero anche che lo slancio iniziale per la ripresa Putin l’ha tratto da una decisione di aumentare del 50% la produzione annuale di greggio.

Ma questo è stato un vantaggio anche per noi europei: se avesse bloccato la produzione, rifiutandosi come fa l’OPEC di aumentarla e magari associandosi all’OPEC, oggi il petrolio ci costerebbe 150, non 100 dollari al barile.

L’Italia però ha la democrazia.
Forse per questo era la quarta economia mondiale ai tempi di Craxi, ed è oggi la settima.
Sarà perché ancora 15 anni fa il 70% dell’economia italiana era controllata dallo Stato - o meglio dai partiti, siamo in democrazia - ed ancor oggi le privatizzazioni ci hanno dato aziende come Alitalia, Trenitalia e Telecom, dei monopoli più inefficienti e avidi di prima, più incapaci di fornire servizi, solo coi «manager» pagati il triplo di prima, perché ora questi marpioni messi a quelle poltrone da Prodi sono «dirigenti privati».

L’Italia è una democrazia, e perciò l’intrusione dello Stato è moltiplicata con l’intrusione delle Regioni, delle Province, dei Comuni e dei consigli di zona; le università sono moltiplicate in relazione diretta con l’ignoranza generale; la produttività è diminuita, la precarietà aumentata, e per trovare lavoro non ci si rivolge al libero mercato, ma alle raccomandazioni e alle tessere di partito, a Mastella e a De Mita o a Formigoni.

Pensate se al posto di Prodi ci fosse Putin: che rischio per la monnezza di Napoli!
Invece, la democrazia italiana è orgogliosa di poter dire al mondo che la sua terza città è sepolta nella sua stessa spazzature da sei mesi, senza soluzione in vista, grazie al fatto che nessuno esercita l’autoritarismo per costringere a lavorare i 20 mila spazzini-camorristi napoletani, o a costruire gli inceneritori contro la volontà dei numerosi verdi pro-monnezza.
Una splendida democrazia.

Che l’ISN di Zurigo (International Relations and Security Network) ha descritto ai suoi lettori così: «Le agenzie di rating hanno abbassato il debito pubblico a due punti al disopra dei junk-bond; i livelli di disoccupazione nel sud del Paese sono i più alti dell’Europa occidentale; le statistiche pubbliche sono notoriamente inaffidabili; le speranze dei cittadini nel governo sono al livello più basso della storia; la criminalità organizzata controlla vaste zone del territorio nazionale; il sistema giudiziario è privo di autorità; e le prospettive economiche sono di declino» (3).

E ancora: «In politica come in economia compaiono e ricompaiono le stesse facce e le stesse idee che sono in giro da anni».
«In aprile gli italiani andranno al voto con poca possibilità di eleggere un governo che duri per tutto il mandato».

«Non è un segreto che l’Italia ha da anni bisogno di un ampio ventaglio di cambiamenti strutturali, ma che non ha mai avuto un governo con la stabilità e il mandato per imporre questi cambiamenti».

«I problemi economici sono tutti assolutamente dovuti alla politica» (la Casta).
«L’Italia è da troppo anni una nazione ingovernabile come poche altre nel mondo».

L’Italia, prevede l’ISN, è sulla via di diventare un «failed state», uno Stato fallito.
Uno Stato fallito è «uno Stato in cui il governo centrale è troppo incapace (ineffective)
per esercitare il controllo pratico sul suo territorio».

La lista dei failed states ne comprende 32, con in testa «Sudan, Iraq e Somalia».
Ma noi, con le tasse più esose d’Europa, la legislazione più punitiva per gli onesti e più accomodante per i delinquenti, i servizi peggiori, il settore pubblico più pletorico e più pagato del mondo: uno Stato fallito pieno di «ricchi di Stato».

E’ il trionfo della democrazia secessionista permanente.
Mica siamo come i russi, che si tengono l’autoritario, il non-democratico Putin.

venerdì 22 febbraio 2008

Il futuro di Pristina nelle parole di Sanda Raskovic-Ivic

di Andrea Perrone

Il quotidiano Rinascita ha incontrato ieri l’ambasciatrice della Repubblica di Serbia, Sanda Raskovic-Ivic, a cui ha rivolto alcune domande sulla situazione del Kosovo, dopo l’annunciata secessione. Il quotidiano “Rinascita” sostiene da anni la sovranità nazionale della Serbia e la sua integrità territoriale. Da tempo ci opponiamo dalle pagine del nostro giornale al tentativo secessionista messo in atto dai kosovaro-albanesi. Ora il dado è tratto.

Quali ritiene possano essere gli scenari che si apriranno dopo la dichiarazione di indipendenza del Kosovo?
“Dopo la dichiarazione di indipendenza del Kosovo non si interromperà il rapporto diplomatico con l’Italia, soltanto io sarò richiamata a Belgrado perché siamo delusi e arrabbiati del sostegno alla secessione. Torno a Belgrado per consultarmi con il governo e per decidere quali saranno le prossime mosse da intraprendere dopo le decisioni del vostro esecutivo. L’Italia è considerata un Paese amico dalla Serbia. Il vostro Paese ci ha sempre sostenuto nel nostro cammino e i rapporti bilaterali rimangono sempre molto buoni. Per questo abbiamo sperato che l’Italia non portasse avanti questo atto di riconoscimento unilaterale”.

Cosa pensa della missione Ue “Eulex”, che prevede l’invio di un contingente di circa 2.000 uomini tra forze di polizia, magistrati europei, ecc., nel Kosovo?
“È una missione verso la quale non abbiamo niente in contrario ma siamo contrari al modo in cui viene ad inserirsi nella regione. La missione Eulex è giunta in Kosovo senza una decisione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, e visto che la risoluzione 1244 del 1999 è nata in seno al Consiglio di Sicurezza, questa dovrebbe essere implementata per riportare lo Stato di diritto e garantire il ritorno dei rifugiati. D’altronde anche l’Unmik ha fallito non riuscendo ad ottemperare ai suoi doveri. Dopo l’espulsione di 250.000 serbi soltanto 1226 sono tornati in Kosovo, mentre 256 chiese sono state distrutte. A tutto questo bisogna aggiungere la terribile pulizia etnica compiuta a Pristina, una città che allora comprendeva 250.000 abitanti, di cui 41.000 serbi. Oggi invece i serbi rimasti sono soltanto 87 sugli attuali 600.000 abitanti. In sostanza, la presenza degli albanesi si è quasi triplicata mentre i serbi non esistono quasi più. Gli unici serbi rimasti sono molto anziani, incapaci di deambulare e di spostarsi fino in Serbia, non avendo neanche dei parenti nella madre patria. Gli albanesi a Pristina hanno occupato invece gli appartamenti e le terre dei serbi, e hanno costruito tutto senza dare un soldo ai legittimi proprietari serbi. Per quanto riguarda, Eulex ritengo che fallirà perché non ha gli strumenti per operare. Eulex sarà una missione completamente dipendente dalla volontà del governo di Pristina. Gli albanesi quando vorranno potranno dire agli europei grazie tante, andate a casa che non abbiamo più bisogno di voi. Ma c’è un’altra cosa, da sottolineare: Eulex sarà soltanto un sostegno per il governo albanese e nient’altro”.

In sostanza viene applicato il piano dell’inviato dell’Onu, Martti Ahtisaari?
“Sì è proprio questo il principio che muove la missione Eulex. Tutta la questione tirata fuori dal Consiglio di Sicurezza è molto pericolosa per quello che potrebbe causare. L’opposizione alla dichiarazione unilaterale di indipendenza non è portata avanti soltanto dalla Russia e dalla Serbia ma adesso anche dalla Cina e da altri otto Paesi. I contrari alle strategie albanesi ritengono che la soluzione migliore sia quella di continuare i negoziati. D’altronde le trattative nell’isola di Cipro che vedono contrapposte le due comunità quello greco-cipriota e quella turco-cipriota proseguono da quasi quarant’anni, come quelle per il Nagorno-Karabakh continuano da dieci anni, così come i negoziati fra israeliani e palestinesi proseguono anch’essi da alcuni decenni.

Ritiene che vi siano delle differenze nella politica estera dei governi europei che si sono succeduti in questi anni?
“Sono sicura di questo per quanto riguarda ad esempio la Francia. Visto che il presidente Jacques Chirac era molto diverso dall’attuale capo dell’Eliseo, Nicolas Sarkozy. La Francia è stato infatti uno dei primi Paesi a sostenere la secessione del Kosovo.
La Merkel è più cauta anche se ha mostrato di voler seguire la politica americana. La Germania non ha riconosciuto immediatamente l’indipendenza. I più disponibili alle richieste degli albanesi sono stati invece Francia e Gran Bretagna. Gli spagnoli hanno avuto un attitudine diversa, poiché devono rispettare il diritto internazionale e se non lo facessero aprirebbero il vaso di Pandora nella loro terra, con la Catalogna e i Paesi Baschi”.

Vi sono differenze in politica estera fra il governo Berlusconi e quello guidato da Prodi?
“È molto difficile notare delle differenze. In un’intervista al quotidiano serbo Vecernje Novosti, il presidente Berlusconi aveva dichiarato che mai avrebbe riconosciuto l’indipendenza del Kosovo. Lo stesso aveva fatto due anni fa il ministro degli Esteri Gianfranco Fini, durante un nostro incontro con lui. In quel contesto aveva affermato di avere molti dubbi sul riconoscimento dell’indipendenza. L’altro giorno però Fini ha appoggiato il ministro D’Alema e il capogruppo di Forza Italia non voleva firmare la richiesta di un gruppo di senatori che avevano chiesto la presenza del capo della Farnesina alla Camera per discutere della questione. Prodi è sempre stato un grande amico della Serbia e ha spinto il nostro Paese verso l’Unione europea, lo stesso ha fatto D’Alema. Ma in queste ultime settimane a causa della grande pressione statunitense il governo dimissionario ha deciso di seguire la politica americana”.

Cosa pensa di fare il governo serbo anche a livello diplomatico per affrontare la situazione attuale in Kosovo?
“Innanzitutto, verranno ritirati gli ambasciatori dai vari Paesi per consultazioni, ma non solo. Siamo arrabbiati e vogliamo studiare le prossime mosse per fare fronte alla situazione. Il ritiro avverrà soltanto in quei Paesi che hanno approvato la secessione, con gli altri non avverrà la stessa cosa. C’è una cosa che pavento però: il popolo serbo è molto ferito e per questo temo il boicottaggio dei beni albanesi in Serbia, come il denaro nelle banche, ecc. Spero tuttavia che questo non avvenga”.

Alcuni hanno parlato persino di un piano della Serbia per tagliare l’elettricità al Kosovo qualora realizzasse la secessione.
“Il Kosovo è una piccola regione che dipende dalla Serbia per quanto riguarda cibo, acqua ed elettricità. L’attuale Stato fantoccio è legato però agli Stati Uniti che hanno scritto tutte le sue leggi. Gli Usa hanno redatto la dichiarazione di indipendenza e adesso scriveranno anche la Costituzione. Washington fa di tutto per raggiungere i suoi obiettivi. E questa è una cosa molto triste perché quelli che erano i criminali di guerra, i ricercati, i terroristi, i contrabbandieri di sigarette sono diventati i più importanti uomini politici del Kosovo. Mentre per il nostro governo democratico questo non è avvenuto. Stati Uniti e Unione europea preferiscono la mafia albanese e questo è molto preoccupante”.

Il ministro degli Esteri serbo, Vuk Jeremic, ha dichiarato che Belgrado farà di tutto per impedire che il Kosovo secessionista possa avere la sua rappresentanza all’Osce o in seno all’Onu.
“Certamente, è questo ciò che ha dichiarato Jeremic. Non vedo come il Kosovo possa sedere alle Nazioni Unite visto che Cina e Russia hanno detto che bloccheranno qualsiasi progetto di adesione. Non capisco il sostegno degli Stati Uniti e dell’Ue. In particolar modo, quello dell’Unione europea che equivale al sostegno ad un progetto condannato al fallimento. Il Kosovo sarà uno Stato fantoccio per sempre, poiché Cina e Russia non lasceranno che entri a far parte delle Nazioni Unite. E per l’Osce il problema è simile”.

C’è ancora uno spiraglio per giungere ad una soluzione, anche sul piano diplomatico?
“Lavoreremo molto sul piano diplomatico. Il pericolo vero è che è stato aperto il vaso di Pandora ed in particolare è nato il sogno della “Grande Albania”. Un sogno questo che ha più di 130 anni. È stato il presidente Usa George W. Bush in visita a Tirana nei mesi scorsi a puntare a questo progetto dicendo che adesso che gli albanesi hanno guadagnato l’indipendenza del Kosovo possono credere nella nascita della Grande Albania. Penso che se un giorno il Kosovo dovesse unirsi all’Albania questo potrebbe provocare un’enorme pressione su Macedonia occidentale e Grecia. Abbiamo visto infatti gli striscioni degli albanesi della Grecia, giunti a Pristina, che dichiaravano che non può esistere l’Albania senza Ciamuria (regione del nord della Grecia)”.

Quale sarà il futuro dei serbi rimasti in Kosovo?
“La questione del Kosovo settentrionale è ancora aperta. Il diritto all’autodeterminazione è stato garantito dall’Onu soltanto al popolo albanese ma non a quello serbo. A nord del fiume Ibar - in un’area geografica equivalente al 10% del Kosovo-Metohija - vivono 55.000 serbi e 3.000 albanesi. Per questo, i kosovaro-serbi non vogliono sottostare al dominio di Pristina così come i kosovaro-albanesi non accettano quello di Belgrado. Vi sarà poi un’enorme pressione sulle piccole enclave e questo è già iniziato. Per esempio, in villaggio è stata picchiata brutalmente una donna anziana e intimidita, distruggendo tutte le suppellettili della sua casa. In un’altra piccola enclave un anziano è stato malmenato e per questo la gente è spaventata. I serbi temono la violenza e pensano di fuggire via. D’altronde questo è il modus operandi degli albanesi. Venti anni prima che Milosevic diventasse presidente, quando era ancora uno studente, queste cose già avvenivano”.

giovedì 21 febbraio 2008

Kosovo: la Serbia condanna la secessione

di Andrea Perrone

La temuta secessione di Pristina è avvenuta. Il capo dell’esecutivo dello pseudo governo di Pristina ha proposto il Kosovo “Stato indipendente e sovrano”, e il Parlamento non ha fatto altro che proclamare la secessione. L’Assemblea ha risposto così con un voto unanime, 109 voti favorevoli su 109. Dopo pochi minuti è giunta la netta condanna della Serbia, prima con il presidente Boris Tadic e poi con il primo ministro, Voijslav Kostunica. La Serbia “non riconoscerà mai l’indipendenza del Kosovo”, ha tuonato il capo dello Stato. Belgrado, ha aggiunto, “ha reagito e reagirà con tutti i mezzi pacifici, diplomatici e legali per annullare quanto messo in atto dalle istituzioni del Kosovo”. Ancora più duro nelle sue dichiarazioni il primo ministro, che ha definito il Kosovo uno “Stato fantoccio”, la cui nascita è stata voluta dagli Stati Uniti “pronti a violare l’ordine internazionale per i propri interessi”. Per Kostunica il vero fondamento su cui poggia lo Stato del Kosovo sono le bombe con le quali la Nato ha distrutto la Serbia. Secondo il primo ministro gli interessi della Nato sono confermati dall’allegato numero undici al piano dell’inviato speciale dell’Onu Martti Athisaari.
Non appena annunciata la secessione di Pristina sono state immediate le reazioni dei serbi che hanno distrutto due fast food McDonald e attaccato le ambasciate statunitense e slovena. Il bilancio finale di una notte di incidenti è costituito dal ferimento di più di 65 persone, per la metà poliziotti e giornalisti.
A dimostrazione che tutto questo è il prodotto delle scelte strategiche del mondo atlantico sono giunte le felicitazioni del presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, che ha dichiarato che i kosovari “sono ora indipendenti”, ma che il riconoscimento da parte di Washington sarà guidato dal piano del mediatore delle Nazioni Unite, Ahtisaari.
“Il piano Ahtisaari è il nostro progetto d’ora in poi”, ha dichiarato Bush da Arusha, Tanzania. L’indipendenza del Kosovo, ha ricordato Bush, è fra gli obiettivi “che ho sostenuto insieme al mio governo”.
Le reazioni del governo di Belgrado si sono fatte sentire anche ieri. Il Ministero dell’Interno ha infatti accusato il presidente degli occupanti del Kosovo, Fatmir Sejdiu, il primo ministro dello pseudo governo, Hashim Thaci e il portavoce parlamentare di Pristina, Jakup Krasniqi, di “aver organizzato sul territorio serbo la proclamazione di indipendenza di un falso Stato”. I tre vertici di Pristina “hanno commesso seri atti criminali contro l’ordine costituzionale e contro la sicurezza della Serbia”, è scritto in una nota ministeriale. I capi di accusa saranno seguiti da un’indagine condotta dalla polizia e dai procuratori statali. Il ministro ha aggiunto che, conformemente alla Carta costituzionale, “il territorio serbo è unito ed indivisibile, mentre i confini della Serbia sono intoccabili e possono essere cambiati esclusivamente in conformità con le procedure di modifica della Costituzione”.
Per far fronte alla situazione intanto il presidente serbo è partito per New York per partecipare ad una nuova riunione del Consiglio di Sicurezza Onu sul Kosovo, dopo che quella di ieri l’altro si è chiusa senza trovare un accordo. Tadic, sostenuto dalla Russia, intende esprimere la sua ferma opposizione alla proclamazione unilaterale d’indipendenza degli albanesi sostenuti dall’occidente.
Una grande manifestazione popolare contro l’indipendenza proclamata dal Kosovo si terrà a Belgrado il 21 febbraio prossimo. L’annuncio al termine di una riunione fra Tadic, Kostunica e il leader del maggiore partito dell’opposizione, il nazionalista Tomislav Nikolic.

lunedì 17 dicembre 2007

«Previsto» attentato a Putin

di Maurizio Blondet www.effedieffe.com

«Gli Stati Uniti continuano a non escludere un conflitto globale e diretto contro la Russia»: l'ha detto Yuri Baluievsky, il capo di stato maggiore delle forze armate russe.E' questo il senso che il generale dà dell'ostinazione americana a voler installare lo scudo antimissile (ABM) in Polonia.Questo sistema d'arma, ha precisato può in ogni momento provocare una reazione russa «per errore».Un missile intercettore americano in partenza dalla Polonia, «magari per fermare un missile iraniano», può innescare la risposta automatica dei sistemi missilistici russi concepiti per reagire ad un missile balistico diretto sul territorio russo.«Chi porterà la responsabilità allora?», ha detto il generale.«Non voglio spaventare, ma la cosa spaventa in sè. E' un dettaglio tecnico che può sconvolgere la stabilità militare del mondo».Come noto, la Casa Bianca ha deciso di procedere al piazzamento in Polonia di almeno dieci sistemi d'intercezione, e il radar-guida relativo nella repubblica ceca, entro il 2012, con la scusa di dover parare un possibile attacco balistico di Teheran contro l'Europa.Mosca ha sempre sostenuto che un simile rischio non esiste, che il sistema polacco è diretto contro la Russia, e di conseguenza la Russia prenderà le sue contromisure.Il generale è al corrente di altri segnali inquietanti che corroborano i suoi timori.Come lo strano «scenario» elaborato dal CSIS di Washington (Center for Strategic and International Studies, un think-tank privato vicino ad ambienti dell'intelligence) in cui si «prevede» un attentato a Putin per il Natale ortodosso, il 7 gennaio 2008.Secondo questa profezia, ad uccidere Putin sarebbero ambienti nazional-bolscevichi interni, e non per trasformare il Paese in una democrazia compiuta all'occidentale, bensì per instaurare una dittatura che liquiderà quel poco di istituzioni rappresentative russe.
Ma questa eventualità non inquieta il CSIS, anzi al contrario: il nuovo dittatore sarà più amico dell'Occidente che Putin, e avrà il permesso di espandersi di nuovo militarmente nell'Asia centrale, diventando una utile forza di contenimento del mondo islamico, dalla demografia troppo esuberante.In cambio, alla nuova Russia sarà consentito di diventare «il dominatore del mercato energetico»; a quel punto le risorse russe saranno però di nuovo sotto il controllo delle petrolifere anglo-americane, grazia alle aperture del dittatore-amico.Particolare istruttivo: il CSIS «prevede» che, appena caduto Putin, il nuovo gruppo al potere scatenerà una «campagna anti-corruzione» per screditare ed eliminare quella parte del sistema ancora fedele a Putin.Questo metodo è stato già applicato dagli USA ed ha funzionato in vari paesi (in Italia con «Mani Pulite») per distruggere le classi dirigenti precedenti.Benchè non siamo in grado di verificare la credibilità di una simile previsione, un simile dettaglio lascia pensare che certe profezie nate in USA tendano ad avverarsi.Il CSIS è, dopotutto, la centrale incaricata di applicare la nuova strategia contraria al bellicismo di Bush che si è rivelato disastroso: lo «smart power», il potere astuto. E' interessante notare che, in occasione delle recenti elezioni russe, l'Economist (il periodico dei Rostchild) ha commentato che lo sforzo di Putin di raccogliere sulla sua persona quanti più voti possibile, anche con metodi poco scrupolosi, non aveva tanto un significato anti-occidentale, quanto piuttosto il tentativo di rafforzarsi all'interno contro il gruppo di potere al suo fianco.L'Economist dice, o sa, che questo gruppo, che sostiene apparentemente Putin, sta facendogli una fronda sotterranea; ed è un gruppo che ha «potere e risorse finanziarie enormi» ammassate in questi anni.Anche l'Economist prevede che Putin può diventare vittima di questo gruppo.
L'Economist previde che Moro sarebbe stato liquidato (in una copertina con la caricatura di Aldo Moro e la didascalia in italiano: «E' finita la commedia») poche settimane prima del rapimento da parte delle Brigate Rosse.Questi scenari potrebbero essere un segno di disperazione di questo certo Occidente, che non riesce ad impedire il riemergere di Mosca come attore politico globale; può essere un atto di guerra psicologica, magari per invelenire i sospetti e le fratture interne al gruppo di potere putiniano.Ma può essere un progetto in via di attuazione.E' più che probabile che le centrali strategiche dello «smart power» sentano che è urgente fare qualcosa per contrastare il nuovo attivismo di Mosca sulla scena, specie nel Mediterraneo.
Da poco la Russia ha cominciato a spostare una flotta militare in due porti siriani.Ora, si aggiunge un'altra novità: la Grecia, membro della NATO, ha deciso di acquistare da Mosca ben 415 blindati porta-truppe BMP-3 una commessa importante, da oltre 1,2 miliardi di euro.La stessa Novosti si chiede come reagirà Washington a questa intrusione nel mercato degli armamenti americani.Un mercato protetto: la NATO da Bruxelles controlla la congruità e l'intercambiabilità dei materiali bellici di tutti gli alleati, e ciò significa che le armi sono, almeno per concezione, made in USA e corrispondenti alle specifiche e alle concezioni tattiche americane (che si sono rivelate fallimentari in Iraq).Ma non è la prima volta che Atene si fornisce a Mosca.In pratica tutta la sua difesa anti-aerea è costituita da missili russi: dal portatile IGLA, ai sistemi d'arma a breve o medio raggio Osa-AKM, Tor-M1 e Buk M1-1, ai missili a largo raggion S-300 PMU-1.Senza contare gli anticarri russi Fagot e Kornet, e mezzi da sbarco a cuscino d'aria Zubr (acquistati dall'Ucraina).Già allora Madeleine Albright fece dure pressioni sui greci contro questi acquisti, premuta a sua volta dalla Turchia, poco contenta di vedere il suo nemico tradizionale fornirsi di tali armamenti.Atene potè in qualche modo convincere gli americani, magari proprio indicando che la Turchia, nemico tradizionale e membro della NATO, conosceva troppo bene gli armamenti NATO per poterne essere tenuta a rispetto.Ma questa volta è diverso.La Grecia, che già ai tempi del Kossovo fu apertamente dalla parte di Belgrado, ha preso atto - meglio degli altri europei più servili - che la natura della NATO è cambiata, che il vecchio concetto di «amico» non si attaglia più agli USA, e che il quadro internazionale è radicalmente cambiato.La ricomparsa in forze delle navi russe nel Mediterraneo orientale può tentare Atene a posizionarsi dove la porta la sua cultura e tradizione, ortodossa e filo-slava.
Riemergono antiche solidarietà e riprendono forza i destini manifesti nazionali.Il primo ministro greco Costas Caramanlis è i visita ufficiale a Mosca per tre giorni (2).
Maurizio Blondet
Note
1) Andrew Kuchins, «Alternative futures for Russia to 2017», CSIS: http://www.russiaprofile.org/page.php?pageid=Politics&articleid=a1197373637 "A scenario from the report".Another scenario projects the emergence of a KGB-driven nationalist dictatorship after Putin is assassinated on Christmas night, Jan. 7, 2008. Sechin, Patrushev and Viktor Ivanov take over the country's leadership as the caretaker, President Zubkov, virtually disappears from the scene. The siloviki, never quite happy entirely with Putin's Plan for Russia, put forward Vladimir Yakunin who takes leadership of the United Russia Party (which is renamed Glory to Russia) and easily wins the presidential election.Yakunin's rule is heavy on Chinese-style anti-corruption measures that visibly shake up the Russian elites after Moscow's former mayor Yury Luzhkov is found guilty of corruption and sentenced to death. Following an increase in nationalist rhetoric, drastic anti-immigrant measures are implemented and guest workers from Central Asia and China are strictly quarantined and are not allowed to hold ownership in any business.Having dismantled most of what remained of Russia's democratic institutions, Yakunin, however, maintains much of the liberal economic policies instituted under Putin and welcomes increasing flows of foreign investment. The economic and political system he develops is modeled on Lee Kuan Yew's Singapore, and it is quite successful in ensuring Russia's rapid economic growth. By 2017, Russia is a $6 trillion economy and the ruble is traded at 10 for the euro.Despite the nationalist rhetoric Russia's foreign policy does not turn anti-Western, but rather acquires a brutally pragmatic character that seeks to maximize Russia's self-interest. Yakunin consolidates the post-Soviet space by driving Turkmenistan, Uzbekistan, Kazakhstan and Azerbaijan into a confederation with Russia, with Belarus falling into Russia's fold even earlier. The new confederation becomes a market maker in international energy markets competing and cooperating with OPEC.Moscow's ties with Washington actually strengthen as successive U.S. administrations welcomed increased stability and improved business environment due to anti-corruption measures while recognizing Russia's role in containing the political instability and rising radical Islam in Central Asia. Washington resigns itself to the failure of its previous policies to block Russian reconsolidation of the former Soviet Union.With Russia's economy roaring, incomes rising rapidly and political opponents purged, Yakunin lengthens the presidential term to seven years and is reelected with 95 percent of popular the vote in 2015.
2) «Les armes russes et la position de la Grèce», dedefensa, 15 dicembre 2007.

mercoledì 5 dicembre 2007

Elezioni russe: il trionfo di Putin

di Andrea Perrone www.rinascita.info

Una vittoria assoluta e senza precedenti. Così può esser definito lo schiacciante successo del capo del Cremlino, Vladimir Putin, e del suo Partito “Russia Unita” alle consultazioni del 2 dicembre, che secondo gli ultimi sondaggi si è aggiudicato 315 seggi dei 450 della Duma (Camera Bassa) pari al 64,1% dei consensi. La conferma della vittoria è stata resa nota da un membro della Commissione elettorale centrale russa, Lyudmilla Demyanchekova, che ha confermato la notizia all’agenzia della Federazione “Itar-Tass”. Immediatamente il presidente russo ha fatto sentire la sua voce confermando l’indubbia vittoria parlamentare della sua formazione. “Se la precedente Duma di Stato poggiava sul 70% dei votanti, la nuova Duma ha potuto contare sul supporto del 90% degli elettori, così soltanto il 10% degli aventi diritto ha confermato l’assenso per i partiti che non hanno seggi al Parlamento. Questo è uno alto grado della nostra legittimità alla Duma”, ha sottolineato il presidente. Putin ha poi ricordato che le ultime elezioni hanno confermato la stabilità interna della Russia. “È di suprema importanza che le elezioni evidenzino la stabilità politica interna. Il popolo russo è il principale garante di questa stabilità”, ha ricordato il capo del Cremlino.“La legittimità del Parlamento russo è stata senza dubbio incrementata”, ha osservato Putin parlando con i giornalisti. Il capo del Cremlino ha quindi ribadito come “i russi non permetteranno mai alla nazione di intraprendere un percorso distruttivo come avvenuto in altri Paesi dello spazio ex sovietico”.La vittoria ha provocato - come era prevedibile - una ridda di polemiche dei fautori della democrazia export, guidati come al solito dagli Stati Uniti che nella loro ansia messianica di imporre la sudditanza alla diplomazia del dollaro hanno manifestato una grande inquietudine. Un trionfo travolgente che Washington e le sue ancelle del mondo atlantico non hanno esitato a condannare con l’accusa pretestuosa di brogli elettorali. Un’ingerenza assurda quella che gli Usa hanno commesso nelle questioni interne di un altro Paese. Sono stati accompagnati come al solito dai difensori dei diritti umani di tutte le risme, come il governo tedesco che, per bocca del cancelliere Angela Merkel, ha condannato la mancanza di legittimità democratica di queste elezioni russe. Accanto a lei anche il presidente del Consiglio, Romano Prodi, ha messo in dubbio la correttezza democratica di queste consultazioni, e subito ha voluto dimostrare il suo amore per la democrazia a senso unico sottolineando l’importanza della secessione del Kosovo-Metohija dalla madre patria.Anche dall’Unione europea non sono mancate le condanne rivolte alla Federazione, come quella della Commissione di Bruxelles che ha chiesto maggiori indagini per dimostrare la validità delle consultazioni. Anche dall’Organizzazi-one per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce) è giunta una doccia fredda contro il Cremlino. Secondo l’Osce le elezioni tenutesi in Russia il 2 dicembre non hanno rispettato gli standard che garantirebbero la regolarità della consultazione. Come era prevedibile, i commenti degli osservatori internazionali sono giunti subito dopo che gli Stati Uniti hanno chiesto alla Russia di indagare sulle accuse di violazioni che sarebbero state commesse durante la consultazione. A detta del capo della commissione elettorale russa Vladimir Churov, gli osservatori occidentali che hanno criticato il voto di ieri in Russia stanno eseguendo “un ordine politico”. In precedenza Churov, aveva respinto i sospetti di brogli denunciati dall’opposizione.“Tali violazioni non sono e non possono essere avvenute”, ha dichiarato il responsabile della commissione, come è stato reso noto dall’agenzia russa “Interfax”. In una conferenza stampa, anche il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, è passato al contrattacco affermando che le critiche allo svolgimento delle elezioni da parte delle istituzioni internazionali sono inaccettabili poiché la candidatura di un presidente alla Duma e il suo coinvolgimento attivo nella campagna elettorale “non sono proibite” dalla legge elettorale russa, “una legge che non è mai stata messa in discussione” prima di ieri. Peskov, ha notato quindi che il Consiglio d’Europa e l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ritengano che la norma non sia democratica solo il giorno dopo le elezioni. Il portavoce ha poi sottolineato che il risultato delle elezioni (secondo cui il Partito Russia Unita ha guadagnato “oltre il 64%” e l’altro partito filo Cremlino, “Russia Giusta”, il 7,8%) consentirà “il proseguimento e il completamento” delle politiche avviate da Putin otto anni fa.

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La verità è quella che vi dicono. E poi il problema in Italia non è mai stato tanto di saperla, ma che saputala tutto resta uguale. Credete forse oggi voi di essere liberi? Votate per dieci volte l'anno gente che a volte neanche conoscete e che una volta eletta fa ciò che vuole, acciuccia e si spartisce.
Sempre comanderà un'oligarchia che vi inganna col gioco delle parti.

E allora? Dov'è povero postero il guadagno?
La dittatura è un sistema per opprimere il popolo.
La democrazia è un sistema per costringere il popolo a opprimersi da solo.

Ma ricordate: un popolo che perde la sua memoria...
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